
Nel mondo alla rovescia dell’industria alimentare – e non solo – gli aromi atificiali sono divenuti naturali. Se facciamo assaggiare una “merendina” ad un bambino di 4 anni ci dirà che è la più grandre prelibatezza del mondo. Il nonno del bambino, che di anni ne ha 77, non riuscirà neppure ad inghiottirla e ci chiederà che cos’è questa schifezza.
I nostri palati adulterati non riconoscono più i gusti autentici, veri, sanguigni, di verdure cresciute pazientemente al sole e polli razzolanti a terra e allevati a granaglie.
Che fare? Rieducare il gusto per rieducare i consumi.
Periodicamente emerge, come dal nulla, una campagna mediatica di vero terrorismo nei confronti di un qualche cibo o categoria di alimenti di grande consumo, sulla base dell’ennesimo scandalo scaturito dalla scoperta di pratiche di preparazione o di utilizzo di sostanze alimentari fraudolente o idiotamente contro natura.
In questi servizi, che i media disseminano nell’etere e sulle pagine dei giornali, è normale imbattersi in toni indignati, accuse ad aziende particolari, inviti al boicottaggio di questo o quel cibo, appelli di associazioni di consumatori per il rispetto della legge.
Tutto quello che invece pare scomparso è il comune umile buon senso e un minimo di memoria storica.
Non intendo dire che tutto il polverone sollevato ogni volta sia semplicemente terrorismo gratuito infondato. Magari lo fosse. Però se si pensa a quello che gli umani (perlomeno in Occidente) hanno accettato ormai da decenni come standard per la loro alimentazione, viene da indignarsi di fronte all’indignazione.
Carne infetta o con residui di ormoni e antibiotici, uova marce riciclate, spaghetti al piombo, metalli pesanti in moltissimi cibi confezionati, latte panna succhi di frutta e altre bevande con coloranti rilasciati dalle confezioni in cui sono impacchettati, zucchero biotech senza calorie di cui non si conoscono nemmeno gli effetti, frutta e verdura trattata con radiazioni e conservanti di dubbia salubrità, additivi vari (alcuni con sospetta azione cancerogena), “aromi naturali” (ricordate Orwell? «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù» ecc. ossia trasponendo nel nostro caso specifico: «Gli aromi chimici sono naturali»), grassi e amidi sinteticamente modificati, acque in bottiglia che starebbero meglio in un vascone di decontaminazione. Tutti questi cibi sono solo la punta emergente di una pratica di preparazione degli alimenti onnipervasiva e che di salutare non ha più nulla. Non si dica però per favore che nessuno ne è al corrente o che nessuno non ne è ormai perfettamente cosciente. Non si gridi allo scandalo. Parlando con i nostri vicini, con gli avventori di un bar, con una qualsiasi persona che incontriamo in un qualsiasi luogo è normale sentire lanciare anatemi al sistema dell’industria alimentare in cui siamo inseriti e che ci “costringe” a consumare veleni tinti e additivati con le sostanze più accattivanti.
Deleghiamo e ci ammaliamo
Tutti lo sanno. Già. Ma pochi agiscono di conseguenza. Meglio lamentarsi e aspettare che qualcun altro risolva il problema. La pratica della delega si è ormai incancrenita a tal punto nel cittadino moderno, che al massimo egli riesce a pensare di fondare una nuova associazione/partito che si prenda cura del problema che gli sta a cuore, cui poi ovviamente delegare il problema stesso.
E poi volete mettere la comodità di fare spesa al supermercato! E il piacere di gustare tutte quelle prelibatezze colorate? Quello degli additivi è un business miliardario. Negli USA si spendono 4 miliardi di dollari l’anno solo per queste sostanze. Certo forse sono un po’ pericolose, del resto è il prezzo che si deve pagare per il progresso.
Un progresso che ha fatto in modo che quattro italiani su dieci abbiano sempre in tasca pillole medicinali per le proprie malattie ormai croniche o quasi. La prescrizioni di medicinali è in costante aumento da anni (5,5% in più nel 2004 rispetto al 2003). Un notevole giro d’affari, e si sa che l’economia che tira aumenta il benessere… di chi?
Non ingurgitare veleni: una scelta possibile
Invece di compiangersi e di rivolgere “accorati appelli” ai politici affinché risolvano la questione (il senso del comico è un aspetto inderogabile della vita), non sarebbe meglio pensare un pochino a come si può andare alla radice del problema?
Esso è nella maggior parte dei casi un problema di perdita di controllo sulla produzione e trasformazione degli alimenti.
Se devo acquistare del pane “elaborato”, come ad esempio quello al sesamo, mi costa supponiamo 3 euro al chilo e mangerò un pane di grano e sesamo cresciuti lungo qualche autostrada, additivati di parecchi “necessari” composti chimici per la lievitazione, grassi animali di dubbia salubrità, coloranti (perché no?), zucchero e qualche altro ingrediente top secret (ma lo sapremo alla prossima crociata mass mediatica).
Se mi compro la farina da qualche agricoltore biologico della mia zona, posso farmi il pane a 0,90-1,00 euro al chilo “additivandolo” di buon sesamo biologico tostato da me direttamente. Sì proprio da me. E se volessi pure farmi lo yogurt (Maurizio Pallante docet), la differenza di costo sarebbe ancora superiore, senza contare che mi “risparmierei” pure additivi come quelli che negli yogurt industriali tengono in sospensione i pezzetti di frutta, combattendo la gravità che tende a trascinarli sul fondo. Sicuramente dei buoni prodotti… E se volessi farmi un piccolo orto, una passata di pomodoro, una marmellata, una crema di nocciole, allevarmi due galline… non oso immaginare il guadagno in salute e denaro.
E solitamente qui l’obiezione è del tipo “ma come faccio a prepararmi in casa tutte queste cose se devo andare a lavorare per vivere?”. Già: lavorare per guadagnare soldi che mi permettono di comprare pane, yogurt e tutto il resto.
L’analisi, in un certo senso molto semplicistica e sicuramente non praticabile in toto, vuole essere un po’ provocatoria. Non se ne può più di geremiadi. In effetti un po’ di riflessione su come stiamo vivendo e su quello che ognuno di noi può fare in prima persona, per evitare i veleni dell’industria alimentare, e non solo, andrebbe fatta. Perlomeno smettiamola di piangerci addosso. Siamo sinceri: siamo davvero “costretti” a ingurgitare veleni? O siamo noi che abbiamo delegato la nostra salute e il nostro bisogno di alimentarci a manager che studiano come rifilarci l’ultima porzione di “arcobalenici” mix cremosi di non so cosa, che sembrano inventati apposta per la distruzione del nostro sistema immunitario?
Suvvia, nessuno invero ci obbliga alle regole dell’alimentazione di plastica. Chiedete ai vostri nonni, quando ancora erano anziani e saggi anziché vecchi e rimbambiti pronti per il ricovero. Luogo quest’ultimo dove ci sono dei menu veramente straordinari. Menu che assaggeremo appena avremo finito il nostro ciclo di decenni di lavoro per la gloria del progresso. Sempre ammesso che il pianeta regga.
Valerio Pignatta
16 giugno 2007
Il nostro pane quotidiano
15 giugno 2007
La Coca: la bevanda più potente del mondo

Lontana dall'essere la salutare bevanda pubblicizzata dai suoi partner sportivi, la Diet Coke è un preoccupante cocktail di agenti chimici neurotossici e potenzialmente cancerogeni.
La Diet Coke fu introdotta per la prima volta negli Stati Uniti nel luglio 1982 ed oggi è la quarta bevanda gassata più diffusa al mondo.
Oltre ad essere la prima bevanda al mondo scelta da chi teme lo zucchero, la Coca-Cola è uno dei più longevi 'partner aziendali' (dal 1974) della Fédération Internationale de Football Association (FIFA).
Nel 1998 la compagnia firmò un accordo di otto anni, privo di precedenti, per sponsorizzare gli eventi FIFA: non solo la prestigiosa Coppa del Mondo, ma anche la Coppa del Mondo Femminile, la Confederarions Cup, vari campionati giovanili e il prossimo World Cup Trophy Trip, un giro promozionale che porterà la FIFA World Cup Trophy in varie città del mondo.
Lo scorso anno la Coca-Cola ha esteso il suo accordo di sponsorizzazione fino al 2022, una mossa che ha portato all'assurda dichiarazione da parte del presidente e amministratore delegato della compagnia, E. Neville Isdell, che il nuovo impegno della Coca Cola con lo sport più famoso del mondo 'ci offre una nuova opportunità di riunire le persone grazie al calcio'.
Le aiuta anche a sgolarsi una bella quantità di lattine e bottiglie. Un recente studio dalla compagnia di informazioni sul marketing ACNeilsen ha rivelato che il marchio Coca-Cola è il leader mondiale tra le bevande, generando oltre 15 miliardi di dollari all'anno in vendite in tutto il mondo. La Coke e la Diet Coke generano ognuna oltre un miliardo di dollari all'anno in vendite.
Cinque paesi - Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Canada e Brasile - consumano più Diet Coke di chiunque altro nel mondo: l'alternativa salutare e senza zucchero alla Coca tradizionale.
Un marketing aggressivo come la sponsorizzazione della Fifa e brillanti jingle come 'Always Coca-Cola' mantengono la Coca Cola nella nostra consapevolezza, ma prima di 'agguantare una Coca e un sorriso' al grande evento di quest'anno, informatevi su cosa state mettendo nel vostro corpo. Nonostante la Diet Coke sia fortemente associata con lo sport e la salute, in realtà è una pericolosa miscela di dolcificanti ad alta intensità neurotossici e potenzialmente cancerogeni (aspartame e acesulfame K, acidi che distruggono i denti e le ossa (acido fosforico) e coloranti che danneggiano il DNA (caramello ammonio solfito), oltre che caffeina (la quale causa dipendenza psicologica) e altri 'aromi' non divulgati.
Essa contiene anche benzoato di sodio, che può essere ridotto al suddetto benzene cancerogeno alla presenza di acidi forti, come l'acido citrico trovato in questo prodotto.
I produttori di bevande gassate sono consapevoli di questa possibilità sinergistica dagli anni '90 ma, senza alcuna pressione da parte delle autorità di regolamentazione per cambiare la loro formula, in modo da prevenire la formazione di benzene, hanno continuato a mescolare benzoati e acidi.
Ironicamente, gli sciroppi di fruttosio usati nei soliti drink sembrano rallentare questa reazione, e la formazione di benzene pare più problematica nei drink dietetici.
INGREDIENTE: ASPARTAME
SCOPO: DOLCIFICANTE
EFFETTI COLLATERALI: Si converte facilmente con il calore e durante l'immagazinamento nei suoi componenti neurotossici, phenylalanine, acido aspartico e alcol metilico. Secondo la FDA, l'aspartame è associato con mal di testa, vertigini, perdita di equilibrio, balzi d'umore, nausea, perdita di memoria, debolezza muscolare, visione annebbiata, spossatezza, debolezza, eruzioni cutanee, dolore muscolo-scheletrico. (Per un rapporto completo sulla tossicità dell'aspartame, si veda The Ecologist, settembre 2005). Le prove più recenti dimostrano che l'aspartame ingerito ai livelli che vengono attualmente rilevati nel consumo quotidiano di drink leggeri aumenta il rischio di rari tumori celebrali noti come linfomi.
INGREDIENTE: ACESULFAME K
SCOPO: DOLCIFICANTE
EFFETTI COLLATERALI: Causa cancro negli animali. E' stato dimostrato che l'acetoacetamine, un prodotto di scarto, affligge la ghiandola tirroide di conigli, ratti e cani. Nonostante sia comunemente miscelata con l'aspartame per coprire il suo gusto amaro, non ci sono studi per dimostrar se la combinazione sia sicura o se produca altri sotto-prodotti tossici.
[E' sconfortante notare che una rivista chiamata The Ecologist si basa su quella crudele non-scienza chiamata vivisezione... ndt]
INGREDIENTE: ACIDO FOSFORICO
SCOPO: ACIDIFICANTE
EFFETTI COLLATERALI: Può contribuire all'erosione dello smalto dei danti; prosciuga il calcio dalle ossa. I bambini con un alto consumo di acido fosforico soffrono di decalcificazione e un maggiore rischio di fratture, che si portano dietro per tutta la vita. I bambini che consumano quotidianamente almeno sei bicchieri (1,5 litri) di acido fosforico contenuto in drink leggeri hanno un rischio cinque volte maggiore di sviluppare bassi livelli di calcio nel sangue rispetto ai bambini che non bevono bevande gassate.
INGREDIENTE: ACIDO CITRICO
SCOPO: CONSERVANTE, ACIDIFICANTE
EFFETTI COLLATERALI: Da solo è relativamente innocuo, sebbene possa erodere lo smalto dei denti. Quando viene miscelato con il potassio o il benzoato di sodio (vedi oltre) durante l'immagazinamento, e spercialmente ad elevate temperature, può contribuire alla formazione di benzene cancerogeno.
INGREDIENTE: CAFFEINA
SCOPO: AROMATIZZANTE
EFFETTI COLLATERALI: Composto stimolante psico-attivo che può provocare cambiamenti d'umore, letargia e mal di testa. La caffeina crea dipendenza e l'ingerimento di elevate quantità può causare aborto e contribuire ad ulcere peptiche e disturbi cardiaci. Ai livelli dei drink leggeri, la caffeina non aggiunge virtualmente alcun aroma ma, se consumata regolarmente, innesca la dipendenza da caffeina. Il consumo infantile di caffeina porta a maggiori incidenze di malessere, mal di testa, problemi del sonno e mancanza di ferro. Una bottiglia di 330ml di bevanda gassata contiene circa metà caffeina i una tazza di caffè.
INGREDIENTE: BENZOATO DI SODIO (E211)
SCOPO: CONSERVANTE
EFFETTI COLLATERALI: Persone che soffrono di asma, rinite od orticaria potrebbero vedere peggiorare i loro sintomi a seguito del consumo di benzoati. Nelle soluzioni acide (come le bevande gassose), i benzoati possono convertirsi in benzene, un noto cancerogeno. Gli studi hanno dimostrato che i livelli nei drink leggeri possono essere fino a 40 volte superiori le dosi riconosciute come 'sicure'.
INGREDIENTE: CARAMELLO AMMONIO SOLFITO (E150d)
SCOPO: COLORANTE
EFFETTI COLLATERALI: Ottenuto riscaldando zucchero, ammoniaca e composti contenenti solfito, lo zucchero può talvolta venire dal mais geneticamente modificato. L'ammoniaca è tossica a tutti i tassi di esposizione, e i caramelli ottenuti dall'ammoniaca possono danneggiare i geni, rallentare la crescita, causare un allargamento di intestini e reni, oltre che distruggere la vitamina B. Questo colorante non è mai stato pienamente considerato secondo il suo potenziale di cancerogenità e di tossicità riproduttiva.
Pat Thomas
07 giugno 2007
Quanto è difficile truccare le elezioni?
Mentre sui vari organi di stampa stanno venendo a galla i brogli avvenuti alle ultime votazioni per il comune di Palermo su youtube circola un video di un programmatore "pentito" che ha svelato il funzionamento della truffa.
video elezioni truccate
01 giugno 2007
Usa: negli uffici si lavora troppo e male e in Italia?

NEW YORK - Si lavora tanto e male negli uffici americani, ma il sospetto è che non si tratti solo di un problema delle aziende oltreoceano. Resta il fatto che in un lungo articolo il New York Times denuncia proprio come la perdita di tempo sia diventata una componente fissa nelle giornate lavorative della maggior parte delle persone.
LA PERDITA DI TEMPO - La media dei lavoratori americani spende in ufficio circa 45 ore alla settimana, anche se ci sono punte di 70 ma, secondo una ricerca di Microsoft, di queste «almeno 16 sono totalmente improduttive». Nella media degli impiegati a tempo pieno la resa migliore non si realizza prima delle 11 di mattina e non va oltre le quattro del pomeriggio. Il resto del tempo è quasi solo un presidio della posizione. Nel paese che guida il libero mercato il "facimme ammuina" resta un classico: si spostano un po' di carte da una scrivania all'altra e si tira sera.
I MOTIVI - Se gli analisti concordano sul fatto che il tempo perso sul lavoro ci sia e sia tanto, le loro opinioni divergono invece sui modi con cui lo si perde: secondo alcuni l'emorragia di efficienza maggiore finisce nella rete di Internet, secondo altri nelle riunioni. Per lo studio di Microsoft, ad esempio, esiste una media di almeno 5-6 ore a settimana di riunioni nel mondo del lavoro e, secondo il 70% degli intervistati, sono ore totalmente inutili o quasi. Ma perché si perde tutto questo tempo? Secondo Bob Kustka, fondatore della Fusion Factor, società di consulenza per i manager il motivo è ovvio: «Più a lungo si lavora, più tempo si perde. Bisogna pensare ai lavoratori come se fossero degli sportivi: in tutte le attività atletiche ci sono pause, intervalli, momenti nei quali si devono recuperare le forze. E questo avviene anche negli uffici». Tenendo anche conto che non tutti hanno la tempra di Federer o di Gattuso.
LE SOLUZIONI - Quindi se lavorare per molto tempo significa quasi sempre lavorare anche molto male, la soluzione sembra semplice: lavorare meno e meglio. Alcune compagnie americane stanno prendendo proprio questa strada, che si è aperta dietro a un principio che suona come uno slogan: «Guarda quello che produco, non come lo produco». Nel quartier generale della società Best Buy, a Mineeapolis, per esempio, si è adottato un acronimo che è poi diventato di moda: il "Rowe", che in sostanza sta per «i risultati sono l'unico scopo del lavoro». Quindi, in pratica, basta orari fissi o gara a chi resta di più a presidiare la scrivania: liberi tutti, l'importante è fare e, se uno è veloce, meglio per lui: si riposi, ma a casa.
Stefano Rodi
29 maggio 2007
Il digiuno

Il digiuno consiste nell’astensione totale dal cibo per un periodo di tempo. Ci si limita a bere acqua pura. Naturalmente non si fuma, né si assumono farmaci di alcun genere. Il digiuno è un momento di riposo durante il quale le attività di riparazione dell’organismo si intensificano.
Il digiuno nell’era dell’abbondanza e del boom dell’industria farmacologica…
Benché la tavola ne abbia uccisi più della spada, si preferisce mangiare piuttosto che digiunare; l’astinenza anche se terapeutica è poco popolare nell’era dei consumi. La sovrabbondanza è all’origine dei nostri mali peggiori e comporta costi esorbitanti. Questi mali delle società ricche sono elegantemente definiti “le malattie della civiltà”. Abbiamo acquisito tanta familiarità con le malattie che le crediamo inevitabili e “normali”, la malattie è divenuta un’istituzione redditizia! Malgrado i progressi della tecnologia stiamo ancora usando droghe per curare, ovvero lenire, le sofferenze delle persone malate.
La persona che digiuna sta facendo un esercizio straordinario: si cura e allo stesso tempo prende in mano la propria salute, anziché compatirsi e rassegnarsi alla bassa qualità di vita che è la norma per le persone colpite dalle “malattie della civiltà” (o da pancia piena). Chi digiuna sceglie di non considerare il corpo come una macchina che il meccanico deve riparare, ma fa affidamento al potere di “autoguarigione” di cui l’organismo è dotato; quindi digiunando, non ci si aspetta più che gli altri ci guariscano, ma ci si risana da soli!
A digiuno ci si riposa sempre e dunque la vita interiore si amplifica: ciò è affascinante, ma talvolta fastidioso. Si tratta di un approccio globale della persona perché cura allo stesso tempo il corpo, la mente e lo spirito, valorizzando l’essere umano nel suo insieme, concependolo come un tutto indissolubile. Il digiuno può essere preventivo e quindi “depurativo” (solitamente breve, 2 – 5 giorni, può essere anche autogestito) oppure curativo e quindi “terapeutico” (solitamente medio – lungo, 7 – 40 giorni, tassativamente sotto la guida ed il controllo di un esperto in Igienismo). Il digiuno “terapeutico” (adatto a qualsiasi fascia di età) permette di risolvere il problema alla radice invece di cercare di sopprimere i sintomi, come succede facendo ricorso alla medicina ufficiale “allopatica”, alle piante medicinali o ad altri tipi di medicine cosiddette dolci.
Quando queste “bloccano” la tosse, bloccano anche i processi difensivi del corpo, i processi di eliminazione; quando sopprimono la diarrea, impediscono anche l’espulsione di materie indesiderate dall’apparato digestivo. Quando abbassano la febbre, interrompono il processo curativo attuato da questa febbre. In effetti, la febbre è un mezzo d’eliminazione naturale per bruciare gli scarti. I sintomi spariscono definitivamente se si sopprimono le cause, e provvisoriamente se si utilizzano dei rimedi come deviazione delle forze vitali d’eliminazione.
Se lo stile di vita non migliora, il livello di “tossiemia” si accresce di anno in anno. A quel punto la tossiemia si generalizza, raggiungendo progressivamente tutti gli organi del corpo. Il lavoro degli organi è interdipendente. Se un organo diventa tossiemico, svolge le sue funzioni con difficoltà e tutto il resto dell’organismo ne risente.
Il nostro corpo ci invia dei segnali: questi vanno ascoltati per eliminarne le cause e tenere sotto controllo la nostra salute.
Cosa accade durante il digiuno…
Digiunando, si cessa di apportare alimenti al corpo; questo ultimo deve dunque sviluppare una nuova strategia per ottenere energia. La sua strategia è rivolgersi alle riserve: ispeziona tutti i tessuti per inventariare i grassi, le proteine, le vitamine e i minerali di riserva che può usare senza farsi male. Elenca e distrugge (grazie al processo di “autolisi”) i tessuti usurati, danneggiati o in eccesso, riciclando le parti riutilizzabili ed eliminando le scorie nocive. Oltre alla stimolazione dell’autolisi dei tessuti, il digiuno accelera la pulizia dei vasi sanguigni, delle cellule e dell’ambiente nel quale queste ultime nuotano (l’ambiente interstiziale). Il grasso nocivo, gli scarti chimici, i cristalli di acido urico e i residui del lavoro cellulare che provocano il sovraffaticamento sono digeriti dalle cellule alla ricerca di nutrimento e riciclati. Le tossine non riciclabili sono neutralizzate e in seguito eliminate.
Quindi durante il digiuno ogni cellula si auto-ripara. Dopo aver rotto le proprie strutture pericolanti, esse si ricostruiscono con materiali nuovi e sani ad un ritmo molto veloce. Se una cellula è troppo danneggiata o usurata per sopravvivere, secerne nel suo spazio interno degli enzimi distruttori, dandosi l’eutanasia. I suoi residui sono raccolti da cellule itineranti chiamate macrofagi. La cellula scomparsa è sostituita da una figlia, prodotta da altre cellule del tessuto, nel caso dei tessuti le cui cellule non si riproducono (esempio nel sistema nervoso) spetta alle cellule limitrofe effettuare il loro lavoro.
Il nostro organismo si riequilibra grazie alla sua capacità di adattamento al cambiamento (omeostasi), per cui i parametri biologici si mantengono a livelli costanti. Un esercito di cellule difende il nostro corpo contro i virus, le polveri, i prodotti chimici o i batteri. Queste cellule specializzate viaggiano attraverso il sangue ed eliminano gli agenti patogeni in tutti i tessuti dell’organismo. Siamo fatti per vivere sani, quindi il nostro corpo possiede i mezzi per guarirsi e difendersi – vis medicatrix naturae: i tessuti sono persi in ragione inversa alla loro utilità. E’ metabolizzato il glicogeno epatico, il tessuto adiposo, sono riassorbiti i tessuti anormali (cisti, tumori, ascessi, cellulite, edemi, trombi, ecc.). I centri nervosi non sono toccati. Bisogna digiunare in un clima di serenità, concedendosi del tempo per allontanarsi dalle preoccupazioni quotidiane e lasciare che il riposo incrementi le attività di riparazione. Più si sta a riposo e si dorme, più rapidi saranno i suoi effetti. Un organo in autolisi ha bisogno di un grande apporto di energia e la circolazione sanguigna vi aumenta; se si decidere di correre, ad esempio, la circolazione sanguigna sarà immediatamente canalizzata verso i muscoli delle gambe facendo cessare l’autolisi nell’organo in cui si stava svolgendo. Poiché l’organismo risparmia energie, la libido diminuisce e dunque le attività sessuali sono piuttosto rare durante il digiuno.
Quando digiunare…
Il digiuno può essere intrapreso in ogni momento dell’anno secondo le necessità. Se si avvertono dei disturbi è sempre meglio smettere di mangiare fino a che non ci si ristabilisce. Preoccuparsi delle malattie lievi al momento giusto evita che queste si trasformino in malattie più gravi.
Nelle malattie acute il sistema digestivo è inadatto a digerire cibo. La perdita di desiderio di cibo è uno dei primi sintomi di malattia acuta, la natura elimina il desiderio per il cibo quando questo non può essere utilizzato. Anche i bambini quando non si sentono bene rifiutano d’istinto il cibo. L’abitudine di far ingozzare le persone ammalate (bambini compresi) per paura che la mancanza di cibo non fornisca le energie necessarie al corpo, per debellare la malattia è causa di tante sofferenze inutili e di decessi che si potrebbero evitare. Anche nei casi di malattia cronica un digiuno condotto accuratamente permetterà all’organismo malato di espellere gli accumuli tossici che sono alla base del disturbo; un modo di vivere corretto permetterà successivamente all’individuo di costruirsi una salute eccellente.
Il digiuno può essere anche considerato come un esercizio di disintossicazione generale da praticare quando se ne ha voglia e tempo, anche in assenza di disturbi specifici.
Il digiuno preventivo ci permette di migliorare la qualità della vita e di prevenire la malattia o la degenerazione. Esso può durare alcuni giorni o qualche settimana, secondo il grado di tossiemia dell’organismo e lo scopo da raggiungere.
Il digiuno terapeutico, invece, serve a guarire l’organismo da una malattia già individuata; la maggior parte dei problemi di salute, affrontati prima che diventino irreversibili, possono essere risolti. Non dimentichiamo che la capacità di rigenerazione dell’organismo è straordinaria, e che alcune persone che si ritenevano malate incurabili hanno recuperato la piena salute digiunando. Anche in questo caso la durata varia a seconda dei casi e dura fino alla scomparsa dei sintomi. A volte è preferibile fare vari digiuni brevi piuttosto che uno lungo, sarà l’esperto in Igienismo – la Scienza della Salute a consigliare il miglior modo di proseguire la disintossicazione.
Senza pretendere di essere esaustivi, ecco una lista dei principali squilibri che il digiuno migliora:
• L’obesità e problemi associati: tasso elevato di colesterolo o di trigliceridi, diabete precoce, fegato grasso.
• I problemi ghiandolari: ipotiroidismo, problemi legati al sistema riproduttivo (mestruazioni dolorose, irregolari), al fegato (che è una ghiandola), ai surreni, alle paratiroidi e al pancreas.
• I problemi digestivi: costipazione, diverticoli, ulcere varie, cristallizzazioni.
• I problemi circolatori: arteriosclerosi, ipertensione, prevenzione dei coaguli, varici, problemi legati alla circolazione venosa, emicranie, sensazioni di freddo.
• I problemi del sangue: anemia, poliglobulia (eccesso di globuli rossi), squilibri vari nella composizione del sangue.
• La degenerazione dell’apparato locomotorio: artrite, reumatismi, miosite, artrosi, osteoporosi…
• I problemi legati al sistema difensivo: debolezza immunitaria, allergie, malattie dei gangli, artrite reumatoide, infezioni batteriche ricorrenti…
• Le malattie virali: mononucleosi, influenze, bronchiti, laringiti, vaginiti…
• Le malattie della pelle: acne, eczema, seborrea, iperacidità.
• Le malattie del sistema nervoso: insonnia, irritabilità, malattie degenerative allo stato precoce (sclerosi a placche), esaurimento.
• I problemi del metabolismo dei tessuti:cisti, tumori benigni, fibromi, infiammazioni, cancri precoci.
Se si tratta di malattie genetiche trasmesse per eredità il digiuno non può curare totalmente la malattia, ma può prevenire uno stato di debolezza ereditaria che non è inevitabile; si manifesta in un organo o un tessuto meno resistente, che è il primo a deteriorarsi quando l’organismo raggiunge un certo grado di tossiemia. Evitando questa soglia di tossiemia patogena, si evita la manifestazione della debolezza ereditaria.
Reazioni durante il digiuno…
Quando si inizia un digiuno quasi inevitabilmente si presentano degli sviluppi fisici (le cosiddette “scariche”, ovvero crisi di disintossicazione) che non devono allarmare, ma anzi rasserenare, in quando il nostro fisico ha ancora la forza vitale dell’auto-depurazione. Ad esempio la lingua diventa patinosa e si avverte un orribile sapore in bocca, l’alito ed il sudore in genere sono fetidi, le urine diventano più cariche e possono colorare di scuro, essere più dense ed emanare un cattivo odore (spesso si sente l’odore di farmaci assunti anche decine di anni prima), si inizia ad espellere catarro, può venire la febbre, i dolori articolari diffusi, e per chi è abituato a bere molti caffè, quasi sempre forte mal di testa, nei primi giorni.
Nonostante tali condizioni possono essere spiacevoli, esse rappresentano un processo purificatore così come lo è la perdita di peso. Naturalmente si manifesta e si accentua il disturbo già noto, ossia quello per cui si decide di digiunare (nel caso del digiuno terapeutico); poi vengono i disturbi legati a problemi di salute del passato. Tutti conservano nei tessuti postumi di traumi o di malattie passate. Digiunando, questi tessuti danneggiati si riparano; quando il danno è reversibile, la sua antichità non limita le nostre capacità di porvi rimedio. Il terzo disturbo che si potrebbe sperimentare è quello latente, ossia si potrebbe rivelare la presenza di un focolaio di infezione ancora sconosciuto che denota un disordine fisiologico che prima o poi si sarebbe comunque manifestato. Il disturbo segnala l’attività di autolisi.
Se un disturbo diventa intollerabile, si frena l’autolisi con succhi di frutta fresca o l’applicazione di calore, senza fare ricorso ad analgesici e calmanti, sempre raccomandando il riposo completo.
Dove digiunare…
Il primo digiuno deve essere fatto sotto controllo di un esperto professionale in Igienismo – la Scienza della Salute, affinché il partecipante comprenda le reazioni provocate dal digiuno, evitando allo stesso tempo di commettere errori. Si digiuna in un clima di riposo lontano dalle preoccupazioni quotidiane, dallo smog e dal caos cittadino, possibilmente lontano dai familiari (spesso causa del nostro disagio).
È preferibile che il luogo non sia troppo freddo visto che il digiuno diminuisce la resistenza al freddo.
Purtroppo in Italia oggi non esistono Centri Igienisti a cui ci si può rivolgere per ricevere un’assistenza adeguata. Alcuni Esperti Igienisti organizzano periodicamente dei periodi in cui è possibile praticare un digiuno disintossicante.
Controindicazioni…
I casi in cui il digiuno è da escludere tassativamente sono pochi. Il primo è la convinzione che il digiuno non servirà a guarire i disturbi accertati. Poi la carenza nutritiva reale, anche se assai rara nella nostra società, la “ paura ossessiva” è controindicazione assoluta, il diabete in caso di dipendenza da insulina, la gravidanza è controindicazione relativa, al massimo si possono praticare digiuni brevi. Ogni dipendenza farmaceutica profonda deve essere attentamente valutata; per digiunare, l’organismo deve essere autonomo, ovvero deve saper compiere da solo le funzioni essenziali alla sopravvivenza, senza medicine. L’esperto in Igienismo deve studiare ogni caso con attenzione, per giudicare l’idoneità del digiuno.
Preparazione al digiuno…
Nelle settimane che precedono il digiuno si consiglia di mangiare più frutta e verdura cruda per rifornire al massimo i tessuti di vitamine e minerali. Si abbandonano gli eccitanti come il caffè, il tè, lo zucchero bianco, il cioccolato, l’alcol, i condimenti, i cibi di origine animali se fanno parte della nostra alimentazione. A quel punto, il nostro metabolismo può tornare al suo ritmo naturale, anziché essere snervato dalla presenza di stimolanti. Si dovrebbe praticare una discesa alimentare che consiste nell’eliminare gradualmente i farinacei, le leguminose, i cibi di derivazione animale, fino a nutrirsi esclusivamente di frutta fresca nei due o tre giorni che precedono il digiuno.
La ripresa alimentare…
Alla fine del digiuno, ricominciare a mangiare è un vero piacere, ma bisogna procedere con molta cautela. La rialimentazione è la fase più delicata del digiuno, ed è anche quella che viene più sottovalutata. Gandhi diceva che anche gli sciocchi sanno digiunare, ma solo i saggi sanno ricominciare correttamente a mangiare dopo un lungo digiuno. La ripresa va fatta in modo lento per abituare gradualmente l’organismo al cibo. Una buona ripresa alimentare deve avere, come minimo, la stessa durata del digiuno intrapreso. Esso s’interrompe in genere con frutta fresca acida (possibilmente biologica) masticata e insalivata a lungo. Si possono poi reinserire ortaggi freschi crudi, in seguito quelli cotti leggermente a vapore fino ad arrivare ad aggiungere gradatamente i farinacei e i legumi.
Per restare disintossicati…
Dopo il digiuno, si è disintossicati e tali si vuole restare. È possibile prolungare questo stato di benessere adottando abitudini sane e semplici:
• Un’alimentazione sana, prevalentemente cruda (frutta, verdura, germogli);
• Un riposo regolare tutte le notti;
• Un esercizio fisico stimolante e nonviolento (camminare tutti giorni, il più possibile);
• L’assenza di sovraffaticamento;
• La rinuncia a: tabacco, alcol, caffè, droghe, medicine;
• Una filosofia di vita appagante;
• Brevi digiuni disintossicanti in primavera ed autunno.
tratto da “Il digiuno può salvarvi la vita” del dott. M.H.Shelton
27 maggio 2007
Se io mi faccio la banca?

Se le leggi, furbescamente promulgate per impedire l’accesso al paradiso dei banchieri, non rendessero l’impresa pressoché impraticabile, fondare una banca sarebbe la cosa più sicura e redditizia che mente umana possa partorire.
Infatti, con un piccolo investimento per la struttura fisica, qualche impiegato e un modesto gruzzolo di base, tutte cose che potrei permettermi accendendo un mutuo con una banca esistente, potrei cominciare subito ad erogare prestiti e mutui a mia volta per 50 volte il gruzzoletto iniziale. Poi mi basterebbero i depositi dei primi clienti per essere autorizzato a concedere altri prestiti e mutui, sempre per 50 volte gli importi dei depositi, e addirittura senza limiti per prestiti vincolati per almeno 2 anni. Cammin facendo, mietendo lauti ritorni con gli interessi sui prestiti, concessi senza avere in cassa che 1/50 di quanto prestato, di cui solo un’infima parte costituito dal mio gruzzolo iniziale, più tutte le “spese” che addebiterei sotto le più fantasiose dicture (commissioni di massimo scoperto, penalità per sconfinamenti, spese spedizioni contabili ed estratti conto, canoni di tenuta conto, ecc.), le rate del mio proprio mutuo per far fronte alle spese iniziali costituirebbero un passivo talmente irrisorio rispetto alle voci attive che me lo terrei soltanto per rallegrarmi ogni giorno della crescita esponenziale dei ricavi che quel debito di partenza mi ha procurato e continua a procurarmi. Partendo con € 200.000, ad esempio, dopo un solo annetto, potrei giostrare qualcosa come € 10 milioni! Niente male.
Ogni mattina, arrivato in banca, tra gli inchini dei clienti, che mi ossequiano come se il cliente fossi io, aprirei la finestra per godermi la visione del traffico caotico che ingolfa le vie cittadine: tutta gente che si affanna, si arrabatta e si indebita ogni giorno di più per permettere a me, e agli altri banchieri come me, di vivere da nababbi, senza i problemi di sopravvivenza che tormentano gli “altri”, eccezion fatta per i politici, che provvidenzialmente i banchieri che mi hanno preceduto hanno avuto l’accortezza di insediare al governo e di renderli ciechi, sordi e muti nei riguardi della nostra casta. Come? Dando loro la facoltà di distinguersi dal “popolo vile”, con una ridda di privilegi tali da non dover rivolgersi a noi per prestiti e mutui, da non dover affogare nel lavoro per non affogare nei debiti, e infine, dopo almeno 30 mesi di servizio con due bei paraocchi rispetto al sistema bancario, la prospettiva di una dorata pensione, a partire da qualsiasi età, esentasse come ogni loro altro emolumento durante il “servizio”. Unica contropartita: non disturbare il manovratore, ossia i Grandi Banchieri, che manovrano il mondo al loro servizio: il c.d. “servizio del debito”. Insomma, i politici li lasciamo liberi di discettare su tutto, tranne che su di noi. Possono persino lasciar trapelare cosa guadagnano, tanto la gente li rivota lo stesso; ma quello che guadagniamo noi supera ogni immaginazione e deve restare top secret: non vorremmo fare la fine di Luigi XVI e Maria Antonietta.
Devo proprio esser grato ai nostri Padri Fondatori, così preveggenti: pensate, già nel XVII secolo crearono dal nulla la Banca d’Inghilterra, dandole questo nome tanto per confondere le idee e farla credere di proprietà statale, così come fecero, oltre 2 secoli dopo, i loro discendenti con la Federal (!) Reserve americana e la Banca d’Italia. A proposito, peccato che questo nome l’abbiano già occupato; pensate se potessi fregiarmene per la mia banca, ancora piccola, ma “con ottime prospettive per il futuro” (come nella battuta di Renato Pozzetto, ma nel mio caso è la pura verità). Sì, sono ottimista e fiducioso, a differenza di tutti costoro che scorazzano davanti alla mia finestra per riuscire a portarmi il loro obolo entro l’orario di chiusura. Io spero che non se la cavino, così quello che mi han dato in pegno, che so, una casa, un terreno, insomma roba solida, me lo incamero io. E dire che io non gli ho dato altro che numeri su un computer! Questi sì che sono contratti equi e solidali: io ti do la mia parola e tu mi dai i tuoi averi! Del resto, oggi abbiamo superato i Padri: quelli, almeno una parte della moneta emessa l’avevano coperta da una riserva aurea e infatti vi stampavano sopra “pagabili a vista al portatore”; non solo, ma anche “la legge punisce i fabbricatori e gli spacciatori di biglietti falsi”. Oggi, più niente di tutto questo. Perché incriminarsi da soli? Qualcuno potrebbe saltar su e dire: ma i vostri biglietti sono falsi, visto che l’oro delle riserve ve lo siete quasi tutto venduto. La cosa migliore, quindi, è far sparire le banconote e ricorrere solo ad assegni, carte di credito, bonifici, ossia mere scritture contabili.
L’attuale governo è stato molto comprensivo a questo riguardo ed è sulla buona strada verso la sola moneta virtuale; del resto, i due maggiori responsabili della politica monetaria, Prodi e Padoa Schioppa, ci sono sempre stati vicini, se no mica sarebbero al governo. Anche l’opposizione, a dir vero, se ne sta buona e zitta. Solo la Lega è scossa a tratti da qualche fremito ribelle, come quella mozione del novembre scorso al Congresso Provinciale di Torino. (*) Non oso pensare a quanti voti prenderebbero, loro come qualunque altro partito, se mai rivelassero le nostre mene.
L’importante comunque è trovare sempre scopi nobili per mascherare fini meno confessabili: in questo caso basta etichettare la marcia verso la moneta virtuale come mezzo di lotta all’evasione fiscale. Del resto, non si ricorre anche all’idolo degli attuali governi, la democrazia, o alla lotta al terrorismo per giustificare una guerra (spacciandola per difesa), o alla sicurezza, ingigantendo i pericoli, per alzare le sanzioni a chi non si adegua? Democrazia, sicurezza e lotta all’evasione fiscale sono oggi le chiavi di accesso a qualunque sopruso.
L’importante è usare termini soft, e un minimo di bon ton, che diamine; e non, come m’è capitato l’altro giorno, che un cliente, a cui ho pignorato la casa per insolvenza, mi ha aggredito verbalmente ed è arrivato a darmi del truffatore. Impudente! Forse non sa che io, nel mio piccolo, mi attengo a quello che le banche centrali fanno nei confronti dei governi. E che, crede davvero lo screanzato che la BCE, come ho già accennato poc’anzi, risponda in solido dei miliardi di euro che “presta” agli Stati membri, come l’Italia? Mica siamo nell’Ottocento, è lo Stato che risponde in solido, ricevendo moneta fasulla e garantendo chi gliela cede coi Titoli di Stato, ossia con le tasse che impone ai suoi cittadini, trasformandoli in contribuenti, proprio per pagare gli interessi maturati negli anni (il c.d. debito pubblico, che dal nostro punto di vista è un credito privato). Le tasse, mica servono solo per finanziare le opere pubbliche: il grosso serve per pagare gli interessi alla banca centrale. E quelle commerciali, come la mia, fanno né più né meno la stessa cosa coi loro clienti. Insomma. la banca centrale vive dei debiti dello Stato e noi di quelli dei cittadini.
E infatti sto distribuendo ai miei correntisti un depliant (vedi sotto) che è un inno all’indebitamento. Non lo chiamo così, però: suona male. Oggi si chiama “credito personale” o “credito al consumo”. E la carta che lo rispecchia, visto che quella “classica” si chiama di credito, non mi resta che definirla con un nome inglese: carta “revolving”. Questo, anche per avvicinarci un po’ alla via tracciata già da tempo negli States e negli altri Paesi europei. E che, vogliamo sempre essere i terroni d’Europa? Nossignore, e infatti ci stiamo, anzi, si stanno (io mica faccio parte del branco) rapidamente allineando ai Paesi più evoluti, con una media di debito di € 12.000 e una durata di 4 anni. Il nostro obiettivo è di renderli tutti nostri debitori per durate in continua crescita. Tanto a noi non costa più neanche la stampa di carta moneta: una carta (continuiamo a chiamarla così, ma è di plastica vile) di credito o “revolving” dura almeno 3 anni, e può macinare megliaia di euro!
In confidenza, però, sotto sotto, se alzo gli occhi dal mio orticello e vedo una nazione di debitori, qualcosa mi dice che non sia proprio un bene: gli States, che tutti imitiamo, a furia di vivere di prestiti sono sull’orlo della bancarotta. Leggo su un sito americano di finanza che gli americani hanno stipendi sempre più bassi, eppure le domande di prestiti crescono: ci si aspettava una crescita di $ 3 milioni in febbraio contro i $ 5,6 milioni reali; e addirittura $ 13,5 milioni, contro i $ 4 milioni previsti per marzo. Visto l’andazzo, le società di carte di credito hanno fatto varare leggi draconiane contro le insolvenze, equiparate d’ora in poi alle bancarotte.
Forse anche questo è il nostro, anzi il vostro, destino, ma io per ora mi godo i privilegi che ho: carpe diem, dicevano i Romani. E’ vero, sono finiti male; ma, alla lunga, tutti hanno momenti di gloria e poi tramontano; dobbiamo saper godere di ciò che si ha, senza pensare troppo al futuro. Beh, è ora che torni al lavoro, il mio quarto d’ora di orgasmo quotidiano è finito, c’è già una fila di gente in attesa di prestiti, devo scaldare il computer…
Bankus Rottier
Pansa: non sono più di sinistra

Stanno cominciando tutti i non politici a tirarsi fuori da questo "gioco al massacro" della politica. Iniziano i grandi giornalisti :Pansa, un intellettuale di sinistra, mette le mani avanti. E gli altri?
ROMA — Sinistra, addio. «In Italia la sinistra non c'è più. È finita. Non lo dico io, lo dicono loro. Ci sono dieci sinistre, come riconosce lo stesso Fassino. Sta franando il Palazzo: viene giù tutto quanto, e li seppellirà. La Seconda Repubblica è morta. Comincia la Terza». Giampaolo Pansa non ha mai risparmiato critiche a quella che considerava la sua metà del campo. Ma lo faceva, appunto, da uomo di sinistra. «Ora non ci credo più. Non parlo più di sinistra e di destra perché sono categorie superate. Capisco i giovani, che non si riconoscono in un linguaggio antico. Se dovessi misurarli con le vecchie regole, allora direi che è di sinistra Montezemolo ed è di destra Bertinotti. Destra estrema, destra conservatrice». «In passato ho creduto in Prodi. Ora ho perso anche l'ultima illusione, e non per colpa sua. Prodi guida una coalizione spappolata. La sua presunta alleanza è un baraccone. Conosco le fatiche del Professore per arrivare in fondo a ogni giornata fatta di liti, ribellioni, piccoli ricatti: una lotta che piegherebbe dieci Maciste. Prodi oggi è prigioniero di una banda di folli. Un Gulliver legato da migliaia di lillipuziani. Non scommetterei uno stipendio sul fatto che arrivi al 2011».
IL CUOCO E IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA - Non è delle vicende personali che parla Pansa, gli attacchi e le solidarietà negate dopo essere stato costretto a interrompere le presentazioni dell'ultimo libro, La grande bugia. Di questo scriverà nel prossimo saggio, atteso per l'autunno. È l'attualità politica a indurre Pansa a questo passo. «Ho molta stima del direttore di Repubblica, ma non sono d'accordo con il suo ultimo editoriale. Ezio Mauro pensa che la politica e la sinistra possano ancora autoriformarsi. Io no. Né mi pare che il Partito democratico potrà indurmi a cambiare idea. Vedo che il mio Piemonte, la patria della sinistra italiana, la terra dove sono nati o si sono formati Gobetti, Gramsci, Togliatti, Terracini, Bobbio, è ora rappresentato da Carlin Petrini. Non da Chiamparino, uno dei rari politici seri, forse l'unico che possa presentarsi ai cancelli di Mirafiori senza essere subissato di fischi. Al suo posto ecco Carlin, che già il cuoco rivale Vissani indica come ministro dell'Agricoltura. Mi diranno che sono qualunquista. Mi viene da rispondere: evviva il qualunquismo. Evviva l'antipolitica. La politica italiana si è coperta di discredito con le sue stesse mani. Ha fabbricato la propria rovina».
ENTRAMBI I BLOCCHI SONO ALLO SFACELO - Pansa non crede che la via d'uscita possa essere il ritorno di Berlusconi. «Entrambi i blocchi sono in sfacelo. Il centrodestra non è messo meglio, e i risultati delle amministrative di oggi non cambieranno nulla. Quando sento Berlusconi indicare come capo del centrodestra italiano una ragazza come la Brambilla, l'istinto è di chiamare gli infermieri, che lo portino via. No, la destra no». Ad Antonello Piroso di La7 Pansa aveva detto di non voler più votare. «Ma mi riconoscerei in un governo di centro democratico — aggiunge ora —. Un sistema in cui, se suonano al campanello alle 4 di mattina, penso sia il lattaio molto in anticipo e non la polizia che mi viene a cercare». Allude a Visco? «Ma no. Non ho alcun timore: le tasse le pago tutte. Però ha ragione Cesare Salvi, quando dice al Corriere che il caso Visco è grave. O ha mentito il comandante della guardia di finanza, e allora dev'essere radiato dalle forze armate; o ha mentito Visco. E allora deve dimettersi»
MI ISCRIVEREI AL PARTITO DI MONTEZEMOLO - Sul Bestiario, uscito venerdì scorso sull'Espresso, Pansa ha avuto parole di speranza su Luca di Montezemolo. «Non sono tipo da folgorazioni. Ogni volta che lo vedo mi viene in mente la vecchia battuta di Fortebraccio: "Arriva Agnelli, scortato da Luca Cordero di Montezemolo, che non è un incrociatore". Però il suo discorso all'assemblea di Confindustria l'ho seguito per intero e mi è piaciuto. Il Bestiario l'avevo scritto prima; sono stato contento di aver trovato conferme. La crisi del sistema, il costo impazzito della politica, i mille impedimenti burocratici che avviluppano la vita dei cittadini: condivido. E non mi è dispiaciuto neppure il titolo che Sansonetti ha fatto su Liberazione: "Montez", come un conquistador. Magari! Se Montezemolo fondasse un suo partito, mi iscriverei subito. Sarebbe la prima tessera che prendo in vita mia. E penso proprio che "Montez" voglia scendere in politica, anche lui giura il contrario. Ma i vecchi partiti lo ammazzeranno. Tireranno fuori di tutto per usarlo contro di lui. Gli metteranno non i bastoni, ma le spade tra le ruote. Non lo lasceranno campare, né a destra né a sinistra». «Certo, l'ideale sarebbe che uno dei due blocchi, più facilmente il centrodestra, riconoscesse in Montezemolo il leader. E che Berlusconi si facesse da parte, o Prodi cercasse un'alleanza al centro. Ma le prime reazioni non lasciano presagire nulla di buono. Prodi ha commesso un errore clamoroso. Avrebbe dovuto fare propria la critica alla politica e ai suoi costi. Invece se n'è uscito con un sussiegoso "si commenta da solo". Ma come si fa! Da juventino, mi sono chiesto per tutta la stagione perché Deschamps non facesse giocare Bojinov, un fuoriclasse. Allo stesso modo mi chiedo: perché Mario Monti deve occuparsi solo dei convegni alla Bocconi? Non sarebbe un ottimo ministro dell'Economia? E Mario Draghi, deve fare tutta la vita il governatore della Banca d'Italia, o non potrebbe spendersi come premier di un governo? Purtroppo la vecchia politica, e anche le tante vecchie sinistre, sono pronte a tutto, pur di difendere il proprio potere residuo. Per proteggere la loro stessa agonia».
UN ADDIO ALLA SINISTRA NON DOLOROSO - È un addio, quello di Pansa alla sinistra, che si immagina doloroso, sofferto. «Invece sono tranquillissimo. Questi sono gli scabri pensieri di un signore che a ottobre compirà settantadue anni. Faccio il giornalista da quasi mezzo secolo, dall'età di ventun anni sono sempre andato a votare, e ho sempre votato o a sinistra o per il centrosinistra. A volte penso che sono troppo anziano e capita anche a me di cominciare ad avere idee che non condivido. Però, se devo fidarmi delle reazioni di cui mi accorgo quando dico le mie cosacce, siamo davvero in tanti, e anche molto più giovani di me, a pensarla nello stesso modo».
Aldo Cazzullo
24 maggio 2007
UNA CONNESSIONE internet senza fili da record

UNA CONNESSIONE internet senza fili in grado di trasmettere a 300 chilometri di distanza, senza ripetitori intermedi. E' un record mondiale, ed è un record tutto italiano. Merito del Laboratorio Ixem del Politecnico di Torino che, sotto la guida del professor Daniele Trinchero, ha creato un sistema di comunicazione wireless potentissimo, utilizzando vecchi computer 386 (quasi antiquariato informatico) e Linux. Le prestazioni sono eccezionali, in grado di far impallidire non solo i normali sistemi WiFi, che hanno un raggio di copertura di 220 metri, ma anche il nuovissimo WiMax. Che raggiunge i 40 Km.
Il progetto nasce dall'idea di partecipare a una competizione internazionale tra laboratori di ricerca finalizzata alla progettazione e realizzazione del collegamento wireless in grado di mettere in comunicazione due punti ubicati alla distanza maggiore. "E' una sorta di gara autogestita fra le università e i laboratori attrezzati per lo studio e la progettazione degli impianti wireless", spiega il porfessore Daniele Trinchero, capo del progetto. "Non c'è una giuria che valuta il nostro lavoro o che dia dei punteggi".
Ma è già possibile stabilire il vincitore. Il miglior risultato ottenuto fino ad ora è stato un collegamento tra Cipro e Libano che copre 200 kilometri e offre un'ampiezza di banda (la velocità con cui si trasferiscono i dati) di 4 megabit al secondo. Niente in confronto a quanto ottenuto dal Politecnico. "Abbiamo collegato Capanna Margherita, il rifugio più alto d'Europa, a 4556 m di altezza, con Pian Cavallaro, sull'Appennino Tosco-Emiliano, a 295 chilometri di distanza - dice Trinchero - offrendo una velocità stabile di 20 megabit al secondo. La rete di collegamento è stata da subito utilizzata per rendere disponibile la connettività internet a banda larga agli ospiti del Rifugio e per l'installazione di una webcam che ogni 15 secondi trasmette immagini ad alta risoluzione sul sito web del laboratorio iXem del Politecnico di Torino. E questa estate puntiamo a trasmettere anche a 340 chilometri".
Il progetto, nonostante l'alto livello tecnico, è stato realizzato con pochissimi fondi. "Quello che ci interessava - spiega Trinchero - era dimostrare cosa era possibile fare utilizzando tecnologia cosidetta povera". Il progetto è tutto stato autofinanziato all'interno del mio laboratorio. Si dice tanto che la ricerca non ha fondi, e quindi noi, per una volta, i fondi ce li siamo inventati. Tutto il sistema è stato creato con l'idea del basso costo in mente. Siamo convinti che per battere il digital divide, ovvero i ritardi di sviluppo economico dei paesi con un basso sviluppo informatico, l'unico modo sia usare tecnologie a costi contenuti. Soprattutto nell'ambito delle comunicazioni. Che dovrebbero essere per definizione 'di massa', ovvero alla portata di tutti".
Il risultato, quindi, è un sistema wireless su misura per i paesi del terzo mondo. "Siamo attivi da anni sul fronte della lotta contro il digital divide e lo sviluppo di tecnologia a basso costo per l'informatizzazione del territorio. I risultati ottenuti aprono interessanti scenari di applicazione per la riduzione del divario digitale tra i paesi industrializzati e i paesi del terzo mondo. Nei paesi occidentali non si pone il problema di trasmettere a così grande distanza. Esistono delle reti di trasmissioni dati via cavo che svolgono ottimamente il lavoro. Ma in molti Stati dell'Africa e del Sud America, i 20mila euro a chilometro necessari per costruire reti del genere non sono una spesa sostenibile. La nostra soluzione, invece, ha un costo molto contenuto. Abbiamo attrezzato dei vecchi computer dismessi con schede di trasmissione e li abbiamo fatti girare con una versione "ad hoc" di Linux, scaricabile gratuitamente. Lavorano con potenza bassissima (-2 dBm), trascurabile rispetto a quella di un comune telefono cellulare, nel pieno rispetto della normativa nazionale ed internazionale. Li abbiamo collegati a delle antenne direzionali e siamo riusciti a spedire a 300 km di distanza non solo internet, ma anche servizi di telefonia Voip e di videoconferenze".
Il record mondiale, insomma, è stato realizzato con un'attrezzatura che reputeremmo antiquata per le nostre case. Un risultato straordinario, che mette in luce la capacità della ricerca degli atenei italiani e la sua capacità di collaborare con il territorio. "Il progetto non si sarebbe potuto realizzare senza l'entusiasmo e la preparazione del laboratorio e dei miei collaboratori Riccardo Stefanelli, Alessandro Galardini e Enrico Guariso. Ma abbiamo avuto molta disponibilità anche dalle comunità locali - spiega Trinchero. E abbiamo potuto contare perfino sull'Austria, che ci ha permesso di installare una stazione di ricezione anche a Sankt Anton am Arlberg, in Tirolo. Al gruppo di ricerca ha aderito anche il Ministero delle Comunicazioni, che ci ha seguito in tutte le fasi, e la Andrew, che è la più importante azienda al mondo nella fabbricazione di antenne. Ci ha messo a disposizione tutto il materiale del magazzino. Per il nostro laboratorio è stato quasi un sogno".
(24 maggio 2007)Repubblica.it
21 maggio 2007
Il costo della disoccupazione
Tra i costi dell’economia, quello della disoccupazione è il più drammatico. Ogni disoccupato costa non solo perché è a carico della collettività, ma anche perché la sua produzione potenziale è persa. Quando la disoccupazione è di massa, come nel caso attuale dei paesi dell’EU, essa diventa il principale costo dell’economia. Se vogliamo innestare la ripresa economica, risanare i bilanci ecc., questo costo deve essere assolutamente rimosso.
Nel 1945, sul finire della Seconda Guerra Mondiale, uno dei principali collaboratori di Roosevelt, Henry Wallace, elaborò un calcolo della ricchezza persa a causa della disoccupazione. Il risultato fece una tale impressione che sotto il suo impatto pubblico fu varata la Legge per la Piena occupazione che il Congresso varò nel 1946. Wallace era stato ministro dell’Agricoltura e del Commercio di Roosevelt, di cui si apprestava a raccogliere l’eredità politica e la Presidenza, ma la corrente avversaria nel Partito Democratico impose Truman e le cose presero un’altra piega.
Tenace sostenitore della teoria economica di Alexander Hamilton e del suo Rapporto sulle Manifatture, Wallace pubblicò un libro intitolato “60 Million Jobs”, che rilanciava l’obiettivo delineato da Roosevelt di creare 60 milioni di posti di lavoro nel dopoguerra proseguendo nel ruolo dirigistico dello stato inaugurato con il New Deal e proseguito con la mobilitazione bellica.
In quel libro Wallace calcolò e illustrò con un grafico il dato secondo cui la disoccupazione seguita alla Grande Crisi del 1929 aveva provocato agli Stati Uniti la perdita di 350 miliardi di dollari, equivalenti a due volte l’intera produzione del 1942.
Questo è il grafico con cui Henry Wallace illustrò la perdita di ricchezza subita dall’economia americana a causa della Grande Depressione. Il fondo della depressione si toccò nel 1932, con oltre 10 milioni di disoccupati. Dal 1933, anno di partenza del New Deal, la curva dell’occupazione risale decisamente, fino a oltrepassare nel 1942 la soglia della piena occupazione e della forza lavoro impiegabile. E’ un paradosso che si spiega con la mobilitazione bellica che coinvolse le donne e gli anziani normalmente non considerati come parte della forza lavoro.
Per fare questo calcolo, Wallace aveva preso come punto di riferimento la piena occupazione raggiunta nel 1940 e addirittura superata durante la mobilitazione bellica. Il ragionamento di Wallace era elementare: volendo mantenere la piena occupazione nel dopoguerra dobbiamo garantire posti di lavoro al 55% della popolazione, percentuale raggiunta prima del 1929. Da qui, la cifra di 60 milioni di posti di lavoro da raggiungere nel 1950. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro avrebbe dovuta essere creata nelle manifatture, l’unico settore in grado di generarne altri, e i bisogni del mercato interno avrebbero avuto la priorità. In Italia oggi abbiamo una disoccupazione di massa e un mercato interno sottosviluppato (specialmente nel Mezzogiorno). Tra i costi inutili che gravano sull’economia, dunque, quello dell’occupazione è tra i maggiori, se non il maggiore. Ma come fare a quantificarlo?
Poiché le cifre ufficiali sulla disoccupazione e sulla forza lavoro non dicono il vero, è difficile fare calcoli precisi. Il massimo tasso di occupazione storico fu raggiunto dall’Italia in anni ben lontani, nel 1959; esso fu comunque basso, il 41%, e non può essere preso come dato di riferimento (allora scontavamo ancora gli effetti demografici della guerra e dell’emigrazione). Abbiamo allora fatto ricorso a dei modelli esterni per sviluppare alcuni scenari pedagogici, che danno un’idea delle dimensioni del problema senza avere la pretesa di costituire dei modelli matematicamente esatti.
Abbiamo scelto gli esempi francese e tedesco, simili tra di loro, che all’inizio degli anni novanta presentavano tassi di occupazione tra il 54 e il 56%, quindi sostanzialmente identici a quello calcolato da Wallace per l’economia USA del 1945-50, e abbiamo sviluppato un primo scenario applicando quel tasso alla popolazione italiana; abbiamo poi preso il dato svizzero dello stesso periodo, che è sensibilmente superiore (67%), e l’abbiamo adottato come ipotesi di massima. Il risultato è visibile nelle figure 2-5.
La figura 2 mostra le curve della popolazione, della forza lavoro secondo la quota di Wallace (55%), della forza lavoro “ufficiale” e dell’occupazione. Si nota il grande divario tra la forza lavoro ufficiale e quella stabilita dalla quota di Wallace.
Si obietterà che stabilire una quota del 55, o del 67%, sia irrealistico perché bisogna tenere conto della piramide demografica che oggi in Italia fa sì che la popolazione in età da lavoro sia appena 38 milioni. La forza lavoro impiegabile sarebbe inferiore a quella cifra, perché si deve tener conto delle persone impossibilitate a lavorare, ad esempio chi svolge il servizio di leva (o quello civile), le casalinghe e i malati.
Inoltre, nel caso italiano c’è il fenomeno del “sommerso”, che assorbirebbe una quota consistente della forza lavoro impiegabile ma non registrata ufficialmente. Un’altra quota è rappresentata dai “baby pensionati”. Entrambe pesano sull’erario, la prima in termini di tasse non pagate, la seconda per le uscite.
Considerato ciò, va detto che i deficit di forza lavoro sono storicamente riempiti dall’immigrazione, come è avvenuto nei casi tedesco e svizzero che abbiamo preso come modelli pedagogici.
Nelle figure 3 e 4 è illustrata graficamente la ricchezza perduta a causa della disoccupazione in Italia dal 1950 al 2000. La curva in basso è sempre la stessa e mostra l’andamento del PIL; quella in alto, invece, mostra la somma del PIL ufficiale più la quota del PIL perso occupando una forza lavoro nelle proporzioni calcolate da Wallace (modello franco-tedesco, figura 3); e nel caso in cui l’Italia avesse potuto sviluppare un modello “svizzero” impiegando una forza lavoro equivalente al 67% della popolazione (figura 4).



Abbiamo estrapolato il PIL medio prodotto da un membro della forza lavoro dal 1950 al 2000, calcolato in prezzi attuali in modo che le cifre diano un’idea concreta, e lo abbiamo moltiplicato per il numero di anni-lavoro perduti in ognuno dei due scenari. Sottolineamo che questi calcoli sono semplicemente indicativi, anche perché le cifre del PIL sono gonfiate. Il risultato è illustrato nella figura 5.
Volendo prendere in considerazione solo il decennio appena trascorso, 1990-1999, i calcoli ci dicono che nel modello franco-tedesco applicato all’Italia, sono andati persi 4.768 miliardi di Euro, una cifra pari a quattro volte l’intero debito pubblico del 2000; nell’ipotesi del modello svizzero, sarebbero stati addirittura persi 7.769 miliardi di Euro, una cifra equivalente a quasi l’intero PIL decennale e con cui si potrebbe costruire una linea a levitazione magnetica che copra l’intera rete ferroviaria di Stati Uniti, Italia, Germania, Francia, Spagna, Svizzera e Gran Bretagna!
Si tratta, lo ripetiamo, di un esercizio dell’immaginazione, ma serve a farci riflettere.
05 maggio 2007
Mangia che ti passa

E’ una filosofia e come tale si occupa dello studio di vari aspetti della vita umana: comportamento, pensiero, respirazione, esercizio fisico, rapporti, abitudini, usi e costumi, cultura, idee e coscienza, ecc.
L’alimentazione moderna si sta allontanando sempre di più dalla reale necessità del nostro corpo inteso come fabbisogno nutrizionale (e non solo) portando la salute pubblica ad un punto critico con una crescente incidenza di malattie.
Cibi raffinati, ricchi di conservanti, additivi, coloranti, grassi, zuccheri, non sono certo quello di cui l’organismo ha bisogno. Le previsioni affermano che nei prossimi anni avremo un’ incidenza aumentata di malattie neoplastiche, degenerative e autoimmuni come l’ alzheimer e la sclerosi multipla.
Anche le cardiopatie, le allergie, i reumatismi, le artriti, il diabete, le disfunzioni sessuali e i disturbi mentali sono in aumento, in parte correlate ad una alimentazione scorretta e dannosa.
Cambiare abitudini alimentari è possibile ma è necessaria la consapevolezza di voler cambiare.
Questa è la strada da seguire per il miglioramento della salute fisica e mentale, per aggiungere vita ai nostri anni e per fermare la spirale di declino e degenerazione della società moderna. Il successo di tutto ha origine nella cucina di ogni casa e da chi si prende cura della preparazione del cibo quotidiano.
12 aprile 2007
E=mc2 non è stata scoperta da Einstein ma da un italiano

MILANO - L'equazione della relatività di Einstein non sarebbe, in realtà, di Albert Einstein, bensì di un matematico autodidatta italiano, Olinto De Pretto. La sconcertante rivelazione arriva dal serissimo giornale inglese “Guardian” che già otto anni fa aveva raccontato la genesi della celebre formula della relatività (il tempo e il movimento sono relativi alla posizione dell’osservatore, se la velocità della luce è costante), altrimenti conosciuta come E=mc2 (l’energia è uguale al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce) e che nell'edizione di martedì scorso ha riproposto la controversa questione circa la primogenitura dell’equazione forse più famosa al mondo.
Stando a quanto si racconta, il 23 novembre del 1903 l'italiano De Pretto, un industriale di Vicenza con la passione per la matematica, avrebbe pubblicato sulla rivista scientifica Atte un articolo dal titolo “Ipotesi dell’etere nella vita dell’Universo”, in cui sosteneva che “la materia di un corpo contiene una quantità di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse alla medesima velocità delle singole particelle”. Insomma, la celebre E=mc2 spiegata parola per parola, anche se De Pretto non mise la formula in relazione con il concetto di relatività, ma con la vita dell’universo.
Secondo la ricostruzione fatta dal professor Umberto Bartocci, docente di Storia della matematica all’Università di Perugia, questo difetto nell’impostazione di De Pretto sarebbe stato il motivo per cui inizialmente il significato dell’equazione non venne capito. Solo successivamente, nel 1905, lo studioso svizzero Michele Besso avrebbe avvisato Albert Einstein del lavoro svolto due anni prima da De Pretto e delle conclusioni alle quali era arrivato, che il geniale fisico e matematico avrebbe poi fatto sue, senza tuttavia attribuire alcun merito all’italiano.
Questa, ovviamente, è la tesi di Bartocci, alla quale il professore ha dedicato pure un libro, pubblicato nel 1999 da Andromeda: Albert Einstein e Olindo De Pretto – La vera storia della formula più famosa del mondo, dove viene appunto spiegata la teoria della “contaminazione einsteiniana” ad opera di De Pretto, morto nel 1921. «De Pretto non scoprì la relatività – ha riconosciuto Bartocci – però non ci sono dubbi sul fatto che sia stato il primo ad usare l’equazione e questo è molto significativo. Sono anche convinto che Einstein usò le ricerche di De Pretto, sebbene questo sia impossibile da dimostrare». Nel corso degli anni ci sono poi state altre polemiche circa i contributi scientifici che avrebbero permesso ad Einstein di scoprire e rendere pubblica la rivoluzionaria formula nel 1905 e fra questi, particolarmente importanti si dice siano state le ricerche del tedesco David Hilbert.
Sembra, però, impossibile porre fine alla controversia e nemmeno Edmund Robertson, professore di matematica dell’Università di St.Andrew, è riuscito nell’intento: «Una grande parte della matematica moderna è stata creata da gente a cui nessuno ha mai dato credito, come ad esempio gli Arabi – ha raccontato Robertson al Guardian - Einstein può avere preso l’idea da qualcuno, ma le idee stesse arrivano da ogni parte. De Pretto merita sicuramente credito per gli studi che ha svolto e il contributo che ha dato, se queste cose si possono provare. Ma ciò non toglie, comunque, che la genialità di Einstein resti indiscutibile». Il dubbio persiste, le polemiche pure, la sola certezza è proprio quell’equazione E=mc2, di cui tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare.
Simona Marchetti
09 aprile 2007
Un dipendente che non lavora bene ha più privilegi...solo in Italia

Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età. Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.
Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite. Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese. Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.
Viva il cumulo
Veltroni e Negri non sono episodi isolati. Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi). E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese. Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura. O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati. Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare.
Riforma? Solo per gli altri
E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni". Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore.
Ma una cosa balza evidente sfogliando i riservatissimi regolamenti pensionistici: i sacrifici previdenziali non sembrano riguardare i parlamentari. Le regole che si sono date stanno lì a dimostrarlo. Per i deputati è in vigore un regolamento approvato con una riforma dall'Ufficio di presidenza nel luglio del 1997. Recita che gli onorevoli il cui mandato parlamentare sia iniziato successivamente alla XIII legislatura del 1996 conseguono il diritto alla pensione al raggiungimento dei 65 anni. L'unico vincolo è quello della contribuzione: devono essere stati fatti versamenti per almeno cinque anni, quelli di una legislatura piena. Così, almeno per l'età pensionabile, gli onorevoli sembrano allineati al resto della cittadinanza. Ma si tratta di un'illusione. Fissato il limite ecco gli sconti. Sì alla pensione a 65 anni ma, attenzione, l'età minima per il vitalizio scende di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni. Ma non è finita. Una gran parte dei deputati risulta eletta prima del 1996. Per loro resta valida la normativa in vigore prima della riforma. E cosa stabilisce questa normativa? Che si ha diritto al vitalizio all'età di 60 anni, riducibili a 50 utilizzando tutti gli anni di mandato accumulati oltre i cinque minimi richiesti. Morale della favola? Con oltre tre legislature, per esempio 20 anni di contributi, si può andare in pensione addirittura sotto i 50 anni.
Ancora più generosi si rivelano i senatori: sotto la spinta delle critiche degli anni Novanta, anche a Palazzo Madama hanno varato una riforma previdenziale con la quale gli eletti a partire dalla XIV legislatura del 2001 hanno diritto alla pensione solo a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni. Ma si tratta di pura apparenza. Fatta la norma, cominciano le deroghe. Anzitutto, per coloro che hanno conquistato lo scranno prima del 2001, per i quali il privilegio antico di riscuotere il vitalizio a 60 anni con una legislatura, a 55 con due e addirittura a 50 anni dopo tre mandati resta immutato. Ma un trucchetto c'è anche per gli eletti del 2001: quelli che avranno collezionato un secondo mandato potranno anch'essi scendere a 60 anni. Insomma, chi la dura la vince.
Io la preferisco baby
Fine delle facilitazioni? Macché. Il comune cittadino può andare attualmente in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età. Se lo scalone di Maroni non sarà toccato dal governo Prodi, dal prossimo anno ci vorranno addirittura 60 anni. Deputati e senatori potranno invece affrontare la vecchiaia con il conforto di ricche pensioni-baby. Secondo i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama il diritto al vitalizio si acquisisce versando le quote contributive (attualmente 1.006 euro mensili) per almeno cinque anni di mandato. Davvero una bella differenza con i 20 anni di contributi minimi richiesti ai cittadini per la pensione di vecchiaia. E non basta. I parlamentari hanno voluto annullare anche gli effetti dell'instabilità politica che in Italia, si sa, porta sovente alla chiusura anticipata delle legislature. Come? Decidendo all'unisono che in questi malaugurati casi 2 anni e sei mesi di effettivo incarico sono sufficienti per il diritto alla pensione. Basta pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti. E senza nemmeno affannarsi con i versamenti: agli onorevoli parlamentari è infatti permesso di saldare anche a 'fine mandato e in 60 rate'. Più facile di così!
Rivalutazione automatica
Acquisito il diritto, si passa all'incasso. Naturalmente, sfruttando un altro privilegio legato al metodo di calcolo del vitalizio. A partire dal 1996, con la riforma Dini, i lavoratori italiani hanno dovuto dire addio al vantaggioso metodo retributivo, che ancorava la pensione ai livelli di stipendio della parte finale della carriera, per soggiacere ai rigori del contributivo, in base al quale l'ammontare della pensione è legato al valore dei versamenti effettuati nell'arco dell'intera carriera. Ancora una volta, deputati e senatori fanno eccezione. Come viene calcolato il loro vitalizio? Sulla base dell'indennità lorda (12 mila 434 euro) e degli anni di contribuzione. A ciascun anno è legata una percentuale: per cinque anni di mandato si ha diritto al 25 per cento dell'indennità (pari a 3 mila 109 euro lordi di vitalizio); per 10 al 38 per cento (pari a 4 mila 725 euro); per 20 al 68 per cento (8 mila 455 euro); fino ad arrivare all'80 per cento dell'indennità per i 30 anni e oltre (9 mila 947 euro). Con una ulteriore blindatura della base di calcolo: la cosiddetta 'clausola d'oro' grazie alla quale il vitalizio si rivaluta automaticamente essendo legato all'importo dell'indennità del parlamentare ancora in servizio.
Niente male davvero, soprattutto se si vanno a vedere le cifre versate dai parlamentari per riscuotere la pensione. Prendiamo il caso di un deputato cessato dal mandato nell'aprile 2006 ed eletto per la prima volta nel '94. Il suo mandato effettivo è di 12 anni, essendosi la XII legislatura ('94-'96) chiusasi anticipatamente dopo appena due. Ma sommando i contributi versati per riscattare i 3 anni mancanti (36 mila euro) a quelli regolarmente pagati durante il mandato (128 mila euro), l'onorevole neopensionato alla fine avrà versato complessivamente circa 164 mila euro per 15 anni di contribuzione. Un 'sacrificio' che gli consente di incassare oggi un assegno mensile di 6 mila 590 euro lordi. Con quali altri vantaggi? Nell'ipotesi che abbia oggi 57 anni e che viva fino a 87, come ipotizzato dall'onorevole Rutelli, questo deputato incasserà alla fine 2 milioni 372 mila euro a fronte dei 164 mila versati. Un giochino che farà rimettere alla Camera ben 2 milioni 200 mila euro. E per un solo deputato. Dove porterà l'andazzo? Montecitorio (dati 2006) ha in carico 2005 pensionati (reversibilità comprese): gli costano 127 milioni di euro a fronte dei 9 milioni 400 mila di entrate relative ai contributi versati dai deputati in carica. Altrettanto critica è la situazione al Senato che con le sue 1.297 pensioni spende ogni anno quasi 60 milioni a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate ricavate dai versamenti dei senatori in servizio. Un'autentica voragine con un 'buco' nel 2006 pari a 174 milioni di euro. Fino a quanto reggerà il sistema? "Noi nemmeno ci poniamo il problema", spiega un funzionario del Senato. Ci pensa lo Stato a ripianare ogni anno il disavanzo.
Qualcuno che si scandalizza per queste storture c'è anche in Parlamento. E magari, come il diessino Cesare Salvi, autore con Massimo Villone del bestseller 'Il costo della democrazia', invoca pure un intervento legislativo per allineare i parlamentari al resto dei cittadini: "Basta con questi scandalosi trattamenti di favore", dice, "ci vuole il contributivo per tutti".
Governo con vitalizio Anche il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, di Rifondazione, chiede una riforma: "Sarebbe bello se con un atto unilaterale la politica scegliesse la strada di un ridimensionamento dei propri privilegi". Che ci pensi magari il governo, con la prossima 'lenzuolata' riformatrice? C'è da sperarlo, anche se proprio nei ranghi dell'esecutivo si annida un robusto, nuovo drappello di privilegiati: quello dei parlamentari eletti nello scorso aprile, come Roberto Pinza, imbarcati nel secondo governo Prodi e costretti a dimettersi per gli accordi presi dai partiti della maggioranza. Curioso e fortunato destino, il loro. Fossero restati deputati o senatori non avrebbero potuto riscuotere il vitalizio; come ex, invece, nonostante incassino anche indennità e stipendi proprio in quanto viceministri e sottosegretari "non parlamentari" (198 e 192 mila euro l'anno rispettivamente) possono tranquillamente intascare anche la pensione. In tutto sono 2 viceministri e 18 sottosegretari. Altri tre casi tra i tanti: Ugo Intini, vice di Massimo D'Alema agli Esteri, che oltre alla 'paga' spettantegli come membro dell'esecutivo, prende un vitalizio di 8 mila 455 euro lordi; Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia che incassa 4.725 euro e Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico, Rifondazione comunista, che a 56 anni riscuote anche una pensione di 6 mila 600 euro lordi al mese.
26 marzo 2007
Le banche: la loro storia.
L’uso di conservare in luogo sicuro i propri risparmi e di ricorrere ad altri per ricevere denaro a prestito, nei momenti di necessità, è antichissimo. Nell’antica Grecia i cittadini solevano affidare i propri averi nientemeno che ai sacerdoti i quali li conservavano nelle tranquille solide mura dei templi, certi che anche nei momenti di maggiore pericolo, nei duri tempi delle invasioni straniere, quei piccoli o grandi risparmi sarebbero stati rispettati, come erano rispettati gli stessi Dei. In epoche più progredite, però, e dopo alcune penose esperienze dovute alla mancanza di rispetto dei luoghi sacri da parte dei nemici vincitori, si sentì la necessità di trovare alcuni privati cittadini che si occupassero non solo di conservare o prestare danaro, ma anche, e principalmente, di effettuare scambi tra monete di paesi esteri.
Sorsero così i primi antenati degli odierni banchieri: uomini attivi e di provata onestà che avevano le loro rudimentali botteghe accanto ai grandi porti o, più semplicemente, che nei giorni di mercato esercitavano le loro funzioni nella pubblica piazza. Dette persone erano chiamate «trapezisti» e, almeno alle origini, erano per la massima parte stranieri, venuti schiavi in Grecia, che avevano acquistato la libertà a costo di molte e dure fatiche.
Coloro che dovevano intraprendere un viaggio si fidavano talmente di questi rudimentali banchieri, da affidare loro talvolta anche l’inero proprio patrimonio, sicuri come erano che, l’avrebbero ritrovato non solo intatto, ma aumentato degli interessi maturati nel periodo della loro assenza.
I banchieri romani, venivano chiamati «argentarii», o «nummularii»; e avevano botteghe proprie in tutti i quartieri della capitale e spesso anche succursali sparse un po’ ovunque per il vasto impero. Nessun commerciante, uomo d’affari, piccolo o grande proprietario, infatti, nei tempi dell’antica Roma pensava di poter tenere il denaro al sicuro in casa; tutti sapevano che, solo dando i propri capitali ai banchieri, ne avrebbero potuto ricavare un buon interesse. Quando un Romano doveva pagare somme rilevanti, poi, aveva l’abitudine di portare dal proprio banchiere di fiducia il cliente e tramite il banchiere effettuava pagamenti ed affari d’ogni genere.
Nel Foro, sotto gli archi dei templi di Giano e di Castore, sorgevano, in età imperiale, vere e proprie banche; e tanto era considerata la professione dei banchieri, che ben presto si sentì la necessità di porre l’intera categoria sotto l’alta protezione d’una divinità: fu scelto non si sa bene per quale misteriosa ragione, il dio Mercurio, l’alato nume che tutelava contemporaneamente i ladri ed i bambini.
Nel Medio Evo, prima ancora che sorgessero i primi grandi banchieri che per secoli legarono il loro nome alla storia di re e nazioni, esistevano molti «campsores», ossia cambisti: vale a dire funzionari che si occupavano di cambiare rapidamente i tipi di moneta in uso in un determinato paese, con quelli in corso altrove: veri antenati dei moderni cambiavalute, preziosissimi per rendere più agevoli e semplici i commerci ed i rapporti tra stato e stato.
Più tardi, con il nome di «campsor» si indicò anche il banchiere vero e proprio; mentre il nome «banca» deriva certamente dai banchi o tavoli sui quali i «campsores» posavano il denaro necessario per svolgere la loro attività. Banchi coperti di panno verde, sui quali facevano spicco le borse ben ricolme ed i registri con i nomi dei vari clienti.
L’attività di quei banchieri, però, era in parte limitata dalle leggi della Chiesa, per la quale chi prestava denaro, chiedendo interessi, era considerato peccatore. Gli imperatori Costantino, Teodosio, Valentiniano, Arcadio, però, a poco a poco, con disposizioni sempre più liberali, resero legale «l’usura» (così si chiamava l’interesse); e quando si giunse al XII secolo non esisteva in Europa banchiere che non facesse dell’usura la propria principale fonte di guadagno.
I primi banchieri genovesi, pisani, veneziani, fiorentini che appunto nel XII e nel XIII secolo iniziarono la loro attività, portando le loro sedi sin nella lontana Inghilterra, in Francia, in Spagna, si dedicarono tutti indistintamente al traffico del danaro; ossia dell’usura. Ma ben presto le loro pretese divennero eccessive, gli interessi richiesti parvero addirittura passibili di pena, e, nel 1291, il re Filippo IV espulse dalla Francia, i banchieri italiani; nel 1240 Eduardo III li cacciò dall’Inghilterra, ove poterono far ritorno solo dieci anni dopo, sotto l’egidia del pontefice; per essere, però, nuovamente espulsi dopo poco tempo.
I banchieri fiorentini, tra gli altri, quelli che maggiormente si distinsero per abilità, intraprendenza, capacità organizzativa. Le grandi famiglie di commercianti, quali i Bardi, i Peruzzi, gli stessi Medici, costituirono vere e proprie società familiari, riunendo il capitale posseduto da ogni membro fino a formare colossali aziende, che divennero, nel volgere di pochi decenni, arbitre della storia; non solo commerciale ma spesso anche politica di mezza Europa. Avevano succursali in tutta l’Europa, in Africa, in Asia Minore: sovvenzionavano guerre, lotte tra famiglie rivali, commerci in grande stile con i più lontani paesi dell’Oriente.
Quando, nel secolo XIV, per la ben nota vicenda, il re d’Inghilterra rifiutò di pagare ai banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi la favolosa somma di 1 milione e 365.000 fiorini d’oro che doveva loro, nel crollo che seguì l’aspra contesa furono travolte infinite altre compagnie fiorentine: quelle degli Acciaiuoli, dei Corsini, dei Bonacorsi e via dicendo; ma tanto ricca e tanto industriosa era in quel tempo la gente toscana, che nel volgere di pochi anni la città si risollevò dal crollo pauroso e i suoi abili banchieri ripresero il loro posto di preminenza nel mondo.
La compagnia di Lorenzo e Giuliano dei Medici fu costituita nel 1461, con un capitale di 12.000 fiorini d’oro. Nel 1475 furono in grado di prestare ad Edoardo IV d’Inghilterra ben 30.000 fiorini d’oro e divennero, poi, banchieri e sovvenzionatori dell’arciduca d’Austria e del duca di Borgogna.
Nel secolo XV un po’ ovunque, per tutta l’Italia, fiorirono ricche e stimate compagnie bancarie: a Venezia il famoso Banco Soranza, seguito da quello di «Casa Priuli», e dal Banco Pisani, per non citare che i maggiori. A Genova ricordiamo il grande Banco di San Giorgio; a Milano quello di Sant’Ambrogio sorto nel 1593; a Napoli il «Banco di Napoli», il più antico istituto di credito d’Europa, e, in seguito, i diversi «Monti» (Monte di pietà, di Sant’Egidio, dello Spirito Santo, dei Poveri) sorti come opere di carità per venire incontro alle necessità degli strati più poveri della popolazione partenopea, dopo la cacciata degli Ebrei ad opera di Pietro da Toledo nel 1540: Ebrei che, malgrado i loro difetti, arrecavano tanti vantaggi a tutti i cittadini.
Nel secolo XVII sorse a Siena il «Monte dei Paschi»; mentre nel secolo XIX si costituirono molte banche che ancor oggi prosperano in Italia: le «Banche Popolari» create a cominciare dal 1864; la «Banca Commerciale Italiana» nel 1894.
E ora una curiosità: volete sapere quando ebbero origini le cambiali, «croce e delizia» dei nostri tempi? Secondo l’opinione più corrente le «lettere di cambio» o «cambiali» furono un’invenzione italiana del Medioevo, allo scopo di rendere più facile ed agevole la circolazione del danaro. La più antica cambiale che si conosca risale al lontano 1207 e in essa così si legge: «Nell’anno 1207 Simone Rubens banchiere dichiara di aver ricevuto L.34 in danari di Genova, con 32 danari di quali, Simone Rubens, fratello di lui, deve dare in Palermo 8 marchi di buon argento a colui che presenterà questa carta».
Il primo protesto noto, invece, risale al 1384 e venne elevato da un notaio genovese contro un tal Antonius Laurentius. Ma prima di lui e, principalmente, dopo di lui quanti non onorarono il pagamento di una cambiale?
Paolo Rota