16 maggio 2008

Mangiare poco: benessere fisico ed economico


Tutti, o quasi, vorremmo vivere di più. Come fare? C’è un sistema abbastanza semplice e funziona, già oggi (senza aspettare che gli scienziati trovino i geni dell’invecchiamento e il modo di farli esprimere al nostro organismo).

Basta mangiare poco.

Ma perché chi mangia poco vive di più? Questo fino a poco tempo fa non si sapeva. Adesso c’è qualche idea in più. Sembra che c’entrino l’ormone della crescita e l’insulina. Vediamo perché. Ricercatori dell’Università del Sud dell’Illinois — il lavoro è pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences — hanno studiato topi normali e topi cui era stato «spento» con l’ingegneria genetica il recettore per l’ormone della crescita (è la proteina cui si lega l’ormone della crescita, ormone che esercita le sue funzioni sulle cellule proprio grazie a questo recettore).

Metà degli animali veniva tenuta a dieta, l’altra metà aveva cibo a volontà. Gli animali normali a dieta sono vissuti di più di quelli che mangiavano liberamente. Fin qui niente di nuovo. Gli animali senza recettori per l’ormone della crescita vivevano a lungo, con o senza dieta, ma mai di più degli animali normali a dieta.

Vuole dire che:

1) ridurre le calorie della dieta è come tirare via il gene per il recettore dell’ormone della crescita;

2) le due cose insieme—poche calorie e non avere il recettore per l’ormone della crescita — non allungano la vita ancora di più. Questi esperimenti dimostrano che la vita degli animali (e non c’è ragione che non sia così per l’uomo) si può allungare un po’—del 30% circa —ma probabilmente non di più. Chi mangia tanto — uomini e topi — diventa resistente all’azione dell’insulina (è l’ormone che serve a utilizzare gli zuccheri che prendiamo con gli alimenti). Così l’organismo non utilizza bene gli zuccheri e c’è obesità, pressione alta, diabete e poi ci si ammala di cuore. I ricercatori dell’Illinois hanno documentato molto bene che i topi normali che mangiavano a volontà erano resistenti all’azione dell’insulina e questo si corregge bene con la dieta.

Anche l’ormone della crescita induce resistenza all’insulina. Spegnere il recettore corregge il difetto, tanto è vero che i topi senza recettori per l’ormone della crescita avevano comunque una buona sensibilità all’azione dell’insulina, con la dieta certamente, ma anche se li si lasciava liberi di mangiare quanto volevano. Studiare l’ormone della crescita e la resistenza all’insulina è quasi certamente un modo per capire di più dei meccanismi dell’invecchiamento, e persino per provare a fare un farmaco che possa allungare la vita (pillola della longevità o del buon invecchiamento). Ma ci sarà, un giorno o l’altro, un farmaco così?

È molto probabile. Costerà anni di lavoro e centinaia di milioni di dollari (o di euro), e quando arriverà sarà pubblicizzato come il farmaco dell’immortalità. E davvero allungherà la nostra vita? Forse, un po’. Proprio come succede adesso se uno mangia di meno. Qualche anno fa il professor Sirchia, allora ministro, aveva suggerito che i ristoranti riducessero le porzioni. Fu polemica, e si capisce. Ma è proprio così che si deve fare se si vuole vivere un po’ di più, al ristorante e — per chi ci va poco o mai — a casa.

Giuseppe Remuzzi

14 maggio 2008

L'acqua fonte vitale


Per ottenere un chilogrammo di lana pronta per la vendita servono circa 1.000 litri d’acqua.
Anche le esigenze civili però non scherzano: 120-160 litri per riempire una vasca da bagno, 80-100 litri per un lavaggio in lavatrice, 30 litri per una doccia.
Ma quanta acqua abbiamo ancora a disposizione?
E come viene gestita questa risorsa nel nostro Paese?

Una delle prime azioni che compiamo, la mattina, è aprire il rubinetto dell’acqua per lavarci. Una delle prime azioni che compiono milioni d’africani – negli stessi istanti – è camminare per alcuni chilometri per recarsi al pozzo e riempire una tanica d’acqua.
Già questa differenza ci aiuta a comprendere che il problema “acqua” non è ugualmente avvertito nel pianeta: per altri ancora – pensiamo agli abitanti di New Orleans – la stessa parola è quasi sinonimo di terrore.
Il “pianeta acqua” è un universo composito: piacere e dolore lo attraversano, secondo le situazioni e il nostro atteggiamento nei suoi confronti. Come trattiamo “sorella acqua”?
Ad essere onesti, non troppo bene: fiumi e canali – un tempo vie di comunicazione e fornitori d’alimenti – giacciono abbandonati alle periferie delle città; accanto, frequentemente, sorgono i campi nomadi e tutto ciò che la nostra società non considera degno d’esser osservato: rifiuti, carcasse d’auto abbandonate, scheletri di lavatrici. “Fratello fiume” non ha compiuto un ingresso trionfale nella modernità: al pari dei Rom, scorre silenzioso e quasi rifiutato dalle popolazioni. Per gli amministratori pubblici spesso è una “grana” perché occorre spendere soldi per gli argini, per le opere di canalizzazione, per la depurazione.
Eppure, silenziosamente, “fratello fiume” porta acqua alle nostre case e si porta via tutti i nostri rifiuti, fino a depositarli in mare. Forse, un po’ di riconoscenza non guasterebbe.

Quanta ne resta?
Per ottenere un chilogrammo di lana pronta per la vendita servono circa 1.000 litri d’acqua: gli usi industriali come questo ingoiano enormi quantità del prezioso liquido. Anche le esigenze civili però non scherzano: 120-160 litri per riempire una vasca da bagno, 80-100 litri per un lavaggio in lavatrice, 30 litri per una doccia.
Spesso dimentichiamo che anche l’insalata che serviamo in tavola esisterebbe, senza irrigazione, in quantità sensibilmente minore: ce ne accorgiamo quando una prolungata siccità causa repentini aumenti del prezzo degli ortaggi.
Eppure, come afferma il proverbio – “passata la festa, gabbato lo Santo” – appena il periodo di siccità termina ci scordiamo di tutto e dirigiamo la nostra attenzione su eventi che riteniamo più importanti: dalle crisi di governo al calcio mercato. Ci dimentichiamo che stiamo sottovalutando il liquido che compone il nostro corpo per il 90% circa e che è alla base di tutte le attività umane: dall’impasto di una pizza all’irrigazione di un campo di meloni.
Viene allora spontaneo chiedersi: quanta acqua abbiamo? Sulla carta tanta, un mare d’acqua, ma proprio qui iniziano le distinzioni. Mari ed oceani contengono il 96,5% dell’acqua del pianeta. L’acqua dolce (escluso il vapore acqueo) rappresenta il 2,5% delle risorse idriche di Gaia: sembrerebbe tanta – viste le dimensioni degli oceani – ma abbiamo fatto i conti senza l’oste.
Il 70% dell’acqua dolce è contenuta nelle calotte polari e nei ghiacciai permanenti, mentre poco meno del 30% riposa nelle falde acquifere a grande profondità; viene spontaneo chiedersi: e l’acqua che scende dal mio rubinetto?
L’acqua che usiamo sta tutta in quel “poco meno” del 30%: la quantità d’acqua dolce che circola nel “ciclo dell’acqua” – ossia evapora dal mare, cade sotto forma di precipitazioni e torna al mare scorrendo nei fiumi – è circa lo 0,3% dell’acqua dolce presente nel pianeta. Considerando la totalità delle riserve idriche (dolce + salata), l’acqua effettivamente utilizzabile dall’uomo è lo 0,008% del totale.

Cresce la domanda, diminuisce l’offerta
Per molti secoli l’uomo non si è preoccupato un gran che di fiumi e laghi: erano lì da sempre.
I nostri antenati potevano permettersi quel lusso perché interagivano ma non modificavano il ciclo dell’acqua, sia per quantità che per qualità dell’acqua.
Il gran mutamento avvenne con la rivoluzione industriale: industria (metallurgia e tessile) e agricoltura estensiva necessitano di quantità d’acqua enormi. L’inurbamento richiede la concentrazione di grandi masse d’acqua in pochi punti, e quindi la creazione di complessi sistemi di distribuzione.
Su questi problemi, sta cadendo la classica tegola: il mutamento climatico, che sconvolge la tradizionale piovosità di molte aree.
Le alterazioni generate dal mutamento climatico sono complesse: con molta approssimazione, possiamo affermare che la piovosità tende ad aumentare nelle aree settentrionali ed a diminuire man mano che si scende verso i Tropici e le aree equatoriali. L’Italia, per venire a noi, è oramai compresa in toto nell’area di diminuzione delle precipitazioni.
Nel mese di gennaio del 2007, il direttore della Protezione Civile, Bertolaso, ha dichiarato: «Dobbiamo abituarci a situazioni estreme. Temo che gli scenari dei prossimi mesi siano chiari: passaggi repentini da una situazione climatica all'altra». Come non ricordare l’estate del 2003?

Italia a secco
Soltanto poche settimane or sono, il presidente dell'ANBI – l'Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni –, Massimo Gargano, affermava: «È necessario varare subito un piano per gli invasi». Cosa significa? Che dobbiamo prendere coscienza del problema ed attrezzarci per affrontarlo costruendo nuovi bacini.
Qualcuno potrà ribattere che gli invasi in alta montagna già esistono, ma dimentica che quella non è tecnicamente acqua, bensì energia potenziale nell’attesa di trasformarsi in energia elettrica. In altre parole, il rilascio d’acqua dai bacini può essere necessario per gli usi irrigui ma non – nello stesso periodo – per quelli energetici: ecco la duplicità dell’acqua, prezioso liquido ed energia idroelettrica.
«Un vero e proprio tracollo per l'agricoltura italiana» – è l'allarme lanciato dalla CIA, Confederazione Italiana degli Agricoltori – «incombe lo spettro del 2003 quando, proprio a causa della siccità, si persero circa 5 miliardi di euro».

Tre semplici chiuse
Il dimenticato “pianeta acqua” è dunque composito ed insostituibile: dalla tazza di tè alla centrale idroelettrica, dal pomodoro alla tintura dei tessuti. Cosa possiamo fare?
Precisiamo che – a parte tanta aria fritta – non si sta facendo nulla. Allora, cosa si potrebbe fare?
I grandi laghi prealpini hanno dei livelli minimi e massimi: secondo il Limno – la Banca dati dei laghi italiani – il Lago Maggiore ha addirittura un’escursione di circa 3,2 metri dal livello di massimo invaso al minimo, quello di Como di circa un metro e pressappoco 2 metri il Garda.
In primavera, i laghi raggiungono alti livelli con le piene primaverili e lo scioglimento delle nevi, ma tutta quell’acqua se ne va con il finire della primavera, e in estate – quando servirebbe – sono già ai livelli minimi.
Basterebbero tre chiuse, tre sole chiuse che permettessero di mantenere i laghi agli alti livelli primaverili, per rilasciare poi lentamente l’acqua durante l’estate e utilizzarla per gli usi irrigui.
Costo? Pochi milioni di euro. Non miliardi come il Ponte sullo Stretto di Messina.
Quanta acqua si riuscirebbe a trattenere in quel modo? Circa 1 miliardo e mezzo di metri cubi d’acqua. A quanto ammonta la portata del Po nella stagione di magra? Secondo il Consorzio Navigare sul Po, a circa 420 m3/s: con quell’acqua sarebbe possibile raddoppiare la portata del Po per un periodo pari a circa 41 giorni, ossia proprio nei momenti più acuti della siccità.
Dalla gestione delle risorse idriche, quindi, dobbiamo passare a quella del sistema acqua: sembra un cavillo, ma è una distinzione profonda e di merito.

La gestione delle acque dolci
In Italia, non esiste il concetto di gestione delle acque dolci: nei paesi dell’Europa Centrale, le merci viaggiano per il 30% su fiumi e canali, da noi meno dell’1%. Il “pianeta acqua” incrocia anche il mondo del trasporto, e dove lo fa i risparmi sono evidenti: in Germania il passaggio delle merci dalla produzione alla distribuzione costa circa il 2% in meno che in Italia, proprio l’aggravio che comprende il trasporto. L’UE, nel suo libro bianco La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte ricordava che il bacino del Po è sotto-utilizzato per le sue potenzialità di trasporto, ed era disposta a finanziare fino al 50% della fase di progetto e fino al 10% delle opere per rendere navigabile il Po, dal Delta a Piacenza con diramazione verso Milano. I costi? Il Consorzio Navigare sul Po li stimò nel 2000 in circa 400 miliardi di vecchie lire: circa 200 milioni di euro che, con il contributo europeo, si sarebbero ridotti probabilmente a 100.
Qualcuno ne ha sentito parlare? Si è fatto qualcosa?
Purtroppo, manca in Italia una visione politica che sia vicina alle necessità del Paese, che guardi alla soluzione dei problemi senza verificare, prima, se “tangenziale” fa rima con “tangente”.
Sorella acqua è d’animo gentile e ci sta mandando innumerevoli segnali: la stiamo sottovalutando, ingiuriando, violentando. Non sia mai che passi ai fatti.

ACTIMEL: dietro l'etichetta


L’intestino umano è un ecosistema unico, ed il marchio di garanzia di qualsiasi ecosistema sano è la presenza di una grande diversità di microorganismi. Se siete schiavi delle bevande probiotiche (cosiddette salubri) potrebbe darsi che stiate procedendo verso l’instaurarsi di uno squilibrio dietetico poco salubre.

Quasi il settanta per cento del nostro sistema immunitario risiede nell’intestino. Le nostre viscere hanno anche un sistema nervoso – il sistema nervoso enterico – che è altrettanto complesso del sistema nervoso centrale (cioè il cervello e le innervazioni spinali) ed influenza in modo altrettanto importante la salute mentale e la sfera emozionale. Perciò mantenere il vostro intestino in buona salute è molto importante. Per farlo bisogna che vi sia un buon equilibrio nella presenza di batteri buoni e cattivi che sono propri dell’intestino umano. Di solito in un sistema digerente sano i batteri “buoni” superano quelli cattivi; e quando sono attivi aiutano anche a trasformare gli acidi organici in zuccheri, abbassano il colesterolo, sintetizzano le vitamine, suddividono gli enzimi, le proteine e le fibre presenti nel cibo ed aumentano le difese immunitarie.

E’ chiaramente dimostrato che mangiare yogurt fresco – che contiene benefici microorganismi vivi – è una sana abitudine che può migliorare il sistema immunitario. Tale evidenza, in merito ai prodotti pseudo farmaceutici come ad esempio Actimel – lanciato sul mercato come “alimento funzionale” – è meno chiara.

Un recente studio effettuato dalla “Reading University” ha scoperto che metà delle bevande probiotiche, degli yogurt e di altri prodotti analoghi, ad un’attenta analisi non erano conformi ai sei criteri fondamentali per determinare la buona qualità dei prodotti, cioè secondo i parametri che definiscono gli alimenti sicuri e assumibili dagli esseri umani. Devono essere freschi e in grado di sopravvivere ai succhi gastrici per poter raggiungere l’intestino in quantità tale da avere effetto; che esistano prove cliniche, sulla base di test scientifici, che ne affermino i benefici effetti sulla salute; la loro composizione sia chiaramente specificata; che l’etichetta sia chiara; che abbiano una durata effettiva che ne garantisca i benefìci sino alla data di scadenza.

Alcuni prodotti, incluso Actimel della Danone, sono ritenuti “soddisfacenti” – il che significa che contengono organismi vivi che sono in grado di raggiungere l’intestino. Nonostante ciò, si sa poco in merito ai benefici che può portare a lungo termine o qualsiasi altro effetto cui può portare l’assumere ogni giorno queste bevande dolci in nome della salute.


Una delle ragioni nasce dal fatto che le bevande probiotiche sono abbastanza nuove; dodici anni fa questo mercato non esisteva. Oggi nel Regno Unito, quello che va sotto il nome di “mercato delle bevande salutari” – che comprende drink probiotici ed altri che abbassano il livello del colesterolo – ha raggiunto ora i 227 milioni di sterline e nello scorso anno si è incrementato di uno stupefacente 65% . Più di 830 milioni di bottigliette sono state vendute negli scorsi 12 mesi, e questo equivale a 14 bottiglie per ciascun cittadino inglese.

Di queste, oltre un milione di bottigliette di Actimel Danone vengono acquistate ogni giorno. In Inghilterra la vendita dell’Actimel rappresenta ora il 49 per cento dell’intero mercato delle bevande probiotiche, il che significa il doppio rispetto a qualsiasi altra marca.

Coppe di benessere?

La legge sulle etichette da applicare ai cibi dice che i fabbricanti non sono obbligati a specificare quanti “batteri positivi” hanno usato o quanti organismi assumerete per ciascuna porzione. Per essere salubre, un alimento probiotico dovrebbe contenere 10 millioni - preferibilmente 10 miliardi – di batteri vivi. Mentre Actimel precisa di che cosa è fatto il contenuto – prodotto della Danone a base di L. casei imunitass (marchio registrato) – non dice nulla in merito al numero di batteri vivi presenti. E difatti, l’etichetta è più pubblicitaria che informativa e suggerisce ai genitori di aggiungere una bottiglietta di Actimel nel cestino della colazione dei loro figli per “proteggerli” ed aiutare le loro difese naturali.

Mentre alcuni brevi studi hanno dimostrato che un supplemento di L.casei imunitass può aiutare a prevenire la diarrea nei bambini in fase di sviluppo, e può – al massimo in piccola misura – dare un momentaneo supporto al sistema immunitario, non vi sono studi in merito a questo e ad altri drink del genere, che dicano cosa accade a lungo termine.

Qualsiasi possa essere il beneficio che può derivare dall’assunzione di Actimel esso viene quasi cancellato dal fatto che in esso è presente anche una notevole quantità di zuccheri. Ogni bottiglia da 100 gr contiene 13 gr. di zucchero liquido. Guardando questo dato in prospettiva, un recente studio effettuato dall’OMS, afferma che, per gli adulti, un consumo giornaliero di zucchero, allo stato puro o presente nei cibi, non dovrebbe superare i 48 gr , 12 cucchiaini da te. I dietisti affermano che la quantità dovrebbe essere inferiore, circa 10 cucchiaini da te e cioè 40 gr. Partendo da questa base, una bottiglietta di Actimel fornirebbe da un quarto ad un terzo della quantità massima di zucchero assumbile ogni giorno.

Mentre è assodato che le bevande probiotiche come questa non rientrano nell’ambito dei cancerogeni, neurotossici o nei produttori di tossine ( a meno che non siano dolcificati con zuccheri artificiali) non è tuttavia dimostrato se l’assumerli porterà qualche effettivo giovamento, specialmente per coloro che seguono una vera dieta per la loro salute.

Cibare l’intestino

La mancanza di varietà nella nostra dieta significa la perdità della varietà dei nostri batteri intestinali. Tutti quelli che vengono definiti “fermenti buoni” dell’intestino devono essere nutriti quotidianamente affinché ogni batterio che muore e viene espulso sia regolarmente rimpiazzato. Perché ciò si verifichi, noi, idealmente, dobbiamo includere circa 40 gr (circa 1 oncia e ½) di vari carboidrati solidi, spesso indicati come ‘prebiotici’, nella nostra dieta quotidiana. Senza il loro cibo preferito, molti dei batteri buoni presenti nell’intestino possono velocemente morire, con la conseguenza di diminuire le difese e influire negativamente su altre funzioni del corpo.

I prebiotici si trovano nella maggior parte della frutta fresca, nella verdura e nei cereali integrali – banane, carciofi, cicoria e frumento ne sono particolarmente ricchi. Più includerete questi elementi nella vostra dieta, più aumenterete, in modo naturale, la presenza di una salubre diversità di batteri buoni nel vostro intestino ed avrete meno necessità di assumere un supplemento speciale di elementi probiotici che altro non farebbero se non creare una sovra abbondanza di un solo tipo di batteri.

Ingredienti

Yogurt, Latte scremato: Ingredienti base. Sono entrambi pastorizzati, cosa che distrugge gli elementi nutritivi e muta la struttura delle proteine del latte (specialmente della caseina) trasformandole in qualcosa che il vostro corpo non è preparato a digerire. Ciò elimina virtualmente i batteri buoni che sono naturalmente presenti nel latte e nello yogurt.

Zucchero liquido: Dolcificante. L’etichetta non spiega se questo è sciroppo di fruttosio o sciroppo di glucosio. Il primo è devastante per la salute, aumenta il colesterolo, rende più difficile il controllo del peso, altera l’equilibrio del magnesio, aumenta la resistenza all’insulina e causa l’aumento della pressione.

Destrosio: Dolcificante. Viene anche chiamato glucosio. Uno zucchero che provoca l’immediato rialzo della glicemia portando ad un eccessiva produzione di insulina, un calo degli zuccheri del sangue, un senso di fatica e di depressione. Il destrosio deriva dal grano di frumento, da tenere presente se avete un’intolleranza per il frumento.

Amido di Tapioca modificato: Addensante, stabilizzante. Questo addensante buono per qualunque scopo deriva dalle radici della Cassava o della Yucca, lo si trova sia nelle bevande e negli yogurt come negli adesivi, negli esplosivi, nei prodotti di carta e nel finissaggio dei tessuti. Non è una sostanza presente in natura e non aggiunge principi nutritivi né si conoscono i suoi effetti sulla salute.

L. Casei Imunitass: Sostanza probiotica. Da studi fatti si è appreso che combatte la diarrea dei bambini e (in parte) i disturbi provocati da batteri quali l'E. coli. Nelle persone, studi non ufficiali dimostrano che ha un blando effetto rinforzante sulle funzioni immunitarie.

Insaporitori: Aggiungono gusto. Insaporitori significa profumi, aromi. Questi derivano da elementi petrolchimici e contengono le stesse neurotossine, cancerogene ed allergogene che si trovano nei profumi.

Titolo originale: "Behind the Label: Actimel"
DI PAT THOMAS
The Ecologist

13 maggio 2008

La musica cura i pazienti colpiti da ictus



Secondo uno studio svolto in Finlandia, la musica fa bene al cervello perché aiuta le persone colpite da ictus a recuperare più in fretta. Secondo i ricercatori, le persone che hanno ascoltato musica per alcune ore ogni giorno, hanno migliorato più rapidamente la loro memoria verbale rispetto a pazienti che non hanno ascoltato musica né audiolibri.

La terapia della musica è stata sempre utilizzata in una grande varietà di trattamenti, ma lo studio pubblicato nella rivista Brain è il primo che dimostra chiaramente gli effetti della musica sulle persone.

Secondo i ricercatori, queste scoperte dimostrano per la prima volta che ascoltare musica durante lo stadio di ripresa da un ictus, può aumentare le possibilità di recupero cognitivo ed evitare uno stato d’animo negativo.

L’ictus, che si verifica quando l’afflusso del sangue al cervello subisce un arresto, causa la distruzione dei tessuti del cervello e rappresenta una delle cause principali a livello mondiale di morte oltre che di disabilità permanente. Tra le cure vi sono i farmaci in grado di far diluire il sangue e i tentativi di abbassare il livello di colesterolo.

Lo studio ha osservato 60 persone colpite di recente da ictus all’arteria cerebrale media nella parte destra o sinistra del cervello. Questo tipo di ictus è quello più comune e influisce sulle capacità motorie, linguistiche e su molte altre funzioni cognitive.

Una parte delle persone sottoposte a osservazione ascoltava ogni giorno la sua musica preferita o utilizzava audiolibri mentre l’altro gruppo non ascoltava alcun tipo di musica.

Tre mesi dopo essere stati colpiti da ictus, in coloro che avevano ascoltato la musica si poté osservare un miglioramento del 60% nella memoria verbale rispetto a un 18% in coloro che avevano usato gli audio libri e il 29% in quelli che invece non avevano ascoltato nulla.

Inoltre, nel 17% di coloro che avevano ascoltato la musica, fu evidente un miglioramento nella capacità di concentrazione, come conferma Teppo Sarkamo, psicologo presso la Cognitive Brain Research Unit dell’Università di Helsinki, responsabile dell’esperimento.

Secondo lui non sarebbe possibile affermare con esattezza ciò che accade nel cervello ma sulla base delle ricerche precedenti e della teoria, si può affermare che la musica può aiutare a riattivare quelle zone del cervello che sono state danneggiate e questo mostra come la musica possa rappresentare un ulteriore trattamento, oltre tutto molto non dispendioso, per curare le persone colpite da ictus.


MICHAEL KAHN - Reuters

11 maggio 2008

OGM: scacco ("matto") alle contaminazioni?


È uno dei rischi più temuti delle coltivazioni di piante transgeniche: la possibilità di contaminazioni, anche accidentali, dei raccolti normali. Ma, invece di preoccuparsi di come contenere alla base il fenomeno, alcuni ricercatori dell'Università di Hangzhou propongono un altro tipo di soluzione: usare un erbicida per eliminare le piante ogm dalle coltivazioni tradizionali. Il team cinese ha infatti pensato di rendere le piante di riso gm sensibili al benzatone, un diserbante al quale le piante normali sono invece naturalmente resistenti. In questo modo, dicono gli scienziati, si potrebbe eliminare facilmente l'eventuale riso modificato dai campi tradizionali, che già vengono trattati con benzatone per distruggere le erbe infestanti.
Esperimenti pericolosi

CHE SOLUZIONE ORIGINALE...
Peccato che l'eventuale contaminazione non si limita alla stessa specie, ma può avvenire anche tra specie diverse, che ereditano caratteristiche genetiche estranee con risultati imprevedibili. Fatto chiaramente dimostrato da una ricerca che il governo britannico ha condotto nel 2005. E poi, se la soluzione sono i diserbanti, man mano sarà necessario utilizzare sostanze nuove e più potenti. E poi (ancora), non sono decenni che ci si batte per ridurre l'uso di pesticidi e diserbanti, che hanno un provato impatto negativo sull'ambiente? E non era anche per questo che l'industria giustificava gli ogm?
fonte:focus.it

09 maggio 2008

Quando l'olio non sa di olio


Li hanno bloccati sul più bello. L'olio extra vergine pugliese, "quello tinto con la clorofilla... che è veleno ed è pure cancerogeno", ridevano per telefono, stava per sbarcare negli Stati Uniti. I container pronti, gli acquirenti già trovati: sono arrivati i carabinieri e hanno sequestrato tutto. Intanto però avevano già invaso i piccoli market di Milano e provincia. Ma anche molti negozi in Germania, Svizzera, e per rimanere in Italia, in Toscana, Liguria, Veneto. Il prossimo business era quello dell'Europa dell'est. In un anno e mezzo avevano messo già sul mercato 400 mila lattine di olio contraffatto, cattivo e pericoloso per la salute dell'uomo. "Ma in fondo, noi, mica spacciamo droga. Non facciamo niente di male", si rincuoravano tra loro.

Era una banda organizzata quella dell'olio alla clorofilla, un'"associazione a delinquere" esperta e specializzata, tanto che molti dei componenti sono riconducibili a famiglie della criminalità organizzata. È la mafia di Cerignola (la patria dei caporali del pomodoro), quella radicata nello spaccio di droga e nel commercio di auto rubate. Che, a qualche chilometro di distanza dalla centrale del vino adulterato, aveva messo mano sul grande business della sofisticazione alimentare. E piano piano stava avvelenando l'Italia. Tutti i giorni, a tavola, condendo l'insalata.

A scoprire la banda della 'Mercedes bianca' è stata la procura di Foggia insieme con i carabinieri del Nas di Bari: 39 arresti, quattro famiglie (Pedico, Errico, Sinerchia-Giannatempo e Merra) che, come fossero i mandamenti mafiosi, si erano divisi il territorio, ma condividevano i modi di operare, il business, le tecniche di avvelenamento. Taroccavano l'olio. Poi lo marchiavano con etichette di aziende inesistenti ma dal nome ammiccante (Il Frantoio, La Torre, Le gocce d'oro), con tanto di spiegazione altisonante sul retro ("È olio ottenuto mediante frangitura e sgocciolamento naturale a freddo di olive selezionate"). Lo imbottigliavano. E partendo dalla Puglia o dalla Campania lo caricavano su un furgone Mercedes bianco e con l'aiuto di compaesani emigrati al Nord invadevano i mini-market dell'hinterland milanese e di altre regioni nel Nord.

Il business era enorme: una lattina da cinque litri di olio taroccato costa all'associazione circa 5 euro (comprese le spese di trasporto, le etichette, i contenitori metallici in banda stagnata, i tappi e l'olio di semi). Da quel furgoncino bianco veniva scaricato e venduto nei market del nord Italia come "olio extravergine di oliva" a 20 euro. Il guadagno netto era di oltre il 400 per cento. In 18 mesi, da quando cioè i Nas coordinati dal pubblico ministero Giuseppe Gatti si sono messi sulle tracce della banda, sono state immesse sul mercato un centinaio di tonnellate di prodotto per un giro di affari di quasi 10 milioni di euro. Frutto, come spiega uno degli investigatori, di un marketing criminale: "Un tempo dal Sud arrivava olio sfuso, costava poco, ma era cattivo. Ora invece si truffano i consumatori sfruttando proprio il fatto che l'olio fosse doc, che arrivasse dagli uliveti pugliesi, che fosse fatto come un tempo". Avevano fatto le cose in grande, come si legge sulle etichette pirata: "L'olio prodotto prima del confezionamento viene conservato in recipienti a temperatura costante in assenza di luce e aria", tanto che "potrebbe formarsi un leggero deposito sul fondo. Ciò è dovuto a precipitazioni naturali che non pregiudicano, anzi denotano la genuinità del prodotto". Quel 'deposito sul fondo' in realtà poteva essere muffa. La banda utilizzava la clorofilla in garage lerci a San Ferdinando di Puglia, un paese a pochi chilometri da Foggia. Oppure acquistava "olio proveniente da organismi geneticamente modificati, olio la cui natura ed eventuale non tossicità sono ancora tutte da dimostrare", scrive il gip di Foggia, Lucia Navazio, che ha arrestato le 39 persone.

A leggere le carte, la Procura è arrivata appena in tempo. L'8 giugno 2007 i carabinieri del Nas sequestrano a Pietro Errico - considerato "il capo indiscusso del sodalizio delinquenziale" - 1.680 litri di olio alla clorofilla pronte a partire per gli Stati Uniti. Dicono gli investigatori che si trattava soltanto di un assaggio del nuovo, grande business: dopo aver invaso il nord Italia, aver cominciato a vendere in Svizzera e Germania, era l'America la nuova frontiera. Errico aveva contattato già l'intermediario per la vendita, preparato la prima partita. I container erano pronti all'imbarco quando sono intervenuti e hanno sequestrato tutto i Nas di Taranto, allertati dai colleghi baresi. Il business negli ultimi mesi stava crescendo, e parecchio. Per questo la banda aveva deciso di non fare più tutto in casa ma di rivolgersi a professionisti del settore per produrre etichette e bottiglie, per di più ditte campane. Era proprio dalla provincia di Napoli che partivano i camion Mercedes alla volta del Nord. Le sofisticazioni venivano realizzate però sempre e soltanto in Puglia; a coordinare le operazioni c'era sempre un componente della famiglia e a colorare l'olio provvedeva un gruppo di rumeni, assoldati e istruiti in mesi di addestramento. A volte sbagliavano, però. Tanto che l'estate scorsa un uomo pugliese dell'organizzazione si prese una bella 'cazziata' dai milanesi. Tanti rifornitori si stavano lamentando che "l'olio faceva schifo. Diglielo, altrimenti qua succede il casino. Dovete tagliarlo meglio", come urlava al telefono uno dei rivenditori, ascoltato dai carabinieri.
L'inchiesta nasce proprio da un errore di sofisticazione. Una serie di utenti segnalano ai Nas di Torino la presenza in commercio di olio cattivo. Vengono così ordinate alcune analisi e l'esito non lascia dubbi: non si trattava di extravergine, ma di olio di semi colorato. Le bottiglie sequestrate in Piemonte portano l'etichetta della Cooperativa Agricola Latorre di Andria. La cooperativa però non esiste. Da Torino viene così mandata un'informativa a Bari e gli uomini del comandante Antonio Citarella in due giorni riescono a risalire al centro si smistamento dell'olio taroccato: il 12 dicembre del 2006 sequestrano a Cerignola circa 30 mila etichette di varie aziende olearie inesistenti, tappi, cartoni per imballaggi, attrezzature varie, e 20 chili circa di sostanza scura, presumibilmente clorofilla. "Da quel momento abbiamo cominciato a risalire la piramide", raccontano gli investigatori: "Era come una matrioska, un sistema fittissimo di scatole cinesi: da un'etichetta arrivavamo a un'altra, indagando su un gruppo malavitoso risalivamo a un altro". "Un effetto devastante non soltanto sul piano del danno arrecato ai singoli destinatari del prodotto alimentare", spiega la giudice Navazio di Foggia: "Ma, se possibile, ancora di più all'immagine del mercato dell'olio extra vergine di oliva italiano. Hanno creato etichette ammiccanti per il consumatore per vendere e truffare meglio. Utilizzando il marchio del made in Italy è stata gravemente lesa l'immagine del mercato nazionale del settore, vista la ricerca di canali di commercializzazione del prodotto all'estero". Gli americani se ne facciano una ragione: per l'olio taroccato doc dovranno ancora aspettare un po'.
fonte: espresso.it

06 maggio 2008

In calo il desiderio Sessuale: Perchè?


Ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola.E, anche le isole.

Il calo del desiderio, soprattutto maschile, è triplicato negli ultimi 10 anni. Ad evidenziarlo i sessuologi, ginecologi e andrologici che a Roma hanno anticipato alcune delle novità più significative che verranno presentate nel corso del 9° Congresso della Federazione Europea di Sessuologia sotto la presidenza di Chiara Simonelli, sessuologa dell’Università “La Sapienza” di Roma e vice presidente della Federazione.
“Noi ginecologici – ha sottolineato il prof. Salvo Caruso, Presidente della Federazione Italiana di Sessuologia Scientifica e professore di Ginecologia all’Università di Catania – vediamo sempre più italiani con un calo del desiderio e quello che sorprende è che sono le coppie giovani ad avere meno voglia di fare l’amore. Lo confessa lei al ginecologo. La situazione è in crescendo nelle regioni del Nord rispetto al Sud ma questo perché c’è una maggiore apertura aa confessare quello che una volta era inconfessabile.
La donna di oggi – ha proseguito - ha “sdoganato” la sessualità e si rende conto che non c’è da vergognarsi a raccontarla. E’ in grado di fare confronti, addirittura si sente in diritto di farli. E quando il confronto è per lei deludente, non si rassegna. Alla fine si sfoga con il ginecologo e davanti a questo calo del desiderio che sembra essere irrisolvibile chiede la “pillola dell’amore”. Oggi un 30% delle donne insoddisfatte del rapporto chiede la “pillola dell’amore” per il proprio partner. E così questa pillola, assunta un tempo dall’uomo nel silenzio e nella clandestinità, adesso è assunta con il consenso della partner, anzi con il suo invito”.
Ma le sorprese non finiscono qui: gli esperti hanno infatti rilevato come 40 coppie italiane su 100 non facciano l'amore, o lo facciano molto poco. E sono soprattutto gli uomini a ritrarsi, declinando al maschile l'abusato pretesto del mal di testa, per poi magari rifugiarsi tra le braccia di una prostituta o, meglio ancora, di una donna virtuale su internet. Sono sempre in voga nelle coppie italiane le vecchie 'perversioni', filmini e travestimenti, ma crescono infatti anche quelle legate alle nuove tecnologie.
“Nei giovani uomini italiani siamo alle soglie dell'anoressia sessuale – ha affermato il prof. Giorgio Franco – Andrologo, Professore associato Dip. Di Urologia Università La Sapienza di Roma - - C'è un notevole calo del desiderio nel giovane, superiore a quello che vedevamo e vediamo nel maschio adulto. A questo calo del desiderio si unisce l'eiaculazione precoce che colpisce quattro milioni di italiani.
I giovani italiani a partire dall'adolescenza sono soggetti emancipati e informatissimi sul sesso. Quando questi giovani si trovano fra i 25 e i 35 anni a fare i conti con i problemi dell'adulto e vivono i rapporti intimi in una relazione affettiva duratura non sanno gestire la sessualità giorno dopo giorno. Non sapendo gestire la propria sessualità cercano un porto sicuro e lo trovano nella fantasia, finendo tra le braccia di quella che potremmo definire l'amante del nuovo millennio e cioè la donna virtuale incontrata su internet. C'è anche un termine che definisce questa situazione: cybersexual addiction dove vengono sintetizzate due dipendenze, una sessuale e una tecnologica”.
Inoltre è in aumento la 'Sindrome di Amsterdam', cioè la tendenza degli uomini a mettere su Youtube filmati contenenti le proprie partner. “Grazie a un semplice telefonino si filma la propria donna in atteggiamenti spinti e la si mette su Youtube - ha spiegato la Simonelli - dove tutti la possono vedere ma nessuno la può toccare”.
Nel corso del Congresso verrà inoltre presentato una indagine realizzata prendendo in esame le cartelle cliniche di 402 pazienti, uomini e donne tra i 17 e i 70 anni, che si sono presentati all’Istituto di Sessuologia Clinica di Roma chiedendo consigli su come superare le loro difficoltà sessuali (63% di uomini e 71% di donne che vivevano in coppia). Dall’indagine è emerso come gli uomini, sia single che con una partner stabile, lamentano in primo luogo un problema: la disfunzione erettile (rispettivamente 28,7% e 37,7%), segue l’eiaculazione precoce (13,8% e 22,5%). Nei single (17%) rispetto a quelli che vivono una relazione stabile (5,1%) il problema assillante è quello dei problemi psicologici. Al contrario gli uomini in coppia (14,5%) lamentano molto più dei single (5,3%) il calo del desiderio.
Per quanto riguarda le donne, quelle che vivono una relazione stabile hanno problemi a letto soprattutto a causa di vaginismo e mancanza di orgasmo (22,7% e 12,5%) e in secondo luogo per problemi psicologici (12,5%). Al contrario, le donne single hanno soprattutto problemi di relazione e psicologici (35,7%) e solo in minima parte si lamentano per difficoltà di carattere sessuale (5,4% vaginismo e 3,6% mancanza di orgasmo).
fonte:italiasalute.it

02 maggio 2008

Il latte artificiale della Nestlè


La Nestlé S.A è la più grande azienda mondiale nel settore alimentare e Produce e distribuisce una grandissima varietà di prodotti alimentari, dall'acqua minerale agli omogeneizzati, dai surgelati ai latticini.

In Italia, la Nestlè arriva nel 1913, costituendo la “Henri Nestlè” ed aprendo lo stabilimento di Abbiategrasso nel 1924 per la produzione di latte condensato e farina lattea. Ma la storia come grande impresa comincia nel 1988, quando acquisisce, dalla “Cir” di Carlo De Benedetti, la Buitoni-Perugina, per una cifra di 1.600 miliardi di lire. Anche da noi partiranno una serie di acquisizioni e fusioni che la renderanno leader nel settore alimentare: la Perrier, grazie alla quale ha acquisito i marchi di acqua minerale Vera, San Bernardo e una quota della Compagnie Financiere du Haut-Rhin (Cfhr), grazie alla quale nel ’97 ha acquisito il gruppo San Pellegrino-Garma (Sanpellegrino, Levissima, Recoaro, Pejo, Fiuggi, Panna, Claudia e San Bitter), cosi ora la multinazionale controlla circa il 25% del mercato italiano; nel ’93, approfittando della privatizzazione dei prodotti del gruppo Sme, la Nestlé aggiunge alla sua ricca tavola i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza e Oggi in Tavola; grazie all'acquisizione di Italgel, il cui pacchetto di controllo (62%) è costato 437 miliardi di lire, fa salire il fatturato della divisione italiana a 3765 miliardi di lire e consente alla multinazionale svizzera di entrare, anche in Italia, nel panorama dei gelati e dei surgelati. Infatti, secondo un vecchio patto tra multinazionali alimentari, al colosso di Vevey fu assegnato il diritto di sfruttamento del marchio Findus in diversi paesi europei ma non in Italia dove è tuttora in mano alla concorrente Unilever.

Nel nostro paese il gruppo svizzero conta 24 stabilimenti con circa 7 mila dipendenti e controlla, oltre a quelli già citati, i marchi Smarties, Kit Kat, Galak, Lion, Crunch, After Eight, Quality Street, Rowentree, Cailler, Toffee, Polo, Fruit Joy, Orzoro, Latte condensato e cioccolato Nestlé (dolci), Nestea, Beltè, Spumador (bevande), Vismara, King's (insaccati), Sasso (olio), Berni (conserve), Locatelli, Mio, Fruttolo, Fiorello (latticini), Pezzullo (pasta), Maggi (cucina generale), Friskies, Buffet (cibi per animali) e naturalmente il famigerato latte in polvere per neonati Nidina e i boicottati Nesquik e Nescafè (autentici portabandiera della multinazionale elvetica).

Ovviamente, a questa strategia di ampliamento commerciale, è corrisposto un forte aumento di peso politico. La Nestlè fa parte di ERT, un’associazione europea creata per rappresentare gli interessi delle multinazionali in sede europea e fa parte pure di EuropaBio, associazione che raggruppa le industrie con interessi nel settore delle biotecnologie, il cui scopo è d’intervenire a tutti i livelli per legittimarne l’impiego. Inoltre, secondo alcune fonti, finanzia fortemente entrambi i partiti americani, tanto che per la campagna presidenziale del 2002 avrebbe “investito” 153.000 dollari, destinati per il 23% al Partito Democratico e per il restante 77% al Partito Repubblicano.

Una volta chiarite le dimensioni dell’azienda e ripercorso un po’ la sua storia, cominciamo a parlare delle sue nefandezze. Nel 1989, in Brasile, i lavoratori di una fabbrica di cioccolato inscenarono uno sciopero per denunciare le condizioni di lavoro penose, la discriminazione nei confronti delle donne, la mancanza di adeguati indumenti protettivi e di adeguate condizioni di sicurezza. In breve tempo quaranta operai furono licenziati, compresi quasi tutti gli organizzatori dello sciopero. Nel 2002, l'agenzia Oxfam rivelò che la Nestlé aveva fatto causa all'Etiopia per 6 milioni di dollari. L'Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo, si trovava in un periodo di carestia che metteva in pericolo la vita di oltre 11 milioni di persone. La Nestlé chiedeva un risarcimento per un'azienda del settore agricolo di sua proprietà, nazionalizzata nel 1975 dal regime marxista di Mengistu. basti pensare che un solo anno di vendite realizzate da Nestlé è pari a 8 volte il PIL della misera Etiopia. Nel dicembre del 2002 Nestlè ha accettato di accordarsi con le autorità etiopi per ricevere 1,6 milioni di dollari. Nel 2005, la Nestlé Purina commercializzò tonnellate di cibo per animali contaminato nel Venezuela. I marchi incriminati includevano Dog Chow, Cat Chow, Puppy Chow, Fiel, Friskies, Gatsy, K-Nina, Nutriperro, Perrarina e Pajarina. Morirono oltre 500 fra cani, gatti, uccelli e animali da allevamento. Il problema fu attribuito a un errore di un produttore locale che aveva immagazzinato in modo scorretto il mais contenuto in tali cibi, portando alla diffusione di un fungo tossico nelle riserve. Nel marzo del 2005, l'Assemblea Nazionale del Venezuela stabilì che la Nestlé Purina era responsabile a causa di insufficienti controlli di qualità, e condannò l'azienda a risarcire i proprietari degli animali intossicati.

Ma il problema più grave che riguarda la Nestlè, è quello della diffusione del latte in polvere nei paesi poveri. Comunemente si pensa che questo sia migliore di quello materno,in quanto è arricchito di sali minerali e vitamine, ma studi scientifici dimostrano il contrario; infatti quello materno è più salutare e protegge maggiormente il bambino dalle infezioni, oltre ad avere importanti effetti immunitari. Secondo l’UNICEF, i bambini allattati artificialmente sono esposti alla morte il 25% in più rispetto a quelli che usano il materno. la prima ragione è da ricercarsi nella denutrizione dovuta al fatto che molte famiglie guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Secondo uno studio condotto dall'organismo inglese War on Want, nel 1974, in Nigeria, il costo dell'alimentazione artificiale di un bambino di tre mesi rappresentava il 30% del salario minimo di un operaio. Il costo passava al 47% quando il bambino raggiungeva i 6 mesi. Se consideriamo che dall'80 al '90 i salari sono diminuiti del 30-40%, non deve stupire se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire.

La seconda ragione per cui l'allattamento al biberon uccide, è la mancanza di igiene.

L'acqua con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarelle senza la comodità del fornello e senza disinfettanti.

Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all'aria, su cui si posano di continuo decine di mosche. Le inevitabili conseguenze sono infezioni intestinali che provocano diarree mortali.

Secondo l'UNICEF, un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno perché non sono allattati al seno. Il problema è che l’uso del latte artificiale era iniziato per aiutare quei bambini che non potevano nutrirsi con quello materno, ma ora a causa delle multinazionali si è diffuso a dismisura. Le pubblicità spingono le donne ad usare il biberon, spacciato per elemento di sviluppo. . Oltre a distribuire cartelloni pubblicitari recanti immagini di bambini sani e paffuti negli ospedali, le ditte produttrici si mettono in contatto con i medici locali. Organizzando corsi e seminari per il personale sanitario fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali. I rappresentanti delle ditte arrivano a fingersi infermieri per convincere le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. In questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche (spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle ditte produttrici).

Una delle più redditizie tattiche di marketing usata in particolar modo della Nestlé è di dare gratis il latte per bambini o i sostituti agli ospedali e ai reparti maternità. In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati all'ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il biberon ai neonati fa si che il latte materno venga progressivamente a mancare e l'allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza il bambino diventa dipendente del latte artificiale. Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, ma se lo devono comprare. Da questo nascono da una parte i profitti della multinazionale e dall'altra le spaventose conseguenze di malattie e denutrizione. Tutte queste forme di “pubblicità” violano il Codice Internazionale redatto da UNICEF e OMS proprio per arginare le speculazioni alimentari.

Ovviamente anche altre multinazionali alimentari attuano comportamenti scorretti, ma la Nestlè è la multinazionale più potente del mondo nel campo agro alimentare, vende il 25% dei suoi prodotti nel Sud del Mondo e controlla circa il 35-50 % del mercato globale del cibo per bambini, indirizzando tendenze di marketing che influenzano le altre ditte. Inoltre ricorre a irresponsabili tecniche di marketing più spesso di ogni suo concorrente, infatti da quasi due decenni l'IBFAN (International Baby Food Action Network) rende note periodicamente le trasgressioni al Codice da parte delle ditte produttrici attraverso la pubblicazione "Breaking the Rules", e si può notare come la Nestlè sia responsabile del 25% delle violazioni generali, quasi il doppio delle sue concorrenti.

Manuel Zanarin

30 aprile 2008

Quale futuro per l'alimentazione umana?


Verso la fine degli anni '60, si diffuse nei salotti della nascente piccola e media borghesia, il germe di una rivoluzione sociale, che trovò nella scolarizzazione di massa, in generale, e nelle università, in particolare, il suo terreno più fertile.
Il miraggio che le professioni liberali avrebbero affrancato le generazioni future dalla miseria e dalla fatica generò un vero e proprio genocidio culturale che ha portato alla progressiva emarginazione della civiltà rurale e conseguente scomparsa delle sue antiche radici, dei suoi frutti migliori.
Nel giro di pochi decenni siamo passati da una società prevalentemente occupata in attività agricolo/pastorali, ampiamente dispersa sul territorio, ad una società fatta di operai e colletti bianchi, impiegati nell'attività manifatturiera, rinchiusa in angusti spazi cittadini.
Lo spopolamento delle campagne e la rapida urbanizzazione della popolazione agricola, con la (falsa) aspettativa di poter godere del benessere portato dal "progresso", ha rappresentato un metodo rapido ed efficace affinchè la maggior parte della popolazione, spontaneamente, si ghettizzasse e invertisse un ciclo che perdurava da milioni di anni, rinunciando a vivere a contatto con la natura.
Si tratta di un processo irreversibile, a senso unico: quanti abbandonano la campagna per andare a vivere in città, perderanno per sempre la possibilità di ritornare a vivere là da dove sono venuti, non solo per una questione economica.
Interrompendosi il processo di trasmissione della conoscenza, saranno privi degli indispensabili strumenti culturali per vivere e, soprattutto, sopravvivere in campagna.
La scolarizzazione selvaggia, incentrata solo ed esclusivamente su materie astratte e prive di correlati con la realtà, ha fatto si che siamo ormai saturi di ogni genere di laureato, ma nessuno di questi improbabilissimi "dottori" sa più come si fa un salame o come si coltiva un campo di zucchine.
Una raffinatissima strategia che in sole tre mosse chiuderà la partita.
La prima mossa l'hanno già portata a buon fine, le altre due sono già in atto e ormai pienamente operative.
Dopo aver svuotato le campagne ed aver rinchiuso la popolazione nelle città, la seconda mossa tocca al petrolio: progressivamente, ma ineluttabilmente, si porterà oltre i 500 dollari, azzerando la mobilità.

Si tratta di una mossa praticamente obbligata perché è in gioco la sopravvivenza della specie; il costo della mobilità in termini di produzione di anidride carbonica è insostenibile, ed è impensabile che 6 miliardi e più di persone si spostino quotidianamente, con gli stessi ritmi che per noi sono abituali.
Tanto più che è già pronta una valida alternativa, la terza mossa.
Anziché spostarsi fisicamente, la gente resterà rinchiusa nelle proprie abitazioni e viaggerà nel mondo solo attraverso internet.

Non ci si dovrà muovere nemmeno per andare al lavoro, perché anche il lavoro arriverà, da chissà quale parte del mondo, solo attraverso il video e la realtà virtuale, sostituirà progressivamente il quotidiano, sino a divenire l'unica realtà per la maggior parte della popolazione mondiale.
Il luogo di lavoro coinciderà con la propria abitazione e le mura domestiche diverranno anche il confine oltre il quale sarà difficile, se non impossibile, andare.
Lo spazio, la natura, l'aria, il cibo, saranno un'esclusiva dell'elite del mondo, una infinitesima percentuale dell'intera popolazione mondiale, la classe dominante che ne reggerà le sorti.
Le cose autentiche e genuine saranno i beni più preziosi, cui solo pochissimi potranno accedere, per tutto il resto della terra ci sarà un surrogato.
Un surrogato di tutto, dello spazio in cui vivremo, del cibo che mangeremo e dell'aria che respireremo, ma, inevitabilmente, ci sarà anche un surrogato, particolarmente scadente, della vita nel suo complesso.
La progressiva dismissione delle attività agricole consegnerà definitivamente il loro monopolio alle multinazionali, le uniche capaci di produrre "alimenti alternativi" con cicli e livelli industriali tali da poter sfamare tutti.
Cibi sintetici, a base di soia transgenica, coloranti, aromi naturali e non, ed una buona dose di appetenti, per contrastare l'inappetenza da monotonia alimentare.
Coi cani hanno fatto così ed ha funzionato benissimo.
Le percentuali di vitamine, proteine e sali minerali faranno la differenza, ma alla standardizzazione delle procedure e alla massificazione delle produzioni agricole, corrisponderà un fortissimo scadimento della qualità ed una biodiversità sempre minore.
Tavoletta Rossa, al sapore di carne, Azzurra, al sapore di pesce e Verde, vegetale, un euro.
Tavoletta Gialla, "light" un euro e venti centesimi, con le Margheritine BIO, un euro e 50.
Gli snack e le barrette colorate che occhieggiano in abbondanza sui banchi dei supermercati costituiscono l'anello di congiunzione fra il cibo Originale e quello sintetico di prossima generazione, ma nell'immaginario collettivo questa nettissima distinzione non viene minimamente percepita.

Quel che si dice "Beata Ignoranza" !!
Ecco l'unica alternativa alimentare del 99% della popolazione mondiale, a partire dal 2020.
Il più grande economista del XX secolo, John Maynard Keynes, ha sempre suggerito di investire nel breve e medio periodo, dal momento che nel cosidetto "lungo-termine", saremo tutti morti, ma se anziché preoccuparci del nostro futuro volessimo pensare a quello dei nostri figli, la terra sarà il bene primario, di sicuro l'investimento più prezioso e più remunerativo, l'unico in grado di garantire un minimo di qualità della vita.
di Roberto Biza

28 aprile 2008

Le Vitamine

Sui benefici delle vitamine ci sono stati sempre giudizi altalenanti. L'ultimo viene da uno studio inglese ed è che, se sono tante, fanno male, anzi accorciano la vita, specialmente quelle prese con gli integratori alimentari.

Precedentemente si diceva che allungano la vita, specialmente se sono tante e il più convinto assertore di questa teoria è stato Linus Pauling, noto chimico americano precursore della scoperta del DNA (due premi Nobel) che prendeva un grammo di vitamina C al giorno, venti volte più di quello che serve, sostenendo che allungava la vita: e, infatti, è campato fino a 93 anni.

Sotto accusa sono gli integratori alimentari, che in Italia e in Europa sono soggetti alla notifica dell'etichetta al Ministero della Salute. In base al decreto legislativo n. 169/2004, non possono contenere vitamine in quantità illimitate: per esempio, le quantità di vitamina C e vitamina E non possono superare il 300% della dose giornaliera consigliata e la vitamina A il 150%.

Poi ci sono gli "alimenti arricchiti con vitamine e minerali", ugualmente soggetti a preventiva notifica dell'etichetta al Ministero della Salute e transitoriamente sottoposti al decreto legislativo n. 111/1992 (quello sui dietetici), in attesa di una più precisa disciplina europea, in particolare per la definizione dei livelli di vitamine e minerali. La differenza con gli integratori è che questi sono vitamine e minerali artificiali in pillole, mentre gli altri sono normali alimenti addizionati con vitamine e minerali, sempre artificiali, cioè costruiti in laboratorio ricopiando la molecola naturale. Da tempo si discute se le vitamine artificiali sono uguali a quelle naturali, contenute specialmente negli ortofrutticoli.

Dal punto di vista della formula chimica sono uguali, ma questo concetto non va interpretato assolutisticamente o strumentalizzato per giungere alla conclusione che una pillola di vitamina può sostituire una o più porzioni di ortofrutticoli. Un preparato farmaceutico è un prodotto di laboratorio, a composizione nota, costituito da uno o più principi attivi e da un numero variabile di sostanze chimiche -gli eccipienti- aggiunte per vari scopi: conferire forma, consistenza, conservabilità, colore, eventualmente sapore, aroma, solubilità, eccetera. Un frutto (o un ortaggio), invece, è un piccolo mondo biologico, a composizione chimica estremamente complessa (variabile da un campione all'altro, ma sempre entro certi limiti, cosicchè si possono stabilire i valori medi dei principali costituenti), in cui coesistono più vitamine e una apprezzabile quantità di preziosi flavonoidi (e altri polifenoli).

Questi composti organici (che solo da pochi anni sono al centro di moderne ed entusiasmanti ricerche) sono dotati di attività antitossiche, antinfartuali e perfino antitumorali. In particolare, la triade caroteni-vitamina C-flavonoidi rappresenta un valido apparato antiossidante, ossia in grado di proteggere le strutture cellulari dall'attacco dei radicali liberi dell'ossigeno, altamente implicati nel meccanismo di comparsa delle lesioni arteriose, dei tumori e perfino della senescenza.

In altre parole, negli ultimi lustri i prodotti ortofrutticoli sono stati ulteriormente valorizzati: oltre al ruolo vitaminizzante, sono stati messi in risalto i loro meriti extra-nutrizionali, dovuti appunto ai flavonoidi (pigmenti vegetali) e alle fibre vegetali (che tra l'altro contribuiscono a migliorare la peristalsi intestinale. Infine, un altro pregio è che gli ortofrutticoli contengono le giuste quantità di vitamine e non si può eccedere (non si possono mangiare 20 arance al giorno).

Unione Nazionale Consumatori

Tratto da: www.greenplanet.net

24 aprile 2008

La padella di Camogli


Una volta la padella più grande d'Italia fu costruita nelle officine adriatiche a San Vito ma, il disuso ha portato a vendere tale padella proprio a Camogli. Loro si sono aggiornati, in acciaio inox, noi navighiamo a vista nell'olio bollente.

Nata nel 1952 per volontà di una ventina di pescatori locali, ritorna a Camogli (Ge) la tradizionale e amatissima Sagra del Pesce. Famosa per dispensare gratuitamente pesce fritto di qualità e per l’impressionante maxi padella impiegata (pesa ben 26 quintali e ha un diametro di tre metri e ottanta centimetri), si riconferma ancora una volta come uno degli appuntamenti gastronomici più attesi dell’anno. Organizzata dal Comune, dalla Pro loco di Camogli e sponsorizzata da Friol, assicura festa, spettacolo e una bella “scorpacciata” di pesce saporito e croccante per tutti.

Domenica 11 Maggio, più di 30 quintali di pesce azzurro saranno fritti ad arte nel maxi padellone in oltre 3.000 litri di olio Friol, sponsor ormai storico della manifestazione. Sono più di 100.000 infatti le persone attese nei giorni della manifestazione gastronomica che, per l’ottavo anno consecutivo, vede quale sponsor Friol – l’olio specifico per friggere che, grazie alla sua equilibrata composizione di oli, resiste alle alte temperature, consentendo di ottenere una frittura croccante e asciutta.
L’occasione, neanche a dirlo, è davvero ghiotta: migliaia di ospiti provenienti da tutta Italia si metteranno in fila per aggiudicarsi una delle 30.000 porzioni di pesce freschissimo e fritto ad arte, distribuito gratuitamente in più riprese.

Premio Camogli 2007 e Premio FRIOL – Un Manifesto per la Sagra del Pesce
L’inaugurazione della Kermesse gastronomica avrà luogo giovedì 8 maggio alle ore 19, sulla terrazza Miramare, con la cerimonia del Premio Camogli 2007, assegnato a quei Camogliesi che con la loro attività valorizzano l’immagine di Camogli in Italia e all’estero. Il premio è stato assegnato a Dario Bonuccelli, concertista di fama internazionale a Claudio Celon, asso della vela, e alla memoria di Gualtiero Schiaffino, editore, disegnatore ma soprattutto persona di grande valore umano.
A seguire verranno consegnati il “Padellino d’oro” e il Premio Friol, al giovane studente universitario Matteo Bozzo, vincitore e ideatore del manifesto della 57a Sagra del pesce, scelto da una selezionata giuria di esperti “per la sua vivacità, pulizia grafica ed il forte impatto emotivo concettuale”. Tiziana Schellembrid e Alice Banfi riceveranno invece il “Padellino d’argento”.

Oltre al carattere gastronomico della manifestazione bisogna sottolineare inoltre il sentito legame con la nostra religione: in concomitanza con la Sagra, nella serata di sabato 10 maggio, si svolgerà infatti la processione in onore di San Fortunato, patrono di Camogli, con l’arca del Santo e la banda Città di Camogli.

Qualche informazione storica e tecnica:

Cenni sulla nascita della Sagra del Pesce: la fama della “Sagra del Pesce” di Camogli coincide con quella della sua famosa padella gigante. Tutto ebbe inizio nel 1952 quando una ventina di pescatori decisero, con l’unico scopo di attirare i turisti di passaggio, durante la festa di San Fortunato, patrono dei pescatori, di regalare del pesce fritto.
L’evento ebbe un successo al di là delle aspettative e gli organizzatori furono costretti a friggere pesce per tutto il giorno. L’anno successivo si ripropose l’iniziativa e Lorenzo Viacava detto “O Napoli”, noto pescatore, decise per l’occasione di far costruire una padella gigante che divenne subito la vera attrazione di quella che era oramai diventata una vera e propria sagra.
La fama dell’avvenimento era nel frattempo salita agli onori della cronaca internazionale anche grazie ad un interessamento del New York Herald Tribune, di Re Baldovino del Belgio e di un’eurovisione televisiva del 1955.

Specifiche tecniche della maxi Padella di Camogli:
si tratta di un padellone speciale, non di ferro come i precedenti, ma d’acciaio. Pesa ventisei quintali, ha un manico di tre quintali e un diametro di tre metri e ottanta centimetri, per poter essere agevolmente trasportato nelle varie trasferte in altre regioni d’Italia. La maxi padella sarà alimentata da bruciatori ad aria soffiata in grado di utilizzare sia il gas che il gasolio; il fondale che fa da quinta alla Padella, potrà considerarsi una vera e propria opera d’arte, in quanto completamente rivestito da pannelli intarsiati rappresentanti la Liguria.

L’attuale padella, utilizzata per la prima volta in occasione del cinquantenario della manifestazione, è la quarta della serie ed è stata realizzata anche grazie al contributo di Friol. E’ stata commissionata alla ditta parmense Botti dalla Pro Loco di Camogli e realizzata su progettazione della Europlan di Lavagna. La prima padella cadde in mare nel 1959, la seconda e la terza sono ormai in disuso.

21 aprile 2008

Diminuire il tempo di esposizione alla Tv: dovere


Togliere la televisione e il computer è un mezzo per aiutare i giovani, i bambini in sovrappeso mangiano di meno e perdono peso, ha detto Leonard Epstein presso l'Università di Buffalo, la State University di New York, il cui studio appare nel numero di marzo In Archivio Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine. Archives of Pediatrics & Adolescenza Medicina.

"La visione dellaTelevisione è legato al consumo di fast food e gli alimenti e le bevande che sono pubblicizzati in televisione", ha detto lo studio.

I ricercatori che seguono 70 bambini di età compresa tra quattro e sette anni hanno detto che indice di massa corporea erano nel 25% dei casi più sviluppato del loro gruppo di età (BMI).

Tutti quelli selezionati regolarmente svolto guardato la televisione o giochi per computer per almeno 14 ore a settimana. Durante lo studio la metà del gruppo sono stati autorizzati a continuare nelle loro vecchie abitudini, mentre l'altra metà speso il 50 per cento del loro tempo normale di fronte ad uno schermo.

Tuttavia, alla fine dei due anni gli scienziati scoperto che il gruppo limitato pesava in media il 10 per cento inferiori a quelli che potrebbero vista come molto la televisione, come si voleva.

Ma non vi era alcuna differenza nella quantità di attività fisica sia in gruppo. Limitare schermo può ridurre il tempo di mangiare o mangiare mindless richiesto da spot TV, ha detto Leonard Epstein.

I nostri dati suggeriscono che i genitori debbono aiutare i bambini a ridurre il loro tempo di televisione che può essere, aiutandoli a mantenere un peso corporeo sano e prevenire lo sviluppo di obesità in futuro", ha detto.

Obesità infantile negli Stati Uniti, dove si stima che 16 per cento dei bambini dai 6 ai 19 anni sono in sovrappeso, il 45 per cento ha un aumento di un decennio, secondo i ricercatori federali.

(Agenzie)



19 aprile 2008

L'agricoltura locale ci salverà


Ora le cronache parlano di tumulti per il pane, e il mondo intero si chiede perché i prodotti agricoli rincarino così tanto.
Uno studio commissionato dall'Unesco amplia la prospettiva: sostiene che il problema è come si produce cibo, e invita a rimettere al centro i bisogni dell'agricoltura su piccola scala, i sistemi locali, gli ecosiustemi più vulnerabili.
«Il modo di far crescere il cibo deve cambiare radicalmente per meglio servire i poveri e gli affamati, se il mondo vuole far fronte alla crescita della popolazione e al cambiamento del clima evitando rotture sociali e il collasso ambientale», afferma il «Rapporto internazionale sulla scienza e tecnologia agricola per lo sviluppo» (International Assessment of Agricoltural Science and technology for Development). Si tratta del lavoro di oltre 400 scienziati di varie discipline, che hanno lavorato su incarico dell'Unesco sotto la direzione del professor Robert Watson (già presidente del Ipcc, il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima). Il gruppo ha avuto incarico di guardare l'agricoltura come fonte di cibo, nutrimento, salute, servizi ambientali e crescita economica, e come possa fare fronte a sfide globali come il cambiamento del clima e la perdita di biodiversità restando sostenibile e socialmente equa. Perché continuare con il trend attuale di produzione e distribuzione, sottolinea il gruppo, «esaurità le risorse e metterà in pericolo il futuro dell'umanità».
L'agricoltura moderna ha portato aumenti significativi dei raccolti agricoli mondiali, nota lo studio, e ha anche abbassato i costi della produzione su larga scala (è ben per questo che a partire dagli anni '60 del secolo scorso grandi paesi popolosi e rurali hanno conquistato l'autosufficenza alimentare, ed al mondo intero è sembrato che la fame fosse un problema del passato). Ma il costo ambientale di questo successo è altissimo, e i benefici mal distribuiti: la parte più povera della popolazione mondiale è quella che ha pagato più prezzi e ne ha tratto minor beneficio. I piccoli agricoltori, braccianti, le comunità rurali e l'ambiente sono i perdenti. «Il mondo oggi è un luogo di sviluppo diseguale, uso insostenibile delle risorse naturali, impatto crescente del cambiamento del clima e persistente povertà e malnutrizione».
Il rapporto avverte che non ci sono soluzioni «magiche» (vedi ingegneria genetica). «E' l'ora di ripensare profondamente il ruolo dei saperi agricoli, della scienza e della tecnologia», si legge nel rapporto. Come? Tornando a puntare sull'agricoltura su piccola scala, risponde il gruppo di scienziati. «Questo significa migliorare il tenore di vita rurale, emancipare la parte più marginalizzata dei produttori agricoli, sostenere le risorse naturali, valorizzare i molteplici benefici forniti dagli ecosistemi, considerare i diversi saperi, dare un equo accesso di mercato ai prodotti agricoli». Il rapporto se la prende con i sistemi di sussidi e i meccanismi del commercio internazionale: «I più poveri tra i paesi in via di sviluppo sono i perdenti netti nei vari scenari di liberalizzazione del commercio», sottolineava Robert Watson presentando lo studio.
Il rapporto fa un elogio dell'agricoltura tradizionale: «Molte innovazioni efficaci sono generate localmente, sulla base dei saperi e esperienze di lcomunità locali e indigene più che sulla ricerca scientifica formale». La possibilità di brevettare modifiche genetiche può attirare finanziamenti nella ricerca agricola, nota il rapporto: ma porta anche a concentrare la proprietà delle risorse, fa salire i costi, deprime la ricerca indipendente, «mina le pratiche agricole locali come il mettere da parte e scambiare i semi, di grande importanza nei paesi in via di sviluppo».
E se bisogna produrre più cibo, bisogna anche proteggere terreni, acqua, foreste, biodiversità, conclude Watson: «Continuare a puntare solo sulla produzione devasta il "capitale" agricolo e ci lascerà con un pianeta sempre più degradato e diviso».
di Marina Forti

17 aprile 2008

Una cura per ferite gravi: combina gli estratti oleosi di 2 piante


Fiorella Carnevali, veterinario, e Stephen Andrew Van der Esch, biologo, tutti e due ricercatori Enea hanno inventato l'unguento che cura le ferite gravi e le ustioni. Si chiama Mix 557 ed è stato ricavato dalla combinazione di due piante, una occidentale chiamata Iperico o Erba di San Giovanni e l'altra asiatica chiamata Neem.

L'unguento. Il prodotto è stato brevettato dall'Enea con la dicitura «composizione fitoterapica con effetti cicatrizzanti biocida e repellente per la cura e la risoluzione delle lesioni esterne di qualunque estensione e natura». Lo sfruttamento è stato concesso alla Rimos, una società del consorzio medicale di Mirandola e presto sarà una medicina accessibile a tutti. A proposito di questo Fiorella Carnevali ha detto: «Insieme al collega van der Esch stiamo lavorando a stretto contatto con la Rimos per la produzione industriale del medicamento, e per la registrazione nella categoria dei medical device per uso topico, sia per la medicina umana che per la medicina veterinaria». L'unguento, che è indolore e lenitivo è pratico anche per l'automedicazione. «Il Mix 557 - dice la studiosa- si rivelerà molto utile come presidio medicale nelle emergenze militari e civili, anche per la terapia delle ustioni di grande estensione. Un aspetto non ancora indagato a livello istologico, ma rilevato clinicamente nella casistica sperimentale, è rappresentato dalla elevata qualità delle cicatrici specie su estese e severe lesioni traumatiche».

Gli studi. Spiega la veterinaria dell'Enea: «Abbiamo iniziato studiando gli antiparassitari esterni. Ma sapevamo già gli effetti della pianta di Neem, usata da circa 3mila anni nella medicina tradizionale indiana e successivamente diffusa in tutti i paesi tropicali dagli indiani al seguito degli inglesi al tempo delle colonie. La pianta veniva applicata sulle ferite per allontanare gli insetti. E sapevamo anche che l'Iperico era anticamente conosciuto per la cicatrizzazione delle piaghe». «La combinazione degli estratti oleosi -continua- ha portato, dopo vari tentativi, al prodotto che è oggi: un unguento che non solo cura e rimargina qualunque tipo di lesione esterna, ma anche evita la reinfestazione da larve di ditteri Miasigeni, mosche che depositano uova o larve vive sui tessuti vivi, fino alla guarigione». Il preparato, continua ancora la Carnevali, «da un lato forma una barriera trasparente che evita l'attacco dei germi sulla superficie lesa, che è una delle cause di morte in caso di grandi ustioni, e dall'altro aiuta la ricomposizione in tempi rapidi del tessuto di granulazione dalla qualità del quale dipenderà la guarigione con esito migliore anche sulle cicatrici».
fonte: il messaggero.it

16 aprile 2008

Caffè, alto potere antiossidante


Elevato potere antiossidante grazie al contenuto degli acidi clorogenici, azione protettiva nei confronti dello sviluppo del diabete di tipo 2 e del morbo di Parkinson, rallentamento del naturale declino cerebrale nelle persone anziane, nessun effetto sfavorevole sul rischio cardiovascolare: sono queste le principali novità legate al consumo di caffè che emergono dai pi� recenti studi scientifici internazionali.
NFI, Nutrition Foundation of Italy - il Centro Studi dell’Alimentazione - ha fatto il punto della situazione insieme ad esperti internazionali: il professor Augustin Scalbert, Direttore del laboratorio di Micronutrients, Metabolism and Biological Signatures presso l’INRA Clermont-Ferrand e il professor Francesco Visioli della Nutrition Foundation of Italy e Direttore del laboratorio di Micronutrienti e malattie cardiovascolari presso l’Università di Parigi Pierre et Marie Curie evidenziano in particolar modo i numerosi benefici derivanti dal consumo di caff�, sottolineati dalla più recente letteratura scientifica, grazie al suo contenuto naturale di antiossidanti.
Il caffè rappresenta una delle bevande più bevute al mondo, con un consumo che, seppur molto variabile da paese a paese in quantità e modalità, oscilla tra i 12 kg pro capite annui della Finlandia ai circa 2 kg del Regno Unito e la Repubblica Ceca.
L’Italia registra mediamente un consumo di caffè di 6 kg/annui a persona (fonte: International Coffee Organization). Nonostante questi dati però, c’è ancora oggi scarsa conoscenza sulle proprietà nutrizionali del caffè, e spesso l’attenzione del pubblico resta focalizzata esclusivamente sulla caffeina ed i suoi effetti sull’organismo. Dati di un�indagine condotta a livello europeo, infatti, mostrano che più dell’80% del campione non è a conoscenza degli elementi nutrizionali contenuti nella bevanda.
Il caffè è in realtà una delle fonti dietetiche più abbondanti in antiossidanti naturali, quelle molecole che rallentano o prevengono i danni da radicali liberi. Gli acidi clorogenici sono i principali composti ad azione antiossidante contenuti nel caffé e senz’altro i più potenti. Analizzati prima della torrefazione del chicco, risultano essere molto numerosi e di struttura diversa; i diversi processi di lavorazione, la temperatura, la macinazione ne riducono la presenza anche fino al 90% ma in ogni caso è possibile affermare che 100 ml contengono circa 250 mg di acidi clorogenici, una quantità rilevante.
Alcuni studi epidemiologici condotti in Olanda e Finlandia hanno evidenziato come il consumo di caffé, probabilmente grazie al contenuto in acidi clorogenici, si associ ad effetti preventivi nei riguardi di patologie oggi molto diffuse, come il diabete di tipo 2 ed il morbo di Parkinson.
Nel 2002 la rivista Lancet ha pubblicato uno studio condotto su un campione molto vasto di 17.000 uomini e donne olandesi dal quale è emerso che la probabilità di sviluppare diabete di tipo 2 fosse inferiore del 50% nei soggetti che consumavano quotidianamente un minimo di sette caffé al giorno rispetto a chi ne consumava solo due. Risultati confermati anche da uno studio clinico successivo, pubblicato due anni più tardi e realizzato in Finlandia su 14.000 soggetti osservati per un periodo di ben 12 anni: tra i consumatori di quantità molto elevate di caffé (10 tazze al dì) è stata riscontrata una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2 del 55% tra gli uomini, e del 79% tra le donne. Tali risultati sembrano dovuti ad un’azione protettiva che l’acido clorogenico e gli altri antiossidanti polifenolici attivano nei confronti dell’organismo: viene così inibito l’assorbimento del glucosio a livello intestinale ed aumentato il consumo energetico. Questi effetti sembrerebbero addirittura maggiori con il consumo di caffé decaffeinato. Uno studio pubblicato nel 2006 su Archives of Internal Medicine, infatti, che ha testato un campione di 29.000 donne in post-menopausa ha evidenziato che il consumo di 6 tazze di caffé decaffeinato al giorno può ridurre il rischio di diabete di tipo 2 del 33% contro il 21% del caffé normale.
L’azione antiossidante dei polifenoli contenuti nel caffé sembra avere inoltre un effetto positivo anche sull’incidenza di malattie neurodegenerative, con particolare riferimento al morbo di Parkinson. Un effetto favorevole in tal senso potrebbe tuttavia essere attribuito anche alla caffeina. Le evidenze più significative a questo proposito emergono da uno studio condotto dal dottor Alberto Ascherio dell’Università di Boston su un campione di 300.000 soggetti: i dati riscontrati a livello molecolare mostrano come la caffeina riesca ad intervenire sulla tossicità dopaminergica, responsabile dei danni subiti dai neuroni della substantia nigra che regola gli impulsi all’attività motoria.
La letteratura scientifica riporta, inoltre, un numero sempre maggiore di studi che evidenziano la capacita del caffé di contribuire al mantenimento della funzionalità cognitiva. Da un recentissimo studio pubblicato nel 2007 sull’European Journal of Clinical Nutrition realizzato su un campione di 676 uomini sani nati tra il 1900 e il 1920 seguiti per un periodo di 10 anni è emerso che il declino cognitivo era circa dimezzato nei soggetti che avevano l’abitudine di consumare regolarmente tre tazze di caffé al giorno. Ad avvalorare la tesi del caffè che ‘fa bene al cervello’ esiste anche uno studio presentato al meeting annuale della Psysiological Society nel 2006 secondo cui la caffeina sarebbe in grado di aumentare la frequenza di alcune onde cerebrali migliorando quindi memoria e apprendimento.
Ma i benefici di questa domanda sembrano avere effetti positivi anche sull’insorgenza di patologie epatiche degenerative. Uno studio apparso nel 2006 su Archives of Internal Medicine ha analizzato 125.000 soggetti e ha evidenziato che ogni tazza di caffè bevuta al giorno era associata ad una diminuzione del 22% del rischio di sviluppare cirrosi epatica. Una meta-analisi successiva ha anche esteso questi risultati ad altre gravi patologie come il carcinoma epatico.
”Consumato in dosi moderate e con costanza quotidiana, il caffé ha dimostrato di essere un aiuto importante nella prevenzione di patologie metaboliche e neurodegenerative. La sua presenza, quindi, all’interno della dieta di ogni giorno non solo influenza positivamente la sfera emotiva della persona ma può contribuire al benessere dell’organismo” ha affermato il dottor Andrea Poli, Direttore Scientifico di NFI. “Grazie soprattutto al contenuto naturale in acidi clorogenici, il caffé, anche decaffeinato, è tra le fonti dietetiche più abbondanti di antiossidanti. Il suo consumo permette di assumerne quantità significative, con favorevoli implicazioni sulla nostra salute” ha concluso Andrea Poli.