
Il cibo biologico è davvero un hobby per pochi ambientalisti, ricchi e possibilmente contari a qualunque innovazione tecnologica? Oppure è un alimento più sano, la cui coltivazione va di pari passo con il rispetto dell'ambiente, con meno spreco di energia, meno rischi per la salute, più rispetto degli animali allevati e, non da ultimo, più gustoso e nutriente? Il dibattito è aperto da anni e nell'ultimo decennio, di pari passo con la presa di coscienza generale che la temperatura del pianeta sta aumentando a dismisura a causa delle emissioni umane, ha assunto spesso i toni di una crociata onnisciente in cui, da una parte e anche dall'altra, l'opposizione ideologica ha la meglio sulla dialettica e sul confronto tecnico. Tuttavia la questione dello sviluppo dell'agricoltura, cioè del sostentamento umano per eccellenza dal momento che anche chi mangia animali alla fine consuma i frumenti bruciati in precedenza per lo sviluppo dell'allevamento, è naturalmente un nodo centrale, che raccoglie il cuore del dibattito sullo sviluppo dell'umanità e la sua interazione col pianeta e le risorse di cui dispone.
I testi che seguono sono il riassunto di uno dei dibattiti più interessanti, ospitati di recente sulle pagine di un quotidiano prestigioso, il britannico The Independent , che ha capito da tempo come la questione climatica e dell'alimentazione sia primaria per decidere le sorti della nostra presenza in questo mondo, e forse anche della sopravvivenza del mondo che conosciamo con o senza l'umanità. Due articoli, il primo del professor Rob Johnson, scienziato e esperto di ambiente, che mette in discussione quelli che chiama "i miti" del biologico. Il secondo è del professor Peter Melchett, membro della Soil Association of Britain, l'associazione che riunisce i coltivatori biologici, non solo difende "i fatti", ma rilancia gli innumerevoli benefici dell'agricoltura biologica. Ne è risultato un botta e risposta di grande interesse, che riportiamo non in quanto panoramica completa su tutti i vantaggi o gli svantaggi della questione, ma come elemento per un dibattito di qualità.
Francesca Marretta e Ivan Bonfanti
UN MITO CHE IL MONDO NON PUO’ PERMETTERSI
Mito primo: Agricoltura e allevamento biologici giovano all'ambiente
Secondo uno studio finanziato dal dipartimento dell'Ambiente britannico (Life Cycle Assessment -Lca) la produzione di latte e derivati è uno dei maggiori fattori di emissione di gas a effetto serra (Ghg) Mito primo: Agricoltura e allevamento biologici giovano all'ambiente Secondo uno studio finanziato dal dipartimento dell'Ambiente britannico (Life Cycle Assessment -Lca) la produzione di latte e derivati è uno dei maggiori fattori di emissione di gas a effetto serra (Ghg). Chi compra biologico dovrebbe riflettere sul fatto che per produrre un litro di latte biologico occorre l'80% in più di pascolo. Lo stesso litro di latte ha un potenziale di emissioni da "effetto serra" superiore del 20% rispetto a quello "normale" e rilascia il 60% il più di nutrienti nell'acqua e contribuisce per un ulteriore 70% alla formazione di piogge acide.
Secondo i sostenitori della teoria del "mito organico", la mucca "bio" rutta il doppio del metano di quella "ordinaria". E il metano, non ti da una mano, ma è venti volte più potente come gas a effetto serra del Co2. Carni e pollame sono i maggiori "fornitori" di emissioni di gas nell'ambiente imputabili al settore agricolo. Se è vero che si brucia energia per ottenere pesticidi usati per la produzione dei mangimi per bestiame, è vero anche che la produzione di un chilo di carne biologica provoca il 12% in più di emissioni Ghg, dunque maggiore inquinamento degli stessi nutrienti e più piogge acide.
Mito secondo: Agricoltura e allevamento biologici sono più sostenibili
Per produrre patate biologiche si consuma meno energia per la produzione di fertilizzati. Ma si brucia più combustibile per l'aratura.Inoltre un ettaro terra coltivata in maniera convenzionale produce oltre il doppio delle patate prodotte secondo il metodo biologico. Per riscaldare le serre in cui si producono i pomodori Made in Britain, si brucia, a paritá di quentitá prodotta, cento volte l'energia necessaria a far maturare pomodori in Africa. La resa del pomodoro biologico è pari al 75% di quello convenzionale, ma impiega il doppio dell'energia. Per semplificare: il pomodoro biologico prodotto in serra in Gran Bretagna (ma sarebbe lo stesso in un altro paese europeo) fa più male all'ambiente che quello importato dal Kenya. Oltretutto, per produrre pomodori biologici nel Regno Unito si usa il 25% di acqua in più rispetto alle coltivazioni convenzionali.
Mito terzo: L'agricoltura biologica non fa uso di pesticidi
Chi produce o pubblicizza cibo biologico generando allarmismo sul consumo di prodotti convenzionali, dice che il biologico fa bene alla salute perchè non fa uso di pesticidi. Al contrario quello "normale" fa male, dato che li contiene. Ebbene anche per produrre cibo biologico usano pesticidi. La differenza è che gli agricoltori biologici usano pesticidi biologici. Ma chi dice che fanno meno male? Ad esempio, mentre i pesticidi moderni sono biodegradabili, le soluzioni di rame consentite per alcuni interventi in agricoltura sono tossiche per i terreni. Il fitofarmaco di origine naturale rotenone, usato in agricoltura biologica è neurotossico per gli esseri umani e puó provoacre sintomi simili a quelli del morbo di Parkinson.
Mito quarto: La quantitá di pesticidi presenti nel cibo convenzionale è dannosa
I paladini e testimonial del cibo biologico, come l'attice Gwyneth Paltrow, dicono che il normale produce una sorta di effetto cocktail di pesticidi dannoso. C'è chi parla addirittura di epidemia di cancro causato dai pesticidi. Nei fatti non esiste nessuna epidemia di cancro tra chi mangia cibo "normale". Le statistiche non lo dimostrano.
Se ci fosse una relazione diretta tra pesticidi e cancro i primi ad essere colpiti sarebbero gli agricoltori. Inoltre gli effetti cancerogeni dei pesticidi dovrebbero manifestarsi sotto forma di cancro allo stomaco, ma questo tipo di cancro è proprio quello più in diminuzione da 50 anni. Sessant'anni fa tutto il cibo prodotto in Gran Bretagna era bologico. E si viveva, in media, poco oltre i sessant'anni. Con l'agricoltura moderna, (quella che impiega agenti chimici ben testati), si produce cibo sicuro e più economico. E si vive oltre gli ottant'anni.
Mito quinto: Il cibo biologico fa bene alla salute
Studi condotti in Olanda, Danimarca e Austria, hanno dimostrato che in presenza di contaminazione da batteri appartenenti al Campylobacter, il 100% dei polli da allevamento biologico finisce per risultarne affetto a cusa della rapida diffuzione del batterio, mentre negli allevamenti convenzionali ne risulta contagiato un terzo. Lo stesso vale per la salmonella. Non utilizzare antibiotici o altri farmaci per esempio i vermicidi, per curare gli animali quando serve, perchè non è naturale, causa maggiori esposizioni alle malattie per gli animali e duqnue una loro maggiore sofferenza. Una ricerca realizzata in collaborazione tra studiosi austriaci e olandesi mostra che i maiali biologici sono più esposti alla polmonite rispetto ai porcellini "normali" e che i piccoli nati in allevamenti biologici hanno un tasso di mortalitá doppio. Le malattie sono la ragione principale per la quale spesso gli animali allevati biologocamente pesano quasi la metá di quelli convenzionali. Insomma l'allevaento organico non fa necessariamente bene all'animale.
Mito sesto: Il cibo biologico è più nutriente
Alcuni studi dimostrano che esiste una percentuale leggermente più alta di alcune sostanze nutritive nei prodotti biologici, come i flavonoidi nei pomodori biologici e gli acidi grazzi omega-3 nel latte "bio".
Per aumentare la concentration di nutrienti nel cibo basta lasciarlo in ambiente areato diversi giorni. Il cibo disidratato contiene una concentrazione maggiore di carboidrati e nutrienti. Ma la disidratazione puó essere anche il sintomo di una patologia. Ad esempio lo stesso studio che ha individuato una concentrazione maggiore di flavonoidi nei pomodori biologici spiega che ció accade in seguito allo stress causato dalla mancanza di nitrogeno. La pianta smette di produrre polpa pet produrre sostanze chimiche di difesa, come i flavonoidi.
Mito settimo: Siamo in presenza di un boom della domanda di cibo biologico
Meno dell'1% del cibo venduto in Gran Bretagna è biologico. Ma non sembrerebbe così stando a quello che raccontano i media. Il principale ente di certificazione "Bio" nel Regno Unito, la Soil Association, scrive, sul proprio sito Web, di essere la "principale organizzazione che promuove e pratica lo sviluppo sostenibile". Questa organizzazione è allo stesso tempo un'impresa, a cui fa capo una potente lobby commerciale, che usa ogni mezzo mediatico per promuovere e convincere il pubblico della crescita del consumo biologico nel paese, dunque della sua bontá. Nonostante il "boom" del biologico cui si parla, la quantitá di terra coltivata col sistema biologico è in diminuzione dal 2003. Questo significa che sono sempre di più gli agricoltori ed allevatori che tornano al metodo "convenzionale". Tutto il cibo prodotto in Gran Bretagna è sicuro. In un'epoca seria non bisognerebbe creare falsi miti ricorrendo ad una informazione scorretta per aumentare le vendite.
Fonte: http://www.liberazione.it/
25.05.08
PERCHE’ IL BIOLOGICO E’ UN MITO CHE IL MONDO NON PUO’ PERMETTERSI
Fatto primo: Il biologico è migliore per l'ambiente
Le colture biologiche non sono perfette; sono state sviluppate circa 60 anni fa e c'è ancora molto da imparare Fatto primo: Il biologico è migliore per l'ambiente Le colture biologiche non sono perfette; sono state sviluppate circa 60 anni fa e c'è ancora molto da imparare. Durante questi anni la ricerca sul biologico non ha potuto usufruire della maggioranza dei fondi perché la gran parte degli investimenti è stata assorbita da studi per nuovi pesticidi o dalle colure geneticamente modificate. L'agricoltura biologica è il frutto di ricerche di scienziati e contadini che volevano sviluppare quello che oggi possiamo chiamare un modo più sotenibile per produrre cibo. La loro preoccupazione primaria era e resta una miscela che leghi il terreno sano, il cibo sano e la salute umana. I benefici sono stati evidenti sin dal principio, non solo per i pionieri che hanno promosso le colture. Intanto le colture biologiche sono decisamente più efficaci nella protezione degli animali selvaggi, come la scienza ha chiaramente registrato. La letteratura scientifica spiega che tra le colture organiche sono presenti il 30% in più di animali selvatici e conservano oltre il 50% in più di biodiversità. Per la stessa ragione anche il governo inglese, sulla base di prove scientifiche, ha messo in chiaro come le colture scientifiche abbiano chiari benefici ambientali - sono migliori per la vita selvatica, perché inquinano molto meno l'atmosfera data l'assenza degli spray, non producono scorie chimiche e diossido di carbonio. La commissione governativa sullo sviluppo sostenibile ha identificato infatti la certificazione organica come "lo standard migliore" per la produzione di cibo sostenibile dall'umanità. Risultati peraltro visibili dopo pochi anni per chiunque passi da una produzione non organica a quella biologica.
Fatto secondo: E' vero che il cibo organico è più sostenibile
Uno degli errori principali di chi sostiene le coltivazioni chimiche è la credenza che - esempio - i pomodori biologici assorbono il doppio dell'energia per crescere. E' falso, e tra l'altro dipende dai differenti tipi di pomodori. Anche sull'impatto del biologico nel surriscaldamento globale si omette spesso di ricordare uno degli aspetti positivi chiave: che il "bio" immagazzina nel suolo, anziché nell'aria, il carbone. Se si include anche questo fattore l'impatto dei cibi biologici che contribuisce al climate change scende dall'80% al 12%. Gli studi commissionati dal governo britannico, altro esempio, hanno dimostrato come in quasi tutti i settori le coltivazioni organiche usano addirittura il 26% in meno di energia rispetto ai non-biologici.
L'articolo qui a fianco ignora la straordinaria e urgente sfida a cui l'umanità è chiamata. Dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra in modo drastico - dell'80 per cento entro il 2050 - comprese naturalmente quelle derivati dall'agricoltura e dall'industria del cibo. Occorre adattarsi ad un mondo in cui petrolio e gas naturali saranno risorse in declino. C'è bisogno di mitigare gli effetti del climate change, ad esempio ottimizzando le irrigazioni e tagliando al minimo gli sprechi di acqua potabile. Viviamo in un mondo dove le condizioni metereologiche saranno sempre più estreme e dobbiamo adattarci. Come faremo tutto questo è il cuore della sfida che oggi investe l'umanità per la sopravvivenza.
Fatto terzo: E' vero che il biologico usa molti meno pesticidi
Nessuno ha mai detto che le coltivazioni biologiche non usano alcun tipo di pesticida. Tuttavia la coltura biologica ricorre ad alcuni pesticidi solo in determinate condizioni e non c'è paragone con il non-biologico. Eppure la grande maggioranza di agricoltura biologica non usa alcun tipo di spray e se tutte le coltivazioni fossero organiche, l'uso di prodotti chimici e spray cadrebbe dell'98 per cento. Scusate se è poco. Per essere comunque chiari, il biologico può usare pesticidi più che altro nelle colture di patate o nei frutteti, tuttavia i pesticidi permessi dalle associazioni di produttori biologici sono di origine naturale (come il Rotenone, un estratto di tropicali della famiglia delle Leguminose) o semplici prodotti chimici - composti di rame o zolfo. Gli igredienti attivi del Rotenone o della "soft soap" si consumano in pochissimo tempo dopo che sono stati esposti alla luce solare, minimizzando i rischi per l'ambiente. Rame e zolfo sono invece presenti naturalmente nel suolo e nessuno dei due elementi viene riscontrato alla fine nei cibi organici, al contrario dei prodotti non-biologici. Il nostro obiettivo è, comunque, arrivare a colture completamente libere dagli spray.
Fatto quarto: E' vero che il livello di pesticidi presenti nel cibo "convenzionale" è pericoloso
Di certo è rischioso e potenzialmente è pericoloso. Nell'Unione Europea un cibo su 30 contiene livelli di pesticidi superiori alle norme legali dell'Ue. Circa 40 pesticidi che erano stati descritti ai consumatori come fuori da ogni rischio sono stati di recente vietati o ritirati dall'uso. Le persone che vogliono ridurre la loro esposizione a pesticidi potenzialmente dannosi farebbero quindi meglio a rivolgersi al cibo biologico. Uno studio del governo Usa ha dimostrato, ad esempio, che nei bambini che seguono una dieta biologica non c'è traccia di pesticidi, mentre anche dopo un giorno di dieta non-biologica la presenza di pesticidi nelle urine viene riscontrada immediatamente. I cocktails di spray non sono testati e se un pesticida viene considerato «non pericoloso» non è detto che mischiandolo con altri non lo diventi. La fertilità maschile si è abbassata del 50 per cento in coincidenza con l'uso di pesticidi e seppure non ci sono prove (un advisor del governo Brown di recente ha imputato la causa alle «troppe biciclette e ai jens stretti») non c'è neppure la dimostrazione che non vi siano legami con l'aumento dei prodotti chimici. La scienza non ha provato che i pesticidi non fanno male e le persone che credono che l'assenza di additivi artificiali o di pesticidi può beneficiare loro o i loro bambini possono, per fortuna, rivolgersi al mercato dei cibi biologici.
Fatto quinto: L'agricoltura biologica è più sana
In termini di sana alimentazione, l'inglese Food Standard Agency ha detto che «non c'è differenza» tra cibi organici e cibi non-organici. L'organizzazione animalista Compassion in World Farming tuttavia ricorda come «l'agricoltura biologica ha il potenziale di offrire di gran lunga gli standard più alti per la salute e la vita degli animali». Perché gli animali sono tenuti in condizioni migliori, sempre liberi di circolare e non sottoposti al continuo bombardamento di antibiotici, il cui uso è vietato dalle associazioni biologiche. L'Organizzazione mondiale della Sanità ha espresso «preoccupazione crescente per iu residui antibiotici che si trovano nella carne e un consumo frequente può causare una resistenza antibiotica in batteri prevalenti negli esseri umani, con il risultato di ridurre l'effetto degli antibiotici usati dagli umani per trattare malattie». E' bizzarro che i sostenitori del non-biologico dicano che «le malattie sono la ragione principale per cui gli animali allevati con metodi biologici sono la metà del bestiamo allevato con additivi e metodi convenzionali, ragione per cui il biologico non è necessariamente una buona cosa per il welfare degli animali». Non c'è verità in questa affermazione. E' chiaro che gli animali "bio" non vengono rimplizati artificialmente né fatti ingrassare oltremodo con additivi e antibiotici, ma mentre nelle fattorie biologiche si registrano meno malattie.
Fatto sesto: Il cibo biologico è più nutriente
Le pubblicazioni scientifiche dimostrano che, di norma, il cibo biologico contiene un livello maggiore di vitamina C e materiali essenziali come calcio, magnesio, ferro, cromo, così come antiossidanti anti-cancerogeni. Il latte organico è naturalmente più ricco di acidi grassi Omega 3, vitamina E, vitamina A (beta-carotene) e altri antiossidanti. Malattie come eczema, asma e allergie affliggono i bambini sempre di più. Il dieci per cento dei bambini dell'Unione Europea soffre di eczema. Ricerche dei governi svedese e olandese (pubblicate nel novembre dell'anno scorso) hanno registrato un 36% in meno di incidenza dell'eczema in bambini nutriti con prodotti freschi biologici rispetto a quelli allevati con agricoltura convenzionale. Gli standard biologici proibiscono l'uso degli additivi che gli scienziati classificano come "potenzialmente pericolosi per la salute", come grassi idrogenati, Msg (monosodio glutammato), così come aromi o coloranti artificiali. Anche la Food Standard Agency ha provato tramite ricerche come alcuni comuni additivi causano iperattività nei bambini. Dunque, il biologico può essere un'ottima soluzione contro una larga quantità di potenziali reazioni allergiche o di additivi nocivi.
Fatto settimo: E' vero che il business del biologico sta crescendo
La produzione biologica è ancora di dimensioni ridotte. Eppure le vendite locali e dirette di prodotti biologici salgono al ritmo di circa il 32% l'anno. Nel 2006 (ultimo anno di cui abbiamo a disposizione le statistiche) vendite di catering e al dettaglio hanno fruttato, nella sola Gran Bretagna, oltre 3mila milioni di euro, mentre il mercato complessivo del settore è cresciuto del 27 per cento all'anno rispetto alla decade passata. lo stesso è accaduto per l'indotto dell'agricoltura bio. Inoltre il business biologico non è più un mercato per la classe medio-alta. Oltre il 50% delle spese di prodotti bio sono compiute dalla fascia meno ricca della popolazione e molti stanno iniziando ad acquistare direttamente dai produttori, con gli schemi via-posta o nei farmers-shop, annullando la differenza con il cibo non-biologico a disposizione nei supermercati e nella grande distribuzione. Tre quarti delle famiglie si rivolgono al biologico per i prodotti dedicati ai bambini, che rappresentano la metà delle vendite di settore. Ugualmente è aumentata la richiesta e la pressione affinché le mense scolastiche si dotino di una dieta biologica. La verità è che il settore "bio" è in crescita costante, peraltro in costrasto con il generale declino dell'agricoltura europea, la cui forza lavoro è scesa dell'80% negli ultimi 50 anni. I coltivatori biologici tendono ad essere giovani, più ottimisti e la loro forz lavoro include molte più donne. La scelta che abbiamo di fronte è tra una produzione basata sui combustibili e appoggiata sui fertilizzanti al nitrogeno, oppure una produzione basata sull'energia solare con un sistema organico. Produrre una tonnellata di nitrogeno rilascia nell'atmosfera l'equivalente di 6,7 tonnellate di CO2. I materiali grezzi per produrre nitrogeno, infine, sono i sempre più scarsi gas naturali e le fattorie ne usano una quantità paurosa. La produzione organica è invece basata su processi rinnovabili, col trifoglio usato per fissare il nitrogeno e arricchire la terra di elementi organici naturali. Anche nell'incertezza, in un mondo dove i combustibili fossili stanno scomparendo, la coltivazine biologica assicura l'unico sistema sostenibile per la Terra, sia a livello ambientale che a liello economico. Questo non significa che la coltivazione biologica sia la risposta a tutte le domande. E' semplicemente la migliore risposta per un cibo libero da pesticidi e additivi, per un'agricoltura che si alimenti con l'unica fonte infinita di cui disponiamo, il Sole, amica degli animali e della natura.
di Francesca Maretta e Ivan Bonfanti
20 giugno 2008
Il cibo biologico
18 giugno 2008
Bio carburanti? Si, da mangiare

Ognuno pensa che la sua idea sia la migliore poi vengono i fatti, i risultati. allora una buona idea viene trasformata in pessima idea in questo sistema globalizzato. Come tornare indietro? Una retromarcia ardua e pericolosa.
C’è ancora qualcuno convinto che trasformare il cibo in carburante sia una buona idea? Solo i responsabili di questa politica folle, che costringono tutti gli automobilisti d’Europa a collaborare ad essa.
In teoria, i carburanti ricavati dalle piante possono ridurre la quantità di anidride carbonica emessa da automobili e autocarri. Le piante assorbono anidride carbonica durante la crescita, che viene rilasciata quando si brucia il carburante. Una direttiva emanata dalla Commissione Europea impone ora a tutti i fornitori di carburante di aggiungere biocarburanti alla benzina o al gasolio che vendono, al fine di ridurre le emissioni di carbonio.
Ancor prima che la direttiva entrasse in vigore, numerosi studi avevano dimostrato che era un’assurdità. Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato l’anno scorso indica che il 98% della foresta pluviale naturale dell’Indonesia sarà degradato o scomparso entro il 2022. Solo cinque anni prima, gli stessi organismi prevedevano che ciò sarebbe avvenuto non prima del 2032. Non avevano tenuto conto della piantagione di palme da olio da trasformare in biogasolio per il mercato europeo.
Quando si diboscano e bruciano le foreste, sia gli alberi sia la torba su cui crescono si trasformano in anidride carbonica. Un rapporto della società consulente olandese Delft Hydraulics mostra che ogni tonnellata metrica di olio di palma determina fino a 33 tonnellate metriche di emissioni di anidride carbonica, 10 volte più di quanta ne produca il petrolio. L’impatto sul mondo intero è analogo, in quanto i coltivatori di “carburanti verdi” invadono habitat vergini.
Due saggi recenti pubblicati sulla rivista Science calcolano i costi in termini di carbonio della produzione di biocarburanti. Se si tiene conto del diboscamento, tutti i principali biocarburanti producono un aumento massiccio delle emissioni. Anche la fonte più produttiva – la canna da zucchero coltivata nelle savane coperte di arbusti del Brasile centrale – crea un debito di carbonio per ovviare al quale occorrono 17 anni. Dato che è adesso che bisogna effettuare le maggiori riduzioni, l’effetto netto di questo raccolto è di acuire il cambiamento climatico.
La fonte peggiore – l’olio di palma che sostituisce la foresta pluviale tropicale che cresce sulla torba – provoca un debito di carbonio per il quale occorrono circa 840 anni. Anche quando si produce etanolo dal mais coltivato su terra arabile “riposata” (chiamata nell’Unione Europea “incolto” e negli Stati Uniti “area protetta”), ci vogliono 48 anni per ovviare al debito di carbonio. Per essere giusti con la Commissione Europea, la direttiva stabilisce che i biocarburanti non siano prodotti distruggendo le foreste primarie, i pascoli antichi o le zone paludose. Inoltre, non si deve danneggiare alcun ecosistema biodiverso per coltivarli. Purtroppo ciò non contribuisce affatto a risolvere il problema.
Se non si possono produrre i biocarburanti in habitat vergini, bisogna confinarli nelle terre agricole esistenti, il che significa che ogni volta che facciamo il pieno leviamo il cibo di bocca a qualcuno. Nella competizione tra automobilisti e persone che hanno fame vincono sempre i primi, perché quelli che soffrono la fame sono più poveri di quelli che possono permettersi di guidare un’automobile.
Con l’aumentare del prezzo del cibo, gli agricoltori sono incoraggiati a distruggere gli habitat intatti – foreste primarie e via dicendo – per coltivarli. Possiamo felicitarci con noi stessi per esserci mantenuti moralmente puri, ma l’impatto è identico. Non esiste via d’uscita: su un pianeta limitato, con fonti di cibo esigue, o si compete con chi soffre la fame o si diboscano nuove terre.
Anche se non ci fossero effetti a catena, i biocarburanti sarebbero comunque un disastro per l’ambiente. Uno studio del Premio Nobel Paul Crutzen indica che le sole emissioni di ossido di azoto, determinate dai concimi azotati usati nella coltivazione di questi raccolti, fanno sì che l’etanolo ricavato dal mais provochi un riscaldamento pari a 0,9-1,5 volte quello dovuto al petrolio, mentre l’olio di colza (fonte dell’80% e più del biogasolio mondiale) provoca un impatto pari a 1,7 volte quello del gasolio minerale.
Non esiste una facile via d’uscita. Molti hanno sostenuto che le alghe che crescono in acqua di mare possono dare grandi quantità di carburante, ma tale progetto non ha ancora avuto successo. Altri hanno salutato un arbusto tropicale, la jatropha, come una pianta miracolosa (guardatevi dalle piante miracolose!) perché in teoria potrebbe essere coltivato da piccoli proprietari terrieri su terreni sterili. In pratica, il governo indiano ha in progetto 14 milioni di ettari di piantagioni di jatropha e caccia i piccoli proprietari dalla terra per fare posto ad esse. La giunta birmana vuole piantare 3 milioni di acri di jatropha entro l’anno prossimo, il che non andrà a vantaggio dei contadini del paese.
Anche l’idea di utilizzare gli scarti dell’agricoltura pone problemi. Gran parte dello “scarto” non è affatto tale, ma il materiale organico che conserva la struttura del terreno, i nutrienti e la riserva di carbonio. Eliminandolo si aumenta enormemente il tasso di erosione del suolo e occorre utilizzare più concimi azotati. I biocarburanti sono il peggiore dei fast food, facendoci precipitare lungo la china della distruzione ecologica.
Allora perché i nostri governi insistono su questa politica? Perché diffondere la fame e rovinare il pianeta sono atti politicamente meno costosi delle alternative: far sì che gli industriali producano auto più efficienti e incoraggiare la gente a optare per forme meno inquinanti di trasporto. Un crimine contro l’umanità in un altro luogo e in un altro tempo costa ai governi meno di un disagio minore qui e ora. Dobbiamo cambiare questa formula protestando contro la nostra partecipazione coatta alla guerra contro il pianeta.
di George Monbiot
15 giugno 2008
Il disagio delle ragazze

Nel malessere giovanile colpisce il crescente disagio delle ragazze. I ragazzi sono più abituati al male, alla sofferenza. Ferdinando Camon (e anch’io) lo ritiene un tratto tipico del maschile, e ricorda che non a caso in francese male (mal), e maschio (mâle), si pronunciano allo stesso modo.
I “teddy boys” fanno parte dell’iconografia dei guai dei giovani maschi: ci sono sempre stati, e gli angeli hanno sempre dovuto darsi molto daffare per salvare i ragazzi da quel tipo di situazioni. Il “branco” al femminile è più nuovo, e fa più impressione. Così come il tasso di incremento nel consumo di ogni droga da parte delle donne, oggi più alto che fra gli uomini; e come il fatto che, proporzionalmente, siano più le ragazze che bevono fino a star male rispetto ai maschi, che smettono prima.
Le tre ragazzine che, qualche giorno fa a Quarto Oggiaro (Milano), hanno picchiato a sangue una quarta che voleva uscire dal gruppo e cambiare vita, e si sono fermate solo quando tre maschi le hanno bloccate e (con grande fatica) sono riusciti a dividerle, stanno molto male e vanno incontro a probabili grossi guai. Come loro ce ne sono però migliaia, in tutta Italia, di cui i giornali neppure parlano. Protagoniste di violenze multiple, in genere ai danni di altre ragazze o donne (che non denunciano per paura e sorpresa), coperte dall’omertà, dall’indifferenza, e dallo sfascio dei tessuti di relazione dei quartieri e dei gruppi.
Il femminile paga caro, probabilmente molto di più del maschile, la poca naturalità, e quindi umanità, del malessere della società postmoderna. Le ragazze la pagano cara proprio perché il sapere femminile è il grande depositario, più di quello maschile (che è più “culturale”, per sua vocazione e disposizione), del sapere “naturale”. Quindi del grande valore del corpo, proprio e altrui, sede della vita (che l’uomo mette a rischio con più facilità), e della relazione, del legame affettivo. Il valore del sentimento.
Questa rete affettiva, di protezione e conservazione della vita e dei suoi legami, è la sede del genio femminile, e la condizione del benessere delle donne (e di tutti). Ecco perché le ragazze che mettono a rischio il proprio corpo e quello delle altre, perse in una spirale di violenza sadomasochista, e quelle che rompono, con violenze, ricatti, intimidazioni, la rete affettiva che regge dal profondo ogni legame e costruzione sociale rappresentano l’apice della crisi del femminile e della stessa vita, che al femminile è strettamente legata.
Nessuno sembra rendersene conto, gli episodi sono relegati alla cronaca minuta, al massimo ottengono qualche considerazione di costume. Mentre invece queste storie ci raccontano il lacerarsi, assieme al sapere femminile, della stessa trama della vita individuale e collettiva.
Anche l’uomo, che si ritrova in questo frullatore quando la figlia gli ride in faccia se lui chiede dove sia stata o quando la moglie lo abbandona, non riesce a vedere il fenomeno complessivo, portando un suo contributo educativo e ideativo, ma riduce tutto al suo caso personale, che lo fa sentire eroe (anche se del nulla).
Abbiamo tutti bisogno di un cuore di carne, al posto di quello di pietra che ci ritroviamo.
Claudio Risé
14 giugno 2008
Il tatto è il nutrimento della vita.

Ancora prima di nascere, veniamo massaggiati dal liquido amniotico e siamo delicatamente spinti contro le pareti dell'utero materno. Le continue carezze e coccole che riceviamo nei primi anni di vita ci aiutano a crescere meglio e sono un continuo nutrimento per il nostro spirito.
Con il crescere, però, nell'attuale società per proteggere il proprio spazio e la propria individualità il contatto fisico è troppo spesso sinonimo d'invadenza e di aggressione, perché può far partecipe l'altro della sfera più intima del nostro essere. Infatti, con un semplice abbraccio riusciamo a comunicare più di tante parole.
Gli indiscussi benefici del massaggio soddisfano, quindi, il desiderio di essere accarezzati che ci accompagna sin dal momento della nostra nascita. Tale desiderio è anche frutto di una precisa legge chimica, perché tutta la nostra pelle è ricca di potenti oppiacei naturali ed endorfine dall'effetto analgesico. Quando ci facciamo male istintivamente sempre ci tocchiamo e ci massaggiamo per alleviare il dolore.
Ecco perché da sempre al massaggio è stato riconosciuto un ruolo importantissimo nella purificazione e nel mantenimento della salute del corpo: migliora la circolazione delle sostanze nutrienti e aiuta l'organismo a espellere le tossine. Massaggiando si toccano tutti gli organi cutanei, sottocutanei e muscolari. Questi, attraverso canali energetici e corrispondenze specifiche promuovono e migliorano le funzioni degli organi più profondi e aiutano a mantenere l'equilibrio di tutti gli elementi costitutivi dell'organismo.
Il massaggio è la più bella "arte curativa" della vita e crea le condizioni necessarie per la guarigione.
Gabriele Bettoschi
12 giugno 2008
L'ultimo modello dei cellulari

Quando si acquista un cellulare bisognerebbe buttare un occhio anche a un valore che ne indica la radioattività chiamato, italianizzando un po' la definizione, rateo di assorbimento specifico. Secondo il Cellular Telecommunications Industry Association (CTIA), lo specific absorption rate, il cui acronimo è SAR, indica la quantità di emissioni elettromagnetiche dei cellulari assorbite dal corpo umano.
I VALORI DI RIFERIMENTO - La Sar viene sempre espressa in Watt per chilogrammo e la soglia massima di radiazioni varia da Paese a Paese. In Europa è di 2 Watt/Kg, negli Stati Uniti è di 1,6 Watt/Kg. Più basso è il valore SAR, minore è la radiazione assorbita dal corpo. La webzine Cnet propone una tabella ragionata dei vari valori per modello e marca, arrivando alla conclusione che non ci sono marchi buoni o cattivi, ma semplicemente modelli attenti a questo aspetto non meno importante del prezzo o delle performance, anche se ancora gli studi non hanno dimostrato verità assolute sulla nocività delle radiazioni dei telefonini.
I DIECI MIGLIORI E PEGGIORI – Nella tabella di Cnet tra i 10 cellulari con livelli di Sar più alti troviamo sei modelli Motorola (che risulta indubbiamente un marchio poco attento), il RIM BlackBerry Curve 8330, il Samsung SGH-C417. Tra i dieci modelli meno radioattivi, c'è invece l'LG Chocolate KG800, due Motorola Razr, ben tre modelli Nokia e Samsung. L'iPhone è grosso modo a metà. La classifica è comunque indicativa, poiché il numero di radiazioni assorbite varia anche a seconda del soggetto che ne fa uso. In tutti i casi il valore Sar è un aspetto da non trascurare. Ed è bene sapere che nelle istruzioni per l'uso deve essere sempre specificato e, qualora non lo sia perché si tratta di un modello vecchio, si può farne richiesta al produttore.
Emanuela Di Pasqua
10 giugno 2008
Danni provocati dalle onde elettromagnetiche

Gli effetti che tali radiazioni possono provocare sugli organismi si distinguono in:
1) effetti termici o a breve termine
2) effetti non termici o cronici.
Per effetto termico si intende il riscaldamento del corpo o di sue parti esposte alle radiazioni. La gravità di questo tipo di effetto, va ricercata nel fatto che questo riscaldamento avviene internamente al corpo e non viene percepito dagli organi sensoriali: per l’organismo non è così possibile attivare meccanismi di compensazione. Gli organi con scarsa circolazione sanguigna (che favorisce la dispersione del calore prodotto) e bassa conducibilità termica (fattore negativo ai fini di una efficace dispersione del calore) sono i più colpiti (testicoli, cornea, ecc.).
Che le radiazioni elettromagnetiche influenzino i nostri ritmi fisiologici lo dimostra la ghiandola pineale, situata nella parte posteriore del cervello. Questa minuscola ghiandola a forma di pigna (da cui il nome) secerne melatonina, un ormone che regola, oltre l’umore, il sistema endocrino e riproduttivo. La produzione di melatonina è massima durante la notte e scende al minimo durante il giorno, poiché la luce inibisce il funzionamento della ghiandola. La melatonina, secondo gli studi fatti, sembra essere in grado di proteggere l’organismo da alcune forme di tumore. La sua riduzione in soggetti esposti in modo prolungato spiegherebbe, oltre la promozione di tumori, i vari disturbi riproduttivi e neurologici segnalati da alcune ricerche epidemiologiche.
Negli ultimi anni l’attenzione dei biologi di base si è andata via via spostando dalle mutazioni genetiche ad altri possibili meccanismi responsabili della crescita tumorale. Il prof. Ross Adey, biofisico, che fa ricerca sui campi elettromagnetici sin dalla fine degli anni ’50 ed ha avuto la possibilità di studiare gli effetti di radar e microonde sui militari, afferma: "Gli studi di laboratorio hanno identificato nelle membrane cellulari la parte dei tessuti che, con tutta probabilità, per prima subisce le interazioni con i campi elettromagnetici a bassa frequenza e i campi modulati a radiofrequenza/micronde. Studi epidemiologici hanno attirato l’attenzione verso i Campi elettromagnetici e i campi modulati a radiofrequenza come possibili fattori di rischio per leucemie, linfomi, tumori al seno, melanomi epiteliali, tumori al cervello".
Nel mondo anglosassone si stanno adottando misure cautelative per i bambini, a fronte di una evidenza scientifica riferita a rischi per la salute derivati da esposizione continuata e inconsapevole a microonde, anche a bassa intensità.
Misure cautelative e restrittive, con specifico riferimento alle strutture scolastiche o comunque destinate a bambini e ragazzi, sono attuate in Nuova Zelanda, in Svezia, in Canada, in Australia e negli Stati Uniti.
In molti paesi, si moltiplicano le proteste da parte di gruppi di cittadini e associazioni, movimenti ambientalisti e gruppi di tecnici (medici, fisici, biofisici, oncologi.).
Conferme sugli effetti tumorali dei campi magnetici provengono dall’autorevole Karolinska Institut di Stoccolma (centro di riferimento dell’OMS e del premio Nobel) e da altre istituzioni scandinave: i risultati dei loro studi epidemiologici indicano un aumento del rischio per esposizioni prolungate a campi magnetici con intensità superiori a 0,2 microTesla.
In Italia, ricercatori come il dott. Franco Merlo (Istituto Nazionale per la ricerca sul cancro), il Prof. Giuseppe Masera (coordinatore di numerose ricerche internazionali sui tumori infantili) e il Prof. Cesare Maltoni (Fondazione europea di oncologia e scienze ambientali, presidente onorario della Società italiana tumori e segretario generale del Collegium Ramazzini) hanno evidenziato da anni il nesso tra l’esposizione a campi elettromagnetici (CEM) a bassa frequenza (a cui nessuno di noi sfugge) e l’insorgenza di leucemie in popolazioni di età pediatrica (0-14 anni): bambini a lungo esposti a valori di CEM 50-60 Hz superiori a 0,2 microTesla – come quelli prodotti dagli elettrodotti ad alta tensione – hanno una probabilità doppia di sviluppare una leucemia rispetto a bambini esposti a livelli inferiori. I dati scientifici disponibili, giustificano seri sospetti sulla possibilità che i CEM determinino danni biologici, favorendo la carcinogenesi. I motivi di preoccupazione sono tanto più fondati se riferiti ad un organismo in fase di crescita. Per tali motivi è doveroso cercare di limitare il più possibile l’esposizione dei bambini e in ogni caso, va chiarito che le conoscenze oncologiche indicano che non esistono livelli di salvaguardia assoluta, cioè dosi, anche se basse, tali da essere ritenute assolutamente innocue.
Effetti termici o a breve termine
per densità di potenza elettromagnetica irradiata maggiore di 10 milliwatt/cm2:
* variazioni della permeabilità cellulare
* variazione del metabolismo
* variazioni delle funzioni ghiandolari, del sistema immunitario, del sistema nervoso centrale e del comportamento.
per densità di potenza elettromagnetica irradiata maggiore di 50 milliwatt/cm2:
* possibili lesioni cerebrali
* influenza sulla crescita cellulare
* malformazioni fetali
* ustioni interne
* cataratta
* morte per infarto.
Effetti non termici o cronici per intensità inferiore a quella che determina gli effetti termici
* variazione del numero dei linfociti e granulociti (esperimenti su cellule)
* variazioni del livello di anticorpi e delle attività dei macrofagi (esperimenti su animali)
* tachicardia
* dolore agli occhi
* vertigini
* depressione
* limitazione della capacità di apprendimento
* perdita di memoria
* caduta di capelli
nei paesi dell’Est europeo studi hanno evidenziato anche:
* sterilità
* aumento aborti
* abbassamento della fertilità
Secondo l’Agenzia per l’Ambiente degli USA (EPA), su otto studi epidemiologici cinque hanno evidenziato rischi statisticamente significativi associati a:
* neoplasie linfatiche ed emopoietiche
* cancri totali in abitanti (Hawai) in stretta prossimità a torri a radiofrequenze (RF)
* cancro del sistema emopoietico (leucemia, linfoma e linfosarcoma, melanoma e esposizione a radiazione RF) in ufficiali e militari polacchi
Le leggi ed i controlli
L’inadeguata normativa in vigore per gli elettrodotti (D.P.C.M. del 23.4. e D.P.C.M. 28.9.95) indica dei limiti massimi di esposizione in 100 microTesla e distanze da rispettare per i campi elettromagnetici a bassa frequenza di 28, 18 e 10 metri dal filo rispettivamente per elettrodotti da 380, 220 e 132 KV. Questi limiti fanno riferimento a esposizioni di breve durata (effetti a breve termine) e non ad esposizioni prolungate (effetti a lungo termine).
Per i campi elettromagnetici generati da alte frequenze (cellulari) il decreto del Ministero dell’Ambiente n. 381/98 indica i limiti per le radiofrequenze da 100 kHz a 300 GHz.
L’antenna dei telefoni sul tetto solo se tutti i condomini sono d’accordo
* Monza (Milano) 9 marzo 1999 -L’installazione di una antenna sul tetto per la ricezione del segnale dei telefoni cellulari, può avvenire solo se tutti i condomini sono d’accordo. Questo è quanto ha stabilito il giudice del Tribunale civile di Monza, Piero Calabrò, nella causa intentata da due inquilini contro il loro condominio in Via Tevere, 31 a Sesto S. Giovanni.
I due condomini chiedevano che fosse dichiarata nulla la delibera, approvata dall’assemblea a maggioranza semplice il 30 marzo 1998, con cui era stata decisa la locazione alla "Ericsson Telecomunicazioni" del tetto dell’edificio per l’installazione di una stazione radio, con un contratto rinnovabile di nove anni e un compenso di 20 milioni di lire. Il giudice ha dichiarato illegittima la delibera impugnata.
"La richiesta di una maggioranza quantomeno qualificata – ha motivato il giudice – appare ineludibile, atteso l’indubbio carattere innovativo di tale opera sulla cosa comune. E’ nota ed evidenziata dalla stessa giurisprudenza la profonda incertezza, alla luce delle attuali conoscenze scientifiche, che circonda la materia delle conseguenze sulla salute dei cittadini derivanti da vicinanza a stazioni radio a onde o campi elettromagnetici".
La delibera non ha tenuto in alcun conto, inoltre, anche solo al fine di escluderle, le esigenze di tutela della salute e non ha fornito informazioni sulle caratteristiche dell’impianto e la misura della sua possibile nocività"."
La Federconsumatori denuncia TIM per pubblicità ingannevole sugli effetti delle onde elettromagnetiche. L’Antitrust avvia il procedimento
* 17 settembre 1999 – Su denuncia della Federconsumatori l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un procedimento sulla pubblicità di TIM relativamente agli effetti dell’elettromagnetismo.
La Federconsumatori ha chiesto all’Autorità di verificare l’ingannevolezza del messaggio pubblicitario della TIM, contenuto in due opuscoli di ampia diffusione, secondo la quale "tutti gli scienziati del Mondo sono concordi nel ritenere che le onde, anche quelle emesse dagli impianti radiomobili non producono effetti dannosi per la salute".
L’Autorità ha chiesto alla TIM di fornire entro 20 giorni:
i testi completi delle fonti scientifiche alle quali si è attinto per la predisposizione dei due opuscoli denunciati, con particolare riferimento alle citazioni riguardanti l’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’Istituto Superiore di Sanità ed all’Università di Roma ogni utile informazione su:
* "i risultati e le evidenze unanimamente condivisi dalla comunità scientifica circa gli effetti sull’organismo umano prodotti dall’esposizione (anche di tipo prolungato e reiterato) ai campi elettromagnetici generati da apparecchi ed impianti di telefonia mobile;
* l’esistenza di eventuali studi già realizzati, nonché di verifiche ed approfondimenti in corso dai quali si potrebbe evincere l’opportunità di adottare cautele e raccomandazioni circa l’uso prolungato degli apparecchi radiomobili soprattutto in determinate circostanze e per determinate categorie di persone (bambini, donne in gravidanza, portatori di determinate patologie, utilizzatori di strumenti elettromedicali, ecc.);
* i problemi di interferenza elettromagnetica degli apparecchi di telefonia mobile con strumentazioni e dispositivi elettronici: peacemaker, apparecchi acustici, apparecchi elettromedicali, apparecchi di navigazione, ecc.;
* le informazioni disponibili su eventuali casi di particolari intolleranze e reazioni soggettive derivanti dall’esposizione ai campi elettromagnetici generati dagli apparecchi e dagli impianti di telefonia radiomobile."
Mario Madei
09 giugno 2008
I cibi si, i cibi no

È ricca di burro, carboidrati (pane e pasta), grassi animali e zuccheri raffinati la dieta nemica del seno. «Tutti alimenti che fanno salire l’indice glicemico e che sono ormai collegati a un aumento del rischio di tumore». Lo spiega Daniela Terribile, chirurgo senologo del Policlinico Gemelli di Roma. «È noto che le asiatiche sono meno colpite dal cancro al seno. Ma quando si trasferiscono nei Paesi occidentali - prosegue la specialista - la situazione cambia e un ruolo chiave lo hanno le abitudini alimentari». In generale, secondo l’esperta, «il menù amico del cuore si rivela alleato anche del seno. Gli alimenti da limitare sono gli stessi potenzialmente dannosi per la salute cardiovascolare». Ma l’esperta suggerisce alle donne di tutte le età di seguire uno stile di vita attivo: «Concedersi delle pause all’aria aperta e fare esercizio con regolarità è utile contro lo stress, ma anche per la salute del seno». Infine, occhio all’alimentazione all’americana a base di hamburger e patatine fritte, che ha conquistato le giovani generazioni del Belpaese. «Gli effetti sulla salute, anche quella del seno, rischiano di farsi sentire nei prossimi 10 anni», ammonisce.
Più litigiosi quando si è a stomaco vuoto
Assemblee di condominio e riunioni di lavoro a rischio liti e scontri, specie se questi appuntamenti sono fissati prima di pranzo o cena. Sembra, infatti, che essere a stomaco vuoto renda facilmente alcune persone più aggressive o combattive. E che, se poi prendono fuoco per un nonnulla, la colpa sia dell’ormone del benessere: la celeberrima serotonina. Lo rivela uno studio pubblicato su «Science» dai ricercatori britannici dell’Università di Cambridge. L’aminoacido essenziale al nostro organismo per produrre l’ormone del benessere, infatti, può essere ottenuto solo dal cibo, ricordano gli studiosi. Dunque i livelli di serotonina calano naturalmente quando non mangiamo, un meccanismo che ha permesso agli scienziati di scoprire il ruolo chiave di questo neurotrasmettitore nel regolare l’aggressività nei rapporti sociali.
«Con le sigarette light rischio di tumore più aggressivo»
Chi pensa che fumare sigarette «light» sia un vantaggio rispetto al rischio di ammalarsi di tumore sbaglia di grosso. Anzi, il boom negli ultimi anni di sigarette leggere e con filtro ha portato a un cambiamento nella tipologia del tumore ai polmoni: chi fuma le light tende ad aspirare più in profondità, andando a interessare una zona più profonda, a livello alveolare, dove le cellule reagiscono in modo diverso, dando vita agli ademocarcinomi non squamosi, ben più aggressivi e con metastasi più frequenti rispetto ai tumori squamosi. È l’allarme lanciato dal prof. Cesare Gridelli, direttore della divisione di Oncologia Medica all’Ospedale Moscati di Avellino.
fonte: la stampa.it
Allergie, ma a che cosa?

Passano gli anni, ma quando comincia a spuntare quel bel sole primaverile sul davanzale delle nostre finestre, per quasi dieci milioni di italiani, comincia a risvegliarsi l’incubo delle allergie. Negli ultimi anni si sta infatti assistendo ad un notevole incremento del numero di persone (sia tra i bambini che tra gli adulti) che presentano manifestazioni allergiche di vario tipo, in particolare “allergie stagionali”; si calcola che in pochi anni la percentuale di persone che in Italia ne soffre sia passata dal 10 al 15-20%, interessando così una vasta fetta di popolazione.
Ma cosa si nasconde dietro questo fenomeno di massa? Perché alcune persone ne soffrono ed altre no? Nonostante tutte le persone vengano a contatto con gli allergeni, infatti, solo alcuni ne risentono al punto da sviluppare una reazione di tale portata. Inoltre a volte è la stessa persona a soffrirne “a spot” in certi periodi della vita, e quindi in modo non sistematico, come mai? Molte manifestazioni allergiche esplodono infatti sovente in modo apparentemente inspiegabile ed inaspettato e spesso scompaiono in modo altrettanto misterioso. Per chiarire alcuni di questi interrogativi è necessario soffermarci a riflettere sul concetto di allergia ed a quanto la sua voce (che corrisponde alla manifestazione allergica) costituisce solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più esteso.
L’uomo si allontana sempre più dalla natura, dai suoi ritmi, dalle sue forme e conseguentemente anche dai suoi istinti primordiali. Il contatto con la terra viene sostituito da pavimenti tirati a lucido, gli alberi da muri dipinti a trattati e gli elementi da oggetti puliti e disinfettati. Si è ormai arrivati alla convinzione che il termine “asettico” sia sinonimo di pulito, quando non è affatto così. Analizzando la realtà da questo punto di vista, non stupisce più che l’organismo reagisca violentemente a qualcosa di esterno, estraneo, tentando di difendersi, e di sfavorire il rapporto con gli altri e col mondo; con ciò che è “altro da sé”. La chiave profonda di lettura, in termini di allergie, è sempre connessa alla difesa ed alla paura. Il mondo viene visto come elemento estraneo, percepito come ostile e pericoloso, popolato da agenti potenzialmente nefasti (anche se non lo sono, vengono di fatto vissuti come tali) e dai quali ci proteggiamo attivamente dopo aver subito passivamente. Ecco perché le allergie colpiscono per esempio bambini, figli di madri iper-apprensive che “separano” il bimbo dal mondo, isolandolo per proteggerlo. I padri, a loro volta spesso esclusi da questo rapporto madre-figlio, sviluppano atteggiamenti di straniamento venendo così percepiti dal piccolo come “deboli” o addirittura assenti.
Analizzando l’aspetto aggressivo insito nella manifestazione allergica, è necessario spendere due parole sui miraggi di perfezione, ricchezza e pulizia su cui si basano le società economicamente sviluppate e propagandati su vasta scala dai media. In un contesto sociale ove tutto deve essere controllato e senza sbavature, non c’è più spazio per quella aggressività primordiale che in ogni essere si manifesta sia a livello macroscopico col proprio comportamento (di conquista, di corteggiamento, di difesa del territorio, di lotta etc..) che microscopico con le infinite piccole/grandi lotte combattute dal nostro esercito interno ovvero dal sistema immunitario. La progressiva, fisiologica, innaturale e sistematica repressione della rabbia “macroscopica” (o comportamentale), temuta e bollata quindi come manifestazione antisociale e pericolosa, non ha fatto certamente sì che questa abbandonasse definitivamente la nostra più profonda natura: come dire il fatto che non si veda non significa che questa non ci sia. Semplicemente la rabbia, a volte addirittura banali nervosismi, sono caduti nella fossa comune del pregiudizio sociale, divenendo emozioni tabù insieme all’invidia ed al rancore. Questo ha fatto si che l’uomo, vergognandosi persino di provare tali emozioni, le ha allontanate il più possibile dalla propria sfera cosciente e di comportamento, perdendo però contestualmente la capacità di gestirle, di riconoscerle e di dare loro la giusta importanza; in una parola le ha “messe in cantina”, senza potersene realmente liberare, dal momento che queste “corde” proprio come le corde ben più accettate dell’allegria, dell’amore, della gioia, fanno parte della natura dell’essere umano. Tale aggressività tenuta in cattività (nel senso letterale di in captivitas ovvero prigioniera, nelle nostre cantine) è perciò divenuta uno “scheletro nell’armadio”. Si aggiunge a questo il fatto che allontanandoci pian piano dal confronto con gli agenti esterni, abbiamo procurato che anche sul piano microscopico/interno, questa emozione non avesse appiglio per “scaricarsi” fisiologicamente. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: comportamenti violenti, voci di un’aggressività furiosa e repressa nel corso degli anni, imperversano sul piano macroscopico/sociale e non deve perciò stupire che questo avvenga anche sul piano microscopico.
L’allergia infatti altro non è che una esagerata risposta del nostro sistema immunitario ad un agente (detto “antigene”) normalmente innocuo ma che viene riconosciuto dall’organismo come dannoso. Si innesca dunque un’over-reazione: il processo infiammatorio vede coinvolti anticorpi (IpE) e varie cellule, in particolare i mastociti e gli eosinofili la cui attivazione porta al rilascio di mediatori chimici (istamina e citochine) responsabili dei sintomi. Nella mia esperienza professionale ho notato sovente quanto le persone allergiche risultino all’apparenza particolarmente controllate, tranquille, posate, misurate, miti, covando però contestualmente sotto la superficie una profonda aggressività repressa (di cui spesso non sono consapevoli ma che altrettanto spesso non vogliono vedere, né affrontare: non a caso si conoscono e sono conosciute come tranquille, accomodanti, gentili, generose). Tale discrasia crea un conflitto che esplode, guarda caso, proprio nel momento del confronto con l’esterno. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare questo è un bene e non un male per gli allergici, i quali trovano finalmente un modo per far fluire un’emozione completamente fisiologica che altrimenti non si concederebbero mai la possibilità di sfogare. A riprova di tale connotazione, ricordiamo che tra i farmaci più diffusi tesi a curare gli stati allergici troviamo i corticosteroidi, che sono potenti infiammatori. Essi inibiscono la risposta immunitaria eccessiva placando la manifestazione di rabbia, ma gli effetti collaterali (ipertensione, iperglicemia, aumento di peso, ulcere, acne, insonnia) mostrano, piuttosto che una risoluzione della problematica, una più preoccupante, dal punto di vista psicosomatico, “internalizzazione dello stato rabbioso”, il quale non si manifesta più esternamente ma viene “ricacciato giù”, ad un livello più interno, più profondo. Tale fenomeno che porta la problematica dall’esterno verso l’interno è detto “vicariazione regressiva”, il che significa che il sintomo, “inabissandosi”, perde ogni possibilità di comunicare il disagio (e quindi di sfogarsi), di portare l’attenzione sul conflitto che si consuma dentro il soggetto e conseguentemente di farsi sentire. In altre parole, perde le chances di essere ascoltato e quindi di essere un’opportunità costruttiva di autocoscienza per la persona che lo prova.
Un’altra cosa importante da analizzare è “a cosa” la persona reagisce, perché anche questo parla di lei. Le cause biologiche delle allergie possono essere di diversa natura. In questa stagione sicuramente i pollini la fanno da padroni, in particolare le graminacee sono fra le principali responsabili dei fastidiosi sintomi. Che cosa ci dice questo? Il polline, in chiave psicosomatica, rappresenta il seme, il vigore sessuale, la fecondità. “Difendersi” e “reagire” in modo inconsapevole ed incontrollato a questa sostanza significa rifuggire una natura passionale ed istintuale repressa. Non è un caso che le allergie colpiscano soprattutto le mucose, che costituiscono punti di accesso delicati e umidi, molto sensibili, spesso collegati alla sfera sessuale. L’allergia colpisce laddove si nasconde la paura di una relazione tra sé stessi (identificata nella parte che reagisce) e quella parte di mondo che innesca in noi la reazione. Ecco perché molto spesso “debutta” tra gli adolescenti in fase puberale (spesso anche in associazione all’acne). Le manifestazioni cliniche possono essere diverse e possono coesistere o succedersi nel corso della vita. Il sintomo più comune è la rinite allergica determinata da una infiammazione della mucosa nasale che causa starnuti, prurito e naso ostruito. Oltre a queste manifestazioni si possono frequentemente riscontrare congiuntiviti che portano a bruciore, prurito, arrossamenti e ad eccessiva lacrimazione. In particolare, lo starnuto e la tosse sono elementi di rifiuto (rifiuto del confronto con gli agenti esterni in oggetto), e rappresentano la volontà di allontanarli e di liberarcene; la forte lacrimazione, rappresenta il pianto e la purificazione per un sentimento che non è vissuto pienamente, che è represso perché “non in linea” con ciò che la persona vuole essere. Se la manifestazione comporta invece un grande prurito, questo incarna la necessità di soddisfare una pulsione incontrollabile di cui spesso la persona non si fa una ragione. A volte, la scarica di rabbia è talmente forte da “togliere l’aria”, “soffocare”, e sono questi i casi in cui si può assistere alla manifestazione dell’asma allergica che compromette la respirazione con tosse ed affanno. Altri farmaci normalmente usati per attenuare i sintomi sono gli antistaminici i quali contrastano l’attività dell’istamina, principale responsabile dei sintomi dell’allergia. E’ importante sapere che questi farmaci non guariscono la problematica e la sua origine, ma si limitano ad alleviarne i sintomi. La persona perde ulteriormente il contatto col mondo esterno, inabissando ulteriormente il conflitto, tanto che il principale effetto collaterale di questi farmaci è una diminuzione della capacità di concentrazione, di vigilanza e l’incremento di uno stato di sonnolenza. Alla luce di queste considerazioni, appare più che mai chiaro quanto un disturbo, anche fastidioso come può esserlo un’allergia, possa invece costituire un alleato prezioso aiutandoci a capirci meglio, ed a fare un lungo, appassionante e costruttivo viaggio verso noi stessi.
Silvia Caldironi - Consulente Psicosomatista
05 giugno 2008
Localismo. La rinascita del particulare

Sembra bello a dirsi, ma la realtà è molto diversa. Più che di "localismo" potremmo parlare di univocità dei prodotti alimentari. Passata la sbornia dell'oggetto clonabile in tutte le sfacettature adesso si ritorna al prodotto locale, un unico del suo genere. Cavalcare la tigre del localismo non aiuta l'agricoltura ad uscire dal tunnel dell'autosostentamento e, Petrini, che tiene la fune della Tigre, fa un restyling del marketing alimentare.
È normale che in una fase storica caratterizzata dalla globalizzazione emergano con forza idee di senso diametralmente opposto. Le storture generate dai processi di mondializzazione non possono che dare vita a reazioni più o meno "arrabbiate", le quali spesso tendono ad arroccarsi in un’idealizzazione della dimensione locale, utilizzandola come strumento di difesa nei confronti di pericoli che vengono da lontano, e generalmente basandosi su un qualche principio di chiusura verso l’esterno da parte di determinati territori, regioni o comunità.
La parola "localismo" evoca questi scenari: una chiusura, una barricata - anche ideologica - contro la globalizzazione e il diverso che ci insidia, una contrapposizione culturale atta più a preservare e difendere che a costruire.
È per questo che è difficile connotare il termine in maniera positiva pur considerando che, nel mondo d’oggi, il recupero della dimensione locale è una cosa dalla quale non si può più prescindere. È dunque forse meglio utilizzare un’altra parola chiave: "locale", che a differenza di "localismo" ci parla di una dimensione concreta, di uno spazio reale in cui agire e attuare delle idee innovative e virtuose.
È chiaro che non porre attenzione a temi come la salute del Terra e degli ecosistemi, alle iniquità generate da sistemi distributivi ed economici su scala planetaria o a crisi energetiche e alimentari che ormai ci coinvolgono tutti significa commettere un errore madornale. Rinunciare a una visione più ampia per concentrarsi sul proprio ombelico non è soltanto egoista, ma ci catapulta fuori dal mondo. Un mondo in cui se è vero che la globalizzazione, intesa come processo principalmente economico, ha creato un mare di problemi, è altrettanto vero che da un punto di vista più "spirituale" ci ha aperto gli occhi sul nostro far parte di un’unica comunità terrestre, che si trova a condividere un unico destino semplicemente in quanto abitante lo stesso pianeta.
L’importanza del patrimonio identitario dei popoli non è un valore negativo. La propria storia, la memoria, le tradizioni e la porzione di pianeta che ci tocca amministrare - e che prima di noi hanno amministrato i nostri avi - parlano per noi, ci rendono essere umani.
La grande scommessa di questa fase storica sarà dunque quella di riuscire ad avere una visione centrata sulla dimensione locale, che sappia però conciliarsi con la maggiore apertura possibile nei confronti della nostra comunità terrestre. Si tratta di riuscire a spogliare il locale da tutte quelle connotazioni di eccessivo conservatorismo e chiusura per farne un vero elemento di modernità, anzi, di post-modernità, per andare oltre le ideologie che hanno provato a guidarci sin qui.
Di fronte al mutamento climatico e al disastro ambientale, alla crescente scarsità di cibo e allo spopolamento delle campagne, a processi come la finanziarizzazione delle commodity alimentari o la privatizzazione di beni comuni come l’acqua, l’unico modo per rendere partecipi le persone, per liberarle da un senso di estraniamento legato a processi che sembrano irrimediabilmente più grandi di loro, è quello di ridare dignità e forza alle economie locali.
Il locale diventa uno spazio creativo e costruttivo, in cui l’identità, la memoria e le tradizioni esercitano forze di liberazione da stili di vita insostenibili, imposti da logiche consumistiche e da un’economia liberista sfrenata.
Tutto ciò però, s’è detto, non deve dare vita a forme di chiusura ma anzi, deve far sua una logica in cui alla competitività si sostituisce la cooperazione, per costruire delle nuove frontiere di bene comune. L’identità infatti nasce dallo scambio, dal confronto tra diversità e solo in un funzione della diversità essa si esprime. L’interrelazione e l’interdipendenza non devono venire meno, proprio come avviene nelle società contadine che praticano regole di buon vicinato.
Qualsiasi forma di economia locale che escluda scambio e apertura è destinata alla regressione, qualsiasi identità, tradizione o memoria che non si confronti con le altre è destinata a morire.
Parlare di mero localismo induce a cadere nell’errore di considerare nuove forme di autarchia o di nostalgia per il ritorno a un passato in cui il confine tra l’autosufficienza e la povertà è davvero troppo labile. È dunque meglio proporre un processo che badi sì al locale, ma soprattutto alla ricostruzione di moderne economie locali in tutto il mondo.
Ricostruzione è un’altra parola chiave: se per esempio pensiamo all’agricoltura, il settore più delicato e strategico in un periodo in cui si prospettano gravissime crisi ambientali, energetiche e alimentari, abbiamo a che fare piuttosto con un processo di ri-localizzazione. Ridare dignità al lavoro contadino, invogliare a un ritorno nelle campagne o non al loro abbandono, rendere il mondo rurale un luogo in cui è piacevole vivere e non mancano i servizi, mantenere vive le tradizioni, i saperi contadini, la capacità di produrre in sintonia con il proprio ambiente, senza sprechi o sovrasfruttamento delle risorse.
Il locale è lo spazio in cui far convergere i bisogni di un mondo in crisi con la riaffermazione dell’individuo e della sua appartenenza a una comunità viva e produttiva. In cui realizzare una vera democrazia partecipativa e dare un contributo alla produzione e al commercio sostenibili, alla razionalizzazione della produzione e del consumo di energia, in cui sentirsi qualcuno e non aver paura del diverso. Tutto questo è da ricostruire, perché c’era ma è stato travolto dall’omologazione della globalizzazione economica.
È quindi importante partire dal passato, dalla storia e dalla memoria locale per superare addirittura la modernità e diventare vera avanguardia di un mondo che sia sano e amico dell’uomo, che non traballi più sotto i colpi di un produttivismo esagerato e irrispettoso della natura, che renda giustizia anche all’uomo stesso.
Non buttiamo via identità e tradizioni, ma non facciamone neanche una bandiera per nuove contrapposizioni tra gli uomini e tra uomo e natura. Utilizziamole per sapere chi siamo, che cosa abbiamo da dire e per fare frutto sul terreno in cui siamo cresciuti. Mettiamo a disposizione le più moderne tecnologie e risorse perché le economie locali funzionino e non restino isolate, ma piuttosto possano proliferare in Rete, capaci di comunicare e di scambiare tra di loro come mai è avvenuto in passato.
Dire che è necessario un ritorno al locale, alle economie locali, è come dire che c’è bisogno di un ritorno al valore della diversità, il più grande elemento creativo che sia mai esistito. Ce lo insegna la Natura del resto: dove c’è tanta biodiversità è la Natura stessa che pone rimedio alle crisi, che trova al suo interno le soluzioni per propagare la vita e l’abbondanza. Le società umane ormai dovrebbero aver imparato la lezione: senza la diversità di culture, tradizioni, modi di coltivare e preparare il cibo, di trarre energia dalle risorse naturali in modo assennato faremo del male al nostro stesso habitat, ma più di tutto a noi stessi.
Nella dimensione locale impariamo a gestire bene e con cura la porzione di mondo che ci è affidata, ma più di tutto esprimiamo la nostra diversità, in cooperazione con un numero enorme di altre diversità: diamo il nostro contributo fondamentale perché il mondo resti un posto meraviglioso in cui vivere.
di Carlo Petrini
Indicazioni pratiche sui latti vegetali

Questo articolo prende in rassegna le caratteristiche dei diversi tipi di latte vegetale: da quelli più utilizzati, come quello di soia o di riso, a quelli ancora poco utilizzati come quello di avena e mandorle.
L'articolo non ha però lo scopo di fornire una "classifica" dei diversi tipi di latte vegetale, perché personalmente sono convinta che ricercare la distinzione tra latte vegetale più simile o più diverso da quello vaccino sia fuorviante: la quantità di latte vaccino che dovrebbe essere presente in una dieta sana dovrebbe comunque essere limitata (max 2 porzioni, cioè 250 cc) e quindi le differenze tra i vari tipi di latte (vedi tabella nutrizionale) non sono tali da giustificare il ruolo nutrizionalmente più importante che si vuole conferire al latte vaccino rispetto ai vari tipi di latte vegetale.
Nessun tipo di latte, vegetale o animale, è nutrizionalmente indispensabile all'uomo (ad eccezione del latte materno per il lattante). In particolare, i nutrienti presenti nel latte vaccino (in primis il calcio) possono essere ottenuti in quantità adeguate da altri cibi (latte vegetale addizionato di calcio, altri cibi come tofu, verdura, legumi, frutta secca).
Dovrebbe consolidarsi quindi il concetto che il latte è un alimento non essenziale dopo lo svezzamento, e come tale va consumato: in piccole quantità, se gradito.
Tutti i tipi di latte vegetale possono essere utilizzati per una colazione tradizionale, e come alternativa al latte vaccino nella preparazione dei cibi e dei dolci. Come per il latte vaccino, il consumo dovrebbe essere moderato (125-250 cc al giorno). Sempre meglio consumarli al naturale, cercando di limitare i prodotti con aggiunta di sostanze aromatizzanti dolci. L'utilizzo di prodotti addizionati con calcio, vitamina D e vitamina B12 può risultare utile in caso sia ipotizzabile un limitato apporto con la dieta di questi nutrienti.
I vari tipi di latte vegetale sono ormai facilmente reperibili anche nei supermercati, ma vanno acquistati solo quando vi sia la garanzia della provenienza biologica. Le varie marche possono poi differire nel gusto e vanno quindi provate. Va perciò controllata l'etichetta, sia per verificare l'origine biologica del prodotto, che per valutare l'eventuale presenza di grassi aggiunti (solitamente assenti nel latte di soia e in quello di mandorle). E' preferibile poi scegliere le marche con minor contenuto di sale (sodio).
Tutti i tipi di latte vegetale possono però essere facilmente preparati in casa: se è necessario conservarli, possono essere riposti in frigo e agitati prima dell'uso, ottenendo oltre a un risparmio economico (che può essere notevole), un prodotto sicuramente più genuino.
I vari tipi di latte vegetale sono privi di colesterolo, lattosio e caseina. Costituiscono quindi una valida alternativa al latte vaccino anche in chi, non-vegetariano, ha problemi di intolleranza al lattosio, allergia alla caseina, allergie varie, infezioni respiratorie frequenti, e abbia fattori di rischio di arteriosclerosi, perché in essi i grassi animali contenuti nel latte vaccino sono presenti in quantità molto ridotte.
Da ultimo, nessun latte vegetale "comune" può sostituire le formulazioni vegetali per l'infanzia (a base di soia) nei bambini di età inferiore ad 1 anno, ma può comunque integrarle.
Latte di soia
Va premesso che tutti i prodotti a base di soia, e quindi anche il latte di soia, devono essere biologici, altrimenti è molto probabile possano contenere soia geneticamente modificata (OGM).
Il latte di soia costituisce una valida alternativa al latte vaccino, soprattutto in chi abbia fattori di rischio di arteriosclerosi, perché la soia riduce il colesterolo-LDL. Nei maschi avventisti che consumano latte di soia è stata riscontrata una ridotta incidenza di tumore della prostata. Per contro, l'effetto protettivo della soia nella prevenzione dei tumori femminili e dell'osteoporosi è ancora controverso.
Nutrizionalmente simile al latte vaccino, è il latte vegetale meno calorico e il più ricco di proteine: queste si trovano in quantità sovrapponibile a quella del latte vaccino e sono di buon valore biologico. Il latte di soia ha però un contenuto di grassi nettamente inferiore a quello del latte intero e di poco superiore a quello del latte parzialmente scremato. Si tratta prevalentemente di grassi poliinsaturi, compresi omega-3, mentre i grassi saturi sono molto ridotti. Esso inoltre contiene fibre, vitamine A, E, B, minerali: tra questi, il ferro è presente in quantità doppie rispetto al latte vaccino, mentre le preparazioni addizionate di calcio contengono un quantitativo di calcio paragonabile a quello del latte vaccino.
Il latte di soia può essere preparato in casa, o utilizzando le apposite macchine oppure artigianalmente, secondo la seguente ricetta:
• sciacquare i fagioli di soia gialla e metterli in ammollo in abbondante acqua per almeno dodici ore, poi sciacquarli e scolarli.
• Frullare con acqua, fino a ottenere un liquido uniforme e piuttosto denso.
• Far bollire questo liquido a fuoco basso per circa 20 minuti, mescolando ogni tanto.
• Filtrare attraverso un telo.
Latte di riso
Il latte di riso, ricco di zuccheri semplici, fornisce energia prontamente disponibile. La minor quantità di proteine di questo latte sicuramente non è un problema nell'ambito di una dieta vegetariana-vegana equilibrata, perché il fabbisogno proteico viene comunque garantito da altri cibi. Può quindi essere utilizzato al posto o in aggiunta al latte di soia, se il gusto è preferito. E' per contro il latte meno grasso, contiene prevalentemente grassi poliinsaturi, nonché fibre, vitamina A, B, D, minerali.
Il latte di riso in commercio contiene sempre oli aggiunti, solitamente di girasole. Attenzione però alla presenza di olii vegetali non meglio specificati. Va pure controllato sull'etichetta che l'olio di girasole sia spremuto a freddo e di origine biologica.
Il latte di riso può essere preparato in casa artigianalmente, secondo la seguente ricetta:
• Far bollire in una pentola una parte di riso con 10 parti di acqua
• filtrare il tutto attraverso un telo o un colino
Latte di avena
Anche il latte di avena è una valida alternativa al latte vaccino, soprattutto in chi ha problemi di arteriosclerosi, perché l'avena riduce il colesterolo-LDL. E' un latte poco calorico e con un limitato contenuto di grassi, prevalentemente poliinsaturi, mentre contiene fibre, vitamina E e acido folico.
Ricco di zuccheri semplici, fornisce energia prontamente disponibile. Come per il latte di riso, la minor quantità di proteine di questo latte sicuramente non è un problema nell'ambito di una dieta vegetariana-vegana equilibrata, perché il fabbisogno proteico viene comunque garantito da altri cibi. Può quindi essere utilizzato al posto o in aggiunta al latte di soia, se il gusto è preferito.
Il latte di avena in commercio contiene sempre oli aggiunti, solitamente di girasole. Attenzione però alla presenza di olii vegetali non meglio specificati. Va pure controllato sull'etichetta che l'olio di girasole sia spremuto a freddo e di origine biologica.
Per preparare in casa artigianalmente il latte di avena, ecco la ricetta:
• Mettere in un frullatore 1 parte di farina d'avena cotta in 2 parti di acqua fredda, aggiungere una banana matura e, a piacimento, 1 cucchiaino di vaniglia, 1 pizzico di sale (facoltativo), sciroppo d'acero.
• Frullare il tutto finemente
• Filtrare attraverso un telo
Latte di mandorle
Anche se questo latte dal gusto delizioso non può sostituire le formulazioni per l'infanzia (a base di soia) nei bambini di età inferiore ad 1 anno, può essere molto utile per integrare l'alimentazione del lattante e anche dopo lo svezzamento.
Pur potendo venire utilizzato per una colazione tradizionale, e come alternativa al latte nella preparazione dei cibi, esso costituisce anche un'alternativa all'assunzione di frutta secca, abitudine che dovrebbe far parte di ogni dieta sana. L'unico limite è quello legato alle calorie a al buon senso. Le mandorle sono infatti ricche di acidi grassi poliinsaturi, antiossidanti e calcio ed esercitano effetti positivi sulla salute cardiovascolare. La minor quantità di proteine di questo latte sicuramente non è un problema nell'ambito di una dieta vegetariana-vegana equilibrata, perché il fabbisogno proteico viene comunque garantito da altri cibi. Può quindi essere utilizzato al posto o in aggiunta al latte di soia, se il gusto è preferito.
Il latte di mandorle ha un contenuto di grassi intermedio tra latte vaccino intero e parzialmente scremato, ma si tratta ancora una volta di grassi prevalentemente poliinsaturi. Il contenuto di grassi saturi è limitato, mentre contiene fibre, vitamina E e minerali.
Anche il latte di mandorle può essere preparato in casa artigianalmente, secondo la seguente ricetta:
• Mettere a mollo per una notte le mandorle, poi scolarle e metterle in un frullatore assieme a 3 parti d´acqua
• Frullare fino ad ottenere un liquido denso bianco e polposo.
• Passarlo al colino, conservando il liquido ottenuto.
• Rimettere la polpa dentro il frullatore, aggiungere 1 parte di acqua, sciroppo di acero o di agave a piacimento, un pizzico di cannella e frullare di nuovo.
• Passare poi anche questo secondo "latte" al colino, aggiungendolo al primo.
Comparazione latte
(ove non diversamente specificato, si fa riferimento alle tabelle di composizione degli alimenti dell'INRAN, revisione 2000)
Vaccino
Intero UHT Vaccino
ps UHT Soia Soiaa
(Prova mel) Risob
(Valsoia)
con Ca e Vit D2 Avenac
(Vital nature) Mandorled
(Ecomil) Unità di
mis.
Energia kcal 63 46 32 36 70 47 51 kcal
Energia kJ 265 194 133 148 297 196 213 kJ
Proteine 3,3 3,2 2,9 3,7 0,3 1,35 1 g
Carboidrati 4,7 5,1 0,8 0,4 15 6,6 6,6 g
di cui Zuccheri 4,7 5,1 0,8 0,2 7 5,2 2,9 g
Amido 0 0 tr 0,2 8 1,4 3,7 g
Lattosio dm dm 0 0 0 0 0
Grassi 3,6 1,6 1,9 2,2 1 1,6 2,3 g
di cui Saturi 2,11 dm dm 0,4 0,1 0,28 0,6 g
Monoinsaturi 1,10 dm dm 0,5 0,3 dm 1,3 g
Poliinsaturi 0,12 dm dm 1,3 0,6 dm 0,4 g
Colesterolo 11 7 0 0 0 dm 0 mg
Fibra 0 0 tr 0,3 0,3 0,8 0,3 g
Sodio dm dm 0,032 dm 0,05 0,013 0,05 g
Ferro 0,2 0,1 0,4 dm dm dm mg
Calcio 120 120 13 dm 120 dm dm mg
Vitamina D2 dm dm dm dm 1,5 dm dm mcg
Note
a Parte dei nutrienti non è presente nelle tabelle INRAN, e si fa quindi riferimento anche a quanto dichiarato da uno dei principali produttori (Provamel)
b La composizione di questo latte non è analizzata nelle tabelle nutrizionali italiane e americane. Si fa quindi riferimento a quanto dichiarato da uno dei principali produttori (Valsoia).
c La composizione di questo latte non è analizzata nelle tabelle nutrizionali italiane e americane. Si fa quindi riferimento a quanto dichiarato da uno dei principali produttori (Vital Nature).
d La composizione di questo latte non è analizzata nelle tabelle nutrizionali italiane e americane. Si fa quindi riferimento a quanto dichiarato da uno dei principali produttori (Ecomil).
dm: dato mancante
tr: tracce
Tratto da:
Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana, Il latte vegetale -
04 giugno 2008
Fonti di calcio

In alcune culture il consumo di latte è sconosciuto, e questi popoli tipicamente assumono una media di 175-475 milligrammi di calcio al giorno. Nonostante ciò, queste popolazioni evidenziano bassi tassi di osteoporosi. Molti ricercatori sostengono che l'esercizio fisico e altri fattori influenzino maggiormente la comparsa di osteoporosi di quanto non sia in grado di fare la sola quantità di calcio della dieta.
Il calcio viene perso continuamente attraverso le urine, le feci e il sudore, e queste perdite vengono reintegrate attingendo ai depositi di calcio nell'osso, che cede quindi calcio in continuazione. Il calcio immagazzinato nell'osso viene poi reintegrato con quello alimentare.
Il fabbisogno di calcio cambia nel corso del ciclo vitale (vedi Fabbisogno di calcio). Durante l'infanzia e l'adolescenza è estremamente importante garantire adeguate assunzioni di calcio. Fino ai 30 anni circa, le perdite di calcio sono generalmente inferiori alle quantità assunte. Dopo questa età, l'organismo entra in una situazione di "bilancio negativo del calcio", il che significa che le ossa iniziano a perdere più calcio di quello che riescono a fissare. Quando viene perso troppo calcio, le ossa diventano fragili od "osteoporotiche".
Il ritmo al quale il calcio viene perduto dipende, in parte, dal tipo e dalla quantità delle proteine della dieta e da alcune abitudini dello stile di vita.
Come ridurre le perdite di calcio:
Ecco i principali fattori che condizionano le perdite di calcio dall'organismo:
• Le diete ad elevato contenuto di proteine aumentano le perdite di calcio con le urine. Le proteine animali sono responsabili di perdite di calcio molto maggiori rispetto alle proteine vegetali.
• La caffeina aumenta le perdite di calcio con le urine.
• Le diete ricche di sodio aumentano le perdite di calcio con le urine.
• L'alcol inibisce l'assorbimento intestinale di calcio.
• Il boro può rallentare le perdite di calcio dall'osso.
• L'esercizio fisico rallenta la perdita di tessuto osseo ed è uno dei più importanti fattori per la salute dell'osso.
Le fonti di calcio
• L'esercizio fisico e una dieta a moderato contenuto di proteine aiutano a mantenere forti le ossa.
• Chi assume diete basate prevalentemente su cibi vegetali e conduce una vita attiva, probabilmente ha un fabbisogno di calcio inferiore a quello raccomandato. Il calcio è comunque un nutriente essenziale per tutti, ed è importante assumere regolarmente cibi ricchi di calcio.
• Le acque minerali ad elevato contenuto di calcio (oltre 300 mg/L) e povere di sodio (inferiore a 50 mg/L) costituiscono un'ottima fonte di calcio supplementare facilmente assimilabile. L'assunzione di 1.5-2 litri di acqua al giorno, preferibilmente fuori pasto, fornisce una quantità di calcio di almeno 450-600 mg.
Nella Tabella 1 è riportato il contenuto medio di calcio per 100 grammi di alimento. Basta uno sguardo veloce per capire quanto sia facile, con un po' di attenzione, assumere tutto il calcio necessario.
(tratto da "Impariamo a mangiare sano con i cibi vegetali", SSNV©2005)
Fabbisogno di calcio
Lattanti (6 mesi - 1 anno): 600 mg
Bambini 1-6 anni: 800 mg
Bambini 7-10 anni: 1000 mg
Ragazzi 11-17 anni, oppure in gestazione o allattamento: 1200 mg
Adulti 18-29 anni: 1000 mg
Uomini 30-59 anni: 800 mg
Uomini oltre i 60 anni: 1000 mg
Femmine 30-49 anni: 800 mg
Femmine oltre i 50 anni: 1200-1500mg
Fonte: Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN). Tabelle di Composizione degli Alimenti, aggiornamento 2000, ©INRAN 2000, EDRA.
Tabella 1: contenuto di calcio dei cibi
Alimento Calcio (mg)
Cereali
Latte di riso addizionato di calcio (Rys)* 130-120
Pane al malto, Grano saraceno, Crusca di frumento, Muesli, Pangrattato, Biscotti per l'infanzia 110-104
Croissants, Farina d'avena, Pane di segale, Cornflakes, Biscotti wafers, Germe di frumento 80-72
Riso parboiled crudo, Fette biscottate, Fiocchi d'avena 60-54
Farro, Farina d'orzo, Frumento tenero 43-35
Riso integrale crudo, Frumento duro, Farina di frumento integrale 32-28
Pane di tipo integrale, Riso brillato crudo, Pizza con pomodoro, Biscotti secchi, Pasta di semola cruda, Pane formato rosetta, Pizza bianca 25-20
Riso parboiled cotto, Farina di frumento tipo 0, Pane di tipo 0, Farina di frumento tipo 00, Miglio decorticato 19-17
Mais, Pane di tipo 00, Orzo perlato, Grissini 15-13
Legumi
Soia secca 257
Farina di soia 210
Tofu (Taifun)* 159
Ceci secchi crudi, Fagioli crudi, Fagioli Cannellini secchi crudi 142-132
Latte di soia addizionato con calcio (Provamel)* 120
Fagioli Borlotti secchi crudi, Tempeh**, Fave secche sgusciate crude 102-90
Ceci secchi cotti, Lenticchie secche crude, Fagiolini surgelati cotti 58-56
Piselli secchi, Fagioli Cannellini secchi, Fagioli Borlotti secchi cotti, Lupini ammollati, Piselli freschi crudi, Fagioli Borlotti freschi crudi, Ceci in scatola scolati 48-43
Piselli in scatola scolati, Fagioli Cannellini in scatola scolati, Fagioli dall'occhio secchi 42-37
Fagiolini freschi crudi, Fagioli Borlotti in scatola scolati, Lenticchie secche cotte, Lenticchie in scatola scolate 35-27
Fave fresche cotte, Fave fresche crude, Piselli surgelati 26-20
Verdura
Salvia 600
Pepe nero 430
Rosmarino 370
Tarassaco o dente di leone, Rughetta o rucola 316-309
Basilico, Prezzemolo, Menta 250-210
Spinaci surgelati, Foglie di rapa, Cicoria da taglio 170-150
Agretti, Bieta cotta, Radicchio verde 131-115
Broccoletti di rapa crudi, Cardi crudi, Indivia, Carciofi crudi 97-86
Spinaci crudi, Cicoria di campo cruda, Cavolo broccolo verde ramoso crudo 78-72
Bieta cruda, Cavolo cappuccio verde, Cavolo cappuccio rosso 67-60
Porri crudi, Lattuga a cappuccio, Sedano rapa, Cipolline crude, Cavoli di bruxelles crudi 54-51
Germogli di soia, Lattuga da taglio, Finocchi crudi, Lattuga, Cavolfiore crudo, Carote crude 48-44
Rape crude, Ravanelli, Fiori di zucca, Radicchio rosso 40-36
Sedano crudo, Patatine fritte in busta, Broccolo a testa crudo, Pomodori conserva, Vegetali misti surgelati (piselli, mais, carote, fagioli), Asparagi di campo crudi, Asparagi di bosco, Cipolle crude, Asparagi di serra, Tartufo nero, Funghi porcini, Zucchine crude, Barbabietole rosse crude, Zucca gialla 31-24
Peperoncini piccanti, Cicoria witloof o indivia belga, Peperoni, Funghi ovuli, Cetrioli, Passata di pomodori 18-16
Aglio, Melanzane crude, Pomodori da insalata, Patate, Succo di pomodori 14-10
Frutta fresca, seccata e frutta secca
Tahin di sesamo (Rapunzel)* 816
Mandorle dolci secche 240
Fichi secchi 186
Nocciole secche 150
Crema di nocciole (Rapunzel)*, Noci, Pistacchi 133-131
Albicocche disidratate, Noci secche 86-83
Uva secca, Olive da tavola conservate 78-70
Albicocche secche, Arachidi tostate, Olive verdi 67-64
Olive nere, Pesche disidratate, Prugne secche, Ciliege candite, Castagne secche 62-56
Arance, Lamponi, Pesche secche 49-48
Fichi, Mirtilli, Mele disidratate, Pinoli 43-40
Mora di rovo, Fragole, Mandarini, Clementine, Mandaranci, Castagne, Ciliege 36-30
Uva, Kiwi, Cocco essiccato 27-23
Pompelmo, Ananas, Albicocche, Nespole, Limoni 17-14
Fonte: Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN). Tabelle di Composizione degli Alimenti, aggiornamento 2000, ©INRAN 2000, EDRA.
01 giugno 2008
Nelle fantasie sessuali di uomini e donne

L'interpretazione dei sogni, che segna un po' la data di nascita della psicanalisi. Veramente, gli antichi se ne erano già interessati parecchio, a partire da quell'Artemidoro di Daldi che si era specializzato proprio nella interpretazione dei significati reconditi del sogno: posizione speculativa per la quale Cesare Musatti non ha esitato a parlare di "anticipazione" di taluni aspetti della teoria psicanalitica.
Molto si è scritto anche sulle zone d'ombra della sessualità, sia maschile che femminile, dopo che il rapporto Kinsey e il rapporto Hite hanno familiarizzato l'opinione pubblica americana - e, di conseguenza, mondiale - con la nozione di una regione di impulsi e desideri che non coincide perfettamente con la mappa della sessualità cosciente e, per così dire, dichiarata; che, anzi, non vi coincide affatto, dato che lascia intravedere una mole enorme di pulsioni e di pratiche sessuali che vivono nella zona grigia della semiclandestinità, non del tutto accettate dalla coscienza desta dell'Io e, tanto meno, dal giudizio della società.
Meno si sono occupati, gli psicologi contemporanei, di quella particolarissima zona oscura della vita psichica che si colloca al livello delle fantasie sessuali: veri e propri sogni intenzionali ad occhi aperti, che talvolta accompagnano e talvolta sostituiscono quella che dovrebbe essere, secondo l'autocoscienza dell'Io, la "normale" vita psichica, istintiva ed emozionale, legata alla sfera della vita sessuale.
Per la loro stessa natura, in realtà, le fantasie sessuali dell'uomo e della donna tendono a non coincidere con l'attività intenzionale della coscienza e, quindi, si accompagnano a uno sregolamento, per non dire a un sovvertimento, di tutti i punti fermi di questa, facendo emergere dimensioni profonde e insospettate della libido, associazioni morbose, inconfessabili pulsioni delle quali la vita psichica ordinaria poco sa e meno ancora vorrebbe sapere. Il più delle volte, le fantasie sessuali si accompagnano all'attività sessuale, sia essa consumata con un partner "reale" o, come nel caso della masturbazione, con un partner immaginario; il che significa che, in esse, la dimensione istintuale e "primitiva" può trovare libero sfogo non solo sul piano psichico (come avviene, di regola, nel sogno), ma anche su quello fisico, e viene portata al calor bianco dal contesto emozionale ed, eventualmente, affettivo, in cui trova lo sfogo e l'occasione di riversarsi nella luce, relativamente esplicita, della proiezione fantasmatica.
Molte persone si sentono tremendamente in colpa a causa delle proprie fantasie sessuali, e tuttavia non possono fare a meno di coltivarle; molte persone non potrebbero neanche immaginare la propria vita sessuale senza il supporto segreto offerto da esse, le quali realizzano il massimo della segretezza nel corso di un'attività - quella sessuale - che, in teoria, dovrebbe costituire il culmine della comunione fra l'Io e il Tu, anzi, addirittura la fusione (sia pure momentanea) fra l'Io e il Tu, sì da dar vita a un soggetto nuovo, inglobante la sfera fisica, emozionale, mentale ed - eventualmente - spirituale di quelli che erano due soggetti distinti.
Proprio questo paradosso - massima segretezza nella massima comunione - contribuisce a rendere così piccante la salsa delle fantasie sessuali e a provocare, da parte di coloro che le vivono, così brucianti sensi di colpa e intense reazioni di vergogna. Come confessare al proprio partner, infatti, che non era affatto lui, o lei, l'oggetto dei propri pensieri, nell'acme del desiderio e del piacere; oppure che, se lo era, il contesto immaginato era comunque tale da modificare radicalmente le coordinate del normale sentimento e del normale rapporto sessuale?
Vi sono persone, particolarmente portate alla facoltà immaginativa, che non potrebbero mai fare a meno di un contesto fantasmatico, oppure, peggio (o meglio?), di un oggetto fantasmatico ben diverso dal contesto e dall'oggetto sessuali esistenti nella "realtà", qualunque cosa si intenda comunemente con questo termine (perché anche il sogno e le stesse fantasie sessuali sono reali, eccome!).
Altre persone, invece, dicono di non averne alcuna necessità: ma possiamo prestar loro fede? In questo campo, la cultura del sospetto è d'obbligo: nonostante le pretese descrittivistiche della scienza moderna, è certo che tutto quel che sappiamo delle fantasie sessuali degli esseri umani, a cominciare dal fatto che esistono, proviene da ciò che essi raccontano in proposito, e non possediamo alcuno strumento per verificarlo sperimentalmente. Ora, sono proprio il meccanismo della colpa e l'insorgenza della vergogna a renderci consapevoli del fatto che i contenuti delle fantasie erotiche sono portatori una carica eversiva dirompente e, quindi, in un certo senso, che esse rappresentano un Io che non è affatto quello della coscienza ordinaria, ma un altro. A differenza dei piccoli "io" temporanei, tuttavia, dei quali parlavano studiosi come Gurdjieff (cfr. il nostro saggio L'uomo, secondo Gurdjieff, è una pluralità, e il suo nome è legione, consultabile sul sito di Arianna Editrice), l'Io misterioso che emerge nel corso delle fantasie sessuali è, sovente, un ospite fisso della coscienza e presenta una struttura che si direbbe dotata di carattere permanente.
Tanto è vero che, per molte persone, le fantasie sessuali sono sempre le stesse, e si dispiegano ogni volta come una sorta di filmato o proiezione mentale che ha, al tempo stesso, caratteri onirici e caratteri propri della coscienza desta.
In questo senso, si può dire che lo statuto ontologico delle fantasie erotiche, ambiguo per sua stessa natura, sembra costruito apposta per offrire all'individuo il massimo della gratificazione, mettendogli a disposizione tanto gli strumenti del sogno, quanto quelle della coscienza desta.
Ma che cosa dobbiamo pensare di questa zona, così oscura e scottante, della nostra vita psichica? Quale valore, quale significato dobbiamo attribuire ai contenuti delle nostre fantasie sessuali, e in quale misura dobbiamo ascoltarli ed, eventualmente, tentare di tradurli in realtà?
Al giorno d'oggi è particolarmente di moda, da parte di psicologi di riviste patinate e assidui frequentatori di salotti televisivi, esaltare indiscriminatamente tutti gli impulsi della libido e farne una bandiera di liberazione sessuale; e, quanto più sono scottanti e bollenti i contenuti delle fantasie sessuali, tanto meglio! Questo, a nostro avviso, è un modo di porsi davanti alla questione estremamente superficiale, che si colloca sullo stesso livello - anche se con una valenza di segno opposto - che era proprio ai moralisti del buon tempo andato, per i quali tutte le cose del sesso erano peccato, o quasi, e le fantasie sessuali costituivano il non plus ultra di ciò che è morboso, deviante e patologico.
Le nuove fantasie sessuali femminili (titolo originale: Women on Top, 1991; traduzione italiana di Anna Rusconi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1992), del quale tuttavia ci serviamo per poterne discutere i contenuti, riportandone alcuni passaggi tratti dal capitolo intitolato Donne con donne (pp. Succede, cioè, quello che capita ogni volta che i cultori della scienza "ufficiale" voltano la testa dall'altra parte, allorché si imbattono in qualche aspetto della realtà che non piace loro: il campo resta libero a coloro che non sono tanto interessati alla ricerca della verità, quanto a fare soldi scandalizzando i bravi borghesi, i quali non desiderano altro che essere scandalizzati. Al lavoro non l'ho mai fatto. Ai tempi dell'università, invece, mi animava uno spirito più avventuroso sia nei riguardi dei posti sia dei momenti, e nell'anno di psicologia ero diventata una vera e propria svergognata.
Il fatto che la masturbazione mi affascini tanto, me come altre persone, dipende da alcune esperienze maturate nell'adolescenza, esperienze a cui attingo tuttora come fonte delle mie fantasie. Le notti migliori erano quelle in cui faceva così caldo che tirava via anche il lenzuolo e giaceva nuda sotto la luce della luna. Notti del genere erano una vera agonia, per me, perché desideravo ardentemente guardarla ma avevo paura che se avessi aperto gli occhi lei mi avrebbe scoperta. Temevo anche che potesse cogliere i movimenti della mia mano sotto la pancia. L'ultima, più di tutte, ci sembra importante da un punto di vista filosofico: perché la dice lunga sulla inautenticità che caratterizza la vita di tante persone (sono milioni le donne e anche gli uomini che vivono situazioni analoghe), nonché sul carico di infelicità che gli esseri umani si portano dietro, mascherandolo dietro i fronzoli del successo professionale o familiare, della vita ordinata e tranquilla, del rispetto formale dei valori comunemente accettati.
Tutti sanno che nella magia nera vi è una componente sessuale intenzionale, ad es. nel cerimoniale delle messe nere, proprio per poter "catturare" le notevoli energie psichiche liberate nell'atto sessuale; e la stessa cosa vale per l'omicidio rituale, che quassi sempre, anche nelle cerimonie iniziatiche di molti popoli nativi, si svolge nel contesto di orge sessuali, e ciò per la medesima ragione (cfr. F. Lamendola, Sesso, omicidio e antropofagia nei culti della fertilità dei Marind-anim, sempre sul sito di Arianna Editrice). Ebbene, l'oggetto fantasmatico evocato nel corso delle fantasie erotiche, e accompagnato da una esplicita attività sessuale, in qualche modo finisce per diventare "reale", specialmente quando non è casuale e frutto di un gioco più o meno occasionale, ma il prodotto di una lunga elaborazione psichica e, pertanto, una presenza fissa nel campo coscienziale di una determinata persona. Nel caso citato sopra e riportato dalla Friday, tale presenza fissa era il "fantasma" di Uta per l'ormai adulta Natalie, che ne era rimasta letteralmente "stregata" (il termine non è casuale) alla tenera età di otto anni.
Lo spiritismo va ancora più in là ed ipotizza che sia possibile evocare a piacere delle persone defunte, parlare con esse e perfino avere con loro dei veri e propri rapporti sessuali. Nella cultura brasiliana, non solo le persone del popolo, ma anche molti membri delle classi colte credono fermamente che storie del genere possano avvenire, anzi, che avvengano quotidianamente. Considerato da questo punto di vista, il "gioco" delle fantasie sessuali non è poi tanto innocente (niente lo è, nella sfera affettiva e mentale della coscienza), nel senso che tende a evocare delle presenze che, forse, tenderanno a insediarsi permanentemente nella coscienza e potrebbero manifestare la tendenza a tiranneggiarla, imponendole le loro dinamiche ed i loro ardenti desideri. L'uomo della tecnica, sommamente ignorante delle proprie dinamiche interiori, si sta abituando a maneggiare cose che non conosce e delle quali non sa praticamente nulla. Non vogliamo qui tirare in ballo il concetto, caro alla Tradizione, della "contro-iniziazione", che corrisponde a un atto volontario della coscienza; ma è un fatto che stati di coscienza dissociati possono offrire un fertile terreno di coltura alla contro-iniziazione, aprendo la via a forme di possessione da parte di agenti infra-umani.
Ciò non toglie che l'equilibrio deve essere, e rimanere, la meta finale cui ciascuno dovrebbe tendere, senza rassegnarsi alla sofferenza e all'infelicità; esattamente come, nel campo della vita organica, l'obiettivo di ciascuno dovrebbe essere la salute, non la rassegnata convivenza con uno stato di parziale malattia, praticamente permanente.
In tal senso, si tratta di valutare, da parte di ciascuno, quale funzione svolgano le fantasie sessuali nella propria vita interiore ed esteriore. Chi può dire di avere raggiunto uno stato di gratificazione totale, nell'eterno tiro alla fune tra la realtà oggettiva e il mondo segreto dei desideri, dei sogni, delle aspirazioni profonde? E chi, dunque, può vantarsi di non aver bisogno di addivenire a una qualche forma di compromesso tra i due piani di realtà? In tale prospettiva, il ricorso alle fantasie sessuali può configurarsi come uno strumento importante per il raggiungimento di tale compromesso, in maniera da rendere accettabile la propria vita emozionale più profonda.
Questo pericolo è particolarmente pronunciato nel caso degli artisti e delle persone creative, dotate di una potente facoltà immaginativa. Ciascuno deve imparare a divenire un buon giudice di se stesso e valutare, sulla base della propria consapevolezza e della propria maturità, se le fantasie sessuali che coltiva possano fornirgli un aiuto per convivere con una realtà oggettiva non sempre soddisfacente, o se, al contrario, non rischino di diventare dei rimedi peggiori del male, aggravando il proprio livello di insoddisfazione, frustrazione e rimpianto. Le fantasie sessuali, infatti, quando divengono sistematiche e totalmente scollate rispetto alla vita vissuta, finiscono per generare il doppio effetto della dipendenza e del crescente distacco dalla vita vissuta di ogni giorno.
Nella vita reale, può succedere questa scena:
Non ho mai capito perchè le necessità sessuali degli uomini e delle donne sono così differenti fra loro...
Non avevo mai creduto a tutte quelle idiozie che le donne provengono da Venere e gli uomini da Marte.
Però ...
Una notte mia moglie ed io siamo andati a letto.
Abbiamo cominciato ad accarezzarci, massaggiarci, bacini etc, etc ... La questione è che io ero già pronto, ma proprio in quel momento lei mi dice: "Adesso non ne ho voglia, amore mio. Voglio solo che mi abbracci".
Ed io esclamo: "CHEEEEEEEEEEEEEEEEEEE???????????????”
Al che mi dice le parole magiche di tutte le donne: "Vedi? Non sai connetterti con le mie necessità emotive di donna!".
Che cazzate ... Il punto finale è che quella sera non ci sarebbe stata nessuna lotta. Ho messo a posto gli oli afrodisiaci, ho spento le candele, ho tolto il disco di Baglioni (in quei momenti funziona quasi sempre), ho spento lo stereo ed ho rimesso in frigo lo champagne.
Sono andato a farmi una doccia fredda per vedere se potevo calmare "la bestia" e mi sono messo a guardare Discovery Channel a tutto volume per non fare dormire la figlia di mia suocera ... Dopo un po' mi sono addormentato.
Il giorno dopo siamo andati al centro commerciale e mi sono messo a guardare orologi mentre lei si provava tre modelli carissimi di Armani. Come tutte le donne non sapeva decidersi, così le ho detto di prenderli tutti e tre. A questo punto mi ha detto che le sarebbero servite delle scarpe nuove da mettere con i nuovi vestiti, 350 euro al paio. Le ho detto che andava bene. Di lì siamo andati nella sezione casual dalla quale ha preso un piumino ed una borsa di Luis Vuitton. Era così emozionata! Credo pensasse che fossi diventato pazzo, ma ad ogni modo le ha prese lo stesso. Mi ha messo, quindi, alla prova chiedendomi un gonnellino corto da tennis. Non sa neanche correre, figuriamoci giocare a Tennis. E' rimasta scioccata quando le ho detto di comprare tutto ciò che voleva.
Era così eccitata sessualmente dopo tutto questo, ed ha cominciato a chiamarmi con tutti i nomignoli più affettuosi e stupidi che le donne usano. "Cucciolone mio", "Topolino amoroso" e così via.
Siamo andati alla cassa a pagare. E' stato qui che, essendoci solo una persona prima di noi, le ho detto: "No amore mio, credo che in questo momento non ho voglia di comprare tutto questo ...” Se aveste potuto vederle la faccia, diventò pallida quando le dissi: "Voglio solo che mi abbracci".
Sembrò quasi che stesse per svenire, le si è paralizzata la parte sinistra del corpo, le è venuto un tic nervoso all'occhio. A questo punto le dissi: "Lo vedi? Non sai connetterti con le mie necessità finanziarie di uomo" ...
fonti: lamendola ed altri