22 settembre 2006

Made in Danimarca la felicità


Uno studio condotto in 178 paesi da Adrian White, uno scienziato britannico dell'università di Leicester, ha assegnato ai concittadini di Amleto la palma di popolo più felice del mondo davanti a svizzeri, austriaci, islandesi, abitanti delle Bahamas e poi finlandesi e svedesi. Gli italiani sono al cinquantesimo posto, ampiamente preceduti da americani (23) e tedeschi (35), ma davanti a francesi (62) e giapponesi (90).

Lo studio ha risultati molto diversi da quello analogo pubblicato recentemente della londinese «New Economics Foundation», secondo il quale i più felici al mondo sarebbero gli abitanti del minuscolo Stato del Pacifico di Vaunatu, che adesso si ritrovano invece solo al 24.mo posto. La discrepanza è dovuta al fatto che gli studiosi londinesi avevano inserito nelle loro valutazioni, oltre a parametri come l'aspettativa di vita e la sensazione soggettiva di felicità, anche l'uso delle risorse naturali e questo aveva penalizzato le nazioni più industrializzate come la Danimarca, che era solo al 99.mo posto.

Per il nuovo studio, invece, tra i dati fondamentali per essere felici figurano un'ottima assistenza sanitaria, il benessere economico e l'istruzione. «Questo studio ha spazzato via l'idea che il capitalismo getti la gente nell'infelicità», ha dichiarato il professor White, secondo il quale ciò che conta è che funzioni bene. Nel commentare il primato raggiunto dalla Danimarca nella classifica dei paesi più felici, l'ambasciatore danese a Londra Svend Olling ha spiegato che «per la sensazione di felicità dei danesi è sicuramente importante il fatto che ci esistono differenze minime tra ricchi e poveri».

A contendere ai paesi africani le posizione di coda della classifica dove la gente è più infelice, come il Burundi (178), lo Zimbabwe (177) ed il Congo (176), figurano i più poveri paesi dell'est europeo, come la Moldova (175), l'Ucraina (174), l'Armenia (172) e la Georgia (169).
fonte corriere.it

21 settembre 2006

Moggi su Libero


La giornata di ieri è da segnare sul calendario della storia del
giornalismo. Nello stesso giorno Luciano Moggi ha iniziato la sua
collaborazione con "Libero" e il senatore Dl Antonio Polito al
"Foglio". Temiamo che il primo evento oscurerà il secondo,
purtroppo confinato da Ferrara a pagina 2, senza nemmeno lo straccio di
una foto dell'omino Bialetti. Ma l'apporto di entrambi i pensatori
non potrà che giovare al giornalismo e alla Nazione. Per il Polito
Margherito, "Il Foglio" è l'ultima tappa di un lungo
pellegrinaggio dal Pci a Berlusconi, sulle orme di Ferrara, Bondi, Foa
junior e Adornato. Il quale, anni fa, sorprese tutti con un libro
intitolato "Oltre la sinistra", che faceva pensare a una svolta
radicale: invece, oltre la sinistra, Nando aveva trovato il Cavaliere.
Così il Polito delle Libertà, che da comunista divenne blairiano
(soprattutto per la pipa), fondò "Il Riformista" purtroppo
boicottato dai lettori, poi lo lasciò per fare il senatore della
Margherita all'insaputa dei suoi elettori, poi litigò col successore
Paolo Franchi, poi lasciò "Il Riformista" senza che i lettori se
ne accorgessero, poi traslocò a "Europa" senza che i lettori se ne
accorgessero, e ora approda finalmente al giornale di Largo Corsia dei
Servi, che sembra proprio il posto suo.

Lucianone invece è appena agli inizi. La sua conversione al
giornalismo televisivo (su Antenna3) e stampato (su Libero) alla
giovine età di 70 anni è dovuta a indubbi meriti penali, che
potrebbero pure spalancargli un radioso futuro in politica: infatti è
stato squalificato dalla giustizia sportiva perché si sceglieva gli
arbitri e truccava i campionati e, per le stesse ragioni, è indagato
per associazione a delinquere dalla Procura di Napoli. Più che
naturale che, con un simile pedigree, trovasse un posto in prima pagina
su "Libero", che vanta anche un vicedirettore indagato per
favoreggiamento in sequestro di persona (il leggendario Renato Farina)
e una serie di collaboratori con un discreto curriculum (dall'avv.
Taormina, indagato per le false impronte a Cogne, a Gianni De Michelis,
pluripregiudicato per Tangentopoli). Più che un quotidiano, pare una
comunità di recupero. Dev'essere per questo che, pur non
rappresentando alcun gruppo parlamentare, incassa ogni anno svariati
miliardi di finanziamento per l'editoria di partito: è un servizio
sociale che aiuta i devianti a reinserirsi. E scopre pure nuovi
talenti, perché Moggi, con la penna in mano, è anche meglio di quando
maneggiava fischietti e orologi. «Mi corre l'obbligo di ringraziare
Feltri», «le mie non saranno sentenze ma soltanto un'attenta
disamina dei valori che già ci sono», «Pizarro è la ciliegina sulla
torta», «Berlusconi, Galliani e Braida non si discutono», «il Milan
è l'avversario principe», mentre Lazio e Fiorentina devono darsi un
«obiettivo principe: quello di non retrocedere», nel qual caso
«avranno possibilità di salvezza».

Chi l'avrebbe mai detto? Guarda un po', alle volte, cosa
t'inventa un genio del pallone: per salvarsi bisogna porsi
l'obiettivo (principe) di non retrocedere. Poi dicono che il calcio
non ha più bisogno di Moggi. Per ulteriori delucidazioni - informa
Feltri - «i lettori di "Libero" potranno interagire con Moggi
inviando direttamente domande all'indirizzo mail
luciano.moggi@libero-news.it». Un'opportunità da non sprecare,
anche per i lettori dell'Unità: scrivetegli tutto quel che pensate
di lui e della sua abitudine, purtroppo interrotta sul più bello, di
pilotare gli arbitraggi e taroccare le partite.

Di arbitri comunque parla lui stesso, in coda al suo articolo: «Gli
arbitri lasciateli lavorare, andare sereni sul terreno di gioco. Sono
semplici uomini e possono sbagliare: questo è il bello e il brutto del
calcio». Ecco, questo è importante. Se, Dio non voglia, foste tentati
di prendere un arbitro che non vi ha dato un rigore inesistente e di
chiuderlo nello spogliatoio, vergognatevi e arrossite: ma chi vi
credete di essere?

PS. Avvertenza per gli arbitri rimasti eventualmente chiusi nello
spogliatoio: scrivete a luciano.moggi@libero-news.it, le chiavi le ha
sempre lui.
di Marco Travaglio

20 settembre 2006

La Coca Cola è tossica ?


Adesso l'azienda controbatte citando a sua volta l'amministrazione dello stato indiano che ha proibito la vendita del prodotto su tutto il territorio. L'udienza è fissata per lunedì prossimo davanti all'Alta Corte di Kerala. La stessa che la settimana scorsa aveva dato un mese di tempo a Coca Cola per rivelare gli ingredienti che la compongono.

La querelle giudiziaria ha preso il via dopo i risultati di alcuni test di una associazione ambientalista che avevano rilevato un'alta presenza di pesticidi nella bevanda. La Coca Cola ha affermato di aver effettuato a sua volta delle analisi, che avrebbero dato esito negativo. Secondo la società americana, le autorità di Kerala si sarebbero però rifiutate di prendere in considerazione i risultati di questi test. E così il Kerala, insieme ad altri cinque dei ventinove stati che compongono la federazione indiana, ha imposto restrizioni sulla vendita delle bevande della compagnia, coinvolgendo anche la Pepsi.

Coca Cola si difende giudicando il provvedimento "iniquo, arbitrario, ingiustificato e privo di base legale". Ma oltre al danno all'immagine e il calo delle vendite causato dalle restrizioni esiste un altro problema di natura economica: sia Coca Cola che Pepsi hanno impianti di imbottigliamento sul territorio indiano. Lo stabilimento della Coca Cola è chiuso dal marzo 2004, dopo che i residenti dell'area circostante avevano denunciato fenomeni di inquinamento e un impoverimento delle risorse idriche.

Non resta da attendere che il giudizio della Corte Suprema indiana e l'eventuale rivelazione di uno dei segreti industriali meglio custoditi: la ricetta della bevanda gassata più famosa del mondo.
fonte la republica.it

19 settembre 2006

La Guardiagrele di Giacinto Auriti


È trascorso ormai più di un mese dalla morte del prof. Giacinto Auriti, avvenuta l’11 agosto di quest’anno e credo che sia giusto ricordare ancora il Genio, consentitemi questa espressione, poichè effettuò, a Guardiagrele (CH) sua città natale in Abruzzo, un esperimento che ebbe enorme successo salvo poi che l’iniziativa fu, subdolamente, interrotta dalla Procura di Chieti su denuncia non solo di alcuni commercianti locali, ma anche su pressioni, guarda caso, della Banca d’Italia.Ricordo i punti essenziali dell’iniziativa.
Il professor Giacinto Auriti alla fine del Luglio 2000, in qualità di fondatore e segretario del SAUS (Sindacato anti-usura) mise in circolazione i SIMEC (simboli econometrici di valore indotto) di esclusiva proprietà del portatore (come è esplicitamente stampato sui biglietti).

Scopo di questo esperimento della teoria del valore indotto (che Auriti ha propugnato per oltre trentacinque anni) era quello di verificare "in corpore vili" che i cittadini possono per convenzione creare il valore della moneta locale senza alcun intervento nè dello Stato nè del sistema bancario; l'obiettivo ultimo era quello di sostituire alla sovranità illegittima della Banca d'Italia la proprietà della moneta, quale prerogativa dello Stato, a favore dei singoli cittadini; ma l’esperimento rappresentò già un successo rilevantissimo, perchè apportò un punto fermo in materia monetaria, ovverosia l'accertamento sul piano pratico e fattuale del principio che il valore è dato alla moneta solo da chi l'accetta (cittadini) sulla base di una convenzione, e non da chi la emette (banca).
Questa affermazione vale ancora di più in relazione al fatto che fu abolita la moneta convertibile in oro ovvero la cd riserva aurea il 15 agosto del 1971 su iniziativa di Richard Nixon storicamente conosciuta come l’abolizione degli accordi di Bretton Woods. In coerenza di quest’ultima affermazione più volte ribadita dal professor Auriti , l’operazione economica svoltasi a Guardiagrele, a detta dei quotidiani di quel periodo, rivitalizzò il commercio e quindi la critica economia locale (Guardiagrele risultava il comune con il più alto indice per suicidi da insolvenza). Nella circostanza il professor Auriti rilasciò la seguente dichiarazione piuttosto lapidaria: «È come se avessimo messo del sangue in un corpo dissanguato».
Non può dubitarsi che l'iniziativa del giurista abruzzese costituisce un importante riscontro scientifico di sociologia giuridica ed economica senza precedenti in Italia, soprattutto perché proviene da un'associazione privata (SAUS) e non da un ente dotato di potere pubblico, come potrebbe essere, se non lo Stato, il Comune. Deve anche aggiungersi che l'esperimento di Auriti sollecitò l'attenzione non solo delle forze politiche italiane, oltre che della stampa nazionale, ma anche di numerosi organi di informazione stranieri, a dimostrazione dell'interesse destato dalla nuova rivoluzionaria formula monetaria, che configurò la moneta come strumento di diritto sociale avente contenuto patrimoniale come detta l’art. 42 della costituzione al secondo comma, che riconosce la proprietà per tutti aggiungendo in piena legittimità alla sovranità politica anche quella monetaria in capo alle collettività nazionali.
Auriti realizzò il progetto in due fasi: la prima, che il professore denominò dell'avviamento, servì perché il SIMEC potesse conseguire "quel valore indotto che lo oggettivizza come un bene reale, oggetto di proprietà del portatore", e che lo distinse dalla moneta corrente non più soltanto formalmente, ma anche sostanzialmente. La seconda fase che consentì al Comune di "beneficiare del servizio econometrico predisposto dal SAUS (Sindacato anti-usura), mediante un Assessorato per il Reddito di Cittadinanza, che ebbe il compito di promuovere, anche culturalmente, l'iniziativa, di controllare e attuare la distribuzione dei SIMEC tra i cittadini".
In sostanza il progetto tecnicamente parlando si sviluppò lungo questa direttrice: il cittadino si recava e cambiava il SIMEC alla pari con la lira. Poniamolo così: il cittadino depositava centomila lire (eravamo ancora alla vecchia ma molto più funzionale lira) e prendeva in cambio centomila SIMEC. I centomila SIMEC in mano alla persona che effettuava il cambio diventavano duecentomila cioè il doppio, perché il SIMEC per convenzione valeva il doppio della lira, e siccome lui l'accettava e accettava, nel contempo, anche di partecipare alla convenzione, consentiva la nascita del valore convenzionale che non ha riserva in coerenza all’abolizione della riserva aurea avvenuta con la cessazione degli accordi di Bretton Woods.
Il SIMEC era senza riserva: come, ad esempio, un francobollo d'antiquariato. Il cittadino andava dal commerciante a fare la spesa e quest'ultimo accettava i SIMEC per il doppio perché convenzionalmente valeva il doppio. Quando i cittadini, dunque andavano a fare il cambio questo avveniva per il doppio, perché tutti quanti lo accettavano per il doppio. Tutto questo risultò un vero e proprio volano per l’economia locale tanto più che il professor Auriti sostenne:«La gente è entusiasta perché qui è rinata Guardiagrele. Quando è entrato sul mercato il valore indotto del SIMEC è ritornato il sangue nell'economia», permettendo concretamente ai cittadini di toccare con mano la rinascita economica e sociale del paese che purtroppo crollò in virtù del sequestro dei SIMEC su disposizione della Procura di Chieti e non solo. Credo che questa iniziativa meriti una certa attenzione, poiché potrebbe concretamente trovare una sua riproposizione, su larga scala, dato che i SIMEC sequestrati furono successivamente dissequestrati palesando, nell’occasione, la legittimità e la credibilità di quel famoso esperimento di grande caratura come d’altronde ha dimostrato durante tutto l’arco della sua vita il Genio Auriti lottatore insuperabile del sistema bancario.

di Gianluigi Mucciaccio

17 settembre 2006

Giochi a somma zero e diversa da zero


Il matematico John Von Neumann, quando nel 1944 ha elaborato la teoria dei giochi insieme con l’economista Oskar Morgenstern, ha definito fra l’altro il concetto di “gioco a somma zero” e “gioco a somma diversa da zero”. La teoria dei giochi è un’astrazione matematica, perché tenta di formalizzare ciò che avviene in un gioco in cui c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde. Come tale serve da modello concettuale per calcolare strategie in campo economico e politico, ma non tiene conto di tutta la complessità di un gioco, dove oltre alle regole ci sono le psicologie dei giocatori, degli arbitri, del pubblico.

Il gioco a somma zero è una transazione (ovvero un gioco inteso in senso lato) in cui chi vince guadagna ciò che l’altro perde, in modo che la somma di vincite e perdite sia uguale a zero. In un gioco a soldi, per esempio, se vinco 100 il mio avversario perde quei 100, quindi i 100 vinti meno i 100 persi danno 0. Si tratta di una vincita e di una perdita di valore doppio, perché a ciò che uno perde si deve aggiungere una uguale vincita dell’altro.

Anche al di fuori dei giochi strettamente intesi, se pensiamo a due negozi simili l’uno accanto all’altro, ogni vendita in più dell’uno è al tempo stesso una vendita in meno dell’altro.
Un concetto più ampio rispetto alla “somma zero” è quello di win-win, win-lose, lose-lose, dove la vincita e la perdita non necessariamente si equivalgono, anzi in genere il giocatore che ha subito una perdita la ritiene molto superiore a quella che ha inflitto all’avversario, per cui preparerà una ritorsione più pesante. Ne parla Paul Watzlawick a proposito delle relazioni simmetriche e complementari.
In una relazione c’è un dominante (one up) e un sottomesso (one down).
Una relazione è simmetrica quando i due soggetti si comportano nello stesso modo (up-up o down-down), è complementare quando l’uno si comporta in maniera opposta all’altro (up-down, down-up).
In un rapporto di coppia, per esempio, una relazione simmetrica si ha quando uno dei due dice qualcosa di spiacevole all’altro, che risponde nello stesso modo. Uno tira uno schiaffo, l’altro tira un calcio. Occhio per occhio, dente per dente.

La relazione è complementare quando uno è carnefice e l’altro vittima: lui è violento, lei lo giustifica perché si accusa di essere distratta. E’ il rapporto sado-maso, quello di Fantozzi.
In ambedue i casi, se ci si irrigidisce nel tipo di relazione, si genera un’escalation che può sfociare nella tragedia. La risposta violenta per dare soddisfazione deve essere sempre più violenta. Più ci si fa vittime, più l’aguzzino ci tormenta.
Per uscire dall’escalation basta cambiare il tipo di relazione. Se siamo in simmetria basta rispondere in modo complementare, e viceversa. Il violento darà ragione all’altro, il remissivo mostrerà i denti. Naturalmente fare questo è molto difficile, specialmente se il rapporto si è cristallizzato nelle abitudini, ma magari con l’aiuto di una terza persona ci si può riuscire.
Anche nel rapporto capo/collaboratore si generano relazioni simmetriche o complementari, o giochi win-lose. Il capo molto severo vince se esercita un grande controllo. I collaboratori perdono se subiscono il controllo. Ma se fanno un po’ di sabotaggio, approfittando delle distrazioni del capo, si genera un gioco lose-lose. Il leader seduttivo realizza un gioco win-win, perché i collaboratori fanno con piacere ciò che a lui fa piacere, e si genera un team vincente.

Un gioco lose-lose che poi diventa a somma zero è la partita a scacchi, dove si comincia cercando di infliggersi le maggiori perdite, e si finisce con la perdita del re, che rappresenta la vincita di chi ha dato scacco matto.
Un gioco win-win è la danza, o la musica di improvvisazione, dove più i miei partner giocano bene, più gioco meglio anch’io.
Un tipico gioco che vorrebbe essere sempre a somma zero, ma che più spesso è un win-lose o un lose-lose, è la guerra. Nello sport il pugilato è dello stesso tipo. L’annientamento dell’avversario (il ko) mi dà la vittoria totale. Se ambedue ci infliggiamo un po’ di danni si deve fare il calcolo di chi ha subito di più (vittoria ai punti). Tuttavia anche quando vinco per ko esco con le ossa rotte.
Fin dall’antichità si è capito che un gioco a somma zero non è molto conveniente, e si è cercato di suggerire ai generali vittoriosi di non abusare della vittoria, o di fare un bilancio fra guadagni e perdite. E’ celebre la vittoria di Pirro, che lo ha tanto indebolito da causare la sua rovina.

Il saggio non si inorgoglisce nella vittoria e non si abbatte nella sconfitta. Il vile è forte con i deboli e debole con i forti. Nella seconda guerra mondiale gli Stati Uniti hanno capito che dovevano aiutare gli sconfitti a riprendersi, per non averli sulle spalle come parassiti. E’ stato attuato così il Piano Marshall, che ha lanciato la ricostruzione in Italia, con il conseguente boom economico degli anni ’50.
Anche in campo economico e imprenditoriale oggi si cerca di giocare il più possibile con giochi di reciproco vantaggio, anziché con feroce competizione. Il concetto di rete, di distretto industriale, di catena del valore, va oltre il singolo imprenditore e la singola azienda, per creare un insieme di interessi condivisi.

La responsabilità sociale dell’impresa è anch’essa un gioco win-win, dove l’impresa cura i suoi interessi e vince, ma tiene conto anche degli interessi della comunità, che gode dei successi stessi dell’azienda.
Il manager è per sua natura un giocatore a somma diversa da zero, perché vuole vincere, ma vuole che con lui vincano i collaboratori, i fornitori, i clienti, gli stakeholder vari.

di Umberto Santucci

16 settembre 2006

Allarme obesità: l'Asia cambiata dal cibo Usa


Fast food, gelaterie e bevande gassate sul banco degli imputati.
Sconfitti trent'anni fa sul campo di battaglia, gli Stati Uniti hanno conquistato il Vietnam con i loro prodotti e il loro modello di industrializzazione. Hanoi e Ho Chi Minh City evocano ancora il ricordo di città povere, buie, brulicanti di biciclette, assediate da contadini poveri e malnutriti. In realtà il Vietnam sta seguendo un percorso di sviluppo industriale non dissimile da quello delle zone costiere della Cina. Nelle città, ormai zeppe di gelaterie, fast food e venditori di bevande gasate, scooter e automobili stanno sostituendo molte bici. Ma ora il progresso presenta il conto: la rapida diminuzione dell'attività fisica degli abitanti delle città e il crescente consumo di cibi grassi, salati, iperproteici e iperzuccherati - una dieta «americana» che tende a sostituire quella tradizionale, basata su riso e vegetali - ha fatto precipitare il Paese in una vera e propria epidemia di diabete. E nelle famiglie, normalmente composte da persone filiformi, stanno crescendo molti bambini obesi. Non è un problema solo del Vietnam. Obesità e diabete stanno diventando un problema serio in Paesi europei come Italia e Germania e, soprattutto, in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti il fenomeno è ancora più allarmante: l'obesità ormai colpisce un terzo della popolazione, un vero record mondiale. Maè l'Asia il continente nel quale la diffusione dei costumi alimentari dell'Occidente ricco e delle sue catene di fast food sta producendo i danni più gravi.

Quattro dei cinque Paesi maggiormente colpiti dal diabete sono asiatici: Cina, India, Pakistan eGiappone. E la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente qui, come nelle altre regioni di nuova industrializzazione, dalla Malesia alla Cambogia. «E' lecito chiamarla la malattia-tsunami: sappiamo che l'onda sta arrivando e non stiamo facendo niente per metterci in salvo », denuncia il professore Pierre Lefebvre, presidente della World Diabetes Foundation. Oggi nel mondo vivono un miliardo di persone obese o sovrappeso: più degli 800 milioni di poveri denutriti, ha denunciato un recente rapporto dell'Onu. Ma, mentre obesità e il diabete alimentare (che, in genere, è ad esso correlato) in Occidente colpiscono soprattutto i poveri (i cibi industriali ricchi di grassi sono anche quelli più a buon mercato), in Asia i pasti nei fast food delle multinazionali Usa, sono ancora l'obiettivo ambito dei benestanti: un simbolo del successo delle nuovi classi medie. Secondo un recente sondaggio, Ronald McDonald, il clown in tuta gialla che accoglie i clienti all' ingresso di ogni McDonald's, è il personaggio più riconoscibile al mondo, dopo Babbo Natale. Il gigante dei fast food - 30 mila ristoranti sparsi in 118 Paesi - è sotto accusa da tempo. Libri, film e siti Internet che demonizzano la multinazionale americana degli hamburger non si contano più, ma il problema non è soloMcDonald's: inCina - dove 160 milioni di cittadini (un adulto su cinque) soffrono di pressione alta e dove il numero di persone in sovrappeso (220 milioni) e di diabetici (20 milioni) è raddoppiato in 10 anni - i McDonald's sono solo 760. In compenso il Paese è invaso da altre catene come Pizza Hut, Domino e Kentucky Fried Chicken: il pollo fritto pubblicizzato con la faccia del «colonnello» barbuto, è stato votato dai cinesi come ilmarchio straniero più popolare.
Ma McDonald's medita il sorpasso: sta negoziando con Sinopec, l'impresa che distribuisce carburante nel Paese, l'apertura di punti vendita di polpette e patatine fritte a fianco alle sue 30 mila pompe di benzina. Se la Cina è nei guai, l'India, dove le persone affette da eccesso di zuccheri nel sangue sono già 31 milioni, sta ancora peggio. Nuova Delhi, dove il 55 per cento delle donne è ormai sovrappeso, è considerata la capitale mondiale del diabete. Ma - avvertono i nutrizionisti - è solo questione di tempo: appena il benessere si diffonderà, cibi occidentali e fast food invaderanno anche gli «slums» e le campagne. Certo, gli Stati Uniti rimangono il Paese col maggior numero di obesi e diabetici,mala bomba sanitaria dell'alimentazione industriale è destinata a esplodere in Asia per tre motivi: 1) La predisposizione genetica di quelle popolazioni. Gli asiatici sono più vulnerabili degli occidentali al diabete perché il loro organismo (che forse porta impressa la memoria di antiche carestie) tende a conservare le calorie assunte in eccesso, anziché bruciarle. 2) Le strutture sanitarie usate negli Usa e in Europa per combattere il diabete e le sue conseguenze (dalla cecità ai problemi vascolari) sono pressoché inesistenti in Asia. 3) La miscela esplosiva alimentata da una nuova cultura occidentale dei consumi che affianca, non sostituisce, quella tradizionale dei Paesi poveri nei quali l'alimentazione eccessiva, la tendenza a ingrassare, sono considerate da secoli benedizioni,manifestazioni di benessere. Il ventre prominente del Budda è tuttora per tutti un simbolo di prosperità.
Le multinazionali esportano obesità, ma non è tutta colpa dei fast food: la gente ingrassa anche dove i costumi alimentari occidentali non si sono ancora diffusi. Il lavoro fisico diminuisce, il reddito aumenta e con esso la disponibilità di proteine. Quelle che hanno strappato centinaia di milioni di persone alla fame. Ma, dopo gli sviluppo «virtuosi », ora arrivano gli effetti perversi degli eccessi. In parte, forse, inevitabili. Anche in Europa la diffusione del benessere ha provocato una rivoluzione alimentare. Ma quel processo si è sviluppato nell'arco di secoli. In Asia sta tutto avvenendo, caoticamente, in una generazione. In Cina e India esiste ormai un vero e proprio «muro del cibo»: città sempre più densamente popolate da obesi, sono circondate da campagne nelle quali non si muore (quasi) più di fame, ma nelle quali i denutriti si contano ancora a centinaia di milioni. L'industria dei fast food e i produttori di cibi industriali temono che prima o poi emergano forme di «dirigismo alimentare». Così giocano d'anticipo proponendo ai consumatori asiatici anche porzioni ridotte. Ma, secondo sociologi e nutrizionisti, nemmeno questo è un rimedio: l'«assaggio » aumenta il desiderio del neoconsumatore che, appena ha un po' di soldi in tasca, va a comprarsi la porzione intera. «La verità - è l'apocalittica conclusione a cui giunge Paul Zinnet, il diabetologo australiano che ha presieduto il Congresso mondiale sull'obesità tenutosi a Sydney all'inizio di settembre - è che siamo di fronte ad un'epidemiamondiale alla quale si presta poca attenzione, ma che in realtà è più grave dell'Aids: un fenomeno che meriterebbe almeno l'attenzione dedicata all'"effetto serra" o all' influenza aviaria».

Massimo Gaggi da corriere.it

15 settembre 2006

I falsi miti americani



WASHINGTON - C'è una falsa santa sull'altare del sogno americano. La prima persona che sbarcò a Ellis Island e da lì si incamminò verso il nuovo mondo, non era quella che da un secolo la nazione celebra. Si chiamava Annie Moore ed era una ragazza irlandese di 15 anni. Con il cappellino premuto in testa contro il vento gelido della baia di New York, Annie raggiunse il West, la frontiera, il Texas e la leggenda.

Dal primo gennaio del 1892, quando "l'isola delle lacrime" fu aperta, la ragazza del West è divenuta monumento, letteratura, sillabario, culto, simbolo e soprattutto mito. Dunque, come tutti miti, un falso. La vera Annie Moore, non andò mai nel West, non raggiunse il Texas, non morì a 46 anni sotto un tram a cavalli come vuole l'agiografia ufficiale. Divenne la moglie di un fornaio a New York dove morì anziana e stanca, dopo avere messo al mondo 11 figli e raschiato la vita dell'emigrante senza soldi. Per centoquattordici anni, gli americani hanno venerato la ragazza sbagliata.

Maledetta internet, e maledetti revisionisti della storia, la ballata americana di Annie Moore si è sfarinata quando una ricercatrice di genealogie dal nome impossibile, uno di quei nomi che i bruschi funzionari di Ellis Island avrebbero certamente storpiato e anglicizzato per pigrizia, la signora Smolenyak Smolenyak (non è un refuso, è nata Smolenyak e ha sposato uno Smolenyak) si è voluta divertire a compiere qualche indagine su Annie Moore. Il New York Times, al quale la Smolenyak in Smolenyak ha raccontato la sua scoperta, spiega che molto presto la ricercatrice cominciò a sospettare che nel puzzle della eroina irlandese ci fosse qualche pezzo che non quadrava. Anche nella approssimativa anagrafe della fine Ottocento, soprattutto in quel Texas da poco divenuto Stato, le impronte della "ragazza del West" andavano in direzione diversa da quella celebrata nel folklore ufficiale.

Può non sembrare una scoperta sconvolgente questo caso di "identità sbagliata" se non fosse che la vita e le avventure della ragazza di Cork, in Irlanda, che un rude marinaio gentiluomo fece passare avanti a tutti nella fila al marinaresco grido di "ladies first", prima le signore, era diventata un santino della mistica americana, come il tè inglese gettato a mare a Boston, il grido di "Gli inglesi stanno arrivando!" del ribelle Paul Revere, o la difesa disperata di Fort Alamo contro i Federales del generale Santa Ana.

La statua di bronzo di Annie, cappellino in testa trattenuto da una mano e borsetta nell'altra dopo settimane di viaggio nella stiva del piroscafo "Nevada", erano vista dai milioni di turisti che compiono il pellegrinaggio della baia di New York sul Ferry, dopo la Statua della Libertà. Era additata ai fanciulli come l'incarnazione dello spirito del pioniere che si avventurava verso il West senz'altro capitale che il proprio coraggio e i propri sogni. Ogni anno, per le feste comandante dell'orgoglio nazionale, i discendenti e pronipoti texani di Annie Moore erano portati a Ellis Island - che nel 1954 chiuse i battenti e dal 1990 funziona soltanto come museo - ed esibiti come gli scrigni del dna che ha fatto l'America. Peccato che fosse la famiglia sbagliata.
Smontare la leggenda è stato facile. La "falsa" Annie Moore già viveva in Texas nel 1880, dunque non poteva essere la "vera" Annie Moore, la prima donna a Ellis Island, e fu inaugurata il primo gennaio del 1892.

La Annie vera aveva avuto un'esistenza assai più lunga, ma anche molto meno glamorous. Non aveva mai attraversato il fiume Hudson, quello che separa Manhattan dal resto del continente verso l'Ovest. Era stata inghiottita da quella New York che risucchiava immigrati per costruire sé stessa, secondo la celebre frase attribuita a un italiano: "Venni in America credendo che le strade fossero lastricate d'oro e ho scoperto che non erano affatto d'oro e che toccava a me lastricarle", mentre le loro donne facevano figli. Annie la cattolica ne aveva fatti 11, dei quali soltanto cinque erano sopravvissuti. Aveva sposato un fornaio nella East Side di Manhattan e morì di vecchiaia, nella propria coraggiosa miseria. Non travolta da un tram a cavalli come l'eroina del melodramma ufficiale, finta e sfortunata.

Naturalmente, è stata la potenza di Internet a infliggere il colpo mortale alla epopea della "fanciulla del West". Quando la Smolenyak, una Ceca di origine, fece appello ad altri curiosi e storici via il Web, in una settimana le arrivarono fotografie, documenti, certificati e reperti che stabilirono senza dubbio l'errore. E' stato un semplice caso di "identità confuse", quali certamente abbondano nel folklore e nella leggende in tutto il mondo? O la vita e i tempi di Annie Moore sono stati volutamente distorti per creare un apologo di propaganda popolare offerto alla mitologia del "sogno americano", come il falso aneddoto del piccolo George Washington "che non diceva mai bugie al papà" o del campione di football Pat Tillman, volontario nella guerra in Afghanistan ucciso dai Taliban, prima che si scoprisse che era stato in realtà abbattuto per errore da un commilitone che gli aveva sparato alle spalle.

Questo della "Annie sbagliata" è probabilmente un errore innocente, un mito gentile e non credo che la statua della ragazza con il cappellino smosso dal vento sarà abbattuta come un falso storico. Non doveva essere poi molto diversa, fisicamente, dalla "Annie vera" e in fondo la sua storia è ancora più bella e commovente dell'altra. Una vita negli slums di New York, tra italiani, irlandesi, polacchi, ebrei dell'est europeo, e 12 milioni di morti di fame che attraversano Ellis Island, richiedeva anche più coraggio che la traversata delle praterie. Tra i pronipoti della "vera Annie", oggi ci sono medici, avvocati, insegnanti e un economista che ha fatto fortuna. Il monumento è falso, ma il sogno americano per la contadina irlandese ha funzionato. Ci sono voluti 114 anni perché funzionasse, ma i poveri devono avere molta pazienza.
Vittorio zucconi da corriere.it

14 settembre 2006

La Coca Cola e la morte




La sala da ballo dell’Hotel du Pont di Wilmington, Delaware, è il ritratto dell’opulenza. Dipinti di dèi greci appaiono sui muri, illuminati da due lampadari di cristallo della grandezza di Mini Coopers. E’ qui che nel mese di aprile la Coca Cola Company ha tenuto il rendezvous per i suoi azionisti, una pratica annuale progettata al fine di accrescere la fiducia dei suoi investitori. Se il meeting è stato simile a quello dello scorso anno allora forse potrebbe sortire l’effetto opposto.
E’ qui che nel mese di aprile la Coca Cola Company ha tenuto il rendezvous per i suoi azionisti, una pratica annuale progettata al fine di accrescere la fiducia dei suoi investitori.

Quando gli azionisti riempirono la sala nell’aprile del 2005 non c’erano buone notizie per la Coca Cola che aveva perso costantemente quote di mercato a favore dei rivali. Uno dopo l’altro sindacalisti, studenti, attivisti e ambientalisti hanno sottolineato la violazione sistematica dei diritti civili da parte della multinazionale in tutto il mondo. Molti hanno concentrato l’attenzione sulla Colombia dove la Coca Cola è accusata di collaborare con gli squadroni della morte del governo paramilitare al fine di torturare ed uccidere i sindacalisti. Altri hanno evidenziato la situazione dell’India dove la Coca Cola ha prosciugato le risorse idriche ed inquinato le fonti. Altri ancora hanno imputato alla compagnia di favorire l’obesità tramite un aggressiva campagna di marketing verso i bambini. In tutto il mondo dozzine di associazioni e più di venti università hanno bandito i prodotti della Coca Cola dalle loro forniture, mentre gli attivisti si sono accaniti contro la compagnia nelle gare di qualificazione per la Coppa del Mondo a Londra e durante le Olimpiadi invernali di Torino. Più che il riemergere di un boicottaggio anti-corporation, la battaglia contro la Coca Cola rappresenta un balzo in avanti nella cooperazione internazionale. La Coca Cola con la sua interfaccia bianca e rossa riconoscibile ovunque da Pechino a Baghdad, è forse il simbolo per eccellenza del dominio economico globale USA.

La Coca Cola fa spallucce nei confronti delle proteste circoscrivendole come provenienti da “un piccolo segmento della popolazione studentesca” dice Ed Potter, direttore della compagnia per le relazioni industriali. Ciò nonostante la Coca Cola ha controbattuto tramite la pubblicità in Tv e sui giornali studenteschi, grazie all’immenso budget per la pubblicità che è cresciuto del 30% negli ultimi due anni arrivando all’incredibile cifra di 2,4 miliardi di dollari.

La mattina del 5 Dicembre 1996, il leader dei sindacalisti Isidro Segundo Gil stava davanti al cancello della fabbrica di imbottigliamento della Coca Cola a Carepa, in Colombia, quando due militari gli si avvicinarono con una motocicletta e gli spararono a morte. “Sin dall’inizio la Coca Cola ha preso posizione non solo per cancellare il sindacato ma anche per eliminare i suoi lavoratori affiliati” ha detto il presidente del SINALTRAINAL Javier Correa durante un discorso in una sua recente apparizione negli States. Nel 2003 l’esercito paramilitare ha rapito e torturato il figlio quindicenne di uno dei leader del sindacato ed ucciso il cognato del vicepresidente del SINALTRAINAL. Lo scorso gennaio, i dirigenti dell’impianto di Coca Cola di Bogotà, racconta Javier Correa, hanno tentato di far firmare ai lavoratori una dichiarazione in cui si sosteneva che la Coca Cola non viola i diritti umani; una settimana dopo il leader del sindacato ha ricevuto minacce di morte per sé e la sua famiglia.

“La Coca Cola ha una lunga storia alle spalle nel campo della violenza antisindacale” afferma Lesley Gill,, un professore di Antropologia all’ American University che è stato due volte in Colombia per documentare la violenza. Un’ indagine del 2004, diretta dal Consigliere Comunale di New York City Hiram Monserrate, ha documentato 179 “grosse violazioni dei diritti umani” contro i lavoratori della CocaCola, insieme a numerose accuse sul fatto che “la violenza dei paramilitari contro i lavoratori è stata fatta con la consapevolezza e sotto la probabile direzione dei manager dell’azienda.” La violenza ha fatto pagare un caro prezzo al sindacato. Negli scorsi 10 anni, gli iscritti al SINALTRAINAL tra gli impiegati della Coca Cola sono calati da 1400 a meno di 400.

I rappresentanti della Coca Cola negano il coinvolgimento dell'azienda o dei suoi partner nell'imbottigliamento, sostenendo che gli omicidi sono un sottoprodotto della guerra civile nel paese. Inoltre, la Coca Cola indica che è stata assolta in diversi casi dai tribunali colombiani. Servendosi di una legge Usa chiamata Alien Tort Claims Act, il ILRF e la United Steelworkers lo scorso anno a Miami hanno fatto causa alla Coca Cola e ai suoi imbottigliatori. Nel 2003 un giudice ha sentenziato che la Coca Cola non poteva essere ritenuta responsabile per le azioni dei suoi imbottigliatori e l’ha esclusa dal processo pur permettendo che la causa contro i suoi imbottigliatori andasse avanti. L'avvocato Terry Collingsworth dell’ ILRF ritiene questa decisione assurda, facendo notare che la Coca Cola ha partecipazioni nella proprietà dei suo imbottigliatori colombiani e ha accordi molto dettagliati sull’ imbottigliamento. “Sono sicuro al 100% che se la Coca Cola ad Atlanta ordinasse loro di cambiare il colore dell'uniforme dal rosso al blu, essi lo farebbero,” dice Collingsworth. “Avevamo bisogno di trovare in modo per cui la Coca Cola vedesse il ritardo in maniera negativa,” dice Collingsworth. Nel 2003 il SINALTRAINAL fece un appello per un boicottaggio internazionale dei prodotti della Coca Cola.

Rogers ha visto immediatamente la debolezza della Coca Cola: il suo marchio. “Sono proprio al vertice della classifica delle peggiori aziende al mondo, eppure hanno creato un'immagine simile a quella della torta alle mele,” ha detto. “Quando la gente pensa alla Coca Cola, dovrebbero pensare alle grandi difficoltà e alla disperazione di gente e comunità in tutto il mondo”. Sin dall'inizio, si è appropriato della scritta rossa del marchio di fabbrica della Coca Cola per fare il logo “Killer Coke”, e ha modificato le loro campagne pubblicitarie usando slogan come "The Drink That Represses" e "Murder--It's the Real Thing."

Prima ancora, Rogers aveva rifiutato l'appello di SINALTRAINAL per un boicottaggio da parte dei consumatori di prodotti Coca Cola, temendo che potesse essere inefficace e potesse alienare i sindacati che lavoravano con la Coca Cola. Egli si è focalizzato sul “tagliare fuori dei mercati” occupandosi dei maggiori legami istituzionali. Ha convinto diversi sindacati, incluso American Postal Workers, diversi grandi locali della Service Employees International, e UNISON, il più grande sindacato britannico, a bandire la Coca Cola dai loro servizi e dai loro edifici, e ha indotto i gestori dei fondi pensione, compresa la città di New York, a far passare risoluzioni che minacciassero di ritirare centinaia di milioni in investimenti azionari sulla Coca Cola a meno che essa non avesse indagato sugli abusi in Colombia. Ha persuaso non solo il SEIU ma il più grande sindacato Usa degli stessi impiegati della Coca Cola, il Teamsters, a far passare una risoluzione in appoggio alla Campaign to Stop Killer Coke [campagna per fermare la Coca Cola killer n.d.t.] e a parlarne allo scorso meeting annuale (il Teamsters è arrivato quasi a bandire la Coca Cola dai suoi uffici). “Ciò che sentiamo è orrendo,” dice David Laughton, il segretario e tesoriere della divisione bevande del sindacato.

Il più grande successo della campagna c'è stato nei college e nelle università. Le campagne contro la Coca Cola sono ormai attive in qualcosa come 130 università in tutto il mondo. “Questa campagna contro la Coca Cola ha politicizzato una nuova generazione di studenti,” dice Camilo Romero, un organizzatore nazionale con l’ USAS. Alla fine hanno ottenuto una chiusura a tempo indeterminato nel marzo 2004, sebbene il caso rimanga aperto presso l'Alta Corte del Kerala. Sempre maggiori proteste lì e in un terzo impianto, nello stato deserto del Rajasthan, sono finite in attacchi da parte della polizia, dei quali Amit Srivastava dell’ India Resource Center (IRC) dà la colpa alla Coca Cola, contro gli abitanti che adottavano tattiche Gandhiane di nonviolenza.

L’ IRC è stata raggiunta in questa missione da Corporate Accountability International (CAI), che ha attaccato la Coca Cola per il suo tentativo aggressivo di vendere acqua minerale. Da vecchio organizzatore di campagne anti-aziendali, Mulvey vede la campagna contro la Coca Cola come un nuovo modello. “La gente prende questi abusi che avvengono in tutto il mondo e li porta ai quartieri generali della Coca Cola,” afferma. “L'azienda non riesce a controllarlo,” afferma Rogers. Allo stesso tempo il grande numero di accuse contro la Coca Cola solleva la domanda di quando e come la campagna potrà dichiarare vittoria. La Campaign to Stop Killer Coke, per esempio, ha adottato sette richieste del SINALTRAINAL, che includono una politica di diritti umani per le aziende di imbottigliamento e risarcimenti per le famiglie dei lavoratori uccisi. Al meeting annuale dello scorso anno, la Coca Cola ha cercato di ammorbidire le critiche pubblicando i risultati di uno studio finanziato dall'azienda che è stato rifiutato dagli studenti come pateticamente di parte. Il tocco finale fu l'insistenza della Coca Cola che qualunque cosa venisse scoperta non potesse essere ammessa al processo di Miami, cosa che Collingsworth afferma essere contro l'etica legale. “Non possiamo pregiudicare i nostri clienti accettando di seppellire prove che potrebbero appoggiare le loro richieste,” ha scritto in una lettera piena di rabbia a Ed Potter della Coca Cola.

All’ incirca nello stesso periodo, nuove prove delle tattiche anti-sindacali della Coca Cola emergevano in Indonesia, dove, secondo l’ USAS, i lavoratori venivano minacciati quando tentavano di formare un sindacato; e in Turchia, dove più di 100 membri del sindacato furono licenziati e poi, durante una protesta, manganellati e fatti oggetto del lancio di gas lacrimogeni da parte della polizia. Lo scorso novembre l’ ILRF ha depositato un'altra denuncia contro la Coca Cola, basandosi sulle affermazioni dei lavoratori turchi.

Col fallimento della commissione investigativa, gli amministratori in alcune scuole hanno esaurito le scuse per mantenere i contratti con la coca-cola. Lo status della NYU di più grande università privata del paese ha fatto guadagnare alla campagna spazio sulla stampa nazionale e internazionale.

Con l'avvicinarsi del meeting annuale di quest'anno, la Coca Cola è andata sull'offensiva, annunciando un piano per redigere un nuovo elenco di standard per i luoghi di lavoro. Allo stesso tempo l'azienda ha chiesto all' International Labor Organization [ILO, organizzazione internazionale del lavoro n.d.t.] dell'Onu di eseguire una valutazione dei luoghi di lavoro negli impianti di imbottigliamento della Colombia. Le scuole che questa primavera hanno messo in discussione i contratti con la Coca Cola includevano la Michigan State, la UCLA, la University of Illinois, la DePaul e diversi campus della City University of New York. Dopo recenti vittorie nelle università la forza sembra stare dalla parte della campagna. “La Coca Cola ha un mercato in contrazione; noi abbiamo un mercato in espansione,” dice Rogers. “Io voglio che la Coca Cola capisca che hanno molto più da perdere nel continuare a fare ciò che fanno.

Fino a che non faranno ciò, affermano gli attivisti, la violenza contro i lavoratori della Coca Cola continuerà.
Potete leggere altri suoi articoli al sito MichaelBlanding.com.

13 settembre 2006


Perchè parlare di processo di privatizzazione anzichè di privatizzazioni?
Perchè il fenomeno mostra una chiara tendenza evolutiva: la corporate society – ossia la società retta dalle multinazionali – si sta dirigendo verso il corporate take over, la privatizzazione dello Stato. L’oggetto effettivo delle privatizzazioni non sono beni o imprese, ma le funzioni e i poteri dello Stato e del Pubblico.
Sul piano più superficiale le privatizzazioni sono operazioni patrimoniali con cui lo Stato (o altri enti pubblici) vendono beni propri, pubblici (immobili, quote azionarie), comperati o costruiti con i soldi dei cittadini, a soggetti privati, al fine di procurarsi denaro di cui dichiara di aver bisogno. Se il prezzo di vendita fosse vantaggioso e se lo Stato avesse veramente bisogno di far cassa, allora, almeno su questo piano, le privatizzazioni sarebbero logiche e opportune. Però i prezzi sono solitamente svantaggiosi e, nella realtà, lo Stato non ha bisogno di vendere per risanare i suoi conti, disponendo di ben altre risorse.
Tali operazioni di vendita sono sovente operazioni di svendita in favore di gruppi imprenditoriali che in cambio ‘sostengono’, in tutti i sensi, gli uomini e i gruppi politici che le eseguono.

Privatizzazioni di industrie strategiche

Vi sono grandi industrie pubbliche che hanno una funzione positiva, vitale, per una nazione, ben al di là dalla loro redditività in termini monetari, perchè possiedono la tecnologia, il personale, gli impianti e le dimensioni idonee per fare ricerca, per mantenere la competitività dell’intero sistema-paese nel mondo e una certa autonomia scientifico-tecnologica, permettendo allo Stato di non dipendere da altri paesi, anche in ambito politico e militare. Per capirci, la supremazia degli USA nel mondo è dovuta essenzialmente all’industria militare e alle ricadute tecnologiche (e imperialistiche) che ne conseguono: dall’informatica alla biologia, dall’aerospaziale allo spionaggio (Echelon).
La politica dei governi italiani si è rivolta alla cessione e allo smantellamento delle imprese di questo tipo, del loro potenziale scientifico-tecnologico e strategico. Le cessioni e gli smantellamenti sono andati a beneficio di gruppi non solo privati, ma anche e soprattutto stranieri. Oramai la grande industria nazionale, soprattutto quella capace di ricerca, non esiste quasi più, l’Italia è ridotta a colonia tecnologica ed economica dei suoi ‘alleati’: la grande distribuzione (seconda industria nazionale) è in mani tedesche e francesi, il mercato dell’automobile (terza industria nazionale) è all’80% coperto da produzione straniera, passando per la chimica e la cantieristica.
Perchè i politici italiani si prestano a siffatta operazione antinazionale?

Imprese mono-oligopolistiche: risorse limitate

In un mondo dove già la maggior parte delle risorse naturali è nelle mani di cartelli come l’Opec, lo Stato, anzi i politici, privatizzano anche imprese mono od oligopolistiche, soprattutto eroganti servizi vitali per la collettività: energia (Enel, presto Eni), trasporti (autostrade) telecomunicazioni. Sovente, queste imprese già ‘contengono’, o acquisiscono in seguito, la concessione dell’uso di risorse collettive limitate, come le bande di frequenza radio e le risorse idriche. Anche gli enti pubblici locali privatizzano le loro aziende di servizi (gas, trasporti, rifiuti, pompe funebri), oggi dette multiutilitiy.
La giustificazione addotta a queste operazioni è quella che la gestione privata consentirà risparmi di denaro pubblico e migliori servizi a minor costo (e prezzo) grazie alla concorrenza e alla logica aziendale. Non è esattamente questo, però, che abbiamo ottenuto. Anzi, mentre i conti degli enti pubblici interessati rimangono critici, vediamo molti servizi peggiorare qualitativamente e quantitativamente, a fronte di un rincaro di costi e tariffe.
Vediamo una crescente esterizzazione del capitale di queste società di diritto privato. Vediamo le nomine ai loro vertici sempre più legate al peggiore clientelismo, anzichè al merito. Vediamo il loro stile nei confronti del cittadino farsi sempre più elusivo e disattento nel dare, impositivo e aggressivo – quando non fraudolento – nel prendere. Quando, nel 2004, il Dollaro crollò sull’Euro di circa il 30% e scesero anche i prezzi dei combustibili, consentendo così il dimezzamento delle tariffe per gas ed elettricità, quante multiutilitiy fecero gli interessi dei cittadini e dell’economia nazionale, abbassando di conseguenza il costo di gas ed elettricità (costi che, notoriamente, in Italia sono altissimi e costituiscono una delle più gravi malattie dell’economia)? Dove andarono i grandi incrementi di profitti così realizzati? Forse nell’acquisto di mass media e di attività industriali e finanziarie, magari all’estero, nell’interesse dei dirigenti, degli amministratori e di coloro che li avevano messi su quelle poltrone. Forse in stipendi, prebende, consulenze d’oro, opere inutili appaltate a caro prezzo. E i mass media, in effetti, tacquero su questa scelta delle multiutilitiy privatizzate, contraria agli interessi della collettività dei cittadini, e contraria agli statuti di questi soggetti. Una scelta che non sarebbe stata possibile se invece di società di diritto privato avessimo avuto enti pubblici, regolati dal diritto pubblico.

Un salto di qualità: il privato impone le tasse


Stiamo assistendo a un interessante quanto allarmante fenomeno politico-economico: numerose società multiutilitiy di diritto privato, ma con partecipazione pubblica (del comune, della provincia), pretendono sempre più di farsi pagare non solo per i servizi che erogano effettivamente al cittadino (servizi perlopiù e a tariffa imposta, rispetto a cui il cittadino non ha alcuna facoltà di scelta o di negoziazione), ma persino per servizi non erogati – o meglio, esigono soldi indipendentemente dal servizio che realmente erogano. Queste società di diritto privato, che realizzano profitti (in proprio o a favore di soci e di terzi beneficiari politico-industriali), si servono del potere pubblico (il Comune, la Provincia) per imporre i loro servizi ai cittadini senza che questi possano contestare inadempimenti e inefficienze, o preferire altri appaltatori; poi, di nuovo, si servono di questi enti pubblici per farsi pagare anche per ciò che non fanno. E con ciò si fa un fondamentale salto giuridico, da tariffa a tassa: si passa dal pagamento di una tariffa per i servizi ricevuti da un soggetto privato che svolge un servizio pubblico, al pagamento di una tassa indipendente da ciò che questo soggetto fa. Il privato impone una tassa alla collettività con l’appoggio dell’ente pubblico che dovrebbe rappresentare e tutelare la collettività stessa (però magari il sindaco siede nel consiglio di amministrazioneノ).

Tutto questo è gravissimo, perchè implica che lo Stato, gli enti pubblici territoriali, stanno privatizzando non più semplici beni (come le case popolari), non più funzioni (come i servizi pubblici), ma lo stesso potere pubblico, la sovranità politica, nella quale rientra, appunto, il potere di imporre le tasse.
In simili vicende si riconosce la vera realtà delle cose: i politici, i pubblici amministratori e funzionari tendono diffusamente a venire eletti o nominati, e ad agire, nei loro ruoli pubblici, come mandatari di interessi economici privati. Va quindi rovesciata la prospettiva: non è che acquisiscano le loro cariche e poi vengano portati a fare certe cose, bensì vengono messi in condizione di accedere a quelle cariche in quanto faranno determinate operazioni.

La privatizzazione dell’esazione tributaria e contributiva


Già da parecchi anni, gli enti pubblici territoriali (recentemente anche l’Inps) e non territoriali hanno iniziato a cedere a società finanziarie private i propri crediti – sia quelli reali che quelli infondati o inventati – verso i cittadini e le imprese. Le società cessionarie anticipano in tutto o in parte gli importi dei crediti agli enti pubblici interessati: prestano loro soldi, fanno loro da banca monetizzando i loro supposti crediti, e poi si mettono a riscuotere i medesimi crediti, reali o irreali che siano. In effetti queste società concessionarie per la riscossione di tributi sono emanazioni di banche. Esse ricevono dallo Stato poteri privilegiati di esazione nei confronti dei cittadini e delle imprese, per costringerli a pagare. Poteri che i normali cittadini creditori assolutamente non hanno. L’ultimo e più clamoroso caso è quello delle così dette ganasce fiscali.

Il corporate take over*

Da quanto precede, emerge il disegno complessivo, il vero oggetto e lo scopo ultimo delle privatizzazioni: non tanto il trasferimento di ricchezze già esistenti dalla collettività a gruppi capitalistici privati; neanche il mero trasferimento di posizioni di rendita o comunque economicamente privilegiate; ma il trasferimento dei poteri politici dello Stato a mani private.
La Corporate society è una società, una nazione, organizzata dalle e intorno alle grandi società di capitali – le multinazionali – dominata dai loro valori e interessi. Esse, in quanto proprietarie o finanziatrici dei mass media, degli entertainment media, delle banche, dei centri di ricerca, delle società di servizi sono in grado di dirigere il paese, la sua cultura, la sua economia.
Corporate take over indica il processo per cui le grandi società gradualmente si sostituiscono allo Stato e alla pubblica amministrazione nella funzioni di questi ultimi: nella prestazione di servizi pubblici, nella costruzione di infrastrutture, nella gestione di problemi sociali ed ecologici. Assistiamo al principio inverso rispetto a quello delle partecipazioni pubbliche: invece dello Stato imprenditore, abbiamo l’Imprenditore stato.
Il capitale privato è indotto a fare ciò per migliorare le condizioni ambientali per il proprio profitto e per soppiantare lo Stato nelle funzioni sue proprie – funzioni che lo Stato non è più in grado di svolgere – onde sostituirsi gradualmente ad esso, col consenso dei cittadini, anche come gestore del potere politico reale.
Questo sta facendo la Banca d’Italia-BCE nei confronti dello Stato italiano. Forte della conquista del potere monetario – il quale, essendo un potere sovrano, compete allo Stato soltanto – la Banca d’Italia-BCE ricatta lo Stato con un semplice annuncio: se lo Stato non seguirà le sue indicazioni, i suoi titoli di debito pubblico non verranno più accettati per accedere al credito.

Marco Della Luna

Enti ecclesiali evasione per 6 miliardi l'anno


Compagno" Piero Fassino, prima di mettere le mani sulle nostre pensioni (e nelle nostre tasche) mettitele sulla tua coscienza sociale (se ne hai una). P.S. la tua moralizzazione della politica è affidare l'incarico di sottosegretario alle finanze al "pregiudicato" Vincenzo Visco? Recuperando i 6 miliardi di evasione fiscale del clero la manovra scende a 24 miliardi.

Enti ecclesiali evasione per 6 miliardi l'anno

Sconto del 50% dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche, esenzione dall’Iva, esenzione dall’imposta sui terreni e - nonostante le promesse fatte in campagna elettorale dal premier, Romano Prodi - esenzione dall’imposta comunale sugli immobili (la famigerata Ici). Non si tratta di un’anticipo delle promesse della nuova campagna elettorale di Silvio Berlusconi, ma sono solo alcune delle gentili concessioni fiscali che lo stato italiano riconosce agli enti ecclesiastici, i quali otterrebbero grazie a ciò benefici per almeno 6 miliardi di euro annui.

Dallo studio effettuato dall’Ares (agenzia ricerca economica e sociale) intitolato «Enti ecclesiastici: le cifre dell’evasione fiscale» emerge infatti che se le attività commerciali possedute e gestite dalla chiesa fossero sottoposte allo stesso regime di tassazione di quelle gestite dai comuni mortali, il 20% del fabbisogno per la prossima finanziaria sarebbe già nelle casse dell’erario. La norma che rende possibile questa inspiegabile e intollerabile disparità di trattamento è contenuta nella legge 121/85 che considera «non commerciali» - quindi meritevoli di una tassazione soft - gli enti ecclesiastici con strutture dedicate al culto o ad attività religiose. In Italia la santa sede e gli enti ecclesiastici possederebbero non meno di 90mila immobili, anche se un censimento preciso non è mai stato fatto e molti di questi non figurano nel catasto.

Un patrimonio valutabile nella stratosferica cifra di 30 miliardi di euro, che viene utilizzato per ospitare chiese e parrocchie, ma anche veri e propri esercizi commerciali. Non solo strutture ricettive di ogni genere - da alberghi a case di cura - ma anche negozi, appartamenti e interi stabili «di pregio» destinati all’uso commerciale. […] Per di più la classe politica italiana non ha mai esitato a schierarsi dalla parte del Vaticano quando qualcuno ha cercato di limitarne i privilegi: nel 2005 il governo Berlusconi decideva di stanziare 25 milioni di euro nella finanziaria per saldare il debito che la santa sede aveva nei confronti dell’Acea (società che fornisce acqua potabile e gestione delle acque reflue). Ma l’ultimo intervento «provvidenziale» in favore del Vaticano è arrivato da parte del governo di centrosinistra di Romano Prodi.

Dopo aver dichiarato guerra al regime di esenzione totale dall’Ici - favorito dal governo precedente - per i beni immobili della chiesa, l’esecutivo di centrosinistra è riuscito ad approvare un inutile decreto legge che non ha cambiato di una virgola la situazione precedente. Nel decreto si legge infatti che «l’esenzione si applica solo nel caso in cui nei locali degli enti le attività svolte non abbiano natura esclusivamente commerciale». Grazie a quella parolina «esclusivamente» l’esenzione viene mantenuta per quasi tutti gli enti, e le casse dei comuni continuano a restare vuote. Basta infatti che una clinica privata (o un albergo) di proprietà ecclesiastica riservi una struttura alle funzioni religiose per neutralizzare l’«esclusività commerciale» ed evitare il pagamento dell’Ici.

09 settembre 2006

I falsi problemi


Dilagano, soprattutto nell’Impero di USAtana, i sistemi di riconoscimento personale attraverso microprocessori sottocutanei, apparecchiature per la lettura dell’iride e marchingegni diabolici simili: sono strumenti atti a controllare le persone, ma diffusi con il pretesto di rendere certe operazioni più semplici e rapide, come l’acquisto di prodotti, il consumo di pasti nelle mense, le diagnosi sanitarie e la conseguente somministrazione di farmaci…

Nel Brutto paese molti istituti scolastici hanno introdotto un metodo di verifica di assenze e ritardi degli allievi, tramite l’invio di messaggi telefonici ai genitori di studenti non puntuali o che marinano la scuola. L’iniziativa è quanto di più abominevole e mostruoso mente “umana” possa concepire, nell’ambito di una società sempre più orwelliana. I genitori che sanno educare i loro figli insegnano loro a rispettare le norme sensate e talvolta anche a trasgredire. La legge è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge. Non è poi un così grave misfatto marinare una tantum la scuola: da certe esperienze s’impara sempre qualcosa. Sempre meglio una mattinata trascorsa sul lungomare, gettando uno sguardo alla spiaggia deserta nella stagione invernale, che seguire un’ora di lezione in cui tentano di convincerti che le scie chimiche sono normali scie di condensazione o anche ad ascoltare il docente di religioprigione cattolica il quale ti inculca l’aberrante bipensiero, raccontando la fiaba con protagonista tale uomo-dio (sic) nato contemporaneamente a Betlemme ed a Nazareth.

I genitori dovrebbero imparare ad amare veramente i figli, capendo, come dice Gibran, che i loro figli non sono i loro figli.
Certe madri, invece, di far uscire bambini e ragazzi imbacuccati, per timore del nemico numero uno, il freddo, dovrebbero chiedersi perché gli adolescenti di oggi sono quasi sempre malati: ogni tanto queste donne apprensive ed iperprotettive dovrebbero guardare il cielo e, resesi conto di quanti e quali letiferi veleni sono sparsi dai velivoli impegnati nell’operazione “scie mortali”, decidersi una buona volta a protestare e ad agire contro il genocidio occulto. Altro che SMS per accertare la presenza degli studenti a scuola, altro che la patetica educazione alla “salute”, altro che i consigli ipocriti e paternalistici del ministro delle patologie!

Che almeno il corpo sia sano, visto che ormai la mente, grazie a questi scellerati al potere, è del tutto insana.
Fate il test su genitori e figli test

08 settembre 2006

Come perdere la casa pagandola

Storia di Giuseppe che rischia di perdere la casa per un meccanismo infernale dichiarato illegittimo dalla Consulta. Celeste Nardini: «Presto un disegno di legge»

Perderà la sua casa perché non riesce ad estinguere il mutuo. Pochi mesi e poi Giuseppe Pellegrino, la moglie e figli diventeranno dei senza tetto: la banca venderà il loro appartamento.

Giuseppe, dipendente alle Poste di Bari, nel 1992 ha chiesto un mutuo alla Cariplo, a tasso variabile, di 95 milioni di vecchie lire. Dopo sette anni perde il lavoro e salta il pagamento di alcune rate. Scattano gli interessi moratori. Nel 2000 viene riassunto ma ormai non riesce più a rimettersi in pari con la banca. Gli interessi continuano ad aumentare e quando lui riesce a versare dei soldi questi bastano solo a pagare la morosità. Dal debito iniziale di 50mila euro ora ne deve 120mila.

Giuseppe è vittima di un infernale meccanismo chiamato anatocismo che è stato dichiarato incostituzionale ma che viene ancora praticato da diversi istituti di credito. «Io pagavo - racconta Giuseppe - ma invece di estinguere il mutuo saldavo la mora sugli interessi. La mia pratica è passata dalla Cariplo a Banca Intesa e da questa alla Castello Gestione Crediti. Nel corso degli anni ho versato circa 35mila euro, cioè più di quello che avevo chiesto originariamente, ma sono ancora lontano dalla cifra che pretendono da me per lasciarmi la casa».
Giuseppe è l’unico a lavorare in famiglia. La moglie è disoccupata e i tre figli sono studenti. Guadagna mille euro al mese: come potrebbe pagare un affitto? «Con il mio legale - continua il suo racconto - abbiamo fatto una proposta di transazione alla banca. Potrei pagare 60mila euro: hanno rifiutato la nostra offerta».

Un gruppo di senatori del Prc (Nardini, Tecce, Albonetti e Alfonsi) ha presentato un ordine del giorno, passato in commissione bilancio, al decreto Bersani che intanto stabilisca una moratoria di sei mesi per sospendere le esecuzioni promosse per crediti non depurati dall’anatocismo, per rinnovare gli atti di precetto sulla base di nuovi conteggi, così che il debitore possa pagare importi legittimamente calcolati e pretesi e non quelli vessatori ed estorsivi voluti dalle banche e dai loro concessionari.
«Finché le banche continueranno a caricare sul debitore interessi moratori del tutto fuori controllo - afferma la senatrice Maria Celeste Nardini - tante altre persone si ritroveranno nella stessa situazione di Giuseppe. E’ un meccanismo infernale che va bloccato anche perché la Corte Costituzionale ne ha stabilito la illegittimità. Si deve procedere al più presto con un disegno di legge apposito in materia di mutui, casa e prestiti. Deve essere impossibile per le banche esigere somme doppie o triple del debito iniziale comprensivo degli interessi già maturati e pagati, caricando sul debitore interessi di mora inconcepibili. Inoltre si deve scoraggiare la cessione dei pacchetti di debito da un istituto all’altro, a meno che non ci sia la condizione dello stesso indice di deprezzamento sul debito. Le leggi vigenti favoriscono solo le banche. Occorre impedire che si possano iscrivere ipoteche per valori superiori alla somma mutuata».
Proprio per chi si rispecchia in questa vicenda Pellegrino annuncia una sua iniziativa. «Con mia moglie - spiega - aprirò un sito internet e una mailing list per riunire quanti hanno subìto o stanno subendo vessazioni simili alla mia: ci sono centinaia di casi come questo in Italia. Ma io non ho intenzione di mollare».

05 settembre 2006

Bolla o non bolla immobiliare?


Da alcuni giorni sono disponibili dati incontrovertibili sul crollo del settore immobiliare USA

una bolla che ha tenuto in piedi l’economia americana e il sistema finanziario globale dopo il crollo della bolla precedente, quella della New Economy, all’inizio del nuovo millennio.

Qualche indicazione:
* Gli espropri delle abitazioni a luglio sono aumentati del 18% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e del 5% rispetto al mese precedente. Lo stato più colpito è il Colorado, con un aumento del 55% in un anno. I “grandi sei” colpiti dagli espropri sono Texas, Florida, California, Michigan, Ohio, e Illinois che complessivamente contano più della metà degli espropri nel paese.
Il termine "esproprio" é tradotto letteralmente dall'inglese. La procedura si completa in genere con l'acquisizione dell'immobile "espropriato" da parte del creditore. La traduzione, riferita alla realtà italiana, indica l'azione giudiziaria che prende il nome di sequestro giudiziario a cui segue, benché dopo tempi lunghissimi, la vendita vera e propria. Negli Stati Uniti invece il procedimento richiede tempi molto più ristretti.

* La vendita di abitazioni esistenti, che comprende l’85% del mercato della casa, a luglio è scesa dell’11,2% rispetto all’anno prima, e del 4,1% rispetto al mese precedente.
L’associazione degli immobiliaristi, la National Association of Realtors, ha riferito il 23 agosto che il prezzo medio dell’abitazione è sceso del 18% nel West, del 12,5% nel Nordest e del 10,1% nel Midwest.

* Nella Greater Washington le vendite di abitazioni sono crollate del 31% a luglio rispetto all’anno precedente, con punte del 42% nella contea di Loudoun e del 50% nella contea di Prince William. In un anno l’invenduto nella Virginia settentrionale è aumentato del 147% e il prezzo medio è sceso del 3,9%, dal luglio 2005, come ha riferito il Wall Street Journal del 23 agosto.

* I nuovi cantieri dell’edilizia abitativa, nello stesso arco annuale luglio/luglio, sono diminuiti del 18,9% nel Nordest, del 16,6% nel Midwest, del 13,9% nel West, e del 10,7% nel Sud, secondo i dati del Dipartimento del Commercio del 16 agosto. La flessione è più accentuata per le case monofamiliari: -26,3% nel Nordest, -25,8% nel West, -18,9% nel Midwest e -9,1% nel Sud.

La “Toll Brothers”, che costruisce ovunque nel paese abitazioni di lusso, ha annunciato la perdita del 48% degli ordinativi in tre mesi ed i suoi esperti temono la più grave flessione in quarant’anni. Angelo Mozilo, direttore di Countrywide, la principale finanziaria indipendente che concede mutui casa, ha dichiarato: “In 53 anni non ho mai visto un atterraggio morbido ... debbo preparare l’impresa al peggio”. Nouriel Roubini, presidente della Roubini Global Economics e professore di economia alla Stern School of Business all’Università di New York ha commentato le due precedenti dichiarazioni dicendo: “L’unica cosa che resta da discutere adesso è se la situazione del mercato casa sia il peggiore in 40 oppure in 53 anni”.

Per Roubini: “La conclusione più semplice è che si tratta della più grave flessione del settore abitativo in quattro o cinque decenni:
tutti gli indicatori evidenziano una caduta libera, adesso anche quello dei prezzi della casa.
Di per se stessa la flessione è sufficiente ad innescare una recessione negli USA: i suoi effetti su investimenti residenziali effettivi, ricchezza, consumo e occupazione saranno più gravi del crollo dei tecnologici che innescò la recessione del 2001.

E oltre al crollo immobiliare, i consumatori debbono fare i conti con il petrolio sopra i 70 dollari, l’effetto ritardato dell’aumento dei tassi Fed e dei tassi a lungo termine, la caduta dei salari reali, il risparmio negativo, l’alto tasso d’indebitamento e i costi maggiorati del servizio del debito”. Si sta dunque procedendo a tutto vapore verso “la grande recessione del 2007” e di certo le ripercussioni internazionali saranno notevoli.
Stephen Roach, primo economista di Morgan Stanley ha ribadito ciò che è ovvio: “La bolla immobiliare americana sta evidentemente scoppiando”.

03 settembre 2006

La fusione fredda: un segreto mortale


Sono passati oltre due anni dalla morte del Dr. Mallove e la fusione fredda è ancora un mistero che non e stato svelato. C'era chi stava tentando di farci conoscere o approfondire la scienza ma, è stato barbaramente ucciso. In questa una delle ultime interviste chiarisce la differenza fra fusione fredda e calda

La fusione fredda, il "miracolo o errore" come fu annunciato all'Università di Utah da Dr. Martin Fleischmann e Stanley Pons nel Marzo 1989 è lontana dall'essere morta. È viva non solo in dozzine di laboratori nei Stati Uniti, ma in numerosi centri di ricerca esteri particolarmente in Giappone. La ricerca sulla fusione fredda è ora un'attività su scala mondiale, in una dozzina di paesi.
Cos'è la "fusione fredda"?
La "fusione fredda" è un fenomeno - vero ma ancora non completamente spiegato - di produzione di energia, che avviene quando normale idrogeno e la forma speciale di idrogeno chiamato deuterio è portato assieme con metalli, come palladio, titanio, e nichelio. Di solito alcuni meccanismi scatenanti, come elettricità o energia acustica, sono necessari per provocare gli effetti della "fusione fredda". Idrogeno e deuterio sono ambedue abbondanti nella normale acqua - acqua fresca, acqua dell'oceano, ghiaccio, o neve - così il processo aiuterà a por fine a molte preoccupazioni sull'energia nel mondo, se potrà essere sviluppato commercialmente. Questo è poco ma sicuro. (La forma deuterio dell'idrogeno è presente in natura nel rapporto di uno ogni 7,000 atomi di idrogeno ed è facile da separare.)
Esistono buone fonti di informazione sulla fusione fredda?
Se vuoi leggere qualcosa sull’evoluzione di questa controversia scientifica e la incombente rivoluzione tecnologica, per favore leggi , del Dr. Eugene F. Mallove. Questo lavoro che Arthur C. Clarke ha chiamato "l'unico buon libro sull’argomento", copre i primi due anni dell'era della fusione fredda.
Cosa è la fusione "calda"?
La fusione calda è il tipo di reazione nucleare che scalda il Sole e le stelle. A temperature di milioni di gradi, i nuclei degli atomi di idrogeno possono superare la loro repulsione naturale, e congiungendosi formano nuclei di elio. Questo rilascia una energia enorme. La fusione è l'opposto di fissione, che è la liberazione di energia spezzando nuclei di uranio pesante o di plutonio.
Qual è lo stato attuale della fusione "calda"?
Il mondo scientifico ha speso più di quattro decadi e miliardi di dollari (si stima 15 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti) per investigare la possibilità di riprodurre con apparecchiature qui sulla Terra le reazioni della fusione delle stelle. Queste sono macchine complesse e grandi che contano su alti campi magnetici o potenti laser per comprimere e scaldare il combustibile di fusione – tipicamente gli isotopi di idrogeno, deuterio e trizio. Il programma per la fusione calda controllata ha fatto passi da gigante, ma tutti sono d'accordo che i dispositivi pratici non saranno disponibili prima di circa tre decenni. La fusione calda è un problema di ingegneria molto difficile. Molti tecnici - anche quelli favorevoli alla fusione calda - ritengono che l’approccio a reattore "tokamak" seguito dal Dipartimento USA per l’Energia non produrrà mai tecnologia commercialmente realizzabile. I ricercatori Americani sulla fusione calda vogliono ora costruire un grande, complesso reattore di prova chiamato ITER (Reattore Sperimentale Termonucleare Internazionale) che comincerebbe a operare nel 2005. Un impianto commerciale a fusione calda non sarebbe on-line fino almeno al 2040. Il bilancio annuale USA per la ricerca sulla fusione calda (Schneide, pagina 2/4) eccedono regolarmente 500 milioni di dollari, e il programma ora sta cercando di aumentare gli stanziamenti per l’ITER e per gli altri esperimenti.
In cosa differisce la fusione fredda dalla fusione calda?
La fusione fredda rilascia quantità enormi di energia in forma di calore, non in radiazioni come nella fusione calda. Questa energia di calore è da centinaia a migliaia di volte quella che le normali reazioni chimiche potrebbero produrre. Se la "fusione fredda" è un forma finora ignota di reazione nucleare benigna - come molti ricercatori nel campo della fusione fredda credono - c'è più energia potenziale di fusione fredda in un miglio cubico di acqua marina che in tutte le riserve di petrolio sulla terra.
La fusione fredda, contrariamente alla fusione calda, avviene in un apparato relativamente semplice, benché non ancora senza qualche difficoltà. Le reazioni di fusione fredda non sono del tutto simili alle reazioni convenzionali di fusione calda. Se lo fossero, gli sperimentatori della fusione fredda sarebbero stati uccisi da flussi massicci di radiazione di neutroni e raggi gamma. La continua meraviglia della fusione fredda è che - qualunque cosa sia - è apparentemente una reazione molto pulita che dà molto poca della comune radiazione di fissione e della reazione di fusione.
Ci sono teorie che possono spiegare la "fusione fredda"?
I ricercatori della fusione fredda hanno tentato di trovare modelli teorici per spiegare gli effetti osservati della fusione fredda – il grande rilascio di energia termica, il basso livello di fenomeni nucleari, l'assenza di massicce radiazioni dannose e di altri effetti nucleari convenzionali. Negli esperimenti di fusione fredda sono stati osservati neutroni di basso livello, trizio, elio-4 e spostamenti di isotopi metallici.
Non c'è ancora nessuna teoria singola e generalmente accettata che spieghi tutti questi fenomeni. Non c’è dubbio, comunque, che i fenomeni esistono e che saranno spiegati, ma più probabilmente fra qualche anno. È molto difficile immaginare una teoria che si accordi con tutti i dati. La spiegazione sarebbe nascosta nelle reazioni nucleari, in una esotica "super-chimica" implicante modifiche alla meccanica quantistica, o qualche cosa ancora più bizzarro (come estrarre energia dal punto-zero dello spazio a livello atomico).
Qual’è l'evidenza principale della "fusione fredda"?
L'evidenza più importante della fusione fredda è l'energia del calore in eccedenza che viene dalla speciale cella elettrochimica - molto più calore di quello prodotto dalla energia elettrica che la alimenta. Ricercatori competenti e prudenti hanno ora confermato che in condizioni corrette è possibile ottenere - oltre la potenza immessa - dal 10% a molte migliaia di volte la potenza in entrata!
Infatti, negli esperimenti riportati alla Quarta Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda (Dicembre, 1993), un ricercatore, il Dott. T. Mizuno dell’Università di Hokkaido, riportò un rapporto di potenza di output/input di 70'000. Qualche volta questo potenza è impulsiva, ma è apparsa anche in modo continuativo in alcuni esperimenti per centinaia di ore, e in alcuni casi per molti mesi. Quando di questa potenza si accumulano i chilowattora, la conclusione inevitabile è che viene rilasciata molta più energia di quella che qualsiasi possibile reazione chimica (come noi ordinariamente comprendiamo tali reazioni) potrebbe produrre.
E c'è di più: Nei pochi anni passati, è emersa anche una sorprendente evidenza sperimentale del fatto che negli esperimenti di fusione fredda sono stati trasmutati elementi. L’elio-4, per esempio, è stato trovato da diversi laboratori, e piccoli quantitativi di atomi di metalli radioattivi, come gli isotopi di argento e rhodio, sono apparsi negli elettrodi di palladio delle celle a fusione fredda, nelle quali nessuno di tali atomi esisteva prima che gli esperimenti cominciassero.
Come possiamo essere sicuri che le misurazioni del calore negli esperimenti di fusione fredda non siano errori?
Molti di questi esperimenti di fusione fredda differiscono significativamente l'uno dall'altro nel loro approccio e condizioni. Così non c'è possibilità che i vari laboratori stiano commettendo sistematicamente gli stessi errori in tutti questi esperimenti. L'eccesso di energia prodotta in alcuni di questi esperimenti è la prova che qualcosa di veramente straordinario e di enorme significato tecnologico potenziale è stato scoperto. Nei primi giorni della ricerca sulla fusione fredda, quando gli scienziati stavano lottando e imparando come replicare l'effetto, erano stati fatti pochi esperimenti, e molti errori. Nelle settimane che seguirono l’annuncio di Martin Fleischmann e Stanley Pons all'Università di Utah nel 1989, un gran numero di scienziati tentarono di replicare il fenomeno, e fallirono - o pensarono di aver fallito, o di fatto davvero ottennero ris}ltati positivi, ma per varie ragioni furono falsamente interpretati e i loro dati impropriamente riportati. L'esperimento è considerevolmente più complicato e più difficile da compiere rispetto a come originariamente riportato in qualche giornale scientifico o rivista popolare. I possibili mrrori di misurazione in molti esperimenti di fusione fredda sono oggi molto, molto più piccoli degli enormi effetti misurati.
Esistono altri modi di ottenere energia in eccedenza dalla "fusione fredda"?
L'esperimento originale di fusione fredda di Fleischmann e Pons è ora stato affiancato da molti altri metodi per ottenere energia in eccedenza. Questo è l’attuale (e crescente) elenco di apparenti processi di "fusione fredda" che danno energia in eccedenza:
1. Processo Originale di Pons-Fleischmann
Soluzione di acqua pesante con un elettrolita come il deuterossido di litio (LiOD), trasportato dalla corrente. La corrente è fatta circolare tra un catodo in lega di palladio e un anodo di platino.
2. Processo al Sale fuso
Processo elettrolitico in fusione ad alta temperatura che coinvolge tipicamente cloruro di litio (LiCl) e cloruro di potassio (KCl) in soluzione fusa resa satura con deuteride di litio (LiD). Gli elettrodi sono di palladio e alluminio.
3. Processo di Randell Mills
Soluzione di acqua normale con (tipicamente) potassio carbonato come elettrolita (K2C03). Elettrodi: catodo in nichelio e platino, o anche anodo in nichelio.
4. Processo di scarica in gas deuterio
Scarica elettrica a bassa tensione su vari metalli in atmosfera di gas deuterio.
5. Attivazione Ultrasonica
Usando frequenze ultrasoniche, l’energia acustica bombarda il palladio o altri metalli sommersi in acqua pesante, producendo energia in eccedenza e elio-4.
6. Ceramica conduttrice di protoni
Certi materiali ceramici come ossidi di stronzio-cerio e ossido di alluminio-lantanio, quando sono attraversati da una corrente molto bassa in un'atmosfera di gas deuterio, danno una significativa energia in eccedenza.
7. Stimolazione con campi magnetici e radiofrequenze
E’ stato verificato che la stimolazione con campi magnetici e radiofrequenza migliorano l'energia in eccedenza degli altri processi di fusione fredda citati, come la fusione fredda in cella elettrochimica.
8. Attivazione turbolenta
Un cilindro di alluminio massiccio con una serie regolare di fori sul bordo ruota molto ravvicinato ad un telaio d'acciaio. Normale acqua è pompata attraverso l'interfaccia e si riscalda di colpo vaporizzandosi. La Pompa Idrosonica (della Hydro Dynamics, Inc.) ha ora mostrato una convincente evidenza di massiccia produzione di calore in eccedenza. Apparecchiature simili sono state riportate da altri.
9. Processo di Piantelli-Habel-Focardi
Un substrato di nichelio è sottoposto ad alte temperature in un'atmosfera di idrogeno. Dettagli del processo non sono stati svelati, ma l’evidenza di una massiccia produzione di energia in eccedenza è chiara.
Quali laboratori stanno ottenendo risultati positivi?
Diverse centinaia di laboratori nel mondo hanno ottenuto risultati positivi sulla fusione fredda. Un elenco parziale che apparve in "Fire from Ice" nel 1991 è già antiquato.
Nella primavera del 1991 una confermnza nella vecchia Unione Sovietica rivelò risultati molto più positivi; alla Seconda Conferenza Annuale sulla Fusione Fredda tenuta a Como, in Italia nel Luglio 1991, è emersa una evidenza molto più positiva per la fusione fredda. Alla Terza Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda nell’Ottobre1992 l'evidenza fu assolutamente completa. Alla Quarta Conferenza Internazionale su Fusione Fredda (Maui, Dicembre 1993), il campo fiorì in molte nuove direzioni: nuovi metodi di generare calore in eccedenza, e nuove osservazioni - specialmente la apparente tramutazione a bassa energia di elementi pesanti. Centri di ricerca che riportano importanti risultati sulla fusione fredda includono:
Electric Power Research Institute (EPRI)/Stanford Research Institute (SRI)
Los Alamos National Laboratory
Oak Ridge National Laboratory
Naval Weapons Center at China Lake
Naval Research Laboratory
Naval Ocean Systems Center
Texas A&M University
California State Polytechnic University
ENECO, Salt Lake City
Hokkaido National University
ENEA (Italia)
Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Italia)
Osaka National University
National Institute for Fusion Science, Nagoya
Tokyo Institute of Technology
Bhabha Atomic Research Centre, Bombay, India
Technova Corporation
IMRA Corporation
NTT (Nippon Telephone and Telegraph company)
E-Quest Sciences (California)
Shell Recherche SA (Francia)
Tsinghua University (Cina)
University of Illinois at Urbana
Molti altri laboratori di ricerca privati negli USA e all'estero.
Chi sta finanziando la ricerca e lo sviluppo della fusione fredda?
Il maggiore appoggio finanziario per la ricerca sulla fusione fredda viene da queste fonti:
L'annuncio pubblico al Dicembre 1993 che ENECO, una società per azioni di Salt Lake City, aveva acquisito su scala mondiale i brevetti sulla fusione fredda concedendoli all'Università dell’Utah, è una ulteriore indicazione dei crescenti interessi costituiti sulla fusione fredda. ENECO è ora divenuto uno dei massimi finanziatori della ricerca sulla fusione fredda negli Stati Uniti e all'estero.
Ministero dell’Istruzione, Governo del Giappone. La ricerca è coordinata attraverso l'Istituto Nazionale Giapponese per la Scienza della Fusione, a Nagoya, ed è condotta nei Laboratori dell’Università Nazionale. Il Ministero dell’Istruzione investe da 15 a 20 milioni di dollari all’anno sulla fusione fredda.
Nell'Autunno di 1991, il Ministero del commercio Internazionale e dell’Industria ha organizzato un consorzio di ricerca fra le dieci miggiore società per azioni giapponesi per far avanzare la ricerca sulla fusione fredda. Prima di ciò, solo il Mini{tero dell’Istruzione era stato coinvolto in questa ricerca. Questo consorzio è chiamato "The New Hydrogen Energy Panel" (NHEP). Nella primavera del 1992, quando l’attività del Panel divenne ampiamente nota, i giornali giapponesi riportarono che cinque fra le altre maggiori società per azioni giapponesi avevano chiesto di essere incluse.
A metà del 1992, MITI annunciò un programma quadriennale da tre miliardi di Yen (24 milioni di dollari) per far avanzare la ricerca sulla fusione fredda. Questi soldi sarebbero stati suddivisi per spese speciali fra i laboratori nazionali, come viaggi e equipaggiamento addizionale, acquistati oltre i livelli discrezionali soliti. Quella somma non include il denaro - salari e altro - che viene in bilanci separati, e non comprende qualsiasi ricerca nel settore privato che noi sappiamo essere cospiqui. Infatti, i soci si sono impegnati ad offrire al fondo almeno 4 milioni di dollari, per un totale di 28 milioni. Sia il MITI che i membri del NHEP, sottolineano che questo fondo è flessibile, e può essere espanso. La attuale spesa annuale del Giappone sulla fusione fredda è stimata vicino ai 100 milioni di dollari. Questo diverrà drammaticamente evidente quando le apparecchiature tecnologiche cominceranno ad emergere.
L’Electric Power Research Institute (EPRI), di Palo Alto, CA., (braccio della ricerca dell'industria elettrica USA da 500 milioni di dollari annui) aveva speso alla fine del 1991 6 milioni di dollari sulla fusione fredda, e aveva investito al Gennaio 1992 12 milioni di dollari. Il programma di EPRI continua a spendere diversi milioni di dollari per anno. La sponsorizzazione di EPRI della Quarta Conferenza Internazionale sulla Fusione Fredda (Dicembre, 1993) indica che questa potente organizzazione di ricerca è scesa in campo per rimanerci.
Cosa si sa degli esperimenti di fusione fredda con acqua normale – non acqua pesante - dei quali ho sentito parlare?
Questi esperimenti con acqua normale furono riportati nel Maggio 1991 da allora sono stati riprodotti estesamentm - in Giappone, India, e nei Stati Uniti. Il Dr. Randell Mills della Hydrocatalysis Power Corporation, di Lancaster, PA, ha condotto esperimenti con produzione di calore in celle con acqua normale, elettrolita di carbonato di potassio e catodi di nichelio, sempre più considerati nel campo della fusione fredda. Il Dr. Mills ha tenuto una presentazione il 5 Maggio 1993 al Congresso della House Science, Space, and Technology Committee. L’esordio di Mills riassume concisamente l’importante sforzo del Lancaster, PA :
Hydrocatalysis Power Corporation (HPC) ha un esteso programma di ricerca sperimentale per produrre energia da celle elettrolitiche di acqua "leggera". HPC e Thermacore, Inc., Lancaster, PA stanno cooperando per sviluppare un prodotto commerciale. (Thermacore è una stimata impresa della difesa e la sua competenza è nel campo del trasferimento di calore.). Al momento, tutte le celle dimostrative di HPC e Thermacore producono eccesso di calore immediato e continuo. Celle che producono 50 watt di potenza in eccesso e anche più sono state in attività per più di un anno. Alcune celle possono produrre 10 volte più potenza in calore rispetto alla potenza in ingresso. Un prototipo di cella producente vapore è stata testata con successo... L’esperimento [originale] è stato potenziato di un fattore di uno a mille, e i risultati della cella di calore potenziata sono stati confermati indipendenteménte da Thermacore, Inc. I brevetti che coprono la composizione dei materiali, le strutture, e i metodi del processo di HydroCatalysis sono stati registrati da HPC su base mondiale con data prioritaria del 22 Aprile 1989 . HPC e Thermacore stanno fabbricando al momento una cella dimostrativa che produce vapore.
Il Dott. Mills cosa pensa ci sia dietro questa fonte di energia da acqua normale?
Il Dr. Mills e la sua scuola ritengono che la fonte di energia nei loro esperimenti da acqua normale sia tecnologicamente quanto mai forte, ma hanno adottato una teoria radicale per spiegare il calore in eccedenza. Il Dott. Mill dice che la fonte di energia in eccedenza è simile id un processo catalitico nel quale l'elettrone dell'atomo di idrogeno è indotto a subire una transizione a un minore livello di energia rispetto al "ground-state" definito dal solito modello quantistico dell'atomo. Così, l’energia immagazzinata negli atomi è rilasciata cataliticamente. Mills vede che molti degli effetti nucleari nella "fusione fredda" sono effetti reali, che egli pensa possano essere spiegati dalla sua teoria.
Gli esperimenti di fusione fredda sono generalmente riproducibili?
Gli effetti della fusione fredda non sempre sono facili da riprodurre, ma non per questo sono meno veri. Le difficoltà con la riproducibilità, comunque, sta rapidamente scomparendo man mano che i ricercatori scoprono le condizioni richieste per provocare il fenomeno, come un caricamento sufficiente di deuterio nel reticolo metallico, specifiche condizioni del metallo stesso, e i particolari dei meccanismi di innesco. Alcuni sperimentatori ora riportano la comparsa molto regolare dei fenomeni di fusione fredda, come emissione di neutroni, produzione di trizio, e calore in eccedenza come dimostrato dal riscaldamento fino alla ebollizione.
Gli scettici della ricerca sulla fusione fredda hanno regolarmente respinto i risultati positivi semplicemente perché gli effetti non sempre sono stati ripetibili. Questa è una opinione molto semplicistica! Ci sono chiaramente molti fenomeni naturali che sono estremamente irregolari, non ripetibili, e definitivamente non prevedibili, come fulmini, caduta di meteoriti, terremoti, e gli elusivi "fulmini globulari". Sappiamo di molti moderni dispositivi tecnici che non funzioneranno se non sono ben compresi i delicati parametri richiesti; i dispositivi elettronici a semiconduttori sono buoni esempi di questo. Non sorprende che l’esotico fenomeno della fusione fredda sia soggetto a difficoltà simili.
Che dire a proposito degli esperimenti del 1989 di Caltech, del MIT e di Harwell, che supposero non esserci calore in eccedenza? Non è questo molto dannoso alla causa della fusione fredda?
Il caso di tre fra i maggiori gruppi di ricerca che avevano supposto risultati apparentemente negativi nella primavera e nell’estate del 1989 - Caltech, l’Harwell Laboratory in Inghilterra e il MIT - è sconcertante ma vero: ora emergono dubbi importanti circa il loro operato, che non sono stati indirizzati alla comunità scientifica. Il terzetto di scienziati ha trovato semplici errori algebrici e altri fondamentali errori sperimentali nelle opere di Caltech, che invalidano le conclusioni negative sulla carta. Questi scienziati scrissero molte volte al periodico Nature, ma Nature rifiutò di pubblicare queste correzioni, così un articolo fu pubblicato su "Fusion Technology". Nel caso del Plasma Fusion Center del MIT, sono sorti seri dubbi circa i metodi usati per valutare l’eccedenza di calore che i risultati avevano presentato. I dati inediti appaiono mostrare indicazioni di calore in eccedenza, ma la versione pubblicata non mostra queste indicazioni. Inoltre, l’analisi della metodologia adottata da questo gruppo rivelò vizi fatali – anche se i dati erano stati trattati propriamente. Una discussione tecnica del 1989 del MIT Plasma Fusion Center sulla calorimetria nella fusione fredda apparve in "Fusion Fact" nell’Agosto del 1992, autore il Dr. Mitchell R Swartz. Nel caso dei risultati presunti completamente "negativi" della calorimetria dell’Harwell Laboratory (U.K.), l’analisi indipendente dei dati grezzi di quel laboratorio mostra l’evidenza di produzione di calore in eccedenza. I dettagli sui problemi dell’ Harwell Laboratory sono ora stati pubblicati su entrambi i verbali della Terza e della Quarta Conferenza Internazionale sulle Attività nella Fusione Fredda.
Abbiamo bisogno di capire la fusione fredda per cominciare a svilupparla commercialmente?
Quando la superconduttività convenzionale (a bassa temperatura) fu scoperta accidentalmente nel 1911, non c'era nessuna teoria fisica che potesse spiegarla, né ci fu alcuna teoria per circa il mezzo secolo successivo. La molto discussa superconduttività ad alta temperatura che apparve nel 1986-1987, ancora non ha una teoria soddisfacente per giustificarla. Nonostante ciò, industrie e governi si sono dedicati a svilupparla e commercializzarla. Lo stesso dovrebbe essere vero per la fusione fredda. Comunque, sia perché la fusione fredda sembra essere una deviazione ancora più integrale dalla saggezza fisica convenzionale in confronto alla superconduttività ad alta temperatura, sia per i passati problemi di riproducibilità della fusione fredda, questa non è stata accettata prontamente come la superconduttività ad alta temperatura.
C'è un futuro di fusione fredda?
La ricerca sulla fusione fredda non è "Grande Scienza" - non ha bisogno di installazioni massicce, solo lavoro assiduo su scala relativamente piccola nei laboratori nazionali, nelle università e nelle industrie private, le quali già stanno cominciando a scendere in campo negli USA, nonostante lo scoraggiamento da parte della burocrazia. La fusione fredda comunque, richiede il talento dei migliori scienziati e ingegneri, assieme a sofisticata strumentazione di analisi. I laboratori federali sono ben attrezzati per la ricerca sulla fusione fredda. Alcuni sono frementi, in cerca di una nuova missione: la ricerca sulla fusione fredda ben diventa una importante missione per gli scienziati di questi laboratori.
Lo sviluppo della fusione fredda sarà un territorio dominato dall’industria privata. Non c’è bisogno di massicci investimenti statali. Ma il governo deve spianare il percorso agli sforzi privati. È veramente possibile che una tecnologia energetica rivoluzionaria è stata gettata inopportunatamente da parte nell'U.S? Questo è esattamente quanto accaduto, come lo sviluppo scientifico e tecnico mostreranno. Non sarà così ancora per molto. Per benessere economico e ambientale della nazione e del mondo, ogni cittadino deve divenire consapevole dei fatti sulla fusione fredda e aiutare e incoraggiare il finanziamento della ricerca americana e mondiale.
Probabilmente la maggiore difficoltà nello "scendere a patti" con la fusione fredda è che sembra scientificamente troppo fantastica, e "troppo bella per essere vera" economicamente e socialmente. Ma lo stesso sarebbe potuto essere detto - e fu detto - di molte altre rivoluzioni tecnologiche al loro apparire. La fusione fredda e le scoperte affini probabilmente rinnoveranno radicalmente il mondo in modi che noi possiamo appena cominciare ad immaginare. Noi crediamo che prima del 2000 ci sarà la fusione fredda nelle automobili, nel riscaldamento domestico, in piccoli e compatti generatori elettrici, e nelle applicazioni aerospaziali. Queste tecnologie rinnoveranno radicalmente il mondo e porteranno rapidamente alla fine dell'Era del Combustibile di Fossile. La posta non è mai stata così alta. Noi dovremmo ricordare il pensiero del famoso scienziato Michael Faraday nell'ultimo secolo - al quale dobbiamo la nostra rivoluzionaria civiltà alimentata elettricamente - che scrisse "Nulla è troppo meraviglioso per essere vero."