02 maggio 2008

Il latte artificiale della Nestlè


La Nestlé S.A è la più grande azienda mondiale nel settore alimentare e Produce e distribuisce una grandissima varietà di prodotti alimentari, dall'acqua minerale agli omogeneizzati, dai surgelati ai latticini.

In Italia, la Nestlè arriva nel 1913, costituendo la “Henri Nestlè” ed aprendo lo stabilimento di Abbiategrasso nel 1924 per la produzione di latte condensato e farina lattea. Ma la storia come grande impresa comincia nel 1988, quando acquisisce, dalla “Cir” di Carlo De Benedetti, la Buitoni-Perugina, per una cifra di 1.600 miliardi di lire. Anche da noi partiranno una serie di acquisizioni e fusioni che la renderanno leader nel settore alimentare: la Perrier, grazie alla quale ha acquisito i marchi di acqua minerale Vera, San Bernardo e una quota della Compagnie Financiere du Haut-Rhin (Cfhr), grazie alla quale nel ’97 ha acquisito il gruppo San Pellegrino-Garma (Sanpellegrino, Levissima, Recoaro, Pejo, Fiuggi, Panna, Claudia e San Bitter), cosi ora la multinazionale controlla circa il 25% del mercato italiano; nel ’93, approfittando della privatizzazione dei prodotti del gruppo Sme, la Nestlé aggiunge alla sua ricca tavola i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza e Oggi in Tavola; grazie all'acquisizione di Italgel, il cui pacchetto di controllo (62%) è costato 437 miliardi di lire, fa salire il fatturato della divisione italiana a 3765 miliardi di lire e consente alla multinazionale svizzera di entrare, anche in Italia, nel panorama dei gelati e dei surgelati. Infatti, secondo un vecchio patto tra multinazionali alimentari, al colosso di Vevey fu assegnato il diritto di sfruttamento del marchio Findus in diversi paesi europei ma non in Italia dove è tuttora in mano alla concorrente Unilever.

Nel nostro paese il gruppo svizzero conta 24 stabilimenti con circa 7 mila dipendenti e controlla, oltre a quelli già citati, i marchi Smarties, Kit Kat, Galak, Lion, Crunch, After Eight, Quality Street, Rowentree, Cailler, Toffee, Polo, Fruit Joy, Orzoro, Latte condensato e cioccolato Nestlé (dolci), Nestea, Beltè, Spumador (bevande), Vismara, King's (insaccati), Sasso (olio), Berni (conserve), Locatelli, Mio, Fruttolo, Fiorello (latticini), Pezzullo (pasta), Maggi (cucina generale), Friskies, Buffet (cibi per animali) e naturalmente il famigerato latte in polvere per neonati Nidina e i boicottati Nesquik e Nescafè (autentici portabandiera della multinazionale elvetica).

Ovviamente, a questa strategia di ampliamento commerciale, è corrisposto un forte aumento di peso politico. La Nestlè fa parte di ERT, un’associazione europea creata per rappresentare gli interessi delle multinazionali in sede europea e fa parte pure di EuropaBio, associazione che raggruppa le industrie con interessi nel settore delle biotecnologie, il cui scopo è d’intervenire a tutti i livelli per legittimarne l’impiego. Inoltre, secondo alcune fonti, finanzia fortemente entrambi i partiti americani, tanto che per la campagna presidenziale del 2002 avrebbe “investito” 153.000 dollari, destinati per il 23% al Partito Democratico e per il restante 77% al Partito Repubblicano.

Una volta chiarite le dimensioni dell’azienda e ripercorso un po’ la sua storia, cominciamo a parlare delle sue nefandezze. Nel 1989, in Brasile, i lavoratori di una fabbrica di cioccolato inscenarono uno sciopero per denunciare le condizioni di lavoro penose, la discriminazione nei confronti delle donne, la mancanza di adeguati indumenti protettivi e di adeguate condizioni di sicurezza. In breve tempo quaranta operai furono licenziati, compresi quasi tutti gli organizzatori dello sciopero. Nel 2002, l'agenzia Oxfam rivelò che la Nestlé aveva fatto causa all'Etiopia per 6 milioni di dollari. L'Etiopia, uno dei paesi più poveri del mondo, si trovava in un periodo di carestia che metteva in pericolo la vita di oltre 11 milioni di persone. La Nestlé chiedeva un risarcimento per un'azienda del settore agricolo di sua proprietà, nazionalizzata nel 1975 dal regime marxista di Mengistu. basti pensare che un solo anno di vendite realizzate da Nestlé è pari a 8 volte il PIL della misera Etiopia. Nel dicembre del 2002 Nestlè ha accettato di accordarsi con le autorità etiopi per ricevere 1,6 milioni di dollari. Nel 2005, la Nestlé Purina commercializzò tonnellate di cibo per animali contaminato nel Venezuela. I marchi incriminati includevano Dog Chow, Cat Chow, Puppy Chow, Fiel, Friskies, Gatsy, K-Nina, Nutriperro, Perrarina e Pajarina. Morirono oltre 500 fra cani, gatti, uccelli e animali da allevamento. Il problema fu attribuito a un errore di un produttore locale che aveva immagazzinato in modo scorretto il mais contenuto in tali cibi, portando alla diffusione di un fungo tossico nelle riserve. Nel marzo del 2005, l'Assemblea Nazionale del Venezuela stabilì che la Nestlé Purina era responsabile a causa di insufficienti controlli di qualità, e condannò l'azienda a risarcire i proprietari degli animali intossicati.

Ma il problema più grave che riguarda la Nestlè, è quello della diffusione del latte in polvere nei paesi poveri. Comunemente si pensa che questo sia migliore di quello materno,in quanto è arricchito di sali minerali e vitamine, ma studi scientifici dimostrano il contrario; infatti quello materno è più salutare e protegge maggiormente il bambino dalle infezioni, oltre ad avere importanti effetti immunitari. Secondo l’UNICEF, i bambini allattati artificialmente sono esposti alla morte il 25% in più rispetto a quelli che usano il materno. la prima ragione è da ricercarsi nella denutrizione dovuta al fatto che molte famiglie guadagnano troppo poco per attenersi alle dosi prescritte. Secondo uno studio condotto dall'organismo inglese War on Want, nel 1974, in Nigeria, il costo dell'alimentazione artificiale di un bambino di tre mesi rappresentava il 30% del salario minimo di un operaio. Il costo passava al 47% quando il bambino raggiungeva i 6 mesi. Se consideriamo che dall'80 al '90 i salari sono diminuiti del 30-40%, non deve stupire se il latte è annacquato diverse volte più del prescritto, con il risultato finale che i bambini, lungi dal crescere belli e robusti, diventano rachitici e sottopeso fino a morire.

La seconda ragione per cui l'allattamento al biberon uccide, è la mancanza di igiene.

L'acqua con cui il latte è preparato è spesso malsana ed è impossibile sterilizzare biberon e tettarelle senza la comodità del fornello e senza disinfettanti.

Mamme con pochi soldi, poche comodità e poche conoscenze igieniche somministrano ai loro bambini latte allungato in biberon a malapena sciacquati, con tettarelle esposte all'aria, su cui si posano di continuo decine di mosche. Le inevitabili conseguenze sono infezioni intestinali che provocano diarree mortali.

Secondo l'UNICEF, un milione e mezzo di bambini muoiono ogni anno perché non sono allattati al seno. Il problema è che l’uso del latte artificiale era iniziato per aiutare quei bambini che non potevano nutrirsi con quello materno, ma ora a causa delle multinazionali si è diffuso a dismisura. Le pubblicità spingono le donne ad usare il biberon, spacciato per elemento di sviluppo. . Oltre a distribuire cartelloni pubblicitari recanti immagini di bambini sani e paffuti negli ospedali, le ditte produttrici si mettono in contatto con i medici locali. Organizzando corsi e seminari per il personale sanitario fanno entrare in uso i loro prodotti negli ospedali. I rappresentanti delle ditte arrivano a fingersi infermieri per convincere le donne incinte a comprare il prodotto commercializzato. In questo sono molto facilitati dalla carenza di informazioni mediche (spesso le uniche disponibili sono proprio quelle fornite dalle ditte produttrici).

Una delle più redditizie tattiche di marketing usata in particolar modo della Nestlé è di dare gratis il latte per bambini o i sostituti agli ospedali e ai reparti maternità. In molti casi, viene dato abbastanza latte perché tutti i bambini nati all'ospedale siano allattati con il biberon. Alle madri viene spesso dato anche un barattolo campione da portare a casa. Dare il latte con il biberon ai neonati fa si che il latte materno venga progressivamente a mancare e l'allattamento al seno diventi impraticabile. Di conseguenza il bambino diventa dipendente del latte artificiale. Una volta a casa, le madri non ricevono più il latte gratis, ma se lo devono comprare. Da questo nascono da una parte i profitti della multinazionale e dall'altra le spaventose conseguenze di malattie e denutrizione. Tutte queste forme di “pubblicità” violano il Codice Internazionale redatto da UNICEF e OMS proprio per arginare le speculazioni alimentari.

Ovviamente anche altre multinazionali alimentari attuano comportamenti scorretti, ma la Nestlè è la multinazionale più potente del mondo nel campo agro alimentare, vende il 25% dei suoi prodotti nel Sud del Mondo e controlla circa il 35-50 % del mercato globale del cibo per bambini, indirizzando tendenze di marketing che influenzano le altre ditte. Inoltre ricorre a irresponsabili tecniche di marketing più spesso di ogni suo concorrente, infatti da quasi due decenni l'IBFAN (International Baby Food Action Network) rende note periodicamente le trasgressioni al Codice da parte delle ditte produttrici attraverso la pubblicazione "Breaking the Rules", e si può notare come la Nestlè sia responsabile del 25% delle violazioni generali, quasi il doppio delle sue concorrenti.

Manuel Zanarin

30 aprile 2008

Quale futuro per l'alimentazione umana?


Verso la fine degli anni '60, si diffuse nei salotti della nascente piccola e media borghesia, il germe di una rivoluzione sociale, che trovò nella scolarizzazione di massa, in generale, e nelle università, in particolare, il suo terreno più fertile.
Il miraggio che le professioni liberali avrebbero affrancato le generazioni future dalla miseria e dalla fatica generò un vero e proprio genocidio culturale che ha portato alla progressiva emarginazione della civiltà rurale e conseguente scomparsa delle sue antiche radici, dei suoi frutti migliori.
Nel giro di pochi decenni siamo passati da una società prevalentemente occupata in attività agricolo/pastorali, ampiamente dispersa sul territorio, ad una società fatta di operai e colletti bianchi, impiegati nell'attività manifatturiera, rinchiusa in angusti spazi cittadini.
Lo spopolamento delle campagne e la rapida urbanizzazione della popolazione agricola, con la (falsa) aspettativa di poter godere del benessere portato dal "progresso", ha rappresentato un metodo rapido ed efficace affinchè la maggior parte della popolazione, spontaneamente, si ghettizzasse e invertisse un ciclo che perdurava da milioni di anni, rinunciando a vivere a contatto con la natura.
Si tratta di un processo irreversibile, a senso unico: quanti abbandonano la campagna per andare a vivere in città, perderanno per sempre la possibilità di ritornare a vivere là da dove sono venuti, non solo per una questione economica.
Interrompendosi il processo di trasmissione della conoscenza, saranno privi degli indispensabili strumenti culturali per vivere e, soprattutto, sopravvivere in campagna.
La scolarizzazione selvaggia, incentrata solo ed esclusivamente su materie astratte e prive di correlati con la realtà, ha fatto si che siamo ormai saturi di ogni genere di laureato, ma nessuno di questi improbabilissimi "dottori" sa più come si fa un salame o come si coltiva un campo di zucchine.
Una raffinatissima strategia che in sole tre mosse chiuderà la partita.
La prima mossa l'hanno già portata a buon fine, le altre due sono già in atto e ormai pienamente operative.
Dopo aver svuotato le campagne ed aver rinchiuso la popolazione nelle città, la seconda mossa tocca al petrolio: progressivamente, ma ineluttabilmente, si porterà oltre i 500 dollari, azzerando la mobilità.

Si tratta di una mossa praticamente obbligata perché è in gioco la sopravvivenza della specie; il costo della mobilità in termini di produzione di anidride carbonica è insostenibile, ed è impensabile che 6 miliardi e più di persone si spostino quotidianamente, con gli stessi ritmi che per noi sono abituali.
Tanto più che è già pronta una valida alternativa, la terza mossa.
Anziché spostarsi fisicamente, la gente resterà rinchiusa nelle proprie abitazioni e viaggerà nel mondo solo attraverso internet.

Non ci si dovrà muovere nemmeno per andare al lavoro, perché anche il lavoro arriverà, da chissà quale parte del mondo, solo attraverso il video e la realtà virtuale, sostituirà progressivamente il quotidiano, sino a divenire l'unica realtà per la maggior parte della popolazione mondiale.
Il luogo di lavoro coinciderà con la propria abitazione e le mura domestiche diverranno anche il confine oltre il quale sarà difficile, se non impossibile, andare.
Lo spazio, la natura, l'aria, il cibo, saranno un'esclusiva dell'elite del mondo, una infinitesima percentuale dell'intera popolazione mondiale, la classe dominante che ne reggerà le sorti.
Le cose autentiche e genuine saranno i beni più preziosi, cui solo pochissimi potranno accedere, per tutto il resto della terra ci sarà un surrogato.
Un surrogato di tutto, dello spazio in cui vivremo, del cibo che mangeremo e dell'aria che respireremo, ma, inevitabilmente, ci sarà anche un surrogato, particolarmente scadente, della vita nel suo complesso.
La progressiva dismissione delle attività agricole consegnerà definitivamente il loro monopolio alle multinazionali, le uniche capaci di produrre "alimenti alternativi" con cicli e livelli industriali tali da poter sfamare tutti.
Cibi sintetici, a base di soia transgenica, coloranti, aromi naturali e non, ed una buona dose di appetenti, per contrastare l'inappetenza da monotonia alimentare.
Coi cani hanno fatto così ed ha funzionato benissimo.
Le percentuali di vitamine, proteine e sali minerali faranno la differenza, ma alla standardizzazione delle procedure e alla massificazione delle produzioni agricole, corrisponderà un fortissimo scadimento della qualità ed una biodiversità sempre minore.
Tavoletta Rossa, al sapore di carne, Azzurra, al sapore di pesce e Verde, vegetale, un euro.
Tavoletta Gialla, "light" un euro e venti centesimi, con le Margheritine BIO, un euro e 50.
Gli snack e le barrette colorate che occhieggiano in abbondanza sui banchi dei supermercati costituiscono l'anello di congiunzione fra il cibo Originale e quello sintetico di prossima generazione, ma nell'immaginario collettivo questa nettissima distinzione non viene minimamente percepita.

Quel che si dice "Beata Ignoranza" !!
Ecco l'unica alternativa alimentare del 99% della popolazione mondiale, a partire dal 2020.
Il più grande economista del XX secolo, John Maynard Keynes, ha sempre suggerito di investire nel breve e medio periodo, dal momento che nel cosidetto "lungo-termine", saremo tutti morti, ma se anziché preoccuparci del nostro futuro volessimo pensare a quello dei nostri figli, la terra sarà il bene primario, di sicuro l'investimento più prezioso e più remunerativo, l'unico in grado di garantire un minimo di qualità della vita.
di Roberto Biza

28 aprile 2008

Le Vitamine

Sui benefici delle vitamine ci sono stati sempre giudizi altalenanti. L'ultimo viene da uno studio inglese ed è che, se sono tante, fanno male, anzi accorciano la vita, specialmente quelle prese con gli integratori alimentari.

Precedentemente si diceva che allungano la vita, specialmente se sono tante e il più convinto assertore di questa teoria è stato Linus Pauling, noto chimico americano precursore della scoperta del DNA (due premi Nobel) che prendeva un grammo di vitamina C al giorno, venti volte più di quello che serve, sostenendo che allungava la vita: e, infatti, è campato fino a 93 anni.

Sotto accusa sono gli integratori alimentari, che in Italia e in Europa sono soggetti alla notifica dell'etichetta al Ministero della Salute. In base al decreto legislativo n. 169/2004, non possono contenere vitamine in quantità illimitate: per esempio, le quantità di vitamina C e vitamina E non possono superare il 300% della dose giornaliera consigliata e la vitamina A il 150%.

Poi ci sono gli "alimenti arricchiti con vitamine e minerali", ugualmente soggetti a preventiva notifica dell'etichetta al Ministero della Salute e transitoriamente sottoposti al decreto legislativo n. 111/1992 (quello sui dietetici), in attesa di una più precisa disciplina europea, in particolare per la definizione dei livelli di vitamine e minerali. La differenza con gli integratori è che questi sono vitamine e minerali artificiali in pillole, mentre gli altri sono normali alimenti addizionati con vitamine e minerali, sempre artificiali, cioè costruiti in laboratorio ricopiando la molecola naturale. Da tempo si discute se le vitamine artificiali sono uguali a quelle naturali, contenute specialmente negli ortofrutticoli.

Dal punto di vista della formula chimica sono uguali, ma questo concetto non va interpretato assolutisticamente o strumentalizzato per giungere alla conclusione che una pillola di vitamina può sostituire una o più porzioni di ortofrutticoli. Un preparato farmaceutico è un prodotto di laboratorio, a composizione nota, costituito da uno o più principi attivi e da un numero variabile di sostanze chimiche -gli eccipienti- aggiunte per vari scopi: conferire forma, consistenza, conservabilità, colore, eventualmente sapore, aroma, solubilità, eccetera. Un frutto (o un ortaggio), invece, è un piccolo mondo biologico, a composizione chimica estremamente complessa (variabile da un campione all'altro, ma sempre entro certi limiti, cosicchè si possono stabilire i valori medi dei principali costituenti), in cui coesistono più vitamine e una apprezzabile quantità di preziosi flavonoidi (e altri polifenoli).

Questi composti organici (che solo da pochi anni sono al centro di moderne ed entusiasmanti ricerche) sono dotati di attività antitossiche, antinfartuali e perfino antitumorali. In particolare, la triade caroteni-vitamina C-flavonoidi rappresenta un valido apparato antiossidante, ossia in grado di proteggere le strutture cellulari dall'attacco dei radicali liberi dell'ossigeno, altamente implicati nel meccanismo di comparsa delle lesioni arteriose, dei tumori e perfino della senescenza.

In altre parole, negli ultimi lustri i prodotti ortofrutticoli sono stati ulteriormente valorizzati: oltre al ruolo vitaminizzante, sono stati messi in risalto i loro meriti extra-nutrizionali, dovuti appunto ai flavonoidi (pigmenti vegetali) e alle fibre vegetali (che tra l'altro contribuiscono a migliorare la peristalsi intestinale. Infine, un altro pregio è che gli ortofrutticoli contengono le giuste quantità di vitamine e non si può eccedere (non si possono mangiare 20 arance al giorno).

Unione Nazionale Consumatori

Tratto da: www.greenplanet.net

24 aprile 2008

La padella di Camogli


Una volta la padella più grande d'Italia fu costruita nelle officine adriatiche a San Vito ma, il disuso ha portato a vendere tale padella proprio a Camogli. Loro si sono aggiornati, in acciaio inox, noi navighiamo a vista nell'olio bollente.

Nata nel 1952 per volontà di una ventina di pescatori locali, ritorna a Camogli (Ge) la tradizionale e amatissima Sagra del Pesce. Famosa per dispensare gratuitamente pesce fritto di qualità e per l’impressionante maxi padella impiegata (pesa ben 26 quintali e ha un diametro di tre metri e ottanta centimetri), si riconferma ancora una volta come uno degli appuntamenti gastronomici più attesi dell’anno. Organizzata dal Comune, dalla Pro loco di Camogli e sponsorizzata da Friol, assicura festa, spettacolo e una bella “scorpacciata” di pesce saporito e croccante per tutti.

Domenica 11 Maggio, più di 30 quintali di pesce azzurro saranno fritti ad arte nel maxi padellone in oltre 3.000 litri di olio Friol, sponsor ormai storico della manifestazione. Sono più di 100.000 infatti le persone attese nei giorni della manifestazione gastronomica che, per l’ottavo anno consecutivo, vede quale sponsor Friol – l’olio specifico per friggere che, grazie alla sua equilibrata composizione di oli, resiste alle alte temperature, consentendo di ottenere una frittura croccante e asciutta.
L’occasione, neanche a dirlo, è davvero ghiotta: migliaia di ospiti provenienti da tutta Italia si metteranno in fila per aggiudicarsi una delle 30.000 porzioni di pesce freschissimo e fritto ad arte, distribuito gratuitamente in più riprese.

Premio Camogli 2007 e Premio FRIOL – Un Manifesto per la Sagra del Pesce
L’inaugurazione della Kermesse gastronomica avrà luogo giovedì 8 maggio alle ore 19, sulla terrazza Miramare, con la cerimonia del Premio Camogli 2007, assegnato a quei Camogliesi che con la loro attività valorizzano l’immagine di Camogli in Italia e all’estero. Il premio è stato assegnato a Dario Bonuccelli, concertista di fama internazionale a Claudio Celon, asso della vela, e alla memoria di Gualtiero Schiaffino, editore, disegnatore ma soprattutto persona di grande valore umano.
A seguire verranno consegnati il “Padellino d’oro” e il Premio Friol, al giovane studente universitario Matteo Bozzo, vincitore e ideatore del manifesto della 57a Sagra del pesce, scelto da una selezionata giuria di esperti “per la sua vivacità, pulizia grafica ed il forte impatto emotivo concettuale”. Tiziana Schellembrid e Alice Banfi riceveranno invece il “Padellino d’argento”.

Oltre al carattere gastronomico della manifestazione bisogna sottolineare inoltre il sentito legame con la nostra religione: in concomitanza con la Sagra, nella serata di sabato 10 maggio, si svolgerà infatti la processione in onore di San Fortunato, patrono di Camogli, con l’arca del Santo e la banda Città di Camogli.

Qualche informazione storica e tecnica:

Cenni sulla nascita della Sagra del Pesce: la fama della “Sagra del Pesce” di Camogli coincide con quella della sua famosa padella gigante. Tutto ebbe inizio nel 1952 quando una ventina di pescatori decisero, con l’unico scopo di attirare i turisti di passaggio, durante la festa di San Fortunato, patrono dei pescatori, di regalare del pesce fritto.
L’evento ebbe un successo al di là delle aspettative e gli organizzatori furono costretti a friggere pesce per tutto il giorno. L’anno successivo si ripropose l’iniziativa e Lorenzo Viacava detto “O Napoli”, noto pescatore, decise per l’occasione di far costruire una padella gigante che divenne subito la vera attrazione di quella che era oramai diventata una vera e propria sagra.
La fama dell’avvenimento era nel frattempo salita agli onori della cronaca internazionale anche grazie ad un interessamento del New York Herald Tribune, di Re Baldovino del Belgio e di un’eurovisione televisiva del 1955.

Specifiche tecniche della maxi Padella di Camogli:
si tratta di un padellone speciale, non di ferro come i precedenti, ma d’acciaio. Pesa ventisei quintali, ha un manico di tre quintali e un diametro di tre metri e ottanta centimetri, per poter essere agevolmente trasportato nelle varie trasferte in altre regioni d’Italia. La maxi padella sarà alimentata da bruciatori ad aria soffiata in grado di utilizzare sia il gas che il gasolio; il fondale che fa da quinta alla Padella, potrà considerarsi una vera e propria opera d’arte, in quanto completamente rivestito da pannelli intarsiati rappresentanti la Liguria.

L’attuale padella, utilizzata per la prima volta in occasione del cinquantenario della manifestazione, è la quarta della serie ed è stata realizzata anche grazie al contributo di Friol. E’ stata commissionata alla ditta parmense Botti dalla Pro Loco di Camogli e realizzata su progettazione della Europlan di Lavagna. La prima padella cadde in mare nel 1959, la seconda e la terza sono ormai in disuso.

21 aprile 2008

Diminuire il tempo di esposizione alla Tv: dovere


Togliere la televisione e il computer è un mezzo per aiutare i giovani, i bambini in sovrappeso mangiano di meno e perdono peso, ha detto Leonard Epstein presso l'Università di Buffalo, la State University di New York, il cui studio appare nel numero di marzo In Archivio Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine. Archives of Pediatrics & Adolescenza Medicina.

"La visione dellaTelevisione è legato al consumo di fast food e gli alimenti e le bevande che sono pubblicizzati in televisione", ha detto lo studio.

I ricercatori che seguono 70 bambini di età compresa tra quattro e sette anni hanno detto che indice di massa corporea erano nel 25% dei casi più sviluppato del loro gruppo di età (BMI).

Tutti quelli selezionati regolarmente svolto guardato la televisione o giochi per computer per almeno 14 ore a settimana. Durante lo studio la metà del gruppo sono stati autorizzati a continuare nelle loro vecchie abitudini, mentre l'altra metà speso il 50 per cento del loro tempo normale di fronte ad uno schermo.

Tuttavia, alla fine dei due anni gli scienziati scoperto che il gruppo limitato pesava in media il 10 per cento inferiori a quelli che potrebbero vista come molto la televisione, come si voleva.

Ma non vi era alcuna differenza nella quantità di attività fisica sia in gruppo. Limitare schermo può ridurre il tempo di mangiare o mangiare mindless richiesto da spot TV, ha detto Leonard Epstein.

I nostri dati suggeriscono che i genitori debbono aiutare i bambini a ridurre il loro tempo di televisione che può essere, aiutandoli a mantenere un peso corporeo sano e prevenire lo sviluppo di obesità in futuro", ha detto.

Obesità infantile negli Stati Uniti, dove si stima che 16 per cento dei bambini dai 6 ai 19 anni sono in sovrappeso, il 45 per cento ha un aumento di un decennio, secondo i ricercatori federali.

(Agenzie)



19 aprile 2008

L'agricoltura locale ci salverà


Ora le cronache parlano di tumulti per il pane, e il mondo intero si chiede perché i prodotti agricoli rincarino così tanto.
Uno studio commissionato dall'Unesco amplia la prospettiva: sostiene che il problema è come si produce cibo, e invita a rimettere al centro i bisogni dell'agricoltura su piccola scala, i sistemi locali, gli ecosiustemi più vulnerabili.
«Il modo di far crescere il cibo deve cambiare radicalmente per meglio servire i poveri e gli affamati, se il mondo vuole far fronte alla crescita della popolazione e al cambiamento del clima evitando rotture sociali e il collasso ambientale», afferma il «Rapporto internazionale sulla scienza e tecnologia agricola per lo sviluppo» (International Assessment of Agricoltural Science and technology for Development). Si tratta del lavoro di oltre 400 scienziati di varie discipline, che hanno lavorato su incarico dell'Unesco sotto la direzione del professor Robert Watson (già presidente del Ipcc, il Comitato intergovernativo sul cambiamento del clima). Il gruppo ha avuto incarico di guardare l'agricoltura come fonte di cibo, nutrimento, salute, servizi ambientali e crescita economica, e come possa fare fronte a sfide globali come il cambiamento del clima e la perdita di biodiversità restando sostenibile e socialmente equa. Perché continuare con il trend attuale di produzione e distribuzione, sottolinea il gruppo, «esaurità le risorse e metterà in pericolo il futuro dell'umanità».
L'agricoltura moderna ha portato aumenti significativi dei raccolti agricoli mondiali, nota lo studio, e ha anche abbassato i costi della produzione su larga scala (è ben per questo che a partire dagli anni '60 del secolo scorso grandi paesi popolosi e rurali hanno conquistato l'autosufficenza alimentare, ed al mondo intero è sembrato che la fame fosse un problema del passato). Ma il costo ambientale di questo successo è altissimo, e i benefici mal distribuiti: la parte più povera della popolazione mondiale è quella che ha pagato più prezzi e ne ha tratto minor beneficio. I piccoli agricoltori, braccianti, le comunità rurali e l'ambiente sono i perdenti. «Il mondo oggi è un luogo di sviluppo diseguale, uso insostenibile delle risorse naturali, impatto crescente del cambiamento del clima e persistente povertà e malnutrizione».
Il rapporto avverte che non ci sono soluzioni «magiche» (vedi ingegneria genetica). «E' l'ora di ripensare profondamente il ruolo dei saperi agricoli, della scienza e della tecnologia», si legge nel rapporto. Come? Tornando a puntare sull'agricoltura su piccola scala, risponde il gruppo di scienziati. «Questo significa migliorare il tenore di vita rurale, emancipare la parte più marginalizzata dei produttori agricoli, sostenere le risorse naturali, valorizzare i molteplici benefici forniti dagli ecosistemi, considerare i diversi saperi, dare un equo accesso di mercato ai prodotti agricoli». Il rapporto se la prende con i sistemi di sussidi e i meccanismi del commercio internazionale: «I più poveri tra i paesi in via di sviluppo sono i perdenti netti nei vari scenari di liberalizzazione del commercio», sottolineava Robert Watson presentando lo studio.
Il rapporto fa un elogio dell'agricoltura tradizionale: «Molte innovazioni efficaci sono generate localmente, sulla base dei saperi e esperienze di lcomunità locali e indigene più che sulla ricerca scientifica formale». La possibilità di brevettare modifiche genetiche può attirare finanziamenti nella ricerca agricola, nota il rapporto: ma porta anche a concentrare la proprietà delle risorse, fa salire i costi, deprime la ricerca indipendente, «mina le pratiche agricole locali come il mettere da parte e scambiare i semi, di grande importanza nei paesi in via di sviluppo».
E se bisogna produrre più cibo, bisogna anche proteggere terreni, acqua, foreste, biodiversità, conclude Watson: «Continuare a puntare solo sulla produzione devasta il "capitale" agricolo e ci lascerà con un pianeta sempre più degradato e diviso».
di Marina Forti

17 aprile 2008

Una cura per ferite gravi: combina gli estratti oleosi di 2 piante


Fiorella Carnevali, veterinario, e Stephen Andrew Van der Esch, biologo, tutti e due ricercatori Enea hanno inventato l'unguento che cura le ferite gravi e le ustioni. Si chiama Mix 557 ed è stato ricavato dalla combinazione di due piante, una occidentale chiamata Iperico o Erba di San Giovanni e l'altra asiatica chiamata Neem.

L'unguento. Il prodotto è stato brevettato dall'Enea con la dicitura «composizione fitoterapica con effetti cicatrizzanti biocida e repellente per la cura e la risoluzione delle lesioni esterne di qualunque estensione e natura». Lo sfruttamento è stato concesso alla Rimos, una società del consorzio medicale di Mirandola e presto sarà una medicina accessibile a tutti. A proposito di questo Fiorella Carnevali ha detto: «Insieme al collega van der Esch stiamo lavorando a stretto contatto con la Rimos per la produzione industriale del medicamento, e per la registrazione nella categoria dei medical device per uso topico, sia per la medicina umana che per la medicina veterinaria». L'unguento, che è indolore e lenitivo è pratico anche per l'automedicazione. «Il Mix 557 - dice la studiosa- si rivelerà molto utile come presidio medicale nelle emergenze militari e civili, anche per la terapia delle ustioni di grande estensione. Un aspetto non ancora indagato a livello istologico, ma rilevato clinicamente nella casistica sperimentale, è rappresentato dalla elevata qualità delle cicatrici specie su estese e severe lesioni traumatiche».

Gli studi. Spiega la veterinaria dell'Enea: «Abbiamo iniziato studiando gli antiparassitari esterni. Ma sapevamo già gli effetti della pianta di Neem, usata da circa 3mila anni nella medicina tradizionale indiana e successivamente diffusa in tutti i paesi tropicali dagli indiani al seguito degli inglesi al tempo delle colonie. La pianta veniva applicata sulle ferite per allontanare gli insetti. E sapevamo anche che l'Iperico era anticamente conosciuto per la cicatrizzazione delle piaghe». «La combinazione degli estratti oleosi -continua- ha portato, dopo vari tentativi, al prodotto che è oggi: un unguento che non solo cura e rimargina qualunque tipo di lesione esterna, ma anche evita la reinfestazione da larve di ditteri Miasigeni, mosche che depositano uova o larve vive sui tessuti vivi, fino alla guarigione». Il preparato, continua ancora la Carnevali, «da un lato forma una barriera trasparente che evita l'attacco dei germi sulla superficie lesa, che è una delle cause di morte in caso di grandi ustioni, e dall'altro aiuta la ricomposizione in tempi rapidi del tessuto di granulazione dalla qualità del quale dipenderà la guarigione con esito migliore anche sulle cicatrici».
fonte: il messaggero.it

16 aprile 2008

Caffè, alto potere antiossidante


Elevato potere antiossidante grazie al contenuto degli acidi clorogenici, azione protettiva nei confronti dello sviluppo del diabete di tipo 2 e del morbo di Parkinson, rallentamento del naturale declino cerebrale nelle persone anziane, nessun effetto sfavorevole sul rischio cardiovascolare: sono queste le principali novità legate al consumo di caffè che emergono dai pi� recenti studi scientifici internazionali.
NFI, Nutrition Foundation of Italy - il Centro Studi dell’Alimentazione - ha fatto il punto della situazione insieme ad esperti internazionali: il professor Augustin Scalbert, Direttore del laboratorio di Micronutrients, Metabolism and Biological Signatures presso l’INRA Clermont-Ferrand e il professor Francesco Visioli della Nutrition Foundation of Italy e Direttore del laboratorio di Micronutrienti e malattie cardiovascolari presso l’Università di Parigi Pierre et Marie Curie evidenziano in particolar modo i numerosi benefici derivanti dal consumo di caff�, sottolineati dalla più recente letteratura scientifica, grazie al suo contenuto naturale di antiossidanti.
Il caffè rappresenta una delle bevande più bevute al mondo, con un consumo che, seppur molto variabile da paese a paese in quantità e modalità, oscilla tra i 12 kg pro capite annui della Finlandia ai circa 2 kg del Regno Unito e la Repubblica Ceca.
L’Italia registra mediamente un consumo di caffè di 6 kg/annui a persona (fonte: International Coffee Organization). Nonostante questi dati però, c’è ancora oggi scarsa conoscenza sulle proprietà nutrizionali del caffè, e spesso l’attenzione del pubblico resta focalizzata esclusivamente sulla caffeina ed i suoi effetti sull’organismo. Dati di un�indagine condotta a livello europeo, infatti, mostrano che più dell’80% del campione non è a conoscenza degli elementi nutrizionali contenuti nella bevanda.
Il caffè è in realtà una delle fonti dietetiche più abbondanti in antiossidanti naturali, quelle molecole che rallentano o prevengono i danni da radicali liberi. Gli acidi clorogenici sono i principali composti ad azione antiossidante contenuti nel caffé e senz’altro i più potenti. Analizzati prima della torrefazione del chicco, risultano essere molto numerosi e di struttura diversa; i diversi processi di lavorazione, la temperatura, la macinazione ne riducono la presenza anche fino al 90% ma in ogni caso è possibile affermare che 100 ml contengono circa 250 mg di acidi clorogenici, una quantità rilevante.
Alcuni studi epidemiologici condotti in Olanda e Finlandia hanno evidenziato come il consumo di caffé, probabilmente grazie al contenuto in acidi clorogenici, si associ ad effetti preventivi nei riguardi di patologie oggi molto diffuse, come il diabete di tipo 2 ed il morbo di Parkinson.
Nel 2002 la rivista Lancet ha pubblicato uno studio condotto su un campione molto vasto di 17.000 uomini e donne olandesi dal quale è emerso che la probabilità di sviluppare diabete di tipo 2 fosse inferiore del 50% nei soggetti che consumavano quotidianamente un minimo di sette caffé al giorno rispetto a chi ne consumava solo due. Risultati confermati anche da uno studio clinico successivo, pubblicato due anni più tardi e realizzato in Finlandia su 14.000 soggetti osservati per un periodo di ben 12 anni: tra i consumatori di quantità molto elevate di caffé (10 tazze al dì) è stata riscontrata una riduzione del rischio di sviluppare diabete di tipo 2 del 55% tra gli uomini, e del 79% tra le donne. Tali risultati sembrano dovuti ad un’azione protettiva che l’acido clorogenico e gli altri antiossidanti polifenolici attivano nei confronti dell’organismo: viene così inibito l’assorbimento del glucosio a livello intestinale ed aumentato il consumo energetico. Questi effetti sembrerebbero addirittura maggiori con il consumo di caffé decaffeinato. Uno studio pubblicato nel 2006 su Archives of Internal Medicine, infatti, che ha testato un campione di 29.000 donne in post-menopausa ha evidenziato che il consumo di 6 tazze di caffé decaffeinato al giorno può ridurre il rischio di diabete di tipo 2 del 33% contro il 21% del caffé normale.
L’azione antiossidante dei polifenoli contenuti nel caffé sembra avere inoltre un effetto positivo anche sull’incidenza di malattie neurodegenerative, con particolare riferimento al morbo di Parkinson. Un effetto favorevole in tal senso potrebbe tuttavia essere attribuito anche alla caffeina. Le evidenze più significative a questo proposito emergono da uno studio condotto dal dottor Alberto Ascherio dell’Università di Boston su un campione di 300.000 soggetti: i dati riscontrati a livello molecolare mostrano come la caffeina riesca ad intervenire sulla tossicità dopaminergica, responsabile dei danni subiti dai neuroni della substantia nigra che regola gli impulsi all’attività motoria.
La letteratura scientifica riporta, inoltre, un numero sempre maggiore di studi che evidenziano la capacita del caffé di contribuire al mantenimento della funzionalità cognitiva. Da un recentissimo studio pubblicato nel 2007 sull’European Journal of Clinical Nutrition realizzato su un campione di 676 uomini sani nati tra il 1900 e il 1920 seguiti per un periodo di 10 anni è emerso che il declino cognitivo era circa dimezzato nei soggetti che avevano l’abitudine di consumare regolarmente tre tazze di caffé al giorno. Ad avvalorare la tesi del caffè che ‘fa bene al cervello’ esiste anche uno studio presentato al meeting annuale della Psysiological Society nel 2006 secondo cui la caffeina sarebbe in grado di aumentare la frequenza di alcune onde cerebrali migliorando quindi memoria e apprendimento.
Ma i benefici di questa domanda sembrano avere effetti positivi anche sull’insorgenza di patologie epatiche degenerative. Uno studio apparso nel 2006 su Archives of Internal Medicine ha analizzato 125.000 soggetti e ha evidenziato che ogni tazza di caffè bevuta al giorno era associata ad una diminuzione del 22% del rischio di sviluppare cirrosi epatica. Una meta-analisi successiva ha anche esteso questi risultati ad altre gravi patologie come il carcinoma epatico.
”Consumato in dosi moderate e con costanza quotidiana, il caffé ha dimostrato di essere un aiuto importante nella prevenzione di patologie metaboliche e neurodegenerative. La sua presenza, quindi, all’interno della dieta di ogni giorno non solo influenza positivamente la sfera emotiva della persona ma può contribuire al benessere dell’organismo” ha affermato il dottor Andrea Poli, Direttore Scientifico di NFI. “Grazie soprattutto al contenuto naturale in acidi clorogenici, il caffé, anche decaffeinato, è tra le fonti dietetiche più abbondanti di antiossidanti. Il suo consumo permette di assumerne quantità significative, con favorevoli implicazioni sulla nostra salute” ha concluso Andrea Poli.

15 aprile 2008

Un paese in Bottiglia

Ci sarà pure la crisi economica, ma continuiamo a scolarci più di mezzo litro di acqua minerale a testa per 365 giorni l'anno: 194 litri ciascuno.

Erano 65 litri nel 1985: il dato è triplicato in due decenni, assicurando all'Italia il record mondiale del consumo di acqua imbottigliata.
La scelta suonerebbe logica in un paese percorso dagli scandali sull'inquinamento delle falde idriche, ma non viaggia in parallelo con i fatti.

Le denunce più clamorose dell'inquinamento da discariche abusive e da diserbanti risalgono alla prima metà degli anni Ottanta. Da allora, anche grazie alle direttive europee, la capacità di depurazione e controllo è nettamente migliorata, come è stato dimostrato anche da una ricerca in dieci grandi città sponsorizzata nel luglio scorso da Repubblica.

Eppure la diffidenza verso la mano pubblica che effettua i controlli sommata alla formidabile pressione del marketing delle aziende di settore ha trasformato il consumo di acqua minerale da piacevole alternativa sensoriale a bisogno indotto.

Il risultato è quello denunciato nel rapporto "Una paese in bottiglia" preparato dalla Legambiente in occasione della giornata mondiale dell'acqua che si celebra il 22 marzo. Secondo Stefano Ciafani, responsabile scientifico dell'associazione ambientalista, l'impatto derivante dalla filiera delle acque minerali è pesante: nel 2006 gli italiani hanno utilizzato circa 6 miliardi di bottiglie di plastica, la cui produzione ha implicato il consumo di 480 mila tonnellate di petrolio e l'emissione in atmosfera di 624 mila tonnellate equivalenti di anidride carbonica. Anche colpa della scomparsa dell'acqua di rubinetto come terza opzione possibile (oltre al classico liscia e gassata) al ristorante e al bar.

L'altra faccia di questa contraddizione è il buono stato di salute dell'industria dell'acqua minerale. In Italia nel 2006 erano attive 189 fonti e 304 marche di acque minerali in grado di generare un volume di affari di 2,2 miliardi di euro, grazie all'imbottigliamento di 12 miliardi di litri di acqua.

Ma quanto rende al paese questo settore? La fotografia che emerge grazie al questionario inviato da Legambiente alle regioni italiane, a cui hanno risposto tutte con l'unica eccezione della Calabria, è desolante. Solo in 8 Regioni è previsto un pagamento proporzionale ai litri prelevati o imbottigliati: Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Umbria e Veneto. E si va dai 30 centesimi a metro cubo della Basilicata ai 2 euro del Lazio e ai 3 del Veneto.

La Sicilia e la provincia autonoma di Bolzano fanno pagare in base ai volumi d'acqua, ma con canoni discutibili visto che in Sicilia paga di meno chi preleva di più e in Alto Adige, si legge nel rapporto, "il canone annuo previsto è ridicolo (circa 617 euro per ogni litro al secondo derivabile): se una concessione permette la derivazione di 10 litri al secondo, il titolare del diritto è tenuto a pagare un canone annuo di 6.175 per una concessione che potrebbe prelevare - per 24 ore al giorno e per 365 giorni all'anno - fino ad un totale di circa 315 milioni di litri ogni anno".

In 8 Regioni (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Puglia, Sardegna, Toscana, Trentino, Valle d'Aosta) si paga ancora con il vecchio criterio e cioè solo in funzione degli ettari dati in concessione alle aziende. In Puglia la cifra ammonta a circa un euro per ettaro e in Liguria arriva intorno ai 10 euro; nel Lazio e nelle Marche invece si arriva a pagare circa 120 euro mentre in Veneto, nelle zone di pianura, quasi 590 euro per ettaro. Infine l'Abruzzo prevede solo il pagamento di un canone forfettario (pari a poco più di 2.700 euro all'anno) a prescindere dalle superfici della concessione e dai volumi di acqua.

"E' vero che non tutte le Regioni hanno utilizzato le possibilità offerte dalla devolution che ha decentralizzato le competenze in questo settore", afferma Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua. "Ma lo hanno fatto le 10 Regioni in cui si imbottiglia l'80 per cento dell'acqua minerale italiana, a cominciare da Lombardia, Piemonte e Veneto che da sole coprono metà del mercato: lì si paga non in base agli ettari dati in concessione ma ai volumi di acqua prelevati. La voce secondo la quale le nostre industrie pagano poco è dunque una leggenda metropolitana: il problema è un altro: le tariffe applicate sono così disomogenee da creare problemi consistenti alle aziende e per questo abbiamo presentato un ricorso all'antitrust".

"In Umbria", ribatte Ciafani, "gli introiti derivanti dai canoni di concessione dalle diverse aziende imbottigliatrici che operano nella regione sono di circa 1,4 milioni di euro, pari allo 0,6 per cento del volume di affari derivante dalla vendita delle acque minerali. In molte regioni questi introiti non sono neanche sufficienti a coprire le spese sostenute dalle amministrazioni pubbliche per la gestione amministrativa e l'attività di sorveglianza. Calcolando che solo un terzo circa delle bottiglie di plastica utilizzate è stato raccolto in maniera differenziata e destinato al riciclaggio si ha il quadro di una situazione che deve cambiare".

Qualcuno comincia già a muoversi: in molte scuole a Torino, Firenze, Roma e Bologna è stata eliminata l'acqua in bottiglia utilizzando esclusivamente quella di rubinetto.

ANTONIO CIANCIULLO

12 aprile 2008

Un'alga che ripara il cuore


(AGI) - Washington - Un gel derivato da un'alga potrebbe essere il sistema giusto per evitare ulteriori danni ai tessuti in chi ha subito un attacco di cuore. Lo ha affermato la rivista New Scientist, secondo cui una sperimentazione clinica del preparato e' appena iniziata su 30 pazienti in Germania, Belgio e Israele. Il gel viene iniettato nel cuore dopo che ha subito l'infarto, e aiuta i tessuti a non subire ulteriori danni mentre si rigenerano. Se i primi trial andranno bene e' gia' pronto un nuovo round su qualche centinaio di pazienti, mentre la commercializzazione potrebbe avvenire nel 2011. L'alginato, questo il nome della sostanza, viene iniettato nella parte del cuore da ricostruire, dove forma una struttura attorno alla quale possono rigenerarsi le cellule. Dopo sei settimane, il composto si biodegrada completamente e lascia l'organismo. ''Questo trattamento - ha spiegato Jonathan Leor dell'Universita' di Tel Aviv - potrebbe rivoluzionare la cura di chi ha subito un grosso attacco di cuore''.

05 aprile 2008

Il colesterolo non provoca l'infarto, ma è un affare per chi vende farmaci


Finalmente. Il fatto che uno dei tanti megafoni delle finte crisi sanitarie degli ultimi anni - il Corriere della Sera - abbia dedicato lunedì ben due pagine alle bufale degli anni passati è un buon segno. Certo, ci sarebbe piaciuto essere stati meno isolati quando invitavamo a ragionare sui numeri e a non farsi trascinare dall'isteria (pilotata da potenti interessi), quando insomma scrivevamo che non saremmo morti di mucca pazza, né di Sars o di aviaria, ma che sarebbe stato più probabile venire spazzati via da un Suv o morire di rifiuti tossici. Stessa cosa si può dire per l'allarme "bioterrorismo" in nome del quale sono stati elargiti fior di milioni - basti pensare all'epopea dello Spallanzani - per fronteggiare la fantomatica epidemia di antrace rivelatasi, anche quella, una bufala.

Ben vengano le riflessioni su quei cinque-seicento milioni di euro buttati via per prevenire le (false) epidemie in arrivo mentre negli ospedali mancano posti letto e infermieri, ma vediamo come se la cavano i colleghi nello smascherare le bufale di oggi, quelle che continuano a risucchiare fondi e a suscitare paure prive di fondamento. E, se i dati dei nuovi studi verranno confermati, certo quella del colesterolo potrebbe delinearsi come la madre di tutte le bufale.

All'inizio di febbraio è stata infatti resa pubblicata una ricerca che smentisce uno dei dogmi della medicina degli ultimi anni ovvero la stretta correlazione fra colesterolo e infarto. Lo studio Enhance ha dimostrato che due farmaci anticolesterolo (l'ezetimibe che ne inibisce l'assorbimento intestinale e la simvastatina che ne riduce la produzione nel fegato) non apportano alcun beneficio alle nostre arterie. Insomma: anche se i farmaci abbassano il livello di colesterolo presente nel sangue non riducono il rischio di infarto. Lo studio, condotto e finanziato dai produttori dei due farmaci, è stato tenuto nel cassetto per due anni prima di arrivare alla pubblicazione di oggi.

Nel commento del corrispondente della rivista Science Gary Taubes, pubblicato sull'Herald Tribune del 6 febbraio, viene spiegata l'origine dell'equivoco: in sostanza si è sempre confuso il colesterolo con le proteine che lo trasportano, le lipoproteine appunto.



Ma il colesterolo può essere buono a seconda che sia veicolato da lipoproteine a alta densità (Hdl) o a bassa densità (Ldl) e niente dimostra che sia lui il vero nemico visto che l'infarto colpisce anche persone con valori normali. I due farmaci presi in considerazione dallo studio Enhance, infatti, pur abbassando il livello del colesterolo non prevengono affatto la formazione delle placche.

Insomma, dopo anni di disgustosi beveroni, faticose rinunce e culto dei mitici omega 3, viene fuori che il colesterolo alto non fa male: una vera e propria rivoluzione che però, anche se è stata diligentemente riportata da qualche quotidiano nazionale, non ha minimamente interrotto il constante flusso di spot che ci consigliano questo o quel prodotto né, tanto meno, ha suscitato il mea culpa della comunità medica per avere tanto entusiasticamente abbracciato il verbo dell'industria farmaceutica.

Bisogna sottolineare che la stessa cosa accade negli States dove la Food and Drugs Administration, l'ente americano per il controllo delle medicine che alla fin fine detta la linea a tutto il pianeta, continua a registrare farmaci per la prevenzione delle malattie cardiache solo in base al fatto che riducono le lipoproteine che trasportano i grassi nel sangue mentre le autorità sanitarie continuano a condurre campagne di prevenzione mirate alla riduzione del colesterolo.

Gli interessi dell'industria farmaceutica nel settore delle malattie cardiovascolari sono evidenti - basti pensare quanti milioni di pazienti hanno continuato la terapia nei due anni durante i quali lo studio Enhance è stato tenuto in stand-by. In effetti, grazie alle dissennate abitudini alimentari dell'Occidente e all'allarme diligentemente pompato dai media, il mercato dei farmaci anti-colesterolo fa impallidire quello delle finte epidemie: il settore registrava un fatturato di 36 miliardi di dollari già nel 2003 e attualmente più di 40 milioni di statunitensi sono in cura.

Sul Corriere del 7 febbraio scorso Adriana Bazzi scriveva: «Le industrie hanno tutto l'interesse a promuovere l'ipotesi colesterolo, ad allargare la quota di consumatori di farmaci anticolesterolo (lo hanno fatto riducendo sempre di più i livelli normali nel sangue in modo da creare più "malati" come ha già denunciato il British Medical Journal) e a giocare sull'ipotesi colesterolo buono (da aumentare) e cattivo (da ridurre) per proporre nuove molecole dal momento che stanno scadendo i brevetti di quelle vecchie».

Bazzi si riferisce al 2004, quando oltreoceano vennero definite le "nuove linee guida" che crearono, dal nulla, ben 7 milioni di malati in più. Quando scoppiò la polemica venne fuori che ben 6 dei 9 membri che formavano la commissione erano noti per le loro frequentazioni con le case farmaceutiche e si scoprì che l'autore di uno studio relativo ai problemi cardiovascolari era collegato con ben 20 compagnie che producono medicinali e "attrezzature" per il cuore. Conflitto d'interesse? Non scherziamo.

Nel mondo anglosassone il fatto che gli studi sull'efficacia di un farmaco vengano finanziati dal suo stesso produttore non desta scandalo, basta che venga dichiarato pubblicamente. Per sapere come va dalle nostre parti, dove in genere il conflitto d'interesse non viene nemmeno esplicitato, consigliamo la lettura del bellissimo libro scritto da Marco Bobbio nel 2004: "Giuro di esercitare la medicina in libertà e indipendenza - Medici e industria".

di Sabina Morandi

fonte: liberazione.it

I codici alimentari



Ti sei mai fermato a leggere un articolo di un giornale che parla di sostanze con nomi illeggibili o addirittura indecifrabili? E951, E221, E513. . . no, non sto dando i numeri, ti elenco solamente alcuni “codici” che potresti trovare sull’etichetta di qualche prodotto che consumi abitualmente non sapendo che potrebbero danneggiarti la salute. Spero che a questo punto tu non abbia rinunciato a leggere il mio articolo. Adesso cercherò di spiegare al meglio perché bisogna fare attenzione a ciò che mangiamo e soprattutto a ciò che diamo da mangiare ai nostri figli. Il primo codice cifrato di cui voglio parlare è E951, così a vederlo sembrerebbe innocuo, vediamo: Aspartame oppure L-alpha-aspartyl-L-phenylalanine-methylester Dolcificante presente nel 90% dei prodotti con dicitura LIGHT o SENZA ZUCCHERO. Questa dicitura viene collocata sulla confezione con orgoglio, a caratteri cubitali in modo che tutti possano vederlo, ben pochi però, dopo che sono stati attratti dalla “leggerezza” del prodotto vanno a verificare qual’è la componente che ha sostituito il vecchio e caro zucchero. L’Aspartame è il dolcificante maggiormente usato nelle bustine che al bar moltissimi usano per dolcificare il caffè, è il dolcificante presente in quasi tutte le gomme da masticare presenti sul mercato, è presente persino nello sciroppo per la tosse che forse (spero di no!) dai a tuo figlio. Ma cerchiamo di capire meglio che cos’è. L’Aspartame è costituito da fenilalanina, acido aspartico e metanolo. Il metanolo, componente dell’aspartame, viene liberato nell’intestino e si trasforma in acido formico e in formaldeide, entrambi questi metaboliti sono tossici. La fenilalanina e l’acido aspartico costituiscono il 90% dell’aspartame e questi aminoacidi, se assunti con l’alimentazione, vengono usati normalmente dal nostro organismo per processi biochimici vitali. Ma quando non sono accompagnati dagli altri amminoacidi diventano neurotossine. L’aspartame si converte cioè in sottoprodotti pericolosi per i quali non esistono contromisure naturali. La quantità di metanolo ingerita grazie all’aspartame è senza precedenti nella storia umana. [1] Nel corso degli anni l’aspartame è stato dimostrato essere dannoso da centinaia di studi, è stato collegato a cecità, problemi neurologici e vascolari, tumori, leucemie, difetti nei neonati e, secondo uno studio recente effettuato dallo scienziato Guadalupe Garcia dell’Università di Queretaro, l’aspartame aumenta notevolmente anche il rischio di aborto. Vorrei però portare alla tua attenzione il secondo studio effettuato dalla Fondazione Europa Ramazzini presentato il 23 aprile 2007 a New York dove il Dottor Soffritti ha ricevuto il Premio Selikoff per i suoi studi sull’aspartame. I risultati della ricerca dimostrano che l’aspartame è cancerogeno anche usato in piccole dosi, causa un aumento significativo di linfomi, leucemie e tumori maligni. A questo punto credo che l’unica domanda da farsi sia perchè questo dolcificante è ancora sul mercato? La risposta credo che sia risaputa. Gli interessi economici delle multinazionali sono ben più importanti della nostra salute. Continuiamo analizzando un altro additivo che troviamo spesso e malvolentieri: Sodio Benzoato Antimicrobico presente nella maionese e nelle bibite analcoliche con meno del 12% di succo (es. coca cola light, fanta, sprite, nestea, ecc) Quando utilizzato in soluzioni acide, il sodio benzoato si converte in acido benzoico, una sostanza particolarmente tossica. Ma la sua pericolosità non finisce qui. Secondo uno studio del professor Peter Piper, del dipartimento di biologia molecolare e biotecnologie dell’Università di Sheffield, il sodio benzoato testato su cellule vive di lieviti distrugge aree del DNA nelle stazioni energetiche cellulari, i mitocondri. Egli ha affermato che questa sostanza provoca danni al DNA mitocondriale, sino ad inattivarlo. I mitocondri consumano ossigeno per produrre energia e se danneggiati, come in alcune patologie, le cellule cominciano a non funzionare correttamente. Questi danni al DNA possono essere collegati a malattie neuro-degenerative come il Morbo di Parkison e provocano decadimento cellulare precoce. Il professor Piper afferma “La mia preoccupazione concerne soprattutto i bambini, che ne sono grandi consumatori”. Come dargli torto, i bambini sono il nostro futuro, se continuiamo ad intossicarli con additivi, coloranti e dolcificanti di dubbia sicurezza (o dimostrata tossicità) si ritroveranno in un mondo di sofferenze causate da tantissime malattie di dubbia provenienza. Ci sarebbero una montagna di documenti da pubblicare su additivi, coloranti e conservati, credo che sia comunque più importante che le persone, come te e come me inizino a leggere la composizione di tutto ciò che si compra al supermercato, magari girando con un “dizionario” codici E – italiano! Puoi trovare un comodo ed utile depliant tascabile sul nostro sito all’indirizzo: Scarica la lista, mettila nel portafogli o nella borsa ed inizia a capire che cosa compri e consumi abitualmente. L’unico modo per migliorare le condizioni delle generazioni future è quello di far capire ai produttori che non siamo più ciechi di fronte allo scaffale del supermercato e non saremo più disposti a comprare prodotti con ingredienti di dubbia sicurezza. Evitiamo i loro prodotti, solo così i produttori ciechi inizieranno di nuovo a vedere.
Amanda Adams La Leva di Archimede

31 marzo 2008

Il 'sesto senso' esiste, ed è per le calorie


I circuiti cerebrali della ricompensa hanno funzioni non ancora identificate relative alla rilevazione di segnali gastrointestinali e metabolici
PAROLE CHIAVE
dolcificanti recettori per il dolce obesi
Il cervello può "sentire" le calorie nel cibo indipendentemente dai meccanismi del gusto, lo prova una ricerca condotta su topi da un gruppo di biologi del Duke University Medical Center.

I ricercatori, che illustrano il loro studio in un articolo pubblicato sull'ultimo numero della rivista "Neuron", hanno scoperto che il sistema cerebrale della ricompensa è attivato da una sorta di "sesto senso"

Come spiegano Ivan de Araujo e colleghi, nell'esperimento sono stati utilizzati topi geneticamente modificati in modo che il recettore cellulare che permette di rilevare il gusto dolce mancasse di una proteina essenziale, rendendoli così "ciechi" rispetto alla sensazione di dolce.

Successivamente hanno sottoposto i topi così modificati e un gruppo di topi normali a test in cui venivano loro somministrate soluzioni di zucchero e di dolcificanti non calorici. Nei test i topi insensibili al gusto dolce preferivano comunque il liquido calorico; è risultato anche che in tutti i topi i circuiti cerebrali della ricompensa e i livelli di dopammina venivano attivati dall'assunzione calorica, indipendentemente dalla capacità di sentirne il gusto.

"Abbiamo mostrato che il sistema della ricompensa, che in precedenza era stato associato con la rilevazione di un valore di ricompensa da parte dei composti gustativamente gradevoli, risponde al valore calorico dello zucchero in assenza del segnale proveniente dai recettori del gusto", ha osservato de Araujo. "Quindi questi circuiti cerebrali non codificano solamente l'impatto correlato alla gradevolezza dei cibi, ma possono eseguire funzioni non ancora identificate che comprendono la rilevazione di segnali gastrointestinali e metabolici."
La scoperta, osservono i ricercatori, ha importanti implicazioni per la comprensione della patogenesi dell'obesità.

28 marzo 2008

La cosa più importante della vita


Nessuno può negarlo, la cosa più importante della vita è…la vita, ma senza la salute la vita spesso diventa un inferno. La cosa più importante non è avere una casa, un lavoro, un amore o amici su cui contare, ma la salute, e solo quando questa viene a mancare ci si accorge della sua preziosità. Infatti se uno ha una casa, un buon lavoro, un amore e anche amicizie ma è preda di una terribile malattia tutto si vanifica, ogni cosa perde di significato, di valore, di importanza: è come se tutto intorno si dissolvesse e nulla più fosse in grado di renderci sereni e felici. L’amore, gli amici, il denaro possono renderci la malattia meno gravosa ma ciò che ci realizza passa inevitabilmente attraverso la buona salute. Si può essere la persona più facoltosa della terra, si può avere un lavoro altamente gratificante, si può essere ai vertici del sistema dirigenziale, si può essere capi di stato o di governo ma se non si è in buona salute si diventa deboli, fragili e bisognosi di tutto. Tra l’ottima salute, la ricchezza, la bellezza o la notorietà chiunque sceglierebbe la prima.

Ognuno di noi, impegnato nel sociale, rivendica l’importanza e la priorità del proprio settore. C’è chi è convinto che la cosa più grave ed urgente è lottare contro l’aumento delle tasse; chi contro le vittime del traffico, chi contro gli abusi e le bugie delle grandi lobby farmaceutiche, chi contro le droghe, chi contro l’alcol, chi contro l’emarginazione, chi contro l’inefficienza dei trasporti, degli ospedali, chi contro l’inquinamento atmosferico, chi contro le estorsioni ecc. ecc. ma per poter lottare contro ogni ingiustizia occorre essere in vita, in salute, altrimenti tutto viene a vanificarsi. Se poi si considera che il 34% dei tumori (che solo in Italia causano 170.000 morti all’anno, altro che incidenti automobilistici!) sono direttamente attribuibili alla cattiva alimentazione ci si rende conto che questa nostra strana società, superficiale quanto irresponsabile, trascura totalmente l’importanza della salute come strumento nella cultura di base.

Il mondo della formazione scolastica tutto insegna eccetto come conoscere se stessi, i propri meccanismi fisiologici, le leggi naturali che governano la nostra vita e il modo per non ammalarsi. E’ come dare al soldato ogni consegna eccetto ciò che gli serve a restare in vita. La scienza dell’anatomia comparata, lo studio degli istinti, l’immunologia, della giusta alimentazione e del vivere conformi alle nostre vere esigenze chimico-biologiche viene totalmente ignorata, come se la salute fosse un aspetto secondario, un optional della vita, un particolare trascurabile. La materia più importante è considerata non un bagaglio ed una ricchezza che riguarda direttamente ogni singola persona ma solo una cerchia di esperti ai quali affidarsi quando la nostra salute e la nostra stessa vita è in pericolo. E quando i medici per mezzo dei mass media parlano di prevenzione è solo l’invito a fare indagini diagnostiche per verificare, passivamente, la situazione dell’individuo il quale se dovesse risultare negativo può continuare a vivere come sempre, se invece dovesse risultare positivo allora deve incominciare a curarsi o sottoporsi a interventi terapeutici quasi sempre invasivi. In questa prospettiva diagnostica si trascura il fatto che un organismo inquinato può risultare negativo oggi ma un giorno dopo può raggiungere il suo massimo livello di tolleranza e risultare positivo alla malattia.

A scuola si insegna di tutto: la geografia, la storia, l’economia, l’astronomia, la filosofia, la religione, le materie letterarie, quelle tecniche, quelle artistiche, quelle scientifiche e ora l’informatica; praticamente l’individuo risulta esperto di ogni settore dell’immenso scenario delle attività umane, eccetto ciò che gli serve a vivere in buona salute, essere esente da malattie e quindi dal dolore e preservare se stesso anche da una morte prematura. E’ come acquistare il più evoluto dei congegni senza preoccuparsi di avere il libretto delle istruzioni per poi lamentarsi del suo cattivo funzionamento.

Perché succede questo? A chi giova questo stato di cose di un’umanità debole, malaticcia, falcidiata da malattie croniche e bisognosa di cure? L’OMS annovera circa 5000 differenti malattie e 200.000 differenti farmaci per combatterle. Perché nessuno si preoccupa di rendere obbligatoria la scienza dell’alimentazione nelle scuole? Come può l’individuo accettare passivamente di mettere la propria salute e la propria vita nelle mani di persone estranee, che non conoscono la nostra storia personale e che potrebbero anche non essere in grado di guarirci e soprattutto a indicarci la strada per non farci ammalare?

E’ vero che ci sono malattie e situazioni particolari in cui l’individuo non esperto in materia non è in grado di fronteggiare, ma è pur vero che se fosse educato, informato sulle cause vere che portano alla malattia l’attuale scenario apocalittico si ridurrebbe in modo significativo. Vale la pena ricordare che, (secondo dati ufficiali) il 30% dei fattori di rischio per il cancro sono attribuibili proprio alla cattiva alimentazione, specialmente grassi e proteine animali; il 30% al tabacco; il 15% a fattori ereditari; il 5% all’obesità e vita sedentaria, il 3% all’alcool e solo il 2% all’inquinamento ambientale. In USA (dove il 68% di tutte le malattie sono di derivazione alimentare; dove su un totale di 250 milioni di individui, solo 3 milioni risultano in buona salute) il 12% del Pil viene assorbito per curare le malattie dovute appunto alla cattiva alimentazione.

Proviamo ad immaginare quanto dolore, quante energie e quante vite sarebbero risparmiate se la gente adottasse il regime alimentare vegetariano. Ma forse questo non tornerebbe a beneficio di chi da questo stato di cose trae cospicui vantaggi economici.
Franco Libero Manco

26 marzo 2008

Efetti collaterali dei farmaci



Quanti sono a conoscenza che la maggior parte dei farmaci di uso comune hanno "effetti collaterali" non solo sul corpo ma anche sulla psiche?

Siamo così deresponsabilizzati e svuotati interiormente che oltre a delegare quotidianamente ai medici la nostra salute (con i risultati che ben sappiamo), non chiediamo neppure informazioni e delucidazioni sui pericoli e gli effetti controindicati dei medicinali che ci vengono prescritti. Ovviamente non è pensabile che un Medico, dall’alto della sua conoscenza, possa prescriverci un prodotto pericoloso per la salute.

Purtroppo NON esistono in commercio farmaci privi di effetti collaterali anche seri e le statistiche sulla mortalità parlano chiaro: le cause iatrogene (dovute a errori medici) sono una delle prime tre cause di morte nel mondo, assieme al cancro e alle malattie cardiovascolari!

La ricerca statistica (basata su lavori scientifici) pubblicata nel 2003, dal titolo inequivocabile: "Death Medicine", denuncia negli Stati Uniti le seguenti cifre:

* "Reazioni avverse da farmaci in ospedale" provocano ogni anno 106.000 morti;
* "Reazioni da farmaci non in ospedale" --> 199.000 morti;
* "Gli errori medici" --> 98.000 morti.

Le reazioni avverse di farmaci prescritti da dottori, provocano (negli Stati Uniti) oltre 300.000 morti ogni anno!
Quando andiamo a “farci guarire” dal dottore, invece di ringraziarlo con reverenza per il tempo dedicatoci, uscendo soddisfatti dallo studio stringendo nelle mani ricette miracolose, impariamo a fare domande e a pretendere soprattutto delle risposte, perché questo ci potrebbe salvare la vita.

Per capire qual è la situazione oggi, ecco qualche esempio estrapolato dal libro del dottor Andrew Weil: “Dal cioccolato alla morfina: tutto quello che c’è da sapere sulle sostanza che alterano la mente”, ed. Arcana.
Stampate e portate al vostro medico di base…

Antistaminici
Alcune reazioni allergiche vengono mediate da una sostanza endogena denominata istamina che influisce in modo rilevante su nervi, vasi sanguigni e altri tessuti. Nel tentativo di eliminare i sintomi allergici, i farmacologi hanno creato numerosi farmaci sintetici per bloccare l'azione dell'istamina. Sono molti gli antistaminici attualmente disponibili; in dosaggi elevati vengono prescritti dal medico, ma in dosi ridotte sono venduti come farmaci da banco: alcuni dei più diffusi sono la difenidramina (Benadryl), la clorfeniramina (Teldrin, Chlor Trimeton), la bromfeniramina (Dimetane), la desclorfeniramina (Polaramine), la tripelennamina (PßZ, Piribenzamina), la tripolidina (Actidil), la prometazina (Fenergan), la pirilamina e la doxilamina.

Gli antistaminici sono dei farmaci forti che influiscono su vari apparati dell'organismo, ma spesso non sono così efficaci nell'azione che dovrebbero svolgere: contrastare l'istamina ed eliminare le allergie. Il sistema nervoso centrale è particolarmente sensibile agli antistaminici. Questi farmaci provocano spesso delle profonde alterazioni dello stato d'animo, e non in meglio: rendono depressi, acidi, apatici e incapaci di ragionare in modo chiaro. Alcuni di essi sono chimicamente affini ai tranquillanti forti (come la Torazina ) e producono effetti analoghi sull'umore. La sedazione a cui danno luogo gli antistaminici potrebbe interferire nella guida di autoveicoli o in altre attività che richiedono concentrazione, capacità di ragionamento e buoni riflessi.

Tali effetti si intensificano con l'uso contemporaneo di alcol e altri sedativi. Di recente sono stati prodotti degli antistaminici che non entrano nel cervello: il più noto è la terfenadina (Seldane). Non causa sedazione e depressione, ma spesso dà mal di testa e altri effetti collaterali sgradevoli e inoltre è molto più costoso dei vecchi antistaminici.

Nonostante la tendenza a mettere il consumatore di cattivo umore, gli antistaminici sono tra i farmaci più consumati in assoluto: né i medici né i pazienti li vedono come sostanze psicotrope. Inoltre, gli antistaminici sono ingredienti comuni di molti preparati da banco, come i farmaci per il raffreddore e sonniferi; a volte vengono addirittura spediti per corrispondenza come campioni gratuiti. Chiunque soffra di depressione cronica e letargia dovrebbe accertarsi che non sta consumando queste sostanze chimiche sotto qualche forma. Chi soffre di allergia dovrebbe poi sapere che i sintomi allergici spesso rispondono a terapie non farmacologiche, come cambiamenti di dieta e stato d'animo: in questo modo si può interamente evitare l'assunzione di antistaminici.

Alcuni farmaci di questa categoria sono usati specificamente per prevenire il mal d'auto. Il dimenidrinato (Dramamine) è il più noto di questi. Come i suoi farmaci affini, dà spesso sonnolenza e uno stato d'animo sgradevole.

Per quanto sia strano, esiste un antistaminico che viene utilizzato da alcune persone, soprattutto tossicodipendenti, per sballarsi: è la tripelennamina, venduta con i nomi commerciali di PBZ e Piribenzamina. (…)

Un’assunzione di antistaminici in dosi elevate o per lunghi periodi appare dissennata. Questi farmaci, invero, producono tossicità nel corpo e nessuno dovrebbe perdere più tempo del necessario con lo stato d'animo che producono.

Corticosteroidi (cortisone e affini)

Oltre a produrre l'adrenalina, le ghiandole surrenali secernono altri ormoni che controllano il metabolismo e la chimica corporea: questo gruppo di ormoni proviene dallo strato esterno della ghiandola, o corteccia, e quello principale viene pertanto denominato cortisone. Il cortisone e le sue sostanze affini hanno tutti una struttura molecolare caratteristica denominata nucleo steroide (che condividono con gli ormoni sessuali maschili e femminili descritti più avanti in questo capitolo). La farmacologia ha ormai imparato a produrre numerosi medicinali semisintetici con questa stessa struttura, a partire dal materiali grezzi che si trovano in certe piante. Come gruppo, questi farmaci si chiamano corticosteroidi, o semplicemente steroidi: sia quelli endogeni, sia quelli prodotti dall'uomo.

Uno degli effetti più manifesti dei corticosteroidi è quello di ridurre l'infiammazione e alcune reazioni allergiche, come le eruzioni cutanee. In alcuni nuovi steroidi creati in laboratorio dalla farmacologia tale azione è stata portata al livello massimo. (…)

I medici prescrivono spesso gli steroidi anche per uso sistemico, cioè per essere assunti internamente. Esistono delle indicazioni chiare per questo utilizzo, ma dato che gli steroidi sembrano avere quasi dei poteri magici, i medici tendono a prescriverli in modo eccessivo, a volte somministrandoli per casi blandi come irritazioni da edera del diavolo o da pannolini, mal di schiena e altre patologie non abbastanza gravi da legittimarne l'uso.

Il problema è che l'utile proprietà antinfiammatoria degli steroidi costituisce solo una delle varie azioni di questi potenti ormoni: anzi, anche a dosi moderate gli steroidi sistemici possono sconvolgere in modo drastico l'equilibrio chimico dell'organismo e dare luogo a grave tossicità, fino al decesso. Possono inoltre arrestare la produzione da parte del corpo dei suoi stessi steroidi e le conseguenze possono essere: aumento di suscettibilità, ma anche stress e infezione.

Gli effetti collaterali negativi degli steroidi sono ben noti ai medici, ma poca attenzione viene prestata alla loro psicoattività. Questi farmaci possono dar luogo a euforia estrema, simile alla fase maniaca della psicosi maniaco-depressiva: in questi casi, la capacità di giudizio può essere fortemente limitata e il comportamento può farsi irregolare e illogico. Con l'uso continuato, questa euforia iniziale può trasformarsi in intensa depressione. Gli steroidi possono rendere psicotici alcuni individui o far venire loro manie suicide. Non tutti coloro i quali assumono steroidi sistemicamente hanno queste gravi reazioni, ma probabilmente molti subiscono dei sottili cambiamenti d'umore: nervosismo, insonnia, depressione e altre alterazioni mentali a lungo andare diventano comuni. Chi ha già avuto problemi psichiatrici dovrebbe essere cauto nel prendere gli steroidi. Tutti, nondimeno, dovrebbero poi sapere che questi composti sono tra i farmaci più forti che si conoscano e andrebbero quindi circoscritti alla cura di malattie davvero gravi.

Farmaci gastrointestinali
Uno dei farmaci più diffusi per la terapia dei crampi intestinali e della diarrea è il Lomotil, una combinazione di un oppiaceo denominato difenoxilaio e di atropina, uno degli elementi costituenti delle solanacee: entrambe riducono il movimento degli intestini paralizzando i nervi che li controllano. Il difenoxilato è una sostanza chimica strettamente imparentata con la meperidina (Demerol), uno dei narcotici medici più forti. Analogamente al suo parente, il difenoxilato può determinare la depressione del sistema nervoso, che può essere intensificata dall'uso simultaneo di altri sedativi; può anche dare euforia e dipendenza. Molti pazienti che assumono il Lomotil per problemi intestinali avvertono degli effetti narcotici sull'umore, ma non hanno minimamente idea del fatto che stanno prendendo un oppiaceo.

L’atropina in sé ha psicoattività limitata a basse dosi: quasi tutti la trovano sgradevole a dosi elevate. Alcuni farmaci di combinazione mescolano l'atropina con altri derivati delle solanacee, compresa la scopolamina: il principale principio psicotropo della famiglia delle solanacee. Il Donnatal è un esempio di tale miscela che include altresì del fenobarbital come sedativo. I medici somministrano spesso questi farmaci ai pazienti, soprattutto a chi soffre di ulcera, crampi gastrointestinali e disturbi urinari. E’ raro che medici o pazienti considerino il potenziale di queste terapie nell'alterare stato d'animo e pensiero, ma, come rilevato nel capitolo sui deliranti, i farmaci derivati dalle solanacee possono influenzare profondamente il cervello. L’effetto psicotropo che viene notato più facilmente è con ogni probabilità il torpore, anche se nel tempo o ad alte dosi possono causare cambiamenti ben più bizzarri.

Broncodilatatori

I broncodilatatori sono farmaci che aprono le vie aeree nell'apparato respiratorio. Sono molto prescritti, sotto forma di compresse e spray da inalazione a pazienti con asma per alleviare il respiro affannoso e la difficoltà di respirare, caratteristiche della malattia. Gran parte di questi farmaci agiscono stimolando il sistema nervoso simpatico, che regola le pareti muscolari dei tubi bronchiali: di conseguenza, oltre all'effetto voluto, di norma provocano eccitazione, ansia, irrequietezza e insonnia. Il paziente non gradisce questi effetti collaterali, ma se vuole respirare non ha alternativa a tali farmaci.

Un altro problema dei broncodilatatori stimolanti è la loro forte predisposizione a causare la dipendenza: quando l'effetto di una dose svanisce, la costrizione bronchiale aumenta in reazione al farmaco, rendendo necessarie altre dosi. Gli asmatici inalano spesso i broncodilatatori durante tutto il giorno, oltre a prenderli regolarmente per via orale: tale frequenza d'uso accresce i rischi di assuefazione e cambiamento d'umore.

Uno dei farmaci più ampiamente prescritto in questa categoria, la teofillina, viene tenuto sotto attento esame come possibile causa di comportamenti violenti e singolari. La teofillina è il principio attivo del tè ed è un parente stretto della caffeina. Per molti anni molti asmatici hanno ingerito grosse dosi giornaliere di questo stimolante, che un tempo veniva considerato un farmaco sicuro ed efficace. Ora, invece, è sempre più comprovato che tale sostanza può produrre cambiamenti comportamentali seri, di conseguenza i suoi giorni d'uso nella terapia medica stanno per finire.

Analgesici "blandi”
I farmacologi non sono riusciti a produrre degli analgesici (antidolorifici) di forza media per colmare il divario tra aspirina e morfina. Ci hanno fornito molti derivati degli oppiacei che, a loro giudizio, sono più efficaci dell'aspirina, ma più sicuri e meno capaci di dare dipendenza rispetto alla morfina. Se tali farmaci sono efficaci nel controllare il dolore, tuttavia, esercitano sempre una forte attrattiva sugli oppiomani ed è quindi verosimile che portino alla dipendenza.

Uno di questi farmaci è il propossifene (Darvon), un analgesico da prescrizione ampiamente utilizzato negli ultimi anni. A volte, per aumentarne l'efficacia, viene combinato con aspirina e caffeina. Malgrado le dichiarazioni dei suoi entusiasti produttori, gran parte dei medici e dei pazienti hanno riscontrato che il Darvon non è poi molto più valido dell'aspirina: anzi, alcuni ritengono persino che quando tale sostanza viene mescolata con l'aspirina, sia quest'ultima a svolgere la maggior parte del lavoro. Inoltre il potenziale di abuso del Darvon è analogo a quello degli analgesici narcotici forti. C'è voluto del tempo perché i medici riconoscessero l'esistenza dell'abuso di Darvon, ma adesso la conoscono bene e sono molto più cauti nel somministrarlo.

Oltre ai farmaci di queste categorie, molti altri medicinali da prescrizione hanno effetti psicotropi, malgrado medici, farmacologi e produttori non li riconoscano. A volte questi affetti si manifestano in molti pazienti che assumono il farmaco, a volte invece solo in pochi. Se si comincia una terapia di farmaci prescritti dal medico e si prova sonnolenza, depressione, stati di ebbrezza, sogni insoliti e altri cambiamenti umorali che non si riescono a spiegare altrimenti, il responsabile di questi disturbi potrebbe essere proprio il farmaco. Per provarlo occorrerebbe sospenderne l'assunzione e, dopo un certo intervallo, ricominciare per vedere se esiste una relazione tra questo e i sintomi.

PREPARATI DA BANCO

Sciroppi per la tosse
Gli sciroppi per la tosse da banco sono di varia composizione. Alcuni non contengono alcuna sostanza manifestamente psicotropa. Altri hanno invece noti sedativi come alcol e cloroformio, stimolanti come la pseudoefedrina, antistaminici o derivati degli oppiacei considerati come non narcotici. A volte chi cerca disperatamente un po'di droga e non riesce ad avere nulla di meglio, arriva a consumare grosse dosi di questi preparati tentando di sballarsi.

Il principale sedativo da banco della tosse è una sostanza denominata destrometorfano, un parente della codeina che calma il nucleo della tosse, ma che in teoria non produce euforia, dipendenza o altri effetti caratteristici dei narcotici. Alcuni, tuttavia, la assumono proprio per inebriarsi. Si trova nello sciroppo Robitussin e nelle compresse per il raffreddore Coricidin (red devils, triple-Cs), ma può essere venduto anche sul mercato di strada in forma pura come destrometorfano (DXM). I consumatori ne assumono grandi quantità per ottenere uno stato da zombie chiamato dexing o robotripping. Il potenziale di assuefazione e i danni medici prodotti da un uso eccessivo di destrometorfano sono ancora ignoti.

Farmaci per il raffreddore
Una larga percentuale nella vendita dei farmaci da banco è rappresentata da capsule e compresse per alleviare i sintomi del raffreddore. Come per gli sciroppi per la tosse, i farmaci per il raffreddore sono un miscuglio di formule di varia efficacia. Gli ingredienti comuni sono: antistaminici, aspirina e altri analgesici, medicinali derivati dalle solanacee per asciugare la secrezione eccessiva nel naso e in gola, caffeina e pseudoefedrina o sinefrina per compensare gli effetti sedativi degli altri ingredienti. Di norma queste miscele sono confezionate in compresse multicolori e capsule sgargianti perché appaiano esotiche ed efficaci. E’ poi opinabile se influiscano sul corso del raffreddore o ne riducano considerevolmente i sintomi.
Quel che è certo è che i farmaci da banco per il raffreddore possono influire sull'umore, di solito in modo spiacevole. Metodi alternativi per la cura del raffreddore, e quindi per evitare tali problemi, sono un bagno caldo, bere liquidi, mangiare di meno, riposare di più e diminuire stress e stimolazione.

Decongestionanti nasali
Uno degli effetti fisici degli stimolanti è quello di contrarre i vasi sanguigni nel naso e nei seni. Tale costrizione restringe questi tessuti, consentendo all'aria di passare liberamente. L’effetto è temporaneo e, quando l'effetto stimolante svanisce, di solito viene seguito da una reazione opposta detta “rimbalzo", nella quale i passaggi nasali diventano più bloccati di prima. Si tratta di un modello analogo a quello che si verifica con i farmaci broncodilatatori descritti in precedenza.

I primi inalanti nasali contenevano delle strisce di carta impregnate dianfetamina. Chi li assumeva provava una stimolazione generica: qualcuno provava ebbrezza, altri ne diventavano dipendenti. Alcuni, poi, aprivano addirittura il contenitore per estrarne l'anfetamina e assumerla in altri modi. Alla fine i produttori smisero di utilizzare l'anfetamina per gli inalanti nasali e la sostituirono con altre sostanze, in teoria meno stimolanti e con meno capacità di dare assuefazione.

Oggi gli inalanti e gli spray da banco per sbloccare il naso chiuso non sono considerati psicotropi: alcuni inalanti non contengono droghe ma solo sostanze aromatiche come il mentolo. Possono essere piacevoli da usare, ma non sono affatto efficaci come le sostanze chimiche che costringono i vasi sanguigni. Indubbiamente gli spray e gli inalanti che invece contengono droghe funzionano nel breve termine, ma, malgrado i produttori sostengano il contrario, sono tuttora stimolanti e danno spesso dipendenza.

Non tutti provano una sensazione di stimolazione generica da questi prodotti, ma solo coloro che arrivano a farne uso abitualmente. Probabilmente un rischio maggiore di dipendenza sorge dalla natura temporanea del sollievo che danno: se si continua a usarli per far fronte al "rimbalzo” che segue alla dose iniziale, in breve non si riuscirà più a respirare senza. I preparati ad azione più lunga possono essere più sicuri, da questo punto di vista.

Sono disponibili anche alcune forme di decongestionanti orali, per esempio la pseudoefedrina (Sudafed), un parente stretto dell'efedrina stimolante naturale: questa viene immessa in bocca e non nel naso, quindi è meno probabile che causi il "rimbalzo” e la conseguente dipendenza, ma per alcuni consumatori, e ad alte dosi, risulta decisamente stimolante. Anche la sinefrina, un prodotto ricavato dall'arancia amara, è stimolante.

Inibitori dell'appetito

Abbiamo già menzionato queste forme orali di stimolanti. Fino a poco tempo fa contenevano efedrina, a volte associata a caffeina, e vengono confezionati o denominati in modo da sembrare anfetamina.

Uppers da banco

La caffeina pura viene venduta in molte farmacie (per molto più di ciò che vale) con forme fuorvianti che sembrano alludere a potenti anfetamine: per esempio, un prodotto denominato Caffedrine, venduto in capsule grigio-bianche a rilascio graduale e che ha lo stesso aspetto del Dexamyl farmaceutico. Sicuramente chi lo compra lo rivenderà poi sul mercato illegale come Dexamyl ad acquirenti ignari. Prodotti meno recenti e ingannevoli sono il Vivarin, e il NoDoz, sotto forma di semplici compresse bianche. Se questi prodotti risultano più efficaci del caffè o del tè è solo perché la gente ha fiducia nelle pillole.

Downers da banco

Nelle farmacie è disponibile anche tutta una gamma di prodotti che favoriscono il sonno di notte (Nytol, Sominex, Unisom). Vengono diffusamente prescritti come sostituti da banco dei più forti tranquillanti minori e dei sonniferi. Tutti contengono antistaminici: di norma difenidramina (Benedryl), pirilamina o doxilarnina. Come già rilevato, queste sostanze non sono innocue e tendono a influire sulle funzioni mentali in modo sgradevole: danno sonnolenza, ma possono produrre anche depressione e possono dare assuefazione.

Noi siamo favorevoli a rimedi meno tossici per l'insonnia: per esempio fare più esercizio fisico durante il giorno, diminuire l'uso degli stimolanti, soprattutto di sera (ricordate di leggere le informazioni di ogni analgesico, pasticca per il raffreddore e altri medicinali per vedere se contengono caffeina o stimolanti vari), tecniche di rilassamento, bagni caldi e semplici integratori alimentari come compresse di calcio e magnesio: molti trovano rilassanti, se prese prima di andare a letto.

Analgesici

Gli antidolorifici non narcotici non influiscono direttamente sul cervello, tuttavia possono cambiare considerevolmente lo stato d'animo riducendo il fastidio e quindi tendenza a dare assuefazione. Gli analgesici da banco ordinari, come l'aspirina e l'acetaminofene (Tilenol), sono medicinali efficaci per un uso occasionale, ma quando il dolore persiste occorrerebbe cercare di identificare e curare le cause, piuttosto che fare affidamento su questi farmaci. Alcuni composti analgesici contengono unicamente caffeina per l’effetto stimolante e di tonico dell’umore.

Marcello Pamio