![]()
Qualche settimana fa i media ci hanno inondato di immagini e parole che mettevano in discussione le proprietà del latte crudo e che diffondevano timore in chi ne fa uso. E’ stato sferrato un vero e proprio attacco al latte crudo. Questo “attacco” ha avuto inizio per opera di Paolo de Castro, ex ministro del PD ed ex presidente di Nomisma (società che, stando a ciò che ha recentemente svelato il giornalista Matteo Incerti, è finanziata dalla Granarolo), il quale ha presentato con altri deputati del PD un’interrogazione parlamentare che mette in dubbio la salubrità del latte alla spina. La tesi è stata appoggiata da professori universitari dell’Ateneo di Bologna che, sempre stando all’inchiesta di Incerti, collaborano con grandi marchi del mercato del latte italiano.
l segreto del perché sia stato fatto tanto clamore sembrerebbe quindi già svelato. Per fortuna, però, ci sono anche “esperti veri” che hanno il pudore di fornire informazioni veritiere.
Un esempio è quello del Dottor Fausto Cavalli, agronomo zootecnico, coordinatore di Bevilatte Srl, Agenzia di Servizi per l’Agricoltura, il quale afferma che il latte crudo è un prodotto solido e sicuro. E nutriente dato che, non essendo stato bollito o pastorizzato, conserva delle caratteristiche nutrizionali nettamente superiori a quello che si trova al supermercato. Inoltre, sempre per lo stesso motivo, esso contiene vitamine ed enzimi intatti che invece la pastorizzazione e la bollitura vanno parzialmente a modificare o, addirittura, a distruggere.
Il latte crudo, quindi, - a differenza di ciò che televisione e giornali hanno iniziato a voler far credere - è assolutamente sicuro perché prodotto in aziende costantemente controllate dalle ASL e dalle autorità preposte. Questo alimento ovviamente non è prodotto come si faceva una volta, perché prima non esistevano né la refrigerazione né tutti i metodi di “pulizia” del prodotto che oggi possono garantirne, appunto, la sicurezza.
La regione Lombardia, ossia quella in cui il fenomeno del latte crudo ha avuto una maggiore diffusione ed un maggior successo, secondo le ricerche effettuate dallo stesso Dottor Cavalli, ha effettuato nel corso del 2008 ben 1423 controlli capillari su tutti i distributori presenti sul suo territorio. Ebbene, non è stato registrato alcun caso di Escherichia Coli O 157. Ciò significa che, nonostante si parli solo ed esclusivamente dei nove casi di sindrome emolitico uremica indotta da Escherichia Coli O 157, stando ai risultati di questi controlli in Lombardia nessuno ha mai avuto infezioni dopo aver bevuto questo latte. E si tratta di migliaia di persone che ne hanno fatto un uso quotidiano nell’arco degli ultimi quattro anni.
Lascia quindi perplessi vedere come si stia cercando di diffamare un prodotto sano tirando in ballo le infezioni da Escherichia Coli, quando invece nessuno (a parte Eric Schlosser nel suo interessantissimo libro “Fast Food Nation”) ha mai seriamente parlato del fatto che tale batterio ha provocato problemi anche molto gravi a migliaia di clienti di McDonald’s. Il batterio in questione, infatti, sarebbe presente in una grande quantità di hamburger dell’onnipresente catena.
Secondo le statistiche, quindi, si dovrebbe avere più paura per i propri figli organizzando una festa di compleanno da McDonald’s che facendogli bere un bicchiere di latte sano, genuino e prodotto dietro casa.
E allora perché è iniziata questa campagna denigratoria? A chi ha dato fastidio il successo del latte alla spina? Ai grandi produttori come la già citata Granarolo? Alla grande distribuzione o a pubblicitari ed agenzie di marketing, visto che il latte crudo fa risparmiare alle persone fra i 50 ed i 60 centesimi di euro al litro e rende quindi poco competitive le marche “tradizionali”? Al governo, perché girano meno soldi e meno merci sulle nostre strade? Ai costruttori di inceneritori, dato che si evita di buttare in discarica o negli inceneritori, appunto, una quantità enorme di bottiglie di plastica e di confezioni in Tetrapack?
La realtà è che l’unica vittima certa del latte crudo è ancora una volta il mito della crescita economica a tutti i costi che viene scalfito quando i cittadini risparmiano ed i produttori anche più piccoli possono continuare la loro attività.
Sarebbe ora di valorizzare, agevolare e tutelare questo tipo di distributori “alla spina” e ancor di più queste iniziative di produzione locale non solo di latte, ma di ogni tipo di prodotto.
Chissà se potremo davvero tornare un giorno ad essere “padroni a casa nostra”. Questo dipenderà anche da noi, dal nostro interesse sia per ciò che ci succede attorno e per il tipo di informazione a cui vogliamo affidarci. Se nel vostro paese o città c’è un distributore di latte crudo, quindi, fatevi un favore: attivatevi per far sì che esso resti dove si trova. Abbiamo tutti solo da guadagnarci, sia a livello economico, che nutrizionale e ambientale.
di Andrea Bertaglio
10 gennaio 2009
Il latte crudo
07 gennaio 2009
Il decalogo per tornare in forma dopo le feste di Natale

Ritornare in forma dopo le grandi abbuffate? Semplicemente seguendo i nostri consigli. Innanzitutto, i fattori responsabili dell’aumento delle calorie durante le feste sono la cattiva abitudine di mangiare cibi molto calorici durante l’intero arco della giornata (63%), seguita dalla tendenza a trascurare alimenti fondamentali come frutta e verdura (42%). A fare da corollario a queste intemperanze, anche l’abuso nel consumo di bevande alcoliche (21%) e l’abbinamento disordinato dei cibi (17%). Tra i principali imputati, responsabili del peccato di gola, spiccano i dolci (70%) in tutte le varietà possibili, dal classico panettone ai dolci regionali.
"Durante il periodo natalizio qualche giorno di esagerazione alimentare non è grave - sostiene Francesco Puerari, Specialista in Scienze dell’Alimentazione - ma è importante riprendere subito in mano le redini di un'alimentazione equilibrata. Il giorno dopo l'abbuffata si sta più leggeri. I cenoni sono l'eccezione, non la regola”.
Per fronteggiare l’aumento di peso e gli squilibri di un’alimentazione disordinata, la parola d’ordine, a detta degli esperti, è disintossicarsi, depurare l’organismo e regolarizzare le proprie abitudini. Per iniziare l’anno all’insegna della salute e riparare ai danni delle abbuffate, via libera ad un’alimentazione povera di carboidrati (22%), che regolarizzi le abitudini alimentari (12%), a tisane depurative e prodotti dall’effetto drenante (21%), che aiutino a liberarsi dei liquidi trattenuti. Ma anche tanta attività fisica (16,7%) per tornare in forma più in fretta.
Il decalogo per tornare in forma dopo le feste di Natale
Alcuni suggerimenti, per riuscire ad osservare una corretta alimentazione, senza rinunciare alle specialità della tradizione.
Osservare una dieta varia e equilibrata: variare l’alimentazione è importante per non far mancare all’organismo i principali nutrienti.
Non sottovalutare i rischi di un’alimentazione iper-calorica: un apporto di calorie superiore all’effettivo fabbisogno contribuisce all’aumento di peso, affaticando l’organismo.
Limitare i dolci: se durante le feste si è esagerato, l’importante è limitarne il consumo nei giorni seguenti.
Evitare il consumo di bevande alcoliche: è consigliabile limitare o evitare di assumere alcolici, dal momento che l’apporto calorico ad essi associato non è affatto trascurabile.
Praticare attività fisica: una corretta alimentazione accompagnata da una sana attività fisica è il metodo migliore per tornare in forma all’indomani delle feste natalizie.
Mangiare frutta e verdura: ricordare di assumere i giusti quantitativi di frutta e verdura, fondamentali per un corretto apporto di fibre, vitamine e sali minerali, è fondamentale specialmente quando si è osservata una dieta poco bilanciata.
Assumere integratori e tisane ad effetto drenante: l’assunzione di tali elementi può aiutare nell’eliminazione dei liquidi trattenuti dal nostro organismo, spesso responsabili dell’aumento di peso. Evitare di assaggiare i cibi lontano dai pasti: limitarsi a mangiare durante i pasti principali, aiuta a tenere sotto controllo le quantità di cibo ingerite.
Ridurre i grassi: moderare la quantità di grassi e oli utilizzati per condire e preferire metodi di cottura leggeri e salutari, sono buone norme che è consigliabile osservare non solo per tornare in forma dopo le feste, ma anche durante tutto l’anno.
Per ritornare in forma e alimentarsi correttamente, ecco allora la dieta consigliata dal Dott. Carlo Lesi
: a colazione: una bevanda ( latte, the, caffè, ecc.) con 5 biscotti secchi o 3 fette biscottate senza marmellata.
a pranzo: 50 g. ( a crudo) di pasta di semola ( o riso) condita con verdure , sugo di pomodoro o pesce con 10 g. di olio d'oliva extravergine a crudo ecc. Assumere molta verdura condita con 10 g di olio, aceto e poco sale. 50 g di pane.
a merenda: yogurt magro alla frutta o un frutto di stagione.
a cena: carne o pesce accompagnati da verdura e un po’ di pane o due uova, sode o alla coque/sett. e 70 g di formaggio 2 volte a settimana
06 gennaio 2009
L'educazione alla terra
Stimolare giovani e adulti al rispetto del nostro pianeta è un obiettivo prioritario. Per capire come si possa diffondere una coscienza ecologica, abbiamo quindi intervistao la dottoressa Marilena Cappuccio, educatrice ambientale di Palermo.
Dott.ssa Cappuccio, cominciamo con lo spiegare cosa si intende per “educazione alla terra”.
"Il metodo “educazione alla terra”, che vi invito a scrivere con le lettere minuscole proprio come vuole il suo fondatore, può essere considerato un’alternativa alla più tradizionale “educazione ambientale”, che si prefigge di essere «di base e di massa, alla portata di tutti e per l’urgenza del momento»".
Per capire meglio, torniamo indietro alle origini del metodo...
"L’“educazione alla terra” nasce negli Stati Uniti negli anni ‘80 ad opera del prof. Steve Van Matre, che crea attorno a sé il gruppo più grande del mondo di persone che operavano volontariamente nell’ambito dell’ambiente: l’Institute for Earth Education, attualmente esistente.
Tutto ebbe inizio dall’esperienza diretta del prof. Van Matre nel campo dell’“educazione ambientale”, nata negli anni ‘60, quando, ormai assodati i rischi e le problematiche del nostro pianeta, si cercava già di migliorare i comportamenti dell’uomo in tal senso. Col passare del tempo, il professore si rese conto che, in 20 anni di applicazione di questo metodo, troppo poco era cambiato, e occorreva una critica attenta sul perché i propositi iniziali stessero fallendo".
Cosa emerse da questa prima analisi?
"Venne subito fuori che sotto il concetto di “educazione ambientale” era finito un po’ di tutto: dalle escursioni con una guida, a qualsiasi laboratorio all’aperto, fino all’educazione fisica nelle scuole. Bisognava mettere a fuoco meglio gli obiettivi. Ecco che Van Matre propone un’alternativa, che chiama “educazione alla terra”, la quale si propone di «aiutare le persone a vivere più lievemente sulla Terra», sia a livello fisico, sia dal punto di vista dei comportamenti e degli atteggiamenti. (Il risultato di queste riflessioni viene pubblicato nel volume basilare “earth education... a new beginning”)".
Quando e come arriva in Italia la nuova metodologia?
"L’Istituto centrale, che ha sede a Cedar Cove in West Virginia, possiede numerosi “rami” in tutto il mondo: in USA, Canada, Giappone, Australia e, quanto all’Europa, in Olanda, Germania, Spagna e Inghilterra. In Italia l’“educazione alla terra” è sbarcata negli anni ‘90 ad opera di alcuni giovani che si erano formati in Inghilterra, e il “ramo” nazionale ha sede nel Parco fluviale del Pò e dell’Orba. Tra i vari coordinamenti regionali, ne esiste uno in Sicilia che fa capo all’Associazione Giona per la Terra, di cui io sono appunto referente".
Qual è la formazione dei membri della vostra Associazione e come vi siete avvicinati al metodo di Van Matre?
"Noi tutti abbiamo una formazione simile: qualcuno di noi è agronomo, la maggior parte proviene dalle Università di Scienze Naturali e Ambientali, anche se per forza di cose abbiamo dovuto approfondire conoscenze di sociologia, pedagogia e perfino recitazione. Uno dei nostri membri si è innamorato dell’approccio di Van Matre dopo aver seguito un corso di introduzione all’“educazione alla terra” nel Parco d’Abruzzo. Al suo ritorno, ci ha trasmesso il suo entusiasmo e abbiamo provato ad applicare questo metodo ad una serie di attività rivolte ai fruitori occasionali della splendida Riserva naturale dello Zingaro (Trapani). Qui nel 1997 è sorto Terra Magica, il primo centro stabile in Sicilia, dove le nostre attività, allargate pian piano anche alle scuole elementari e medie, sono andate avanti per 4 anni, registrando una media di 500 ragazzi all’anno. Gli operatori locali, che sono stati formati allora, oggi continuano ad applicare lo stesso metodo".
Dopo i primi quattro anni, come hanno avuto seguito le vostre attività?
Foto concessa dall'Associazione Giona per la Terra
"Dopo varie altre esperienze in giro per la Sicilia, dal 2000 abbiamo ottenuto in gestione una struttura all’interno del Parco delle Madonie, in cui abbiamo investito gran parte delle nostre energie. Il centro si chiama Pacha Mama che nella lingua degli Indios vuol dire “Terra Mamma”, perché ci piace pensare al nostro pianeta come una mamma che si prende cura di noi ma che dall’altra parte ha bisogno del nostro affetto. Qui abbiamo raggiunto picchi di 6000 presenze all’anno, tra fine-settimana per famiglie, campi estivi, formazione per le scuole superiori, per gli insegnanti, e per gli enti gestori delle aree protette".
Qual è la situazione allo stato attuale?
"Dopo 8 anni di pressanti richieste, finalmente il Parco delle Madonie ci ha riconosciuti come centro accreditato del Parco, quindi tutte le nostre iniziative sono patrocinate automaticamente da quest’ultimo. Inoltre l’Azienda Foreste Demaniali ha individuato l’“educazione alla terra” come metodologia ufficiale per tutte le attività didattiche di profilo ambientale che hanno luogo nelle riserve da essa gestite. Un altro importante passo è che stiamo per entrare in un coordinamento di centri di educazione ambientali a livello regionale, con lo scopo di creare una rete e promuovere iniziative sia singole che congiunte".
di Claudia Pecoraro
04 gennaio 2009
Nuovo regolamento per ridurre lo stand-by

Stand by. Abbiamo già parlato di di iniziative e tecnologie volte alla riduzione dei consumi legati allo stand by. A tal proposito è notizia di questi giorni come la Commissione Europea abbia appena adottato un regolamento sulla progettazione ecocompatibile volto a ridurre il consumo energetico in modalità stand-by a tutti gli elettrodomestici e prodotti elettronici per ufficio. Il regolamento stabilisce nuovi requisiti di efficienza energetica che permetteranno di ridurre il consumo di energia elettrica di quasi il 75% entro il 2020.
In sostanza dal 2010 il consumo energetico in modalità standby di nuovi prodotti dovrà essere inferiore a 1 watt o 2 watt. Questi valori saranno ridotti nel 2013 a 0,5 Watt e 1 watt, approssimandosi così ai livelli raggiungibili con la migliore tecnologia disponibile. La misura, secondo il Commissario dell’Energia Piebalgs, consentirà ai cittadini europei di risparmiare miliardi di euro e di evitare milioni di tonnellate di emissioni di CO2.
Il 7 luglio scorso, i rappresentanti degli Stati membri che costituiscono il comitato di regolamentazione sulla progettazione ecocompatibile, hanno approvato la proposta della Commissione per un regolamento in grado di ridurre il consumo di energia degli apparecchi domestici e dei prodotti per ufficio. Quindi la proposta è stata inviata al Parlamento europeo per la consultazione e la Commissione l’ha ora adottata in via formale, l’ultimo passo della procedura.
Simone Muscas in: Energia Tecnologia EcoConsigli Europa Risparmio energetico
03 gennaio 2009
Le nuove elettriche del futuro

Auto elettriche di taglia piccola, ibride e a idrogeno. Con la crisi petrolifera e quella economica che hanno raffreddato ulteriormente il già tiepido mercato dell’automobile, l’effetto serra che l’uso delle auto non contribuisce certo a diminuire e un’opinione pubblica sempre più attenta ai problemi ambientali, l'imperativo per le case automobilistiche è quello di trovare nuove fonti energetiche, meglio se rinnovabili, per consentire all'auto di risollevarsi dal livello di stagnazione in cui è piombata, presentando modelli meno inquinanti a costi ragionevoli e puntando al traguardo delle "emissioni zero" ( fonte: http://www.ilsussidiario.net )
A cominciare dalle case giapponesi, che si sono lanciate sulle ibride: Toyota leader mondiale, ha annunciato che per far fronte al periodo difficile dell'auto, spingerà maggiormente sulla produzione di auto ibride, mentre Nissan svelerà al Salone di Parigi di prossima apertura, Nuvu che deriva il nome dalla contrazione di “new view”, una concept car totalmente elettrica che la casa promette già di produrre in serie nel 2010. Sarà omologata per 2+1 posti, con il terzo sul sedile posteriore a scomparsa, avrà il tetto, composto da tanti pannelli solari a forma di foglia che servono a incamerare energia per la batteria e i dispositivi elettrici di bordo. Spaziosa e ariosa (l’altezza è di 1,55 metri e la larghezza 1,7 metri), Nuvu impiega per gli interni esclusivamente materiali naturali, organici e riciclati.
Honda si spinge oltre: produrrà FCX Clarity vettura ad idrogeno, prodotta dalla prima fabbrica al mondo dedicata alle vetture a celle a combustibile con sede in Giappone. Dopo 19 anni di sviluppo, inizia la produzione. Le vendite in leasing inizieranno negli Stati Uniti e in Giappone.
General Motorse dell'Electric Power Research Institute. Le nuove stazioni di servizio dovrebbero sorgere all'interno di garage pubblici e grossi parcheggi anche di compagnie private, e l'istituto di ricerca provvederà a progettare colonnine che siano sicure con qualsiasi clima e non pericolose per i bambini.
Distributori elettrici, auto elettriche. Il numero uno di GM, Rick Wagoner, ha presentato la versione definitiva della Chevrolet Volt, l'auto elettrica diventata ormai un simbolo per il colosso americano, che compie un secolo. Wagoner ha sottolineato come «l'industria automobilistica deve essere capace di raggiungere un traguardo fondamentale: lo sviluppo di propulsioni alternative».
La Volt è lunga 4,4 metri, larga 1,7 con un passo di 2,6 e una capacità di carico di 315 litri. Fino a 60 km/h, funziona nella modalità elettrica, alimentata dagli ioni di litio, che forniscono 16 kW. Poi entra in gioco un propulsore termico che agisce da generatore per ricaricare le pile e fa aumentare l'autonomia. Il modulo elettrico è il cuore del sistema: con oltre 220 celle agli ioni di litio nella batteria, la vettura sviluppa una potenza massima di 150 CV che si traduce in una velocità di punta di 160 km/h. Per fare il pieno di watt basta una presa da 220 V di quelle domestiche e tre ore di tempo.
GM prevede costi di gestione paragonabili a quelli di un frigorifero, intorno ai due centesimi di euro al chilometro, quando si usa la sola propulsione elettrica.
Non è da meno Chrysler, che si prepara a presentare al pubblico la sua nuova auto elettrica che sarà una diretta concorrente della Chevrolet Volt di General Motors. La macchina avrà in comune con la Volt l'ambizione di essere un'auto completamente "verde".
Secondo indiscrezioni, pubblicate dal Wall Street Journal, sarà equipaggiata con un motore elettrico che le garantirà un'autonomia di 40 km. Poi, come la Volt, dovrà ricaricare le batterie attraverso un piccolo motore a benzina interno alla macchina. L'autonomia in questa maniera dovrebbe superare i 500 km.
Tesla Motors ha avviato i lavori per la costruzione di un nuovo stabilimento. La fabbrica da 250 milioni di dollari sorgerà a San José e ospiterà l'assemblaggio di una berlina elettrica che sarà in vendita negli States verso la fine del 2010. Forte del successo della sua prima vettura elettrica, la Roadster elettrica, Tesla si appresta dunque a lanciare la novità denominata al momento Model S con un obiettivo di vendita fissato a circa 15 mila esemplari l'anno. Secondo il presidente di Tesla, Ze'ev Drori, la berlina elettrica dovrebbe costare attorno ai 60 mila dollari.
E la vecchia Europa? In Francia, gli incentivi fiscali alla Ricerca e Sviluppo all’industria automobilistica favoriscono i progetti dei nuovi veicoli ibridi o 100% elettrici. La politica d’oltralpe in materia di trasporti è una priorità dal governo francese. La ricerca di alternative in materia di energia da combustibile fossile, e la riduzione dei gas produttori di biossido di carbonio hanno favorito l’interesse per i motori elettrici azionati da batterie di nuova generazione ad elevata densità o da elettricità prodotta da batterie a combustibile. Al momento, queste batterie, associate ad un’elettronica innovativa, consentono un’autonomia media di circa 150 km.
Prototipi di veicoli elettrici di seconda generazione (con batterie al litio) sono già pronti come il modello Cleanova, già usato dalla Posta francese (La Poste), Veolia, Accord, e EDF. Il modello Cleanova è nato da una partnership tra diverse società tra cui SEV (Electronique Serge Dassault) ed Heuliez, progettista e costruttore di automobili di nicchia.
Il gruppo Bolloré invece sta lavorando in partnership con la società italiana Pininfarina al progetto BlueCar, un veicolo che dovrebbe essere pronto entro la fine del 2008.
Renault-Nissan invece produrrà auto 100% elettriche per Renault Israel nell’ambito di un progetto stimato intorno a 150 milioni di Euro: appuntamento con le vendite al pubblico nel 2011. Entro la stessa data, Renault-Nissan fornirà anche ai consumatori danesi veicoli totalmente elettrici progettati insieme alla società Project Better Place.
In Germania, Daimler ha presentato la nuova smart con alimentazione elettrica. Dieter Zetsche, Presidente e CEO di Daimler AG e Responsabile Mercedes-Benz Cars, si è complimentato con il team dell'impianto di Hambach per il lavoro svolto. «Il costante aumento della domanda conferma il successo ed il potenziale delle smart fortwo prodotte ad Hambach. Quest'anno abbiamo già venduto 90.000 automobili, oltre 16.000 destinate al mercato statunitense. A partire dalla metà del 2009 smart circolerà anche sulle strade cinesi».
La nuova smart fortwo electric offre al marchio nuovi margini di crescita: dalla fine del 2009 saranno messe in produzione una piccola serie di smart fortwo electric drive con batteria agli ioni di litio, che garantisce migliori prestazioni, maggiore durata e affidabilità superiore.
Ma anche le amministrazioni si preparano al cambiamento di rotta. Sarà il maggior progetto urbano al mondo sull'auto elettrica. E-mobility Berlin, annunciato dal gruppo Daimler insieme a Rwe (una delle maggiori utilità elettriche europee) prevede, nella capitale tedesca, 500 punti di ricarica veloce per auto elettriche e ibride, e la diffusione di almeno 100 Smart Ed (Electric Drive) dotate di nuove batterie a ioni di litio, ottimizzate per la ricarica rapida e più lunghe percorrenze (rispetto ai primi prototipi della piccola citycar del gruppo Daimler).
La novità, oltre alla dimensione capillare dei punti di ricarica (previsti anche in case private, parcheggi pubblici, shopping centers e complessi di uffici) sarà nell'applicazione estesa di soluzioni telematiche di infomobilità. Le Smart, infatti, saranno dotate di sistemi di pagamento automatico delle ricariche, di navigazione e ricerca delle stazioni Rwe, di ottimizzazione dei percorsi urbani e di tariffe elettriche ribassate (eco-power tariff) accessibili un po' a tutti.
Alle Smart Ed si aggiungeranno, dall'anno prossimo, nuovi modelli ibridi Mercedes (S 400 Blue Hybrid) dotati anch'essi di batterie a ioni di litio e delle stesse soluzioni di accesso a e-mobility Berlin. Altra novità la possibilità, per i possessori di auto elettriche e ibride, di "rivendere" in futuro alla rete l'energia in eccesso (vehicle-to-grid).
by solarnews
31 dicembre 2008
Anche la Cina vieterà le lampadine a incandescenza

Il governo di Pechino sta preparando un piano di azione per la soppressione progressiva delle lampade ad incandescenza in collaborazione con il Programma Onu per lo sviluppo ed il Fondo mondiale per l’ambiente.
La notizia ha ancora più valore perché la Cina rappresenta - tanto per cambiare - uno dei principali produttori mondiali di lampade ad incandescenza. Nel 2007 ne ha prodotte prodotte più di 4 miliardi, la metà delle quali destinate al mercato estero.
Sull’altro piatto della bilancia c’era però il consumo domestico interno. Oggi è pari al 12% del consumo complessivo e grazie alle lampade a basso consumo potrebbe essere tagliato almeno del 60% - il che equivale a gran parte dell’energia prodotta dalla famigerata diga delle Tre Gole.
La misura allo studio si aggiungerebbe alla campagna nazionale per sovvenzionare e promuovere l’utilizzo di 150 milioni di lampade a basso consumo, lanciata all’inizio del 2008 dalla Commissione di Stato per lo sviluppo e le riforme della Cina e dal ministero delle finanze. Grazie ad essa l’acquisto all’ingrosso di lampade “eco-energetiche” gode di una sovvenzione del 30%, mentre per l’acquisto al dettaglio l’aiuto sale al 50%.
da un articolo web
28 dicembre 2008
Per ridere un po'

Due escursionisti in montagna sono vicini ad un burrone. Il primo
dice: "Qui l'anno scorso e' caduta la mia guida...". "Ohhh che
tragedia, mi dispiace". E il primo: "Ah non importa! Era vecchia ... e
mancavano anche delle pagine ...".
Statistica : la scienza di produrre fatti inaffidabili a partire da dati certi.
Tanti auguri, Berlusconi, e grazie di cuore per tutto quello che non
hai fatto per noi.
Tanti auguri, Prodi, per non averci ancora detto che se vai su tu ci
fai un mazzo tanto.
Tanti auguri Fassino, perchè ogni volta che ti vediamo facciamo
commossi un'offerta ai bambini poveri e denutriti dell'Etiopia.
Tanti auguri, Bossi, che il nuovo anno ti porti una badante ucraina.
Tanti auguri Vespa. perchè grazie al tuo libro ora sappiamo cosa
regalare per le feste. Il libro di un altro.
Tanti auguri Benigni, perchè senza tutti i miliardi che hai fatto
grazie al solo 4% di tasse che Berlusconi ti ha concesso di pagare,
ora non potresti farci ridere così su Berlusconi.
Tanti auguri a tutti i nostri politici, che grazie al loro grande
spirito di sacrificio hanno permesso al paese di essere fra le prime
potenze del mondo, dopo il Bangladesh.
Tanti auguri al giudice di Udine che ha condannato a dieci mesi di
prigione un marocchino, reo di aver rubato addirittura una merendina
alla Coop. E' giusto dare l'esempio.
Tanti auguri Fiorani e Tanzi, che tra qualche giorno saranno di nuovo
fuori, dimenticati dalla stampa.
Tanti auguri Fazio, che ha dato al paese un esempio di lealtà,
correttezza e onestà, dimettendosi.
Tanti auguri anche a Busi, che il nuovo anno gliene porti di più.
Tanti auguri alla mia famiglia, che mi sopporta al par vostro.
Tanti auguri al mio meccanico, che dopo le ultime riparazioni è andato
alle Seychelles.
E infine tanti auguri a tutti voi, che Babbo Natale vi porti ciò che
più desiderate al mondo, a patto che non sia il mio culo, beninteso.
24 dicembre 2008
La rottamazione del pane

Varese, rottamazione del pane
pubblicato da Marina in: Italia Foto & video Alimentazione
Per caso sono venuta a conoscenza di questa singolare proposta di un panificio di Varese che “rottama” il pane secco restituendo 30 centesimi per ogni chilo di pane consegnato. Per il mese di novembre, periodo in cui è partita la “rottamazione del pane”, ne sono stati consegnati appena 3 chili. Da dicembre, invece, sembra che le cose vadano un po’ meglio, anche perché l’iniziativa inizia a farsi conoscere.
L’ideatore si chiama Davide Piatti, titolare della Panetteria Piatti a Varese che dona il pane secco alle fattorie della zona e a cui aggiunge appunto quello che riceve dai clienti. Purtroppo, a causa di leggi sulla sicurezza sanitaria non è possibile per le panetteria donare il pane che resta (se resta) a fine giornata a chi ne ha bisogno, ma può essere solo buttato via. Dunque il Sig. Piatti in questo modo cerca di recuperare uno spreco.
22 dicembre 2008
Tegole a celle solari... con il fotovoltaico
Il mercato del fotovoltaico, pur essendo molto giovane in Italia, sta vedendo una forte ascesa; ciò grazie alla maggiore sensibilizzazione dell’opinione pubblica al problema del riscaldamento planetario, ma anche in virtù delle agevolazioni fiscali governative. La diffusione dei pannelli solari ha, però, incontrato un ostacolo non indifferente nella struttura dei nostri edifici, i cui tetti sono spesso coperti da tegole in cotto (rosse, arancioni o marroni).
I tradizionali impianti fotovoltaici, se introdotti in tale contesto, causano un riconosciuto peggioramento estetico delle città, alterando le caratteristiche architettoniche originarie dei centri storici. Esistono anche delle normative urbanistiche che impongono forti limiti in merito.
Pertanto, gli studi nel campo del fotovoltaico si sono concentrati, nel corso degli ultimi anni, sulla ricerca di nuove soluzioni strutturali, le quali consentissero l’integrazione dei dispositivi nel tessuto architettonico-storico delle città italiane. Il risultato è stato la realizzazione di tegole (o affini) che assomigliassero il più possibile a quelle in laterizio, per forma, struttura e colore.
L’obiettivo è stato raggiunto in particolare da Techtile, ultimo prodotto della REM Spa, azienda impegnata nella progettazione di impianti fotovoltaici e per il solare termico altamente avanzati.
Le tegole Techtile sono ecologiche, in quanto prodotte con materiali completamente riciclabili, e nascondono perfettamente le celle fotovoltaiche grazie al loro aspetto. Esse hanno, infatti, forma semicilindrica e colore a scelta tra cotto, testa di moro e sabbia; il risultato è che - a distanza - esse appaiono del tutto identiche a quelle tradizionali. Ogni tegola Techtile ospita una cella fotovoltaica; per ottenere 1kWp servono circa 250 tegole.
La tecnologia Techtile prevede delle strutture di base a pannelli (Techtile Basic), su cui si possono agganciare le tegole fotovoltaiche vere e proprie (Techtile Energy), oppure quelle solari termiche (Techtile Therm). Le prime inglobano ciascuna - come già detto - una cella fotovoltaica, la quale trasforma l’energia solare in energia elettrica, in virtù delle proprietà fisiche del materiale di cui è fatta (il silicio); l’energia così prodotta potrà essere utilizzata per l’illuminazione e le altre esigenze domestiche.
Tegole fotovoltaiche Techtile Energy
Le seconde, invece, che integrano (per file) un tubo a vuoto, sono volte al riscaldamento dell’acqua, secondo la tecnologia del solare termico; esse consentono di alimentare il sistema sanitario e impianti di riscaldamento a bassa temperatura. Il tutto può essere controllato dall’interno dell’abitazione tramite una centralina (Techtile Control), la quale consente di effettuare misurazioni e rilevare eventuali anomalie di funzionamento. La centralina è anche collegabile ad un computer, così che i dati possano essere registrati ed analizzati comodamente.
Sono disponibili sul mercato anche altre due versioni di tegola fotovoltaica: Tegosolar e Prefa Solar.
Le Tegosolar sono realizzate dall’azienda Tegola Canadese, in collaborazione con United Solar Ovonic. Anch’esse hanno una struttura modulare, ma sono meno frazionabili delle Techtile (ossia, l’entità base è più grande di una singola tegola classica). Flessibili e leggere, offrono una buona resa energetica anche con cielo nuvoloso e in presenza di nebbia: esse, infatti, sono in grado di catturare, oltre alla luce diretta, anche quella diffusa. Ciò permette loro di essere impiegate agevolmente anche nella copertura di tetti piani e mal orientati. Ogni tegola è composta da 11 celle connesse, per una capacità complessiva di 68W. Le aziende che hanno firmato il progetto sostengono che esse rendano dal 10 al 20% in più dei moduli tradizionali.
Tegola fotovoltaica Prefa Solar
L’azienda Prefa, invece, propone le tegole Prefa Solar. Esse integrano le celle fotovoltaiche nel supporto inferiore, cosicché il sistema di copertura rimane integro, privo di discontinuità di materiale o colore, in perfetta complanarità. Anche in questo caso, le dimensioni dell’unità base sono superiori a quella del singolo coppo di laterizio, ma il fatto che siano disponibili in 10 colori standard, con celle a loro volta di due diverse colorazioni, rende le tegole Prefa facilmente adattabili ad ogni tipo di contesto, urbano e non.
La riduzione dell’impatto ambientale e paesaggistico delle strutture favorirà - senza dubbio - un più largo impiego del sistema fotovoltaico, il quale consente facilmente la produzione di energia pulita a livello individuale.
Il GSE (Gestore Servizi Elettrici) ha dichiarato che nel 2008 il nostro Paese ha raggiunto i 200MW di energia prodotta tramite fotovoltaico: la capacità degli impianti installati nel 2006 è di 9.4MW, quella del 2007 è di oltre 70MW, mentre nell’anno in corso si è arrivati a 120MW.
L’obiettivo che si vuole raggiungere è ambizioso e, purtroppo, ancora lontano: 3000 MW di energia prodotti da fotovoltaico (annualmente), entro il 2016. Ma il trend crescente rappresenta senza dubbio un segnale positivo.
Il verde Fabio Roggiolani, presidente della IV Commissione CRT Toscana, è molto ottimista; in occasione di una conferenza stampa in cui venivano presentate a Firenze le tegole fotovoltaiche, egli ha affermato: “Questa tecnologia consente di portare il solare proprio a tutti, anche nei centri storici: le aziende sono pronte per il salto di qualità e, con queste innovazioni, anche nelle zone tutelate si potranno avere case solari ad impatto visivo "zero", superando le ultime barriere legislative ed i contrasti con le sovrintendenze".
Tegola fotovoltaica Tegosolar
Purtroppo, se è vero che il fotovoltaico fa ricorso ad una fonte inesauribile (il Sole) per produrre energia, senza immettere gas nocivi nell’ambiente, bisogna considerare che essa non è una tecnologia per il momento particolarmente efficiente. Il rendimento di conversione da energia solare ad elettrica, infatti, è ancora piuttosto basso. Inoltre l’energia elettrica prodotta con tale processo ha un costo superiore (fino a cinque volte) rispetto a quello dell’energia derivante da sistemi tradizionali.
E’ evidente che occorre investire ancora molto nella ricerca in questo settore, per rendere la tecnologia più efficiente e ottimizzare il rapporto tra l’energia prodotta e i costi sostenuti.
Alla fine dei conti, il contenimento dei consumi e la riduzione degli sprechi restano le uniche strategie realmente efficaci, al fine di risparmiare energia e denaro, nonché limitare l’impronta ecologica lasciata dall’umanità sul pianeta Terra.
Virginia Greco
17 dicembre 2008
Il caffe usato come biodiesel
![]()
Secondo uno studio dell’Università del Nevada-Reno, pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, dagli oltre 7 miliardi di tonnellate di caffè consumati ogni anno nel mondo, potrebbero venire prodotti circa 1,2 miliardi di litri di biodiesel. I resti del caffè risultano particolarmente adatti alla conversione in carburante poiché già contengono il 10/15% di olio a seconda della varietà (arabica o robusta).
Il biodiesel prodotto, inoltre, è molto stabile, a causa degli agenti anti-ossidanti contenuti nel caffè, mentre il residuo può essere utilizzato come compost per il terreno o pellet per stufe. I ricercatori hanno asciugato i resti di caffè della Starbucks (già impiegati come compost negli USA), mischiandoli successivamente con dei solventi per estrarne l’olio contenuto dopo un passaggio in una centrifuga. I solventi vengono poi recuperati e riutilizzati nel ciclo successivo.
Il risultato finale è del biodiesel dal totale dell’olio estratto dal caffè. Il settore del caffè in Italia alimenta un giro d’affari alla produzione che si aggira sui due miliardi di euro. I torrefattori in attività sono circa 750 e trasformano annualmente poco più di 6,8 milioni di sacchi di caffè verde (un sacco = 60 kg), tutto importato. Questo vuol dire che nel 2007 sono state importate circa 420 mila tonnellate di caffè; usare lo scarto per fare carburante e compost potrebbe essere una buona idea per accrescere l’indipendenza energetica.
by ecoblog.it
15 dicembre 2008
Mangiare con gusto fa bene alla linea

Chi mangia assaporando il gusto delle pietanze è meno a rischio di diventare obeso rispetto a chi si nutre senza provare piacere per i piatti che consuma.
Questa è la conclusione a cui è giunto uno studio scientifico condotto negli Stati Uniti presso l'Oregon Research Institute (Ori) da Eric Stice e pubblicato sulla rivista “Science”.
Da tempo si ipotizzava che gli obesi mangiassero di più per via di un ridotto senso di soddisfazione tratto dal cibo: mangiare di più li aiuterebbe a compensare questo deficit. Adesso, secondo la ricerca dell'Ori, se ne ha la prova: gli esperti hanno misurato l'attivazione dei centri del piacere con la risonanza magnetica funzionale in un gruppo di ragazze che sorseggiavano un milkshake al cioccolato.
E' emerso che quelle i cui centri del piacere si attivavano di meno in risposta al frappé, ricontrollate un anno dopo, erano le ragazze ingrassate di più. Lo studio suggerisce dunque la possibilità di combattere l'obesità anche agendo a livello cerebrale sui centri del piacere.
Lo striato dorsale è l'area cerebrale che recepisce il piacere del cibo: tanto minore è la sua attivazione mentre si mangia, tanto più si è a rischio di obesità.
A conferma di questo risultato, lo stesso rischio è emerso per persone che hanno un difetto genetico che causa un malfunzionamento dei centri del piacere. Che mangiare, oltre che una necessità, sia un piacere non vi sono dubbi: lo è anche per il cervello. Infatti mangiando si attivano le stesse aree accese dalle dipendenze, che sono poi anche i circuiti che rispondono al piacere sessuale.
Si apre dunque, adesso, una nuova risposta scientifica alle cause dell'obesità, fenomeno in crescita e legato essenzialmente alla sedentarietà e alla cattiva alimentazione.
È ipotizzabile che nel prossimo futuro, per mantenere le signore più in forma e gli uomini più tonici e in linea, si studino interventi sinergici tra la farmacologia e la terapia del comportamento perchè le aree cerebrali del piacere funzionino a dovere.
Un consiglio sempre valido è quello di evitare la fretta quando si mangia, di masticare bene ciascun boccone e di sapersi rilassare al momento del pasto, gustandoselo meglio che si può.
I ritmi frenetici della vita moderna sono, effettivamente un grosso ostacolo, ma bisogna combatterli con l'organizzazione razionale del proprio tempo. Ci guadagneremo tutti in salute e benessere psicofisico.
by italia in salute
09 dicembre 2008
I rischi del fumo passivo
![]()
Se volete avere un bebè e diventare mamme felici tenetevi ben alla larga dal fumo: non soltanto dal vostro, ma anche da quello di chi vi sta accanto.
Un nuovo studio scientifico americano, pubblicato sulla rivista “Tobacco Control”, ha evidenziato come il fumo passivo sia un vero e proprio nemico della maternità: esso infatti aumenta, anche a distanza di anni dalla sua inalazione, di ben il 60% il rischio di infertilità femminile e di aborti spontanei.
Questo ulteriore avvertimento che viene dalla scienza dovrebbe convincere ancora di più tutti i fumatori, e specialmente le fumatrici o chi è vicino a donne in età fertile o incinte, a dire il definitivo addio alle sigarette.
Un'altra ricerca scientifica, pubblicata di recente, aveva invece messo in luce come anche gli uomini che vogliano diventare papà rischiano tanto: il fumo attivo e passivo, infatti, rende nel tempo gli spermatozoi immobili e dunque incapaci di fecondare gli ovuli femminili.
Insomma, se la correlazione tra fumo passivo e insorgenza di tumori era nota, con centinaia di morti l'anno nel mondo, tanto che lo scorso giugno un pool internazionale di scienziati ha dichiarato guerra senza sconti alla 'sigaretta subita' sollecitando, dalle pagine della prestigiosa rivista Lancet, politiche precise da parte dei governi, ora c'é un valido motivo in più per dire 'no' alla sigaretta altrui: a rischio sono, anche, le culle.
La ricerca scientifica dell'University of Rochester (USA) dimostra come anche le bambine esposte a fumo passivo corrono il rischio di essere donne con problemi di infertilità da adulte e di andare incontro più facilmente ad aborti spontanei.
Gli studiosi americani hanno esaminato un campione di 4800 donne non fumatrici, individuando tra esse un sottogruppo di persone che era esposto, nell'infanzia o ancora attualmente, a sei o più ore di fumo passivo. Queste donne, costrette nel passato o nel presente a subire il fumo altrui, presentavano un rischio di infertilità e aborti spontanei maggiorato del 68% rispetto alle altre partecipanti alla ricerca. La conferma di questo dato viene anche dal rilievo statistico per cui il 40% delle “fumatrici involontarie” aveva avuto già problemi di infertilità o aveva già subito uno o più aborti spontanei.
Parlando della sua indagine scientifica, il ricercatore Luke Peppone, del Rochester's P. Wilmot Cancer Center, afferma che si tratta di uno dei primi studi che dimostra gli effetti a lungo termine del fumo passivo sulle donne ai fini della fertilità. I dati raccolti e i risultati raggiunti sono allarmanti, secondo l'esperto, e mettono in guradia da un ulteriore pericolo per la salute derivante dal fumo passivo.
Come abbiamo già illustrato in un altro nostro articolo, due recenti studi delle Università di Catania e di Siena avevano dimostrato come il fumo passivo fosse responsabile di seri danni alla motilità degli spermatozoi, riuscendo perfino a renderli immobili del tutto a causa delle sostanze che si liberano nel corpo con la combustione della sigaretta, come la nicotina e il monossido di carbonio.
Gli altri dati a disposizione sul fumo sono tutti ugualmente seri e allarmanti: concordano all'unanimità nello spingere a smettere di fumare.
L'organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) avverte che chi inizia a fumare in giovane età, e continua a farlo regolarmente negli anni, ha il 50% di probabilità di morire per patologie scatenate dalla dipendenza dal tabacco.
Il fumo passivo, ancora più ingiusto e subdolo, purtroppo non è d ameno in quanto a danni inferti alla salute: solo in Italia, tra i non fumatori si registrano ogni anno 500 decessi per tumore al polmone e oltre 2.000 morti per malattie ischemiche del cuore causate, appunto, dal fumo subito.
Chi ancora fuma, faccia un favore a stesso e agli altri: la smetta. Una volta per tutte.
by italia salute
07 dicembre 2008
Il miglior contagio: la FELICITA'

La felicità non riesce a stare sola. Traspare dagli occhi, trasuda nelle mani, vibra nel corpo e alla fine come un virus scappa e si trasmette a chi si trova accanto. E c'è un gruppo di scienziati che ha provato a disegnare una mappa del "contagio", chiedendo a 5mila individui, per ben vent'anni di seguito, quanto si sentissero felici, facendo il riscontro con mogli, fratelli, amici e vicini di casa. A furia di unire puntini colorati (le persone, ognuna con il suo punteggio del buon umore) si è formato sul tavolo dei ricercatori americani un disegno che sembra quello di una mano innervata da vasi sanguigni. Ogni pulsazione della felicità parte da un punto e si trasmette come un fluido lungo tutto l'organismo.
Non tutto è rose e fiori, ovviamente. Anche il contagio segue le sue regole, e gli autori della ricerca "La diffusione della felicità in un'ampia rete sociale di individui", pubblicata oggi sul British Medical Journal, ne hanno individuate alcune. La legge del contagio, per iniziare, non sembra funzionare fra colleghi.
Il luogo di lavoro è come un cuscinetto che blocca il flusso di felicità da un individuo all'altro" spiegano James Fowler dell'università della California a San Diego e Nicolas Christakis dell'Harvard Medical School. I due (sociologo il primo, un medico specializzato nel rapporto fra umore e salute il secondo) sono gli autori di uno studio che ha scavato fra montagne di dati, interviste e fatti personali relativi a 5.124 persone negli Stati Uniti.
Nonostante il successo dei gruppi su Internet - è la seconda regola del contagio - le emozioni positive non sono capaci di viaggiare né in rete né via telefono. Come un virus vero e proprio, la felicità per trasmettersi ha bisogno del contatto fisico. E questo ci riporta un po' più indietro nella nostra scala evolutiva, ai tempi in cui la tecnologia delle comunicazioni non aveva ancora messo le ali. "Molte delle nostre emozioni si trasmettono attraverso i segnali del corpo, e il viso ha un ruolo principe in questo", spiega Pio Ricci Bitti, che insegna psicologia all'università di Bologna e ha studiato la comunicazione dei sentimenti tra gli uomini.
"Il contagio dipende probabilmente dal meccanismo dell'empatia e dei neuroni specchio. Quando osserviamo una persona manifestare un sentimento, nel nostro cervello si attivano le stesse aree che sono "accese" in quel momento nel cervello dell'interlocutore".
Nell'ultimo decennio lo studio dei neuroni specchio - iniziato in Italia, a Parma, dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti - ha aiutato molto a spiegare come avviene la condivisione delle emozioni e come individui diversi possano entrare "in sintonia". I detrattori di questa teoria sostengono che il meccanismo dell'empatia (negli uomini come negli animali) scatti solo quando osserviamo un altro individuo muoversi. Ma se consideriamo i gesti che una persona compie con il viso e il resto del corpo quando è felice, non è difficile completare il salto dai movimenti del corpo alle emozioni della mente. "E non solo la gioia può trasmettersi in questo modo. Pensiamo alla commozione e al pianto, quanto rapidamente invadono un gruppo di persone riunite insieme", aggiunge Ricci Bitti.
Commozione e felicità viaggiano veloci tra gli uomini. Non così avviene invece per la tristezza, che nella mappa dei ricercatori americani rimane confinata in piccoli bacini privi di emissari. A tutte le loro conclusioni, Fowler e Christakis hanno dato anche un riscontro numerico. Una persona che abbia un amico, parente o partner felice ha una probabilità di essere anch'egli soddisfatto più alta del 9 per cento rispetto alla media. Stare invece accanto a un individuo depresso fa aumentare l'umore grigio solo del 7 per cento. Ma Paolo Legrenzi, psicologo che insegna all'università Iuav di Venezia e per Il Mulino ha scritto "La felicità", trova un carattere molto americano in questo dato, che non necessariamente ha corrispondenza sul nostro versante dell'oceano.
"Oggi negli Stati Uniti la felicità ha un valore sociale positivo, mentre la tristezza non è vista di buon occhio. E questo porta gli individui depressi (ma magari sono solo malinconici) a isolarsi". Ecco che nello studio del British Medical Journal la tristezza diventa una macchia senza ramificazioni. "Ma se pensiamo alla Germania romantica dell'800, erano piuttosto gli allegroni a doversi nascondere per non fare la figura di individui superficiali e vuoti. In quel caso avremmo avuto dei risultati completamente capovolti.
L'imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar, nonostante il suo incedere malinconico, è felice per aver raggiunto maturità ed equilibrio. E noi in Italia siamo in una posizione di mezzo. Nelle nostre soap opera per esempio non incontriamo mai protagonisti davvero felici. Ci sono problemi, complicazioni. In questo siamo un po' più sofisticati degli statunitensi. Da noi i risultati di una ricerca sulla contagiosità della gioia darebbe risultati frastagliati".
In uno studio che è considerato il fratello minore di quello attuale e che fu pubblicato nel 1984, Fowler e Christakis misurarono che vincere 5mila dollari alla lotteria poteva aumentare le probabilità di essere molto felici del 2 per cento. Oggi dunque - sarà anche l'effetto della crisi - trovare un amico vale molto di più che trovare un tesoro. Una persona con cui si è in sintonia, se abita nel raggio di un chilometro e mezzo da casa propria, può innalzare le chance di gioia del 25 per cento. Un po' meno efficace, ma sempre più prezioso della lotteria, è il contributo del partner con cui si convive (più 8 per cento), mentre fratelli e sorelle (purché, come sempre, abbastanza vicini da poterci scambiare un'occhiata o un abbraccio) contribuiscono con il 14 per cento.
L'uso di una contabilità così minuziosa per misurare una sensazione impalpabile come la gioia può lasciare perplessi. Ma l'introduzione di indicatori numerici, oggettivi nei limiti del possibile, nella misurazione della felicità avvenne negli anni '70. Fowler e Christakis hanno pescato i loro dati da uno studio che era nato nel 1948 per misurare la salute cardiovascolare di un gruppo di persone (il Framingham Heart Study), e si è esteso nel corso dei decenni anche al rapporto fra cuore e buon umore. Nei questionari distribuiti ai 5mila volontari, comparivano domande come "Sei ottimista nei confronti del futuro" o "Sei felice" e "Ti senti più soddisfatto rispetto agli altri". "Tra individui dello stesso sesso - spiega Mario Bertini, professore di psicologia della salute alla Sapienza di Roma - la diffusione dell'emozione avviene molto più rapidamente che non fra individui di sesso opposto. E nello studio si vede anche un livello di reciprocità alto: chi dà gioia, spesso la restituisce".
Il contagio della felicità, hanno notato i ricercatori americani, non è limitato al contatto diretto ma riesce a penetrare fino a tre gradi di separazione.
L'amico dell'amico dell'amico di una persona sorridente, pur non sapendolo, è infatti più felice anche grazie a lei. "Qualcuno che non conosciamo e non abbiamo nemmeno mai incontrato ? conferma Fowler ? può influenzare il nostro buon umore più di cento banconote nelle nostre tasche. È incredibile quanto potere abbiano le persone che ci vivono accanto".
di ELENA DUSI
03 dicembre 2008
Scoperta una sostanza che ha virtù anticancerogene: OLEOCANTALE

OLIO EXTRAVERGINE PER PREVENIRE I TUMORI
Oleocantale è un pizzico di salute in più il sapore che si avverte in gola gustando olio extravergine di oliva. Dipende da un composto naturale, un antinfiammatorio. Spiegano ricercatori del Monell Chemical Senses Center di Philadelfia, ha gli stessi effetti di uno degli antidolorifici non steroidi NSAIDs più usati.
Secondo quanto riferito dalla rivista Nature la presenza di questo composto potrebbe essere all'origine delle proprietà benefiche dell'olio d'oliva, infatti come l'ibuprofene anche questa sostanza, assunta grazie a un regolare consumo potrebbe essere anticancerogena.
La scoperta dell'oleocantale non può che dirsi fortuita perchè ha preo per la gola Beauchamp durante un meeting di gastronomia molecolare tenutosi in Abruzzo dove lo scienziato aveva gustato dei piatti con olio extravergine novello riconoscendo in quel sapore pungente la stessa sensazione provata nell'ingoiare ibuprofene.
Guidato dall'idea sulla similitudine delle proprietà organoelettriche di due sostanze possono nascondere importanti somiglianze chimiche, l'esperto si è messo alla ricerca di quel composto comune.
Così l'esperto si è imbattuto in un composto fino ad allora sconosciuto e senza nome e lo ha battezzato oleocantale, nome che sta ad indicare che trattasi di un'aldeide (ale) che deriva dall'olio di oliva (oleo) che è pungente (canth). Per verificare che fosse veramente l'oleocantale responsabile del sapore del condimento gli scienziati hanno testato diverse qualità di olio di oliva verificando che maggiore era il contenuto di oleocantale in ciascuna, più forte il gusto pungente dell'olio. Inoltre i ricercatori hanno ricostruito in laboratorio la forma sintetica della molecola constatando che aveva identiche caratteristiche di quella naturale. Per vedere poi se la sensazione che aveva portato Beauchamp sulle tracce della molecola non fosse infondata, l'esperto ha testato le proprità antinfiammatorie e antidolorifiche dell'oleocantale trovandolo capavce di inibire alcuni enzimi, proprio i bersagli dell'ibuprofene. Non c'è dubbio qundi che l'oleocantale sia a sua volta un antidolorifico.
"La dieta mediterranea, della quale l'olio d'oliva è un componente centrale", dichiara Beslin (ricercatore MMCSC) "è da tempo associata a molteplici effetti e benefici per la salute, riducendo il rischio di infarto e ictus, alcuni tipi di tumore e di demenza. Effetti benefici simili sono associati all'uso prolungato di alcuni NSAIDs come aspirina e ibuprofene. Adesso che sappiamo dell'esistenza dell'oleocantale e delle sue proprietà antinfiammatorie sembra plausibileche la molecola giochi un ruolo casuale negli effetti benefici della dieta dove l'olio d'oliva è la principale sorgente di grassi".
Detta in altre parole, l'oleocantale potrebbe essere la nuova aspirina naturale.
Un sorso d'olio invece della pillola? Io aggiungo al sorso una fetta di pane toscano insipido, mentre sono allergico alle aspririne.
02 dicembre 2008
Olio di palma : ovvero come si imbroglia

È partita dall'Indonesia alla volta dell'Olanda una nave cisterna carica di olio di palma, il primo a vantare il certificato di sostenibilità ambientale e sociale rilasciato dalla Rspo (la Tavola rotonda dell'olio di palma sostenibile). Ma non c'è nulla da festeggiare, avverte Greenpeace. Anzi, c'è da protestare. Un attivista dell'associazione l'ha fatto incatenandosi all'àncora della Gran Couva, resistendo per ore al getto degli idranti e ritardando la partenza della nave. Secondo Greenpeace, il certificato di sostenibilità concesso alla United Plantations, che possiede migliaia di ettari in Malesia e Indonesia e fornisce olio di palma a Nestlé e Unilever, è solo «una cortina fumogena» che copre i soliti misfatti: appropriazione indebita di aree forestali, degradazione di foreste pluviali e torbiere, conflitti con le popolazioni locali.
Greenpeace per un verso accusa gli ispettori della Rspo d'aver «chiuso gli occhi» di fronte alle innumerevoli irregolarità commesse dalla United Plantations, per un altro lamenta che i criteri di certificazione adottati sono troppo blandi e permissivi. Ad esempio, la United Plantations, ottenuta la certificazione di sostenibilità per le sue piantagioni in Malesia, può continuare a distruggere la foresta in Indonesia. Il sospetto che la certificazione sia solo un'operazione di maquillage cresce quando si apprende che i cavalieri di questa «tavola rotonda» - creata nel 2002 - sono oltre duecento aziende (in gran parte multinazionali) che usano l'olio di palma per fare saponi, detersivi, cosmetici, cioccolati (compresa la Nutella), biscotti, gelati, margarina, patatine, dadi, cibi congelati... Attorno alla «tavola rotonda», presieduta dalla Unilever, siedono Nestlé, Procter&Gamble, Kraft e la nostrana Ferrero.
L'olio di palma copre il 21% del mercato mondiale dell'olio commestibile, è il più usato dopo quello di soia. Negli ultimi vent'anni la produzione di olio di palma è triplicata. Per far posto ai palmeti nel Sud Est asiatico (Malesia, Indonesia, Borneo) sono stati tagliati e bruciati milioni di ettari di foresta, liberando in atmosfera un enorme quantità di anidride carbonica, il principale gas serra. Si sono intaccate anche le torbiere, un magazzino naturale sotterraneo di Co2. Ecco perchè l'Indonesia è il terzo produttore mondiale, dopo Usa e Cina, di anidride carbonica. Oltre agli effetti sul clima, il prezzo pagato al boom dell'olio di palma è il drastico impoverimento della biodervisità: specie animali a rischio d'estinzione, abbandono imposto alle comunità indigene delle colture tradizionali.
Contro la deforestazione causata dall'industria dell'olio di palma Greenpeace ha condotto diverse campagne internazionali e raccolto migliaia di firme. Ha lanciato la parola d'ordine «deforestazione zero»: basta tagliare foreste e distruggere le torbiere per far posto ai palmeti. Persino l'Unilever, a parole, ha aderito alla moratoria. Un impegno di facciata, vista la leggerezza con cui è stato rilasciato il primo certificato di sostenibilità all'olio di palma della United Plantations.
La prossima settimana l'industria dell'olio di palma terrà a Bali il sesto incontro annuale della «tavola rotonda». E' indispensabile che in quella sede vengano fissati criteri più rigidi per certificare la sostenibilità dell'olio di palma, dice Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia. Altrimenti, le aziende continueranno a «imbrogliare» il mercato e i consumatori.
26 novembre 2008
La vista: un bene prezioso

Il dono della vista è tra i più preziosi che abbiamo ricevuto e, per molti di noi, è molto difficile persino immaginare di venirne privati. Le attività che possiamo svolgere tramite gli occhi sono innumerevoli eppure, da recenti indagini, risulta che gli italiani curano troppo poco la salute dei propri occhi, specialmente quando si tratta dei più piccoli.
A causa di trascuratezza e mancate visite dall'oculista il 6% dei baby-italiani under 5 è strabico, miope, ipermetrope o astigmatico, ma più di uno su tre (34%) non porta gli occhiali anche se ne avrebbe bisogno. Tra uno e 5 anni la quota di chi corregge il difetto è quindi del 66%. E anche se il dato sale all'80% nei bambini di 6-13 anni e all'83% negli over 14, in generale un connazionale su 5 non si è mai sottoposto a controlli oculistici, più di 6 su 10 (oltre 35 milioni) non fanno una visita da oltre tre anni e uno su 4 ha un problema non corretto. Nella Penisola resiste insomma il tabù dei 'quattrocchi', secondo la fotografia scattata da un'indagine commissionata a Cra (Customized Research Analysis) dalla Commissione difesa vista (Cdv) e presentata oggi al Comune di Milano. Presente l'assessore alla Salute, Giampaolo Landi di Chiavenna, che annuncia l'impegno di Palazzo Marino per la vista dei meneghini. Con la collaborazione di Cdv, afferma, "nel febbraio 2009 prevediamo di lanciare uno screening di massa" per intercettare i difetti visivi sotto la Madonnina e promuoverne la correzione. Una campagna che dovrebbe partire nella seconda metà del mese e viaggiare a bordo di appositi camper. L'assessore ricorda infatti che "il 2009 sarà per Milano l'Anno della salute. Ogni mese avvieremo uno screening in tutta la città, con particolare riguardo verso le aree più disagiate", per la prevenzione delle malattie e la promozione di una concezione più responsabile del benessere. "Al termine dei due semestri promuoveremo gli Stati generali della salute a Milano", e in quest'opera di sensibilizzazione verranno coinvolti "Asl, ospedali, personale sanitario e associazioni di volontariato". L'idea di Landi è quella di "dedicare uno dei primissimi screening di massa dell'Anno della salute alla vista": un senso 'malato' nella metà degli italiani, ma a rischio nell'88% di chi quotidianamente utilizza un computer per lavoro, studio o per gioco, sottolineano gli esperti. L'indagine Cdv rileva che più del 60% dei piccoli italiani di 1-5 anni non è ancora stato sottoposto a una visita oculistica completa. E appena nel 29% dei casi in cui il check-up è avvenuto l'iniziativa è partita dai genitori. La percentuale di chi è andato dall'oculista almeno una volta cresce al 72% tra i 6-13enni, ma anche in questa fascia d'età mamme e papà sembrano non badare più di tanto al benessere visivo dei figli: soltanto nel 22% dei casi sono stati i genitori a pensare al controllo. Fra gli ultra 14enni l'85% ha fatto almeno una visita oculistica completa, ma il 15% dei connazionali che non hanno mai visto lo specialista appartiene alla categoria dei giovanissimi e il 32% di chi sfugge all'oculista è un teenager tra 14 e 17 anni. Gli specialisti chiamano in causa le istituzioni. Una seconda ricerca condotta da Cra per conto della Cdv dimostra infatti che, "sebbene il Piano sanitario nazionale 2006-2008 contenga un intero paragrafo sulla prevenzione sanitaria e sulla promozione della salute - precisa l'avvocato Silvia Stefanelli, responsabile dell'indagine - non vi è ancora alcun accenno a programmi di prevenzione in campo visivo". In altre parole, le visite di prevenzione oculare sono affidate alla volontà del singolo. Da qui "la necessità di avviare una politica di sensibilizzazione sul problema vista", dice Landi di Chiavenna. Per la Cdv "una missione fin dalla sua nascita nel 1972", puntualizza il presidente della Commissione, Vittorio Tabacchi, perché "grazie alla prevenzione si potrebbe evitare il 75% della cecità negli adulti" oltre al 50% di quella nei bambini. Landi evidenzia che "la Lombardia è la prima regione italiana per numero di ciechi: conta almeno 45 mila non vedenti e un numero triplo di ipovedenti". Ma giocare d'anticipo può salvare gli occhi. "Controllare la propria vista è un dovere verso se stessi", chiude.
Quando vogliamo intendere che una cosa è assai preziosa (e costosa) diciamo che “vale un occhio della testa”: cerchiamo dunque di non compromettere la salute di entrambi i nostri occhi semplicemente per la scarsa voglia di andare a farci controllare la vista. Uno screening annuale dall'oculista è consigliabile, specialmente per i bambini e per chi lavora in situazioni d'affaticamento visivo.
22 novembre 2008
Una passeggiata per battere la GOLA

Provate un irresistibile desiderio di mangiare una particolare leccornia? Sentite forte la voglia di cioccolata o di qualche altra golosità ipercalorica? Niente paura: potete resistere e salvare la linea semplicemente facendovi una bella passeggiata a passo veloce per 15 minuti.
Questo è il suggerimento per i golosi di ogni latitudine ed età che viene da uno studio britannico coordinato dal prof.Adrian Taylor della School of Sport and Health Sciences presso la University of Exeter e pubblicato sulla rivista “Appetite”.
"Spezzare la giornata con un po' di movimento potrebbe essere un aiuto valido contro il consumo di calorie non necessarie, in particolare contro gli snack e le merendine più golose", dice il professor Taylor. Uno dei cibi più ricercati in questi "attacchi di fame" fuori pasto e' la cioccolata; la voglia e' innescata soprattutto dalla noia, dallo stress, dal desiderio di sollevare l'umore o sentirsi meno stanchi, notano gli autori dell'indagine.
Per consumare dolciumi prelibati vari ogni scusa sembra essere buona: fa più freddo, ho carenze d'affetto, la cioccolata e i dolci tirano su.
Tuttavia lo studio inglese ha mostrato che piccoli intervalli di movimento intenso, per esempio una camminata a passo svelto, ottengono gli stessi effetti provocati dalla cioccolata, come risvegliare la lucidità e tirar su l'umore, e riducono la necessita' di ricorrere a snack dolci. In particolare il gruppo di Taylor ha messo a confronto la voglia di cioccolata in due gruppi di persone: uno era sedentario mentre l'altro si alzava ogni tanto per fare delle passeggiate intense. E' emerso che quest'ultimo riusciva a controllare molto meglio la voglia di cioccolata. Taylor pensa che si potrebbero condurre ulteriori ricerche per indagare la correlazione tra attività fisica e voglia di merendine, per aiutare soprattutto chi lavora in ufficio, e in particolare le donne, spesso vittima di improvvise voglie di "qualcosa di goloso".
Per essere equilibrati si può arrivare a un compromesso: concedersi un piccolo sfizio dolce di tanto in tanto, ma avendo cura di fare un'attività fisica costante per mantenersi in salute e con una linea invidiabile.
16 novembre 2008
Le multinazionali alla conquista del Mercato dell'acqua pubblica

Con l'Art. 23 bis del decreto legge recante la firma del ministro Tremonti ed approvato il 5 agosto di quest'anno si stabilisce che le reti idriche, pur rimanendo pubbliche, possono essere gestite da società private, come nel caso del gas e dell'energia elettrica.
Legge contraddittoria in quanto, se da un lato si ribadisce la natura pubblica del bene, dall’altro si spalancano le porte ai cosiddetti “privati”, ossia alle multinazionali.
Ismael Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, aveva affermato pubblicamente che le guerre del XXI secolo, saranno i conflitti per potersi aggiudicare le risorse idriche del pianeta. Risorse che sono calate di circa il 30% negli ultimi trent’anni.
Nel Medio Oriente da diversi anni la Turchia (che ha una risorsa idrica pro capite superiore all'italia) è in conflitto con la Siria e l’Iraq per il controllo del Tigri e dell'Eufrate, mentre Israele dal canto suo ha esteso il suo controllo ai territori palestinesi dove vi è la maggiore presenza di acqua.
Con la privatizzazione mondiale del mercato dell'acqua, oggi bisogna porsi una domanda: se attualmente nel mondo ogni anno muoiono dai 40 ai 50 milioni di persone, come rileva la FAO, in un prossimo futuro quante ne morranno per sete?
In Italia il mercato delle acque minerali è quasi totalmente in mano alle multinazionali, proprietarie dei marchi più diffusi. La parte del leone la fanno la svizzera Nestlè (San Pellegrino, Lievissima, Panna, Recoaro, San Bernardo, Pejo, ecc) e la francese Danone (Ferrarelle, Guizza, Vitasnella, Boario, Fonte viva, San Benedetto, ecc).
Considerati i bassi costi di prelievo e gli altissimi ricavi, (per un litro d’acqua in bottiglia vanno dal 600 al 1.000%, nonostante le spese per il trasporto e per la pubblicità martellante) possiamo aspettarci un lotta senza quartiere per il controllo della nostra sete. La Nestlè, solo per fare un esempio, sta manovrando per il completo controllo dell’acquedotto pugliese, il più grande d’Europa.
A ciò si aggiunge la beffa degli oneri che lo Stato incassa per le concessioni: in pratica nulla. Tutte le acque sotterranee fanno parte del demanio, ma attualmente solo 6 regioni su 20 percepiscono un onere per il loro sfruttamento (oltretutto calcolate sulla base dell’estensione della sorgente e non della quantità di acqua prelevata): Piemonte, Veneto, Umbria, Campania, Basilicata e Sicilia. Nel resto d'Italia la nostra acqua viene regalata alle multinazinali che ritorna a caro prezzo sulle nostre tavole.
L'acqua è un diritto di tutti, un bene primario necessario per la vita dell'uomo e dell'ambiente e a nessuno dovrebbe essere permesso di usarla a fini speculativi. Sopratutto alle multinazionali. La battaglia per il mantenimento del controllo pubblico delle reti idriche italiane è, pertanto, di vitale importanza, ne va del nostro futuro e di quello del nostro ambiente: dobbiamo assolutamente vincerla.
di Gianfranco Perlato
04 novembre 2008
Come i produttori alimentari prendono in giro i consumatori

Il mito: L’elenco degli ingredienti nei prodotti alimentari è studiato per informare i consumatori circa il contenuto del prodotto stesso.
La realtà: l’elenco degli ingredienti è usato dai produttori alimentari per imbrogliare i consumatori sul fatto che siano più sani di quello che in verità sono.
Questo articolo esplora i più comuni trucchi usati dalla aziende alimentari per ingannare i consumatori. L’articolo contiene anche utili informazioni per aiutare i consumatori a leggere le etichette dei prodotti con il giusto scetticismo.
Ingannare i consumatori: trucchi del commercio alimentare
Se la Scheda Nutrizionale Informativa presente nella confezione del prodotto alimentare elenca tutte le sostanze contenute nel prodotto, come possono ingannare i consumatori? Ecco alcuni dei modi più comuni:
Uno dei trucchi più comuni è quello di distribuire gli zuccheri presenti tra molti ingredienti così che le quantità di zuccheri non compaiono nei primi tre dell’elenco. Per esempio un’azienda può usare una combinazione di saccarosio, fruttosio, sciroppo di cereali, sciroppo di grano, zucchero di canna non raffinato, destrosio e altri zuccheri per essere sicura che nessuno di essi sia presente in quantità sufficiente da arrivare nelle prime posizioni dell’elenco degli ingredienti (ricordate che gli ingredienti sono elencati in ordine di proporzione nel prodotto, con i più presenti elencati per primi).
Questo inganna i consumatori sul fatto che il prodotto non è fatto in realtà principalmente da zucchero mentre i principali ingredienti potrebbero essere differenti tipologie di zucchero. E’ un modo per spostare artificialmente lo zucchero più giù nella lista degli ingredienti, non informando sul contenuto reale di zucchero presente nell’intero prodotto.
Un altro trucco consiste nel gonfiare l’elenco con minuscole quantità di ridondanti ingredienti. Si può vederlo nei prodotti per la cura personale e nello shiampo, dove le aziende dichiarano di fornire shampi alle erbe che in realtà hanno un contenuto di erbe quasi inesistente. Nei prodotti alimentari le aziende gonfiano la lista degli ingredienti con “salutari” bacche, erbe o super-cibi che, molto spesso, sono presenti solo in minuscole quantità. La presenza alla fine dell’elenco degli ingredienti della “spirulina” è praticamente insignificante. Non c’è abbastanza sbirulina in quel prodotto che possa produrre reali effetti sulla vostra salute. Questo trucco è chiamato “etichetta imbottita” ed è comunemente usato dai produttori di “junk-food” (cibo spazzatura) che vogliono saltare sul carro dei prodotti biologici senza in realtà produrre cibi salutari.
Nascondere ingredienti dannosi
Un terzo trucco consiste nel nascondere ingredienti dannosi dietro nomi dal suono innocente, che fanno credere al consumatore che siano sani. L’estremamente cancerogeno nitrito di sodio (conservante E250), per esempio, suona perfettamente innocente, ma è ben documentato che è causa di tumori al cervello, cancro al pancreas, cancro al colon e molti altri tipi di cancro.
Carminio suona come un innocente colorante per alimenti, ma in realtà è fatto con le carcasse frantumate di scarafaggi rossi della cocciniglia. Naturalmente, nessuno mangerebbe yogurt alle fragole se sulla etichetta ci fosse indicato “colorante rosso per alimenti a base di insetti”.
Allo stesso modo, estratto di lievito suona come un ingrediente salutare, ma in realtà è un trucco usato per nascondere il glutammato monosodico (MSG, un esaltatore chimico di sapore, per dare gusto ai cibi eccessivamente elaborati) senza avere l’obbligo di indicarlo nell’etichetta. Molti ingredienti contengono glutammato monosodico nascosto e io ho scritto parecchio su questo nel sito. Praticamente tutti gli ingredienti idrolizzati contengono alcune quantità di glutammato monosodico nascosto.
Non essere ingannati dal nome del prodotto
Sapete che il nome del prodotto alimentare non ha nulla a che fare con ciò che c’è dentro?
Aziende alimentari fanno prodotti come “Guacamole Dip” (salsa di avocado) che non contiene avocado! Sono fatti, invece, con olio di soia idrogenata e colorante chimico verde. Ma ingenui consumatori comprano questi prodotti, pensando di prendere salsa di avocado, in realtà stanno comprando colorante verde, squisito dietetico veleno.
I nomi dei cibi possono includere parole che descrivono ingredienti che nel cibo non ci sono per niente. Un cracker al formaggio, per esempio, non deve necessariamente contenere del formaggio. Qualcosa di “cremoso” non deve contenere la crema. Un prodotto alla frutta, non ha bisogno di contenere nemmeno una singola molecola di frutta. Non fatevi ingannare dai nomi dei prodotti stampati sulla confezione. Questi nomi sono ideati per vendere i prodotti, non per descrivere gli ingredienti contenuti in essi.
La lista degli ingredienti non include gli inquinanti
Non c’è la necessità, nell’elenco degli ingredienti, di includere i nomi degli inquinanti chimici, metalli pesanti, bisphenol-A, PCBs (bifenile policlorurato), perclorato o altre sostanze tossiche trovate nei cibi. Come risultato abbiamo che la lista degli ingredienti non elenca quello che in realtà c’è nel cibo, elenca soltanto quello che i produttori vogliono che tu creda che ci sia nel cibo.
Richieste per elencare gli ingredienti nei cibi furono prodotto da uno sforzo congiunto tra il governo e l’industria privata. All’inizio, le aziende alimentari non volevano fosse obbligatorio indicare tutti gli ingredienti. Chiesero che gli ingredienti fossero considerati “proprietà riservata” e che elencarli, svelando così i loro segreti modi di produzione, avrebbe distrutto i loro affari.
E’ un’assurdità, naturalmente, poiché le aziende alimentari volevano soltanto tenere all’oscuro i consumatori su quello che in realtà c’è nei loro prodotti. E’ per questo che non è ancora richiesto di elencare i vari inquinanti chimici, pesticidi, metalli pesanti e altre sostanze che hanno un notevole e diretto impatto sulla salute dei consumatori. (Per anni, le aziende alimentari hanno combattuto duramente contro l’elenco degli acidi grassi, ed è solo dopo una protesta di massa delle associazioni di consumatori che la FDA alla fine ha obbligato le aziende ad includere nell’etichetta gli acidi grassi).
Manipolare la quantità delle porzioni
Le aziende alimentari hanno capito anche come manipolare la porzione del cibo al fine di far apparire i loro prodotti privi di ingredienti nocivi come gli acidi grassi.
La FDA , ha creato un sotterfugio per riportare gli acidi grassi nell’etichetta: Ogni cibo che contiene 0.5 grammi di acidi grassi o meno per porzione è permesso, sull’etichetta, dichiararlo a contenuto ZERO di acidi grassi. Questa è la logica della FDA dove 0.5 = 0.
Ma matematica confusa non è il solo trucco giocato dalla FDA per proteggere gli interessi commerciali delle industrie che dichiara di controllare.
Sfruttando questo trucchetto dei 0.5 grammi , le aziende arbitrariamente riducono le porzioni dei loro cibi e livelli ridicoli – giusto per tenere gli acidi grassi sotto i 0.5 grammi per porzione. Così loro dichiarano in grande sulla confezione “ZERO Acidi Grassi”. In realtà, il prodotto può essere pieno di acidi grassi (trovati in oli idrogenati), ma la porzione è stata ridotta ad un peso che può essere appropriato solo per nutrire uno scoiattolo, non un essere umano.
La prossima volta che voi prendete un prodotto da drogheria, controllate il “Numero di porzioni” indicato sulla Scheda Nutrizionale Informativa. Troverete probabilmente dei numeri talmente alti che non hanno nulla a che fare con la realtà. Un produttore di biscotti, per esempio, può dichiarare che un biscotto è un’intera “porzione” di biscotti. Ma voi conoscete qualcuno che, in realtà, mangia solo un biscotto? Se un biscotto contiene 0.5 grammi di acidi grassi, il produttore può dichiarare che l’intero pacco di biscotti è “SENZA Acidi Grassi”. In realtà, il pacco può contenere 30 biscotti, ognuno con 0.5 grammi di acidi grassi, che porta a 15 grammi totali per l’intero pacco (ma presuppone che la gente possa in realtà fare la somma che è naturalmente più difficoltosa per il fatto che gli oli idrogenati nuocciono al cervello. Ma credetemi: 30 biscotti x 0.5 grammi per biscotto in realtà fa un totale di 15 grammi ).
Tu prendi un pacco di biscotti che contiene 15 grammi di acidi grassi (che è una dose enorme di veleno dietetico) mentre loro dichiarano grammi ZERO.
Questo è solo un altro esempio di come le aziende alimentari usano la Scheda Nutrizionale Informativa e l’elenco degli ingredienti per ingannare e non per informare i consumatori.
Ecco alcune ulteriori dritte per decifrare con successo gli ingredienti delle etichette:
Consigli per leggere gli ingredienti delle tabelle
1) Ricordare che gli ingredienti sono elencati in ordine della loro proporzione nel prodotto. Questo significa che i primi 3 ingredienti contano molto di più di qualsiasi altro. I primi 3 ingredienti sono quello che tu principalmente stai mangiando.
2) Se l’elenco degli ingredienti contiene lunghe parole apparentemente chimiche, che tu non riesci nemmeno a pronunciare, evita l’articolo. Probabilmente contiene vari chimici tossici. Perché vuoi mangiarli? Introduci ingredienti che conosci.
3) Non farti ingannare da fantastici nomi di erbe o altri ingredienti che appaiono molto giù nella lista. Alcuni produttori di alimenti che includono “goji bacche” (bacche di Lycium) verso la fine dell’elenco le usano solo come trovata pubblicitaria da apporre sull’etichetta. La reale quantità di goji bacche (bacche di Lycium) nel prodotto è probabilmente minuscola.
4) Ricorda che l’elenco degli ingredienti non deve elencare inquinanti chimici. I cibi possono essere contaminati con pesticidi, solventi, acrilamidi, PFOA (Acido di Perfluorooctanoic), perclorati (combustibili per razzi) e altri tossici chimici senza l’obbligo di elencarli. Il miglior modo di limitare l’ingestione di tossici chimici è comprare biologico, o cibi freschi poco trattati.
5) Cercare parole come “germogliato” o “naturale” che indica cibi di alta qualità. Chicchi e semi germogliati e sono più sani di quelli non germogliati. Ingredienti naturali sono generalmente più sani di quelli trattati o cotti. I chicchi interi sono più sani di quelli arricchiti.
6) Non fatevi ingannare dalla parola “grano” quando deriva da farina. Tutta la farina derivata dal grano può essere chiamata “farina di grano”, anche se è stata trattata, sbiancata e privata dei suoi nutrimenti. Solo la farina di grano “chicco intero” è il tipo di farina sano. (Molti consumatori, sbagliando, credono che prodotti di “farina di grano” derivino dal chicco intero. Infatti questo è falso. I produttori alimentari ingannano i consumatori con questo trucchetto.
7) Non fatevi ingannare nel credere che i prodotti integrali siano più sani dei prodotti naturali. Lo zucchero bruno è solo una trovata pubblicitaria – è zucchero bianco con colorante marrone e aroma aggiunto. Le uova integrali non sono diverse da quelle bianche (eccetto per il fatto che i loro gusci appaiono bruni). Il pane integrale può non essere più sano del pane bianco, a meno che non sia fatto con chicchi di grano interi. Non fatevi ingannare dai cibi “integrali”. Sono delle trovate pubblicitarie dei giganti della produzione alimentare per ingannare i consumatori nel pagare di più per i prodotti fabbricati da loro.
8) Attenzione alle inganno delle piccole porzioni. I produttori alimentari usano questo trucco per ridurre il numero di calorie, grammi di zucchero o grammi di acidi grassi che i consumatori credono siano contenuti nei prodotti. Molte porzioni sono arbitrarie e non hanno un fondamento reale.
9) Vuoi sapere realmente come acquistare i cibi? Scarica la nostra guida "Honest Food Guide", un onesto rapporto sul cibo che è stato scaricato da oltre 800.000 persone. E’ in sostituzione dell’assai corrotto e manipolato Food Guide Pyramid della USDA (United States Department of Agricolture), che è poco più di un documento di marketing a favore delle fattorie industriali e delle grandi corporazioni dell’alimentare. L’Honest Food Guide è un rapporto nutrizionale indipendente che rivela esattamente cosa mangiare e cosa evitare per migliorare la propria salute.
fonte: newstarget.com
02 novembre 2008
I cambiamenti climatici ci renderanno più generosi?

In questi giorni il nostro governo non fa altro che parlare del “Pacchetto Clima” e di tutti i problemi di natura economica che potrebbe comportare accettare una simile iniziativa. Combattere il riscaldamento ci farà diventare più poveri? Poveri non si sa, ma sicuramente più generosi, questo almeno secondo uno studio della Yale University che afferma che il caldo influisce sulle persone rendendole maggiormente disponibili verso gli altri.
Lo studio c’entra poco con il cambio climatico e il conseguente riscaldamento globale, mi è comunque sembrato curioso riportare uno dei possibili aspetti che un eventuale aumento delle temperature potrebbe provocare sulle persone. Sembrerebbe infatti che il caldo corporeo aumenti la nostra generosità rendendoci più altruisti e positivi nel giudicare gli altri.
Gli psicologi Lawrence Williams e John Barg hanno coinvolto un gruppo di volontari in alcuni esperimenti il cui contenuto era quello di analizzare i comportamenti delle persone in situazioni di caldo o di freddo. Da queste prove è emerso che i giudizi positivi verso le altre persone e la generosità erano aspetti che aumentavano man mano che i soggetti avevano a che fare con una temperatura più alta. L’esperimento ha fatto ipotizzare che dietro a questo effetto caldo ci sia una regione del cervello deputata ad elaborare le condizioni termiche determinando differenti comportamenti in funzione di queste. Dovessimo avere climi sempre più torridi aspettiamoci perlomeno di vivere in maniera più socievole, magra consolazione verrebbe da dire, ma chissà non possa essere un punto di forza per vivere in maniera sostenibile.
fonte: scienzemag.org