
Introduzione
La crescente diffusione della dieta Mediterranea, di cui l’olio d’oliva costituisce la principale fonte di grassi, al di fuori delle aree tradizionali ha stimolato l’interesse di ricercatori e nutrizionisti verso le proprieta’ salutari di questo alimento. L’enfasi che spesso viene posta sulle (vere o presunte) qualita’ nutrizionali dell’olio d’oliva non e’ sempre sostenuta da dati scientifici, ma la ricerca in questo campo sta progredendo rapidamente. Cerchiamo di fare il punto delle ricerche sviluppatesi nel campo dell’olio d’oliva in relazione alla salute umana, focalizzandosi sul ruolo dei “composti minori” e fornendo anche basi per comprendere le potenziali attivita’ salutari dell’olio d’oliva di qualita’.
Perche’ si parla tanto di antiossidanti?
La produzione incontrollata di radicali liberi in vari sistemi biologici in rapporto all'insorgenza di varie patologie di tipo degenerativo, ed il ruolo di composti antiossidanti nel controllo di tali processi, sono argomento di discussione da molti decenni, tra patologi, biochimici e nutrizionisti.
Solo recentemente, tuttavia, solide osservazioni sperimentali hanno permesso di proporre un ruolo ben definito di biomolecole alterate da processi ossidativi nell'insorgenza della patologia. Fra queste molecole vi sono le LDL (il cosiddetto colesterolo cattivo), le proteine ed in DNA. Tale ipotesi di lavoro ed i dati sperimentali a suo sostegno che vengono prodotti in questo campo di ricerca, hanno creato un grande interesse per gli antiossidanti, in primo luogo per quelli presenti nella dieta.
Cosa c’e’ di vero?
Varie evidenze sono state prodotte negli ultimi anni a sostegno della formazione di LDL ossidate in vivo, mentre la valutazione della maggior ossidabilita' delle LDL in sistemi in vitro risulta correlata, ed e' pertanto predittiva, dell'evoluzione dell'aterosclerosi in vivo. Anche per le proteine ossidate la ricerca scientifica sta facendo grossi passi avanti, soprattutto nel campo dell’invecchiamento, in cui l’ossidazione proteica gioca un ruolo importante (si calcola che un individuo di 80 anni abbia circa l’80% delle proteine del suo organismo ossidate.
Meno chiari sono i dati riguardanti il DNA, la cui ossidazione potrebbe essere alla base di mutazioni geniche e successiva comparsa di tumori. Si deve tuttavia rilevare che queste ipotesi sono difficilmente verificabili in vivo, nel soggetto, a causa delle scarse conoscenze tecnologiche che impediscono ancora di caratterizzare e dosare accuratamente i prodotti di ossidazione. Si tratta quindi di ipotesi suggestive, basate su un buon numero di evidenze sperimentali, ma che devono ancora essere provate al di la’ di ogni ragionevole dubbio.
Sulla base di queste ipotesi, tuttavia, e’ formulata la teoria che la dieta mediterranea, ricca in antiossidanti ed in olio d’oliva (che contiene l’acido grasso oleico – monoinsaturo e difficilmente ossidabile) possa prevenire le patologie associate ai processi ossidativi. A sostegno di questa teoria vi e’ anche l’osservazione che i fattori di rischio cardiovascolare (es. colesterolemia e pressione arteriosa) non sono molto diversi tra le popolazioni mediterranee e quelle di altri paesi a piu’ alta incidenza di malattie cardiovascolari. E’ quindi probabile che altri fattori preventivi intervengano a diminuire il rischio.
Merito dell’acido oleico?
La dieta Mediterranea e’ caratterizzata, dal punto di vista del profilo lipidico, da un elevato consumo di olio d’oliva. L’uso dell’olio d’oliva come condimento e come principale grasso alimentare permette di ridurre considerevolmente l’apporto di grassi saturi, come ad esempio quelli derivanti da burro e prodotti caseari impiegati in larga quantita’ nel Nord-Europa.
L’alto consumo di acido oleico attraverso l’impiego di olio d’oliva e’ stato fino ad oggi ritenuto reponsabile della maggior parte degli effetti benefici della dieta Mediterranea. Esistono pero’ valide ragioni per dubitare della validita’ di questa affermazione. In primo luogo, analizzando il contenuto di acido oleico totale della dieta Mediterranea e confrontandolo con quello delle diete diffuse nei paesi anglosassoni (es. USA e Regno Unito) si nota come la percentuale di questo acido grasso monoinsaturo sia molto simile in tutti i regimi dietetici. Infatti, se nell’area mediterranea si consuma molto olio d’oliva, nei paesi anglosassoni un adeguato apporto di acido oleico viene raggiunto attraverso il consumo di altri cibi ricchi di oleato come, ad esempio, pollo e maiale. Inoltre, l’organismo e’ in grado di sintetizzare oleato a partire da precursori: a differenza degli acidi grassi poliinsaturi (essenziali) che devono essere assunti preformati, l’acido oleico puo’ derivare dall’acetato attraverso vie metaboliche conosciute.
E’ anche diffusa la nozione che l’acido oleico abbia effetti favorevoli sul profilo lipoproteico umano, abbassando il tasso di colesterolo LDL (soprannominato “colesterolo cattivo”). In realta’, studi effettuati in condizioni controllate hanno mostrato un effetto molto modesto o nullo dei grassi monoinsaturi quando questi sono stati somministrati in sostituzione dei carboidrati in una dieta isocalorica. In definitiva, l’olio d’oliva ha pochissimi effetti diretti sulla colesterolemia ed i benefici di una dieta ricca in acido oleico sono per la maggior parte attribuibili alla contemporanea riduzione dei livelli di grassi saturi. Propagandare quindi l’uso di olio d’oliva per il controllo del colesterolo non ha basi scientifiche.
Piu’ importanti, dal punto di vista salutistico, sono gli acidi grassi poliinsaturi, soprattutto quelli della serie omega 3. Definiti “essenziali” perche’ il nostro organismo non e’ in grado di sintetizzarli (e devono essere assunti con la dieta), la loro quantita’ nella dieta occidentale e’ ritenuta troppo bassa. Produrre oli piu’ ricchi in omega 3 potrebbe apportare benefici al loro profilo nutrizionale.
La frazione insaponificabile dell’olio d’oliva
Oltre alla sua particolare composizione in acidi grassi, l'olio d'oliva di prima spremitura contiene vari componenti minori che gli conferiscono il particolare gusto e aroma. Questo e' dovuto al fatto che l'olio d'oliva e' l'unico olio vegetale ottenuto dall'intero frutto e non dai soli semi, il che gli permette di conservare tutte le proprieta' organolettiche delle olive.
E' da sottolineare il fatto che l'olio "extra-vergine" e' molto piu' ricco in composti fenolici degli olii raffinati, ottenuti per rettificazione degli olii troppo acidi, che sono virtualmente privi di fenoli. In breve, gli olii di migliore qualita' sono ricchi in fenoli (e viceversa).
Il consumo medio giornaliero nei paesi mediterranei varia da pochi Kg/capita/anno a ~15 Kg/capita/anno. Nelle aree a piu' alto consumo, l'uso giornaliero di olio raggiunge quindi i 50 g/die, fornendo quindi circa 25 mg di fenoli al giorno. Questo ordine di grandezza, calcolato come quantita' totale di flavonoidi (derivanti quindi anche da mele, cipolle ecc.), e' stato correlato ad una minore incidenza di malattie cardiovascolari.
Il crescente interesse nella chimica degli antiossidanti naturali ed il diffondersi della dieta mediterranea, sempre piu' popolare in USA e Giappone, ha stimolato l'interesse di vari gruppi di ricerca verso i possibili effetti antiossidanti di alcuni composti che sono stati isolati e purificati dall'olio extra vergine d'oliva. L’obiettivo e' quello di chiarire ulteriormente il potenziale ruolo dell'olio d'oliva e dei suoi componenti minori nella protezione del sistema cardiovascolare.
I componenti fenolici sono potenti antiossidanti (in una provetta)
Sono ormai numerosi gli studi pubblicati sulle attivita’ antiossidanti dei fenoli dell’oliva (sia in termini di olio extra vergine sia come acque di vegetazione). Lo stato delle ricerche e’ cosi’ avanzato che ha permesso di individuare le specie ossidanti verso cui i fenoli dell’oliva (in particolare idrossitirosolo ed oleuropeina) svolgono le loro attivita’ antiossidanti. Molti studi sono anche stati effettuati in sistemi cellulari e nei confronti di DNA isolato. La potenza dei fenoli dell’oliva dipende dal substrato su cui si fanno agire, ma spesso e’ di molto superiore a quella di altri antiossidanti noti, quali la vitamina E. Le attivita’ antiossidanti di idrossitirosolo e secoiridoidi fanno si che il loro impiego a livello applicativo sia in fase di forte sviluppo ed esistono gia’ brevetti industriali in questo senso.
Non solo antiossidanti (altre attivita’ biologiche dei componenti minori dell’olio d’oliva)
I potenziali effetti benefici dei composti fenolici sulla salute umana non si limitano alla loro azione antiossidante. Sono state infatti studiate numerose ed interessanti attivita’ biologiche che potrebbero rivelare nuovi ruoli di tali composti nella prevenzione di alcune malattie. La formazione di trombi, ad esempio, e’ favorita da un’eccessiva aggregabilita’ delle piastrine, cellule deputate a costituire il “tappo emostatico”. Tale funzione si rivela utilissima quando si debba arginare un eccessivo sanguinamento, ad esempio a seguito di un taglio, ma risulta nociva quando, all’interno dei vasi sanguigni, le piastrine si aggregano e formano dei coaguli (trombi) che possono occludere il lume vascolare impedendo il passaggio di sangue (caso dell’infarto miocardico).
I composti fenolici estratti dall’olio d’oliva, ed in particolare l’idrossitirosolo, sono in grado di inibire l’aggregazione piastrinica indotta da vari agenti aggreganti. Questa proprieta’ antitrombotica si associa ad una ridotta produzione di fattori pro-infiammatori quali trombossano e leucotrieni prodotti dalle piastrine (il primo) o da cellule coinvolte nei processi dell’infiammazione quali i leucotrieni (i secondi).
Altri studi hanno anche dimostrato che l’oleuropeina e’ in grado di aumentare la sintesi di ossido nitrico, una molecola con forte potere battericida e citostatico, da parte di macrofagi (cellule coinvolte nei processi di risposta immunitaria dell’organismo). Questa ulteriore attivita’ suggerisce che l’oleuropeina, attraverso la stimolazione di enzimi specifici, potenzia la risposta immunitaria provocata dall’attacco batterico. Infine, uno studio appena pubblicato dimostra attivita’ neuroprotettive dell’idrossitirosolo, sia in vitro sia dopo somministrazione orale.
Gli studi sulle attivita’ biologiche (antiossidanti e non) dei fenoli dell’olio d’oliva sono tuttora in corso e non si esclude che nuove proprieta’ salutari vengano portate alla luce nell’immediato futuro.
Ma nell’uomo?
Il fatto che attivita’ biologiche di composti naturali vengano dimostrate in vitro (provette o colture cellulari), non implica necessariamente che tali composti svolgano attivita’ salutari nell’organismo una volta ingeriti. Da questo punto di vista si deve sottolineare il fatto che nel campo dell’olio d’oliva extra vergine gli studi sono molto avanzati, molto piu’ che per altri alimenti, come vino e te’. L’assorbimento di idrossitirosolo ed altri fenoli e’ stato ampiamente studiato e ne e’ anche stato chiarito il metabolismo. Infine, esistono alla data del convegno circa 15 studi effettuati nell’uomo (volontari sani o pazienti), di cui una dozzina dimostrano la superiorita’ dell’olio d’oliva extra vergine ricco in fenoli rispetto all’olio d’oliva e rispetto agli oli di semi, in termini di attivita’ biologiche.
Conclusioni
Le evidenze scientifiche disponibili ad oggi non permettono ancora di dimostrae inequivocabilmente la superiorita’ dell’olio d’oliva extra vergine rispetto ad altri grassi vegetali. Tuttavia, dagli studi brevemente effettuati finora si evince come il ruolo dell’olio d’oliva all’interno della dieta Mediterranea sia probabilmente piu’ complesso di quanto ritenuto finora. Le proprieta’ salutari dell’olio d’oliva, in particolare dell’extravergine, non si limitano infatti all’apporto di acido oleico, che come sopra descritto non manca in altri tipi di diete, ma sono legate alla sua componente fenolica. L’uso di olio di elevata qualita’ permette infatti l’assunzione di composti il cui consumo, tutt’ora da studiare appieno nell’uomo, e’ stato correlato ad una minor incidenza di malattie cardiovascolari e tumori.
Il sapore dell’olio d’oliva extra vergine di alta qualita’ ne permette anche un minore consumo con conseguente limitazione dell’apporto calorico globale e incentiva il consumo di verdura fresca, tradizionalmente condita con olio d’oliva extravergine. In conclusione, e’ giunto il momento di raccomandare ai produttori di ricercare la miglior qualita’ dell’olio ed ai consumatori di preferire oli di qualita’ elevata che permettono l’inclusione nella dieta di composti potenzialmente salutari. Per ottenere un olio dal profilo nutrizionale perfetto sono necessari altri anni di ricerca, sia agronomica sia scientifica, che facciano luce sulle vere o presunte proprieta’ di polifenoli ed acidi grassi. Nel frattempo, sulla scorta dei dati scientifici in nostro possesso, sembra opportuno raccomandare l’uso di oli ad alto tenore di fenoli (ancorche’ costosi) nell’ambito di una dieta variata ed equilibrata.
di Francesco Visioli
24 febbraio 2009
E' possibile ottenere un OLIO extra vergine nutrizionalmente perfetto?
21 febbraio 2009
I farmer's market

Un po' di chiarezza sui mercati del contadino. Il rapporto diretto tra produttore e consumatore è garanzia di genuinità, ma a questo non sempre corrisponde il risparmio e la tutela dell'ambiente promessa dal “km zero”. Una possibilità in più per scegliere cosa e dove comprare, senza farsi abbagliare da chi assicura bassi costi e la salvezza del pianeta.
I farmer's market si moltiplicano sul territorio, oltre a Slow Food e Coldiretti, sono moltissime le organizzazioni che in questo periodo stanno aprendo nuovi mercati del contadino. Ma quali sono i “veri” farmer's market?
Lo chiediamo a Vilmer Poletti, Servizio Produzioni Vegetali Regione Emilia Romagna, responsabile del settore Organizzazione comune di mercato. “Bisogna fare un po' di ordine - precisa - i farmer's market, secondo la normativa prevista dal decreto ministeriale, sono solo quelli nei quali i produttori veri e propri, e solo loro, vendono direttamente il loro prodotto al consumatore. Gli alimenti presenti in un farmer's market devono essere solo quelli prodotti dalle aziende che vi partecipano e ovviamente devono essere legati al territorio e alla stagione di riferimento”.
In realtà, spiega Poletti, le aziende agricole hanno sempre avuto il diritto di vendere direttamente i loro prodotti all'interno dei mercati del comune di appartenenza. La novità è che nel farmer's market non sono presenti solo le aziende e i produttori del comune ma di tutta la regione.
“Ciò che deve garantire un farmer's market è un contatto il più possibile diretto tra chi produce e chi acquista. E questa possibilità di scambio e di comunicazione immediata è proprio quel quid in più su cui deve puntare chi vuole far parte di un farmer's market e chi decide di sceglierlo per gli acquisti”. Su tutto il resto si può discutere, sostiene Poletti.
“Non è detto che chi compra in un farmer's market risparmi davvero rispetto alla grande distribuzione, dipende dall'efficienza della filiera e può variare di caso in caso. Un contadino che, ad esempio, porta le sue mele nel farmer's market a 40 km da casa sua le venderà a un prezzo maggiore di quello che le produce a 5 km di distanza, anche qui abbiamo ridotto i passaggi della filiera al minimo, ma non è detto che alla fine l'alimento risulti più conveniente di quello che troviamo nei supermercati.
Inoltre non è corretto dire che lo “stesso prodotto” venduto in un grande supermercato costa meno se acquistato in un farmer's market e questo perché non sarà mai lo “stesso prodotto”. L'alimento che arriva sugli scaffali dei supermercati è passato attraverso cernite, controlli, fasi di imballaggio, distribuzione e presentazione che sono sicuramente diversi da quelli a cui va incontro il prodotto colto dall'agricoltore e portato, più o meno così come è, all'interno del farmer's market”.
Insomma, il risparmio può essere un argomento molto convincente, ma non sempre vero. Un prodotto artigianale, inoltre, è sempre diverso da uno industriale e non è sempre detto che il piccolo contadino possa offrire un alimento più sano della grande distribuzione. Promettere bassi costi, inoltre, non aiuta di certo i produttori che, se non rispettano le attese del consumatore, sono tenuti a doverne rendere conto, con tutti i pro e i contro della questione.
Un altro punto importante è la tutela dell'ambiente, uno degli aspetti chiave su cui punta chi, come Coldiretti e Slow Food, si sta facendo forte promotore dei mercati dei contadini. Parlando di filiera corta e farmer's market, infatti, si sente spesso parlare di spesa a “km zero”. I mercati del contadino vengono presentati come luoghi eco-sostenibili, se così si può dire, in grado di aiutare l'ambiente e ridurre le emissioni di gas serra minimizzando il trasporto “dal forcone alla forchetta”.
Ma è proprio vero? Questo è uno dei punti più critici da analizzare e da valutare perché non è sempre vero che una mela nata a 10 km da casa tua inquina meno l'ambiente di una che arriva direttamente in aereo dalla Nuova Zelanda. Come ci racconta Dario Bressanini su Le Scienze, uno studio commissionato dal DEFRA, il ministero per l'ambiente e l'agricoltura britannico, rivela che i food miles, ossia i chilometri percorsi dal cibo per arrivare dal campo alla tavola, da soli non sono un indicatore valido di sostenibilità ambientale.
Una ricerca eseguita dal dipartimento di economia agraria dell'Università di Lincoln, Svizzera, sottolinea, ad esempio, che fare 10 km in auto per andare a comprare un solo kg di verdura produce più CO2 che trasportarla in aereo dal Kenya. In effetti sono molti i fattori che concorrono all'impatto ecologico delle filiere alimentari. È stato dimostrato che le dimensioni di un'azienda incidono sul consumo energetico e le emissioni di gas serra, aziende più grandi risultano più efficienti e quindi inquinano meno.
Helman Schlich e Ulla Fleissner, dell’Università di Giessen hanno trovato che serve meno energia per produrre carne d’agnello in una grande fattoria neozelandese e portarla via nave ad Amburgo, che produrla in una piccola fattoria in Germania.
Non sono solo i km di distanza dal campo alla tavola a essere importanti per l'ambiente, ma anche altri fattori tra cui il metodo di produzione e trasporto, la spesa energetica e la stagionalità del prodotto che si acquista. Il “km zero” risulta, quindi, un aspetto piuttosto problematico che non manca di sollevare qualche perplessità e su cui è facile cadere in contraddizione. Si incoraggia il consumo dei prodotti locali ma nello stesso tempo si promuove il Made in Italy nel mondo, si proclama la difesa dell'ambiente con il “km zero” ma contemporaneamente Petrini, patron di Slow Food, fa arrivare a Parma dalla Cornovaglia i maiali da trasformare in strolghino e cicciolata (due salumi tipici emiliani) e rispedire alla corte di Buckingham Palace per Natale.
Con un occhio un po' critico e con la giusta attenzione, i farmer's market possono assicurare qualità, un rapporto diretto con il produttore e, in alcuni casi, anche un buon prezzo. Ma a livello globale i mercati del contadino possono essere la risposta a tutti i problemi del reparto agroalimentare italiano?
“Certamente no - dice Poletti - la vendita diretta attualmente coinvolge il 15-20% della popolazione ed è giusto che rimanga su questi standard. L'Europa d'altronde va in un altro senso e si punta più sulle organizzazioni di produttori che sulle iniziative di vendita diretta.
Non possiamo pensare di vivere di soli farmer's market, dopotutto siamo il paese che trasforma più prodotti alimentari al mondo ma siamo poveri di materie prime, se decidiamo di cibarci di soli prodotti locali dobbiamo sapere che rinunciamo per sempre a mangiare la pasta e la pizza”.
La vendita diretta è sicuramente una realtà interessante che si aggiunge al ventaglio di opzioni per la nostra spesa di ogni giorno. “Sarebbe più utile però - aggiunge Poletti - se diventasse un fenomeno più unitario e non così frammentato e internamente diviso come è oggi”.
di Anastasia Scotto
19 febbraio 2009
Malattia psicosomatica: come guarire ed essere felici.

Disagio psicologico. Quando la malattia diventa un rifugio.
Una piccola premessa: propongo questo articolo per rispondere ad un messaggio che ho ricevuto da una cara ragazza, che per convenzione chiameremo Debora, che scrive: “Mi sono rotta una caviglia… ho la gamba ingessata. C’è un messaggio da capire?
Se tu stai sempre male…..
Certe persone, anche in giovane età, si trovano a lottare contro una cattiva salute. Non hanno nessuna malattia seria, solo tanti piccoli fastidiosi disturbi che influenzano la loro vita e le loro relazioni con gli altri. Queste persone sembrano perseguitate dalla sfortuna: ne hanno sempre una! Disturbi come stanchezza cronica, vertigini, tachicardia, gastriti, coliti, cefalee, vaginiti, cistiti, dolori muscolari, cervicale, sindrome premestruale, ciclo irregolare, bruxismo e continui raffreddori ed influenze (e l’elenco potrebbe continuare a lungo!) sono tristemente familiari per queste persone così cagionevoli.
Purtroppo, chi soffre di questi acciacchi non si sente compreso né dal medico curante che spesso liquida i loro mali come “stress” né dai loro familiari che li trattano da ipocondriaci.
Ti sei riconosciuto in questa descrizione? Sappiamo che non ti senti bene e che non è giusto che la tua sofferenza venga banalizzata o minimizzata, ma , quando questi disturbi persistono, possono essere la “spia” di una profonda sofferenza psicologica.
Gli stretti legame fra corpo e mente.
Giustamente, chi soffre di un continuo malessere, si arrabbia quando i suoi disturbi vengono attribuiti allo stress. Chi soffre di una serie di disturbi psicosomatici non è un malato immaginario, è una persona che sta male davvero, anche se i suoi disturbi sono causati “solo” dallo stress. Le ultime scoperte scientifiche hanno evidenziato come corpo e mente siano strettamente collegati. Quando siamo ansiosi e spaventati, nel nostro corpo avvengono una serie di reazione biochimiche e ormonali: il nostro metabolismo accelera, il nostro battito cardiaco aumenta, la pressione sale, salgono i livelli di trigliceridi e di colesterolo nel sangue mentre diminuiscono gli ormoni sessuali. Le emozioni negative influiscono anche sul sistema immunitario che diventa meno resistente alle malattie e alle infezioni.
Purtroppo se lo stato di stress si prolunga nel tempo, ci si può ammalare seriamente.
Certo, non si può assolutamente affermare che tutte le malattie abbiano un origine psicosomatica : tuttavia le persone infelici o ansiose tendono ad ammalarsi di più e a riprendersi più lentamente dalle malattie rispetto alle persone serene.
Il caso di “Cerotto”.
Una mia paziente è soprannominata dagli amici “Cerotto” per la sua tendenza alle malattie e agli incidenti. La povera ragazza, a nemmeno 30 anni, ha collezionato un numero impressionante di malattie, distorsioni, contusioni e piccole fratture. Parlare con lei è come ascoltare un bollettino medico: ogni settimana ha un malessere diverso. Occorre dire che non c’è da parte sua alcuna simulazione né decisione cosciente. Anzi, “Cerotto” sta pagando un prezzo altissimo per i suoi meccanismi inconsci :non c’ niente di divertente nel rompersi un dito o nell’avere una distorsione alla caviglia!
In genere, le sue malattie o i suoi incidenti seguono uno schema ricorrente: “Cerotto” si ammala quando deve affrontare delle responsabilità che non si sente pronta ad assumere o quando vuole evitare un conflitto con una persona per lei importante. La prima frattura, per esempio, si è verificata quando la ragazza stava andando al suo primo colloquio di lavoro: è scivolata e si è rotta un dito. Questo le ha permesso di evitare il colloquio e il lavoro. Ma quando è riuscita a trovare un lavoro, è stata costretta a rinunciarvi perché ha sviluppato una forma di “otite bollosa” , refrattaria a qualsiasi trattamento medico, che è scomparsa quando ha deciso di lasciare il lavoro. Tutti i suoi successivi tentativi di inserirsi nel mondo del lavoro sono falliti per cause mediche : lo stress dell’ ambiente lavorativo la faceva ammalare e di conseguenza, la ragazza veniva licenziata per le sue numerose assenze. In campo sentimentale, la situazione
non è migliore : a partire dall’adolescenza, “Cerotto” è sempre stata fidanzata ma quando la relazione diventava seria, si ammalava o aveva un incidente. Questo le permetteva di rimandare una decisione impegnativa come il matrimonio o la convivenza e testare inconsciamente la disponibilità del partner a prendersi cura di lei.
Insomma, le malattie nella sua vita avevano la funzione molto importante, sebbene inconscia, di evitare le responsabilità della vita adulta , preservando allo stesso tempo la propria autostima ed evitando il conflitto con gli altri.
Occorre sottolineare, ancora una volta, che si tratta di meccanismi assolutamente inconsapevoli, se la ragazza fosse infatti cosciente delle sue paure e dei suoi reali desideri, troverebbe un modo più efficace e, soprattutto meno doloroso, per affrontare i suoi problemi.
Malattia e desideri regressivi.
Di fronte alle difficoltà della vita, tutti noi almeno una volta abbiamo desiderato scappare su un isola tropicale oppure ritornare in un periodo della nostra vita più spensierato e con meno responsabilità. A volte, quando siamo particolarmente scontenti, visto che non possiamo scappare o ritornare bambini, ci ammaliamo.
Naturalmente non sto sostenendo che tutte le malattie siano frutto di desideri regressivi! Ma, a volte, la malattia psicosomatica può essere l’espressione di un inconscio desiderio di fuggire da una vita stressante e insoddisfacente.
Naturalmente la malattia psicosomatica può avere molti significati che non è possibile esaminare in questa sede, per cui mi limiterò a parlare soltanto di uno dei molti significati possibili del disagio psicosomatico: quello della regressione.
Quando ci ammaliamo, possiamo permetterci di essere deboli e di far sì che altre persone ci accudiscano e si occupino di noi. Spesso, chi è ammalato, riceve per via delle sue sofferenze una attenzione e una comprensione da parte delle persone che lo circondano, che da sano non riceverebbe. Inoltre, la malattia può consentirci di prendere una pausa da una quotidianità vissuta come troppo logorante e frustrante e/o può evitarci di assumere delle responsabilità, salvaguardando allo stesso tempo la nostra autostima.
Per esempio, la ragazza citata nel paragrafo precedente, essendo sempre malata o incidentata era giustificata agli occhi degli altri e di se stessa se non si metteva alla prova nella vita.
Ma evitando le responsabilità, evitava anche di confrontarsi con i propri limiti ed evitava anche il rischio di fallire.
I perché nascosti della malattia psicosomatica
Molti malati psicosomatici sono cresciuti in ambienti familiari freddi e distratti e non si sono mai sentiti veramente amati e considerati dai loro genitori. Soltanto quando erano malati, riuscivano ad ottenere da parte delle figure genitoriali affetto e attenzioni. Il messaggio inconscio che hanno ricavato dalle loro esperienze infantili è che il dolore è il prezzo dell’amore e che solo se soffrono possono essere amati.
Non solo: alcuni malati psicosomatici sono molto arrabbiati e risentiti per le deprivazioni affettive subite, e si aspettano inconsciamente dalla vita e dagli altri una specie di “risarcimento” per la mancanza d’amore della loro infanzia. Di conseguenza, nelle relazioni affettive cercano nel partner il genitore amorevole che non hanno mai avuto. Si aspettano dall’ altro una devozione totale e un amore incondizionato che per primi non riescono a dare.
Ma dal momento che le loro aspettative sono eccessive, difficilmente si sentono soddisfatti dei loro rapporti con gli altri.
La scarsa autostima è un tratto caratteristico del malato psicosomatico regressivo : quest’ultimo ha spesso di sé un immagine negativa : si percepisce come una persona debole, inferiore agli altri, incapace di cavarsela da solo nella vita.
Alcuni malati psicosomatici convinti di non riuscire ad interessare gli altri per le loro qualità, scelgono inconsciamente di diventare ” speciali” nelle loro debolezze. E il ruolo di “malato cronico”, di ” quello o quella a cui va sempre tutto male” può diventare un modo per essere finalmente visti dagli altri, per avere una propria identità, per trovare il proprio posto in famiglia o nella società.
Come guarire ed essere felici.
Guarire da uno stato di malessere cronico è possibile ma richiede un notevole lavoro su se stessi. Per stare meglio è importante cambiare l’immagine di sé , concentrandosi sulle proprie risorse (invece che sulle pecche fisiche e caratteriali) e lavorare sulla capacità di autoaffermazione e sull’assertività.
In questo paragrafo, daremo al riguardo qualche sintetica indicazione che spero, potrà essere utile:
1. Pratica regolarmente uno sport
Chi soffre di frequenti disturbi psicosomatici non ha un buon rapporto con il proprio corpo, che spesso percepisce come debole e malato. Avere una buona forma fisica può cambiare la percezione corporea, e di conseguenza, farti entrare in contatto con la tua forza interiore.
Lo sport è utile perché ti aiuta a sviluppare l’autodisciplina, una qualità carente in molti malati psicosomatici. Se è possibile scegli uno sport che permetta di scaricare l’aggressività come le arti marziali o il kick-boxing, ecc … Queste attività sportive ti faranno sentire più forte fisicamente e quindi, anche mentalmente.
2. Aumenta la tua soglia di tolleranza allo stress.
In genere, il malato psicosomatico di tipo regressivo ha una bassa soglia di tolleranza allo stress : di fronte alle difficoltà fugge oppure si ammala. Per diventare più forti , è importante sviluppare una buona dose di autodisciplina. Quindi è necessario imparare a fare le cose e rispettare tutti gli impegni anche quando non ci si sente al massimo della forma fisica o psicologica.
3. Sviluppa l’assertività nelle relazioni con gli altri.
Solitamente chi soffre di disturbi psicosomatici ricorrenti ha delle grosse difficoltà ad essere assertivo : l’aggressività viene rivolta verso se stessi e verso il proprio corpo. In altre parole, il malato psicosomatico si serve inconsciamente della malattia per comunicare agli altri le proprie esigenze e i propri desideri. Un esempio di questo meccanismo è quello della casalinga che si sente sfruttata e non appoggiata dai familiari e che sviluppa un improvvisa allergia ai detersivi, “costringendo” così marito e figli ad aiutarla nelle pulizie di casa. Chi soffre di frequenti disturbi psicosomatici spesso deve imparare a riconoscere e ad esprimere in modo assertivo le proprie esigenze.
4. Non appoggiarti troppo agli altri.
Chi non si è sentito amato da piccolo, come molti malati psicosomatici, tende inconsciamente a cercare nel partner il genitore amorevole che non ha mai avuto. Oppure nel migliore dei casi, chi sta sempre male, tende a pretendere dal partner un trattamento speciale a causa della sua salute delicata. E’ superfluo aggiungere che queste dinamiche psicologiche difficilmente danno luogo a rapporti felici e appaganti ! Chi soffre di continui disturbi psicosomatici dovrebbe cercare di ridurre le sue aspettative, cercando di instaurare con il partner un rapporto il più possibile partitario e gioioso.
5. Pensa a tutto quello che hai ricevuto dalla vita
A volte, chi ha avuto molte malattie è risentito con la vita perchè sente di aver avuto più problemi e difficoltà della media della gente e , in alcuni casi, può essersi formato un immagine di sé negativa come quella di una persona sfortunata, con molte pecche fisiche e caratteriali. Ma quando si è troppo focalizzati su quello che non si ha avuto nel passato, si diventa incapaci di apprezzare quello che si ha nel presente. E quando ci si concentra troppo sulle limitazioni a cui la malattia ci costringe, si diventa incapaci di vedere le opportunità che la vita ci offre. Quindi per superare la dolorosa sensazione di essere perseguitato dalla sfortuna, è bene concentrarsi sulle opportunità che ci sono state offerte ( e non solo su quello che ci è mancato) , sui nostri punti di forza (e non solo sulle nostre debolezze), sulle soluzioni (e non solo sui problemi)
6. Prendi contatto con la tua aggressività.
Chi soffre di disturbi psicosomatici tende a rivolgere verso se stesso l’aggressività sia con una continua autosvalutazione, sia ammalandosi, sia mettendosi in situazioni spiacevoli e stressanti.
Per prendere contatto con la propria parte aggressiva, può essere utile frequentare un corso di bioenergetica. La bioenergetica lavorando sul corpo , è adatta soprattutto alle persone molto celebrali, in quanto permette un contatto più profondo e immediato con le proprie emozioni.
Dottoressa Anna Zanon
17 febbraio 2009
Lo sviluppo sostenibile? Un ossimoro*

Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice
Ritieni che la gente capisca cosa significa decrescita?
”Si avvicinano a questi ideali coloro che hanno già delle motivazioni. Se io vado per strada e parlo di decrescita, le persone mi guarderanno come un marziano. Però tutte le persone che vivono diversamente e che sentono un disagio nel muoversi nella società contemporanea questo discorso lo percepiscono bene cogliendone anche la valenza esistenziale e non solo di carattere politico.
La decrescita sta diventando dunque una calamita che attrae e attira tutte le persone che non sono contente di come si vive, che fino adesso avevano delle intuizioni ma non avevano chiara una prospettiva alternativa. La cosa importante è che attrae individui di tutte le fasce d’età”.
Dove si sta diffondendo maggiornente?
“Il maggior riscontro si ha al nord-est; ultimamente c’è un interesse molto forte nella provincia del cuneese. Provincie come queste, più contadine che non industriali, si ritrovano molte bene in quelli che sono gli ideali proposti dal movimento. Il “libretto” della decrescita felice ha superato le 10.000 copie, cifra che per la saggistica italiana rappresenta un dato veramente incredibile. E risulta ancor più clamoroso se consideriamo che non era stata fatta nessuna recensione e gli Editori Riuniti (che lo hanno editato) non sono distribuiti benissimo.
Moltissime persone che ho incontrato mi hanno raccontato di aver ritrovato e riconosciuto in quel libro delle idee che avevano già intuito e che stavano già praticando. Io mi sono quindi limitato a dargli una forma più organica e sistematica”.
Perché spesso polemizzi contro il concetto di sviluppo sostenibile?
“Lo sviluppo sostenibile è un ossimoro, perché lo sviluppo è di per se insostenibile e la sostenibilità prevede l’abolizione dello sviluppo.
Bisogna quindi prima di tutto decidere che cosa si intende per sviluppo. Quando noi utilizziamo il concetto di paesi sottosviluppati ci riferiamo, ad esempio, a dei paesi che non hanno il nostro stile di vita, che viene da noi generalmente considerato come il metro di tutto ciò che si basa sulla crescita che, in quanto tale, comporterebbe un miglioramento.
La parola sviluppo è un modo di edulcorare la parola decrescita perché nessuno di quelli che parla di sviluppo pensa che si possa ottenere uno sviluppo attraverso la decrescita. Lo sviluppo sostenibile è il concetto secondo il quale siccome dobbiamo continuare a crescere e siccome la crescita comporta l’esaurimento delle risorse non rinnovabili dobbiamo puntare a sviluppare quelle rinnovabili.
È una maniera di continuare a fare quello che si è sempre fatto in un modo diverso da come si è fatto in passato (cosa non particolarmente rivoluzionaria visto che ormai sarebbe impossibile continuare a farlo).
Anche nel caso di estremo di povertà, il concetto da proporre non dovrebbe essere quello di sviluppo, perché sviluppo significa mercificazione. Bisognerebbe invece aiutare queste persone ad uscire dalla povertà mettendone in grado di auto-prodursi i propri beni.
Invece succede tutto l’opposto; ad esempio la Tata, industria automobilistica indiana - d’accordo con la Fiat - ha espropriato i terreni di 30.000 contadini per costruire una fabbrica che occuperà solo 2000 persone. C’è riuscita utilizzando la persuasione, la truffa, la menzogna. Ma i bisogni reali di queste persone non saranno appagati dallo sviluppo. Lo saranno se riusciranno a mantenere la loro condizione contadina.
Lo sviluppo è un concetto indissolubilmente legato alla crescita del Pil. La crescita del Pil è la mercificazione, perché se non si mercifica tutto non cresce il Pil .
Questo è un modello che bisogna abbattere. Tutti hanno diritto ad una vita dignitosa e di conseguenza tutti hanno diretto di accedere alle risorse necessarie all’ottenimento di tale obiettivo”.
"La decrescita felice", un libro di Maurizio Pallante edito da Editori Riuniti
In che modo un paese può uscire dalla logica della crescita?
“Il caso di Cuba è emblematico e va studiato approfonditamente. Quando a Cuba c’è stata la rivoluzione l’Unione Sovietica ha garantito a Fidel Castro che avrebbe comprato tutto lo zucchero che loro producevano anche ad un prezzo superiore a quello di mercato, ponendosi così nell’ottica dello sviluppo della monocultura e della mercificazione. Quando poi l’Unione Sovietica è crollata e la Russia non ha più comprato lo zucchero Cuba si è trovata improvvisamente sul lastrico!
A quel punto, però, i cubiani sono usciti dalla povertà non entrando nella logica della crescita, ma valorizzando appieno la loro autoproduzione. Ha funzionato ed oggi il 50% del cibo che si mangia all’Havana è autoprodotto.
Questo fenomeno ultimamente si sta sviluppando anche negli Stati Uniti. New york, Los Angeles, Chicago, San Francisco hanno visto nascere nel loro territorio gli orti urbani, i pollai urbani e le conigliere; si tratta di piccole aree di terreno tra le case che si vanno rivitalizzando tanto che la principale azienda specializzata nella vendita di semi negli USA quest’anno ha raddoppiato il fatturato”.
E in Italia come va la vendita dei semi?
”Il tema dei semi è un tema molto delicato e importante. Io mi sono trasferito qui (in Piemonte) all’inizio del 2000 e ho cominciato a farmi l’orto comprando le piantine al mercato di Castel Nuovo Don Bosco. Pian piano sono arrivato all’autoproduzione dei semi e quindi alla possibilità di avere una grande varietà di semi che ancora molte famiglie contadine si tramandano da oltre 100 anni”. (Mentre parla Pallante si alza e, da una cassetta poggiata poco distante dall’angolo del grande terrazzo in cui ci troviamo, prende alcuni pomodori gialli. Ci invita ad assaggiarli. Poi riprende a parlare mostrandoci l’orto che lui stesso cura con la moglie e che sorge a pochi metri da lì).
”I pomodori originariamente erano gialli. Pomi d’oro. Si chiamano così appunto perché dorati, gialli. L’orto lo seguiamo personalmente io e la mia compagna. Nonostante i mille impegni e gli imprevisti, a volte anche dolorosi, che segnano la vita di chiunque, ogni sera - quando fa meno caldo - ti metti qui e ti dedichi all’orto. In particolare la mia compagna è una che con le piante ci parla, le cura con un coinvolgimento autentico in queste vite che si manifestano, in queste forme vegetali e sembra quasi che le piante le rispondano. Di quest’orto regaleremo tanta di quella roba… già adesso la regaliamo. Ne produce molta più di quella che riusciamo a consumare”.
di Maurizio Pallante/Daniel Tarozzi
* ossimoro figura retorica che consiste nell'accostamento di due termini in forte antitesi tra loro
13 febbraio 2009
Il Lavatricista

Da sempre appassionato di lavatrici, mi definisco oggi “lavatricista” e se questo oggetto d’uso quotidiano per molti è abbandonato e dimenticato a fare il “lavoro sporco” in qualche garage o in qualche ripostiglio per me rappresenta qualcosa di molto importante che mi segna profondamente. Nel 2006 scrivo la mia storia sul mio primo blog ignorando di essere in compagnia di altri a cui grazie a quella finestra ho dato sfogo. Nasce così il club (o il popolo) dei lavatricisti e il lavatricismo, fatta di passione e tempo dedicato a questo oggetto in tutte le sue forme.
Mi sono laureato al Politecnico di Torino con una tesi in Ecodesign sull’uso sostenibile delle risorse domestiche nel lavaggio e ho riversato le conoscenze apprese con gli studi in un settore poco diffuso in Italia e in Europa ma molto praticato ad esempio negli USA definito come “restauro” (in inglese restoration) degli elettrodomestici, in particolare delle lavatrici come tutti gli altri elettrodomestici (sito ufficiale).
Gli italiani abitano in una casa magari per trenta o quaranta anni e di lavatrice ne cambiamo una ogni 10 anni o forse anche meno ultimamente, e diciamo “consumisti” agli americani che ogni stagione a causa dei un uragano magari loro malgrado sono costretti a ricostruirsi tutta la casa per intero ma la lavatrice è sempre la stessa di trentacinque anni fa perché semplicemente restaurano anche quella. E non diventa osbsoleta perché è talmente basilare e semplice che si adatta alle abitudini di una famiglia che nel tempo cambiano e si evolvono.
Non ho mai abbandonato i restauri in quanto proprio il primo in cui mi sono cimentato è la prova che il progetto del prodotto industriale non necessariamente deve portare alla creazione di qualcosa di nuovo ma che ripercorrere le strade abbandonate in passato può farci magari ricredere sulle scelte fatte. Oggi la mia Ignis Superautomatica ha 46 anni e funziona perfettamente, come anche l’ultimo dei miei lavori una Indesit 092 dell’inizio degli anni 80 e altri ancora.
Non si trovano più i pezzi!? Si rigenerano quelli vecchi o si fa cannibalismo da una macchina identica… o si ricostruiscono con il virtuosismo e la buona volontà che sono le doti estremamente necessarie per fare questo lavoro più d’ogni altro.
Consumano!? Ma la domanda che mi faccio è… “consuma di più la mia superautomatica che lava 2 volta a settimana a pieno carico e dopo mezzo secolo in discarica non c’è ancora mai finita oppure tutte queste ultramoderne lavatrici in classe A con la pretesa di fare un bucato in mezzo secchio d’acqua per tre o quattro volte al giorno mezze vuote e poi dopo nemmeno dieci anni mandate al rimpasto!?”
Silicone marino, Olio minerale e acido cloridrico e ipoclorito di sodio sono alcune delle sostanze che si usano durante i restauri che sono un vero processo di de-produzione che riportano ciascuna apparecchiatura ad un’insieme di componenti disassemblati per ciascuno dei quali bisogna sapere come comportarsi… pompe, cestelli, vasche, crocere, bobine e motori ciascun pezzo trattato singolarmente, alcuni sostituiti, altri semplicemente lavati con acqua e sapone! E poi di nuovo si rimonta tutto.
Invano ho tentato in passato di appellarmi alla legge 151/2005 sui RAEE per evitare lo scempio quotidiano (chiedevo solo un’autorizzazione a qualche ritiro per macchine ancora “salvabili” come dice la legge stessa ma tutti negano!!) delle migliaia di elettrodomestici che finiscono “rifiutati” perchè non più “beni durevoli” ma “beni di consumo” per i quali non esiste più alcuna traccia del concetto di riparazione.
Io invece mi oppongo e non le chiamo riparazioni bensì restauri e per ogni lavoro che faccio porto agli occhi della gente la prova che è possibile invertire la rotta di questa tendenza che definisco “del popolo dei butta-butta”. Siamo pochissimi in Italia a fare ciò, ma cercando in rete si possono trovare alcuni colleghi che mostrano orgogliosi il loro operato…, anche su questo blog recentemente si è cominciato a parlare di questa cosa.
E nemmeno ci aiuta l’industria magari accogliendo questa nuova forma di (ri)produzione, ben sapendo che proprio in tempi di crisi come questo, il mercato chiede qualità e qualcuno ha già imboccato questa strada.
Bello sarebbe se per una lavatrice oggi, invece di doverla buttare quando si guasta e non conviene ripararla, l’azienda che l’ha prodotta offrisse come alternativa il servizio di restauro. In fondo è quello che fanno riciclando i singoli materiali ma così si eviterebbero costi e conseguenze di tutto il processo di smaltimento… e si tornerebbe a dare lavoro ai riparatori.
Ancora forse i tempi non sono maturi per questi scenari ma io non mi arrendo e continuerò a fare questo meta-mestiere e sperando di aver dato con queste parole il mio contributo alla Decrescita Felice torno a vasche, crocere, cestelli e supporti.
di Diomede Corso
10 febbraio 2009
L’ effetto dell’ industria alimentare su fibre vitamine e minerali

I carboidrati e l’ effetto dell’ industria alimentare su fibre vitamine e minerali
Il Giornale OnlineLo sviluppo industriale e la raffinazione che effetto hanno sui carboidrati e i sui nutrienti ? Quali conseguenze possono scaturire dal consumo dei carboidrati non integrali? Perché “raffinare” ciò che è già perfetto?
Caratteristiche nutrizionali dei carboidrati all’ origine
I carboidrati considerati la principale fonte di energia per l’uomo, si trovano in abbondanza in: cerali, legumi, verdure e frutta. Appena raccolti madre natura li dona ricchi di sostanze nutritive: vitamina A-B1-B2, fosforo, magnesio, ferro, rame, calcio e grassi ecc.
In seguito, però, la maggior parte vengono modificati in laboratori industriali per un accanimento perfezionistico dell’uomo e per questo ridotti delle loro grandi proprietà nutrizionali . Eppure, integrali, meriterebbero tutta la nostra attenzione perché importanti per una sana alimentazione. Per questo è necessario comprendere meglio la qualità dei carboidrati analizzandoli singolarmente.
I cereali: Chicco integrale e chicco raffinato
I cereali sono appartenenti alla famiglia delle graminacee, ed esistono più di 9000 specie ma solo 120 generi sono presenti in Italia ed una media di 6 cereali sulle nostre tavole di cui 5 raffinati e 1 integrale. A questo punto è necessaria una distinzione tra un chicco integrale e un chicco raffinato e prendiamo come esempio il riso (il cereale di enorme successo.)
La struttura del chicco di riso integrale si divide in varie parti le più importanti:
- Pericarpo, esterno all’involucro del chicco , ricco di vitamine, Sali minerali, proteine, fibre, oligoelementi e biostimoline.
- Spermoderma, ricco soprattutto di vitamine e Sali minerali.
- Endosperma o albume ricco di proteine e vitamine.
- Sbramatura che consiste nell’eliminazione delle bucce esterne del chicco indigeribili per l’uomo.
La raffinazione del chicco di riso, invece, si ottiene con una serie di operazione:
- Sbiancatura del chicco che danno i vari tipi di riso in commercio
- Spazzolatura con la quale si rendono ben levigati i chicchi e si eliminano tutti i residui della lavorazione precedente.
- Lucidatura in cui viene spruzzato l’olio di semi o vasellina che impediscono lo sfarinamento del riso.
- Brillatura in cui il riso viene trattato con uno strato sottile di glucosio o di talco che lo rendono brillante.
- Amido è ciò che rimane del chicco integrale. Tutte le altre proprietà vengono ridotte mediamente del 30%.
Questo è solo un esempio riguardante uno specifico cereale, ma la raffinazione in genere su ogni tipo di cereale impoverisce e priva tutti i chicchi delle meravigliose proprietà offerteci. Ogni produttore ha dei sui segreti industriali circa il metodo di raffinazione e bilanciatura del riso del riso. in alcuni casi il riso viene trattato chimicamente nel tentativo di non perdere le propietà nutrizionali . Tratteremo in un 'altro articolo dei veri medodi di preparazione.
I legumi: Sono considerati anche proteine vegetali e sono semi di alcune piante facenti parte della famiglia delle Papilionacee o Leguminose. Secondo una ricerca dell’Università di Berkeley – California i legumi sono ritenuti terapeutici nell’ ipercolesterolemia, nel diabete, nelle malattie cardiocircolatorie e nella stitichezza ecc.
Consumo dei legumi.
Alcuni si possono consumare freschi appena raccolti ( piselli, fave) e in questa forma sono ricchi di vitamina C altri consumati secchi (ceci, fagioli, lenticchie, cicerchie ecc.) necessitano di ammollo, minimo di 8 ore ad un massimo di 36 ore, ed una buona cottura.
Quest’ultima garantisce l’inibizione degli antienzimi (oppositori della digestione) e l’ammollo aumenta le proprietà attive del legume, per questo più ore dura l’ammollo maggiore sarà l’apporto benefico; rimane preferibile il consumo di legumi secchi, freschi e sfusi piuttosto che quelli precotti.
Le verdure: con questo termine s’intendono quelle parti della pianta utilizzate per l’ alimentazione. Esse sono fonti principali di sali minerali, vitamine, fibre importanti per il transito intestinale, e clorofilla, il cosiddetto “sangue verde”. Questa straordinaria sostanza assorbe intensamente la luce solare e le radiazioni rosse, blu e violette dello spettro ottico, le quali accompagnate da caroteni e xantofille sono considerate fattori anticancro, batteriostatiche e cicatrizzanti.
Anche in questo caso è necessario il consumo di prodotti biologici per preservare le proprietà “vive” di questi alimenti.
La frutta: consigliata per un miglior sostegno energetico per gli sforzi brevi, l’attività muscolare in genere, la fatica psicofisica, il lavoro intellettuale e in tutti quei casi di convalescenza, gravidanza, sviluppo del bambino ecc. Contiene acqua, vitamine, Sali minerali, zuccheri, fibre, polifenoli che hanno un’azione antiossidante, antinfiammatoria, antinfettive e protettiva.
La frutta ha un ruolo importante per l’attivazione del flusso biliare, l’aumento della secrezione dei succhi gastrici e per favorire la fluidità del sangue.
Necessario il consumo di frutta di stagione, locale e maturata sulla pianta. Spesso accade che per ragioni commerciali la frutta viene raccolta acerba e fatta maturare in camere ad alta temperatura, quando siamo fortunati! Altrimenti si usa il gas etilene come nel caso di arance e banane. Ricordiamo dunque che questi processi chimici non sono altro che un modo per demineralizzare e acidificare il frutto.
Abbiamo cercato di semplificare il più possibile l’ostinazione umana nel modificare o trasformare ciò che la nostra bene amata Terra ci offre nella massima perfezione. Il nostro scopo era lanciarvi un messaggio, dandovi informazioni che molto spesso vengono celate da pubblicità ingannevoli e miranti all’omologazione globale.
Siamo sicuri che un effetto è stato ottenuto anche se paragonabile ad un sassolino buttato nell’oceano… anche se piccole le onde si espandono arrivando di costa in costa…
Fonte: Naturopatiaonline.org
05 febbraio 2009
L'agricoltura degli orti

Oggi l'agricoltura è sempre più intensiva e poco naturale e, oltre a consumare moltissime risorse ambientali e moltissimi combustibili fossili, non riesce a sostentare la crescente popolazione umana. Una possibile soluzione? Aumentare il numero di orti casalinghi.
Orti urbani
La pratica degli orti urbani si sta diffondendo sempre di più
Una delle principali domande legate all’agricoltura biologica, o all’agricoltura sostenibile, è: “Può essere in grado di sfamare l’attuale popolazione mondiale di 7 miliardi di persone?”. La risposta più probabile è: no.
Anche senza scomodare teorici quali Jared Diamond o Toby Hemenwey, sostenitori della tesi secondo cui “agricoltura sostenibile” è fondamentalmente un ossimoro, credo che la domanda, posta in questi termini, contenga un errore di fondo.
Tanto per iniziare, lo sviluppo dell’agricoltura contemporanea è legato più al concetto di “commodities” che non di alimentazione. Reinserire l’agricoltura in un processo di alimentazione sostenibile vorrebbe dire abbandonare le “filiere” ed i processi lineari della produzione massificata.
Sicuramente ne beneficerebbero la biodiversità, l’ambiente e la qualità dell’alimentazione, ma il sistema sarebbe troppo complesso da gestire, soprattutto in una società come la nostra, dove la totalità della produzione agroalimentare è sulle spalle di una porzione di manodopera sempre in diminuzione e, di conseguenza, soggetta ad un’altissima meccanizzazione.
Inoltre i consumi di combustibili fossili crescerebbero probabilmente come conseguenza della diversificazione necessaria.
Quindi cosa facciamo? Abbandoniamo il concetto di agricoltura sostenibile e ci arrendiamo all’industrializzazione del mercato alimentare?
Probabilmente una risposta che ad oggi potrebbe sembrare utopica (ma anche i viaggi sulla luna lo erano…) ci può arrivare dall’analisi di come quelle 7 miliardi di persone si alimentano.
Le strategie di approvvigionamento alimentare attuali si possono suddividere in tre macrocategorie che divise percentualmente danno all’incirca questi valori:
- 2% raccolta-caccia
- 15% orti di sussistenza
- 83% Agricoltura
Questi sono valori globali; in aree rurali dei paesi in via di sviluppo queste quote potrebbero essere completamente ribaltate, ma è altrettanto vero che spesso, anche nei paesi “tecnologicamente evoluti”, vi sono persone che curano orti o che vanno nei boschi a raccogliere funghi, bacche o a caccia.
È evidente che vi sia uno sbilanciamento notevole verso la produzione agricola, sbilanciamento che ne nega automaticamente la sostenibilità dati gli alti consumi di combustibili fossili collegati.
La vera sfida per riportare l’agricoltura ad una sostenibilità passa quindi attraverso una sua drastica riduzione.
Come ridurre la necessità di dipendere dall’agricoltura?
Probabilmente, come sostiene Michael Pollan, attraverso una modifica della nostra coscienza alimentare.
Attualmente, secondo uno studio di Jason Bradford, le necessità di “spazio” agricolo per alimentare una persona (la ricerca è realizzata prendendo in considerazione la realtà nord americana) si divide all’incirca in questo modo:
- 1.140 m² a grano
- 400 m² a legumi
- 120 m² a produzione di olii
- 80 m² di vivaio
- 120 m² a frutta e verdura
- 600 m² a produzione di latticini
- 650 m² a produzione di uova
- 34.000 m² per la produzione di carne
Per un totale di poco più di 37.000 m² di cui solo 3000 dedicati alla produzione vegetale.
Bradford utilizza, come metro di misura per il suo studio, i dati dell’agricoltura convenzionale senza considerare che, molto spesso, un orto casalingo può essere più produttivo.
Prendendo questi dati e considerando un’alimentazione più razionale e variata, basata principalmente su vegetali e con ridotti consumi di carne e cereali, già di per se si avrebbe una riduzione dell’impronta ecologica dell’agricoltura.
Paradossalmente, una diminuzione della quantità di terra dedicata all'agricoltura potrebbe essere la soluzione alla carenza di cibo
Ma il concetto si potrebbe spingere molto oltre.
Supponiamo che una parte dei terreni agricoli attuali, degli incolti urbani o suburbani (attualmente fuori dal calcolo statistico ufficiale dei suoli coltivabili) possano essere convertiti, su vasta scala, ad orti famigliari o collettivi e che questi vengano gestiti in maniera razionale ed ecologica attraverso tecniche colturali ad alto sequestro di carbonio (non movimentazione del suolo, pacciamatura, compostaggio ecc… ecc..). Si otterrebbe il doppio beneficio di sollevare l’agricoltura da un’eccessiva pressione produttiva e si attiverebbero circuiti virtuosi di recupero ambientale.
Se, inoltre, i terreni liberati dalla pressione agricola, fossero riportati ad uno stato “naturale”, forse non sarebbe così impossibile, in un prossimo futuro, modificare le percentuali di approvvigionamento alimentare ad un :
- 48% orti
- 48% agricoltura
- 4% raccolta-caccia
Forse la sostenibilità dell’agricoltura e del nostro sistema agroalimentare non passa tanto dalla ricerca di nuovi sistemi e mezzi agricoli ma dalla riduzione degli stessi.
Forse la sostenibilità dell’agricoltura passa dal fare un orto sul prato della propria casa.
by nicola savio
01 febbraio 2009
La dieta contro l'insonnia

Durante il periodo delle festività capita a tutti di dormire meno ore delle 7-8 che sarebbero necessarie al nostro organismo per riposare bene e riprendere con slancio e vigore una nuova giornata.
Tuttavia molte persone hanno problemi ad addormentarsi non solo nel periodo natalizio e della Befana, ma anche nel resto dell'anno.
L'insonnia è un problema che arriva a costare fino all'1% del PIL di un paese in termini di produttività persa (corrispondente a circa 28 giorni lavorativi), come rileva uno studio canadese coordinato da Meagan Daley, psicologo dell'Universite' Laval di Quebec, e pubblicato sulla rivista “Sleep”: solo in Italia sono insonni 12 milioni di persone, le quali vanno di conseguenza incontro a disturbi di salute e dell'umore, accusando stanchezza diurna, depressione e una compromissione nella qualità della vita. Quattro giorni e mezzo all'anno sono il periodo lavorativo perso a causa dei disturbi del sonno.
Per contrastare le difficoltà ad addormentarsi e riuscire a cadere in un profondo sonno ristoratore, la Coldiretti ha messo a punto una dieta con alcuni consigli sui cibi da preferire per lasciarsi cullare da Morfeo in dolci sonni.
Innanzitutto sono da preferire pane, pasta, orzo e riso, seguiti a ruota dalla lattuga, dal radicchio, dall'aglio e dai formaggi freschi. Sostanze che favoriscono l'addormentamento sono contenute anche in uova bollite, latte caldo e frutta dolce.
Altri alimenti, specialmente di sera, vanno evitati perchè contengono sostanze eccitanti. Tra questi contiamo i cibi con troppo sodio, come il pepe, il curry, la paprika, il sale in abbondanza come condimento, i salatini, gli alimenti in scatola e le minestre realizzate col dado da cucina.
A cena, o comunque in serata, la Coldiretti sconsiglia dal consumare alimenti e bevande come cioccolato, cacao, thè, caffè e superalcolici: questi ultimi vengono ricercati da moltissime persone che non riescono ad addormentarsi, ma è un errore perché, a parte i rischi per il fegato, essi inducono un sonno di cattiva qualità con un poco piacevole risveglio al mattino, spesso accompagnato da nausea e mal di testa.
I cibi rilassanti, dal canto loro, sono quelli che contengono l'aminoacido triptofano, che favorisce la sintesi cerebrale dell'ormone serotonina, la quale induce un rilassamento delle membra e predispone a una buona e sana dormita: oltre agli alimenti pro-sonno elencati prima, possono essere inclusi nella dieta serale il pesce fresco, la carne e i legumi.
Un innalzamento dei livelli circolanti di serotonina si verifica anche quando si consuma frutta fresca di stagione, ricca di zuccheri semplici come il fruttosio.
Tra le verdure, viste le loro proprietà sedative, spiccano la lattuga, il radicchio rosso e l'aglio, ma vanno benissimo anche la zucca, le rape e i cavoli. Infine, un bicchiere di latte caldo, giusto prima di andare a letto, che oltre a diminuire l'acidita' gastrica che puo' interrompere il sonno, fa entrare in circolo durante la digestione elementi che favoriscono una buona dormita per via di sostanze, presenti anche in formaggi freschi e yogurt, che sono in grado di attenuare insonnia e nervosismo.
by italia e salute
30 gennaio 2009
La vera causa delle malattie
"
All’inizio dell’800 Isaac Jennings, Dottore in Medicina, iniziò una rivoluzione silenziosa nel campo della sanità quando
si accorse che semplicemente cambiando il proprio stile di vita si potevano così ottenere risultati eccellenti...
All’inizio dell’800 Isaac Jennings, Dottore in Medicina, iniziò una rivoluzione silenziosa nel campo della sanità quando si accorse che semplicemente cambiando il proprio stile di vita si potevano così ottenere risultati eccellenti...
Il Dr. Jennings, dopo aver esercitato come medico tradizionale per 20 anni senza ottenere alcun risultato significativo, un giorno d’estate del 1815 durante un’epidemia si ritrovò senza medicinali, e non poté quindi prescrivere alcun trattamento ai pazienti che si erano a lui con ogni genere di sintomo. Tutto quello che disse loro fu di andare a casa, riposare e bere molti liquidi.
E cosa accadde? … Queste persone guarirono, senza alcun farmaco!
Così dopo aver praticato per lungo tempo la medicina 'ufficiale’, egli decise di abbandonare pillole, impiastri e polveri per esplorare un nuovo campo: vent’anni di esperienza lo avevano infatti portato a fidarsi sempre meno dei sistemi curativi farmacologici e sempre più invece dei mezzi e dei poteri della vita. Iniziò così a trattare i suoi pazienti dando loro soltanto pillole di pane e acqua colorata. Incoraggiato dai primi successi egli prese a curare nello stesso modo patologie sempre più gravi e complesse. I risultati furono eccellenti: i suoi pazienti guarirono in tempo record rispetto ai pazienti che invece prendevano medicinali. Infine, dopo quindici anni di successi senza farmaci, gettò la maschera: i suoi amici medici rimasero sorpresi, alcuni suoi pazienti lo denunciarono come impostore per essere stati ingannati ma la maggioranza di essi - benché confusa dal trucco (farmaco placebo) usato per guarirli - lo incoraggiò a continuare, dicendogli: "Se lei può curare senza medicine allora è il nostro medico". Il Dr. Jennings continuò dunque il suo lavoro, affermando che il sistema basato sui farmaci era sbagliato perché questi ultimi - invece di curare la gente - in realtà ostacolavano la guarigione o cambiavano la malattia originaria in malattia da farmaci (malattia iatrogena). Elaborò quindi un modello terapeutico in cui la malattia è un’unità e le manifestazioni della stessa (sotto forma di febbri, eruzioni cutanee, tosse, diarrea, ecc...) non sono altro che sforzi della natura per liberarsi dalla tossiemia. L’Università Yale gli conferì una laurea ad honorem come riconoscimento del grande successo che ottenne sostituendo le pillole con i placebo. La malattia (intesa come corredo sintomatologico) è invece il tentativo del corpo di ritrovare la salute, una scelta vitale e fisiologica finalizzata alla guarigione.
“Non c’è alcuna forza curante al di fuori del corpo.”
- Dr. Isaac Jennings
Ricorda, non potrai mai far star bene il tuo corpo se lo avveleni.
“Venticinque anni in cui ho prescritto farmaci e 33 anni in cui non ne ho prescritti mi hanno fatto arrivare alla conclusione che i farmaci sono inutili e nella maggior parte dei casi dannosi, e questo è per tutti coloro che vogliono conoscere la verità.”
- John H. Tilden, Dottore in Medicina (1940)
Ecco come ci si ammala:
in sintesi, quando le nostre abitudini di vita permettono all’organismo di raggiungere un crescente stato di intossicazione, l’energia vitale si abbassa in modo inversamente proporzionale e gli organi di eliminazione smettono di funzionare normalmente; aumentando ulteriormente l’accumulo di scarti nel corpo. Ed è proprio quando questi accumuli oltrepassano il punto di tolleranza che l’organismo va in crisi. Per compensare questa eccedenza di sostanze tossiche il corpo reagisce, provocando quella che viene definita malattia.
Il corpo umano è una creazione meravigliosa, che brucia costantemente carburante, elimina gli scarti della combustione e ricostruisce continuamente i tessuti sostituendo le cellule morte con delle nuove. Di fatto ogni sette anni ogni cellula nel corpo viene sostituita, il che significa che, dopo un periodo di sette anni, diverse centinaia di chili di cellule morte devono essere eliminate. Di per sé questo sarebbe un enorme dispendio di energie per il corpo. In più, a causa della mancanza di riposo o di acqua, o solo cercando di digerire l’ “impossibile” (le classiche “porcherie”), per non parlare degli effetti nocivi di una semplice abbuffata, creiamo un’enorme quantità di prodotti di scarto che il corpo gestisce con fatica. Quando il corpo viene sovraccaricato sono di più le tossine che entrano che quelle che vengono eliminate. L’accumulo delle tossine, che si verifica quando il corpo non riesce più ad eliminarle correttamente, ne compromette l’integrità, perché al corpo manca l’energia necessaria per eliminare le sostanze tossiche. Ricordiamolo: per eliminare le tossine serve energia.
La malattia è causata da una “carenza di forza” (ovvero mancanza di energia).
- Dr. Isaac Jennings
Tuttavia il corpo deve proteggere i suoi organi vitali ad ogni costo (il cervello e il cuore), quindi uno dei primi processi ad essere interrotto è quello di eliminazione delle tossine, che - purtroppo - iniziano così ad accumularsi (“tossiemia”). Quando il corpo è saturo apre una valvola di sicurezza per rilasciare le tossine, attraverso uno qualsiasi dei 4 canali di eliminazione: la pelle, i polmoni e il tratto respiratorio, l’intestino e il colon, le vie urinarie. Questa valvola di sicurezza è ciò che comunemente definiamo malattia (il tentativo del corpo di espellere le tossine). In effetti tutte le malattie sono “crisi di guarigione”, cioè un tentativo da parte del corpo di liberarsi dalle tossine in eccesso. La malattia è la manifestazione del tentativo di auto-guarigione del corpo, è l’azione che compie per eliminare i veleni.
Usiamo un po’ di buon senso ora. Se prendessimo un veleno e lo mettessimo in circolazione nel sangue, il corpo risponderebbe cercando di buttarlo il più velocemente possibile per salvaguardare l’integrità del sistema, attraverso uno dei canali di eliminazione disponibili, provocando quindi tosse, vomito, febbre, acne, sudore, diarrea, ecc. Il corpo userà ogni briciola di energia che ha a disposizione per espellere il veleno dal sistema. Potremo quindi avvertire mal di testa, un’abbassamento di energia, dolori articolari, insonnia, affaticamento, problemi ai reni, convulsioni, eruttazione, irritazioni, ecc. Conosciamo una qualsiasi malattia che non presenti questi sintomi ?
“Secondo me la malattia, per quanto dannosi gli agenti che la causano, non è altro che un energico tentativo della natura di eliminare le sostanze patogene e guarire il paziente.”
- Dr. Thomas Shydenham
Ma, invece di lasciare che il corpo elimini le sue tossine, interrompiamo questo processo con i farmaci, immettendo in questo modo altre tossine nel sistema per cui, anziché assecondare il processo di pulizia, lo chiamiamo “Malattia” e cerchiamo di interromperlo il prima possibile! Eliminando i sintomi, interferiamo con la naturale capacità di autoguarigione del corpo. Il corpo quindi non solo sta lottando contro un carico sempre maggiore di tossine “normali”, ma si ritrova ora a dover affrontarne altre: i medicinali che il tuo farmacista ha nel suo arsenale di armamenti anti-sintomi. Quindi… ciò che noi chiamiamo “malattia” è in realtà “la cura”!
Siamo stati tutti così condizionati a pensare secondo i canoni del sistema dominante della medicina allopatica, che è molto difficile accettare l’idea che i sintomi delle malattie siano effettivamente il tentativo di autoguarigione del corpo. La malattia, anche se può avere un effetto più o meno guastante, resta sempre e comunque uno sforzo del corpo per liberarsi della “tossiemia”, poiché se così non fosse morirebbe. Quindi, secondo quest’ottica, si può dire paradossalmente che la malattia in effetti arriva per guarire. L’unica vera malattia è invero la “tossicosi”.
In conclusione:
Il corpo umano ha dentro di sé il potere di guarirsi (senza farmaci).
La base da cui si sviluppa ogni malattia è un accumulo di tossine che il corpo non è riuscito ad espellere attraverso i suoi 4 canali di eliminazione.
La ragione per cui il corpo non riesce a disintossicarsi correttamente è la carenza di energia causata dallo stress, da uno stile di vita non sano e/o maltrattamento del corpo (in particolare attraverso scelte sbagliate in fatto di cibo, iperalimentazione, assunzione di tossine farmaci compresi, ecc.).
Quello che noi chiamiamo malattia è in realtà lo sforzo che il corpo fa per liberarsi dalle tossine, ossia il suo tentativo di guarirsi (le reazioni più comuni sono, tra le altre, febbre, mal di testa, eruzioni, muco, tosse, vomito e infiammazione).
L’assunzione di farmaci va ad aggiungersi alle cause della malattia e ne aggrava la situazione, poiché per il corpo umano sono dei veleni (acidi), e quindi nocivi.
La causa principale delle molte cosiddette “malattie” dell’uomo è da ricercarsi in quelle attività che prosciugano la forza vitale del nostro corpo, le abitudini quindi che tolgono energia al nostro corpo. Di conseguenza la soluzione definitiva alle nostre malattie è una correzione delle abitudini di vita. Non esistono “pillole magiche” (farmaci) per raggiungere una buona salute. Uno stato di salute ottimale deriva dal rispettare alcune semplici leggi naturali; ossia fare le giuste scelte quotidianamente.
di Matt Traverso
28 gennaio 2009
Sulla vita in campagna

Quando si propone (anche in ambienti ecologisti) la via della vita in e della campagna come alternativa centrale, autentica e possibile al sistema di vita dominante (con le conseguenze che gia’ abbiamo davanti agli occhi e quelle che probabilmente avremo a breve) spesso si assiste a polemiche piuttosto accese fra chi difende quest’idea con toni che a volte sconfinano anche nel romantico-ideologico-utopista e chi sembra rifiutare cio’ che gli sembra un vano sogno impossibile respingendolo con energia degna di fanatici dello sviluppismo; energia che pare quella di chi voglia allontanare da se’ il pericolo di poterci credere davvero ad un tale sogno.
E’ chiaro che si tratta di un argomento che stimola le coscienze perche’ e’ in fondo abbastanza evidente che, se diffusa su percentuali consistenti della popolazione, sarebbe forse l’unica scelta che davvero potrebbe dare una svolta radicale in senso eco(ed umano-)sostenibile alla nostra societa’ ed al suo futuro. Quantomeno l’unica che e’ direttamente alla portata delle nostre decisioni come comuni mortali, mentre ogni tipo di programma politico (per inaspettatamente coraggioso che fosse - e non se ne vede comunque traccia) avrebbe bisogno in ogni caso di tempi e condizioni molto complicate nelle quali possiamo solo sperare, ma purtroppo sempre meno credere, in una economia globale che ha ormai bisogno di crescere continuamente anche solo per sopravvivere.
D’altra parte un basilare principio di realta’ non puo’ non farci riconoscere che in tutto quell’insieme di eventi e trasformazioni avvenuti negli ultimi due secoli, che chiamiamo genericamente “progresso”, c’e’ anche molto di positivo se guardiamo a come era prima la condizione umana in molti suoi aspetti, e dunque una scelta in cosi’ radicale rottura con questa tendenza storica come quella di andare a vivere in campagna, chiamandosi fuori da tutto cio’, puo’ sembrare inappropriata perche’ non terrebbe conto della realta’ delle cose.
Questo e’ comprensibile. Ma che si rilegga in chiave radicalmente critica la modernita’, fin nei suoi presupposti, e che a questa critica se ne vogliano far seguire le conseguenze pratiche, non deve necessariamente significare che si pensi di poter fare come se tutto cio’ che e’ avvenuto dal tempo delle candele, dei carretti, delle fattucchiere e delle scomuniche non ci sia stato ne’ ci sarebbe dovuto essere. E’ sorprendente come in un’epoca in cui sembra trionfare l’idea di liberta’, specialmente di pensiero, si rimanga cosi’ impigliati nell’automatismo di credere nell’alternativa netta “o modello sviluppo-consumista o ritorno al medioevo sotto tutti gli aspetti”. Purtroppo succede pure che anche chi pretende a questo punto di preferire la seconda alternativa finisca per credere a questo bivio mal posto. Non c’e’ questo bivio: indietro nella Storia non si torna, si va solo avanti, anche se non sta scritto da nessuna parte che si vada verso qualcosa.
Per questo motivo non possiamo neanche illuderci che una linea di tendenza storica vada comunque verso il meglio solo perche’ a lungo la si e’ chiamata “progresso”, neanche se in parte e fino ad un certo punto lo si e’ potuto fare con buone ragioni. Se determinate trasformazioni sono avvenute ed hanno avuto il sostegno sentito e partecipe di moltissime persone vuol dire che ce ne erano i motivi. Ce ne erano i presupposti e se ne sentiva il bisogno, cosi’ che quando si e’ presentata una via possibile e comprensibile che rispondeva alle esigenze molti l’hanno seguita, pur se cio’ comportava delle rotture e delle notevoli difficolta’ . E’ miope e limitato pensare semplicisticamente in termini di giusto e sbagliato: esistono piuttosto i percorsi, in cui ci sono passaggi anche necessari, inevitabili. Invece di discutere in termini di andare avanti (avanti in che senso?) o tornare indietro (indietro dove?) sarebbe piu’ sensato riconoscere che cio’ che ci ha portato fino a qui aveva ragione di essere, altrimenti non saremmo dove siamo, ma siamo al punto di poter e dover prendere una strada diversa. Qui sta il bivio: nell’andare avanti in un altro modo grazie all’essere arrivati fino a qui con tutti gli errori che ora possiamo vedere ed a cui possiamo porre rimedio.
La Modernita’, la Scienza e la Tecnologia ci hanno affrancato da superstizioni, fame, malattie, fatalismo….; ci hanno portato a credere a cieche ideologie iperrazionaliste, a vederne le conseguenze e poi a non crederci piu’; a riconoscerci artefici della Storia e del nostro destino sostituendoci a Dio in questo ruolo e a ritrovarci ora in balia di forze economiche incontrollabili e impersonali che muovono questa “Storia” e noi con essa senza che ce ne rimanga alcun significativo controllo salvo la versione “realistica” odierna dell’antica devozione nel ripeterci che (pero’) e’ questo che ci da’ il pane ecc.. (soprattutto eccetera, perche’ se si trattasse del pane e del necessario basterebbe molto meno e ci rimarrebbe tempo anche per un po’ di vita come esseri umani); ci dovrebbero aver dato la capacita’ di vedere i fatti come processi e gli opposti come fasi complementari e successive.
Purtroppo la forma mentale occidentale, concettuale, astrattista, tutta legata alla dimensione del linguaggio, tende a mettere sempre le cose in contrapposizione: per questo la nostra storia si compone di movimenti politico culturali che impiegano enormi energie a combattersi ed estremizzare ognuna le proprie posizioni, a non comprendere l’aspetto di realta’ che c’e’ in quelle opposte e, in definitiva, sempre ad andare un po’ troppo in un senso, in modo che poi la cultura che avra’ successo…..successivamente (appunto si dice cosi’)….dovra’ recuperare tanti errori da finire per andar troppo nel senso opposto in modo da generare movimenti di segno opposto e cosi’ via.
E’ grazie al percorso anche distruttivo e consumistico, e’ grazie agli errori fatti ed alla capacita’ di comprenderli insieme a quanto di buono si puo’ conservare che oggi potremmo voler fare a meno di cio’ di cui non abbiamo bisogno. E’ grazie a questa esperienza che possiamo immaginare altri percorsi per cui non necessariamente tutti su questa Terra debbano ripetere gli stessi errori per capire le stesse cose. E’ grazie alla confusione del superfluo che poi possiamo fermarci all’essenziale.
Prendere concretamente una direzione di vita sostenibile, non consumistica, di non collaborazione col sistema distruttivo, di autoproduzione (e come potrebbe essere altro se non con la base di indipendenza economica ed esistenziale che la campagna puo’ dare?) non e’ un tornare indietro, non e’ un misconoscere la realta’ della Storia e del progresso (quel che c’e’ di vero in questo - e non e’ poco), ma e’ confutarne la mitologia, confutare gli aut-aut pseudorealisti e soprattutto non farsi incastrare dall’abitudine a trasformare sempre tutto in materiale dialettico-polemico. Non si puo’ sapere e definire la giustezza a livello generale o di tendenza storica di un’idea senza metterla in pratica, non lo si puo’ fare senza aver lavorato nella propria vita per aprirgli una strada, una possibilita’. Non si puo’ neanche sapere di cosa si stia parlando se non si accetta di scendere nell’esperienza anche se questo modifichera’ alcune delle nostre visioni.
Ed infine non si puo’, proprio perche’ siamo nella post-modernita’, non dare valore centrale alla nostra vita individuale giocata giorno per giorno, anche senza necessita’ di uno schema teorico a tutto tondo, come particella elementare di quel flusso di massa che chiamiamo “Storia”, che, ricordiamoci, possiamo davvero definire e conoscere solo dopo, guardandoci indietro. Mentre le analisi storiche le faranno gli intellettuali a posteriori, la “Storia” la facciamo oggi con le nostre vite. E non si tratta di agire in base ad una concezione lineare-progressiva piuttosto che circolare-statica della Storia: queste anche sono definizioni che appartengono all’ex-post e che sono soggette anch’esse alle mode e alle fasi culturali. Si tratta invece, concretamente e semplicemente, di capire cio’ che va fatto, data la situazione che ci si trova a vivere, non solo immaginandosi elemento separato, ma riconoscendosi parte del Tutto, e farlo, a partire da se’.
Per questo io credo che la scelta di andare a vivere in campagna, di trovare qui un’alternativa autentica e possibile, e’ una scelta oggi non meno attuale e legittima storicamente almeno di qualsiasi altra, se non, a ben vedere, quella davvero appropriata ai tempi, che richiedono svolte nette e fattive che non possono calare dall’alto ma venire dalla responsabilita’ di ognuno, perche’ dalla responsabilita’ di ognuno si riproduce ogni giorno questo “mostro impersonale” al quale abbiamo delegato (da ex- forse piu’ che da post- moderni) il nostro destino e la realizzazione del nostro posto nel mondo, in cambio di una limitata gamma di ripetitive e sempre piu’ solitarie ” liberta’ ” quotidiane.
di Sergio Cabras
27 gennaio 2009
L'acqua che utilizziamo...
Dietro ogni prodotto che compriamo ed ogni servizio di cui usufruiamo si celano enormi quantità di acqua. In un momento in cui milioni di persone soffrono per la carenza idrica, è nostro dovere prendere consapevolezza del valore di tale risorsa ed evitarne gli inutili sprechi.
16 mila litri di acqua in ogni chilo di carne
Per un solo chilo di carne sono necessari 16 mila litri di acqua
Sapete che produrre un chilo di riso richiede 3000 litri di acqua? Che per una semplice tazzina di caffè ne occorrono 140, per un litro di latte ne servono 1000 e per un chilo di mais 900? Ebbene sì, queste sono le cifre riportate nel sito web Water Footprint, gestito dall’Università di Twente (Paesi Bassi) e dall’UNESCO-IHE Institute for Water Education. Il dato a mio avviso più impressionante riguarda, però, la produzione di carne: per un solo chilo di carne di manzo sono necessari, addirittura, 16 mila litri di acqua.
Abbiamo (chi più, chi meno) consapevolezza della quantità di acqua che utilizziamo per dissetarci, cucinare e lavare; più difficilmente percepiamo il consumo idrico per produrre cibo, carta, vestiti e tanto altro ancora. Per fare un ulteriore esempio, in una maglietta di cotone si “nascondono” almeno 2.900 litri di acqua, impiegati nell’intera filiera della produzione.
A misurare il consumo di acqua è un indicatore denominato Water Footprint. L’Impronta idrica consente, appunto, di misurare l’uso di acqua prendendo in considerazione sia l’utilizzo diretto che quello indiretto da parte del consumatore o del produttore. Mentre l’Impronta ecologica calcola l’area totale di spazio produttivo necessario a produrre i beni ed i servizi consumati da una determinata popolazione, l’Impronta idrica calcola il volume di risorse idriche necessarie a produrre gli stessi beni e servizi.
L’Impronta idrica totale di una nazione è formata da due componenti: l’Impronta idrica interna è la quantità di acqua necessaria a produrre i beni e servizi prodotti e consumati internamente al Paese, mentre l’Impronta idrica esterna deriva dal consumo di merci importate o, in altre parole, calcola l’acqua utilizzata per la produzione delle merci nel Paese esportatore.
Dal Living Planet Report 2008, rapporto biennale del WWF sulla situazione degli ecosistemi del mondo, è emerso, peraltro, che l’Italia occupa il 4° posto nella classifica mondiale riguardante l’impronta idrica del consumo. Davanti a noi abbiamo USA, Grecia e Malesia, dietro di noi, Spagna, Portogallo, Canada e tutti gli altri.
A fronte del nostro consumo esagerato ed indiscriminato di acqua, il Report segnala almeno 50 paesi che attualmente stanno affrontando crisi idriche più o meno accentuate ed il numero di persone che soffrono per la carenza di questa preziosa risorsa tende ad aumentare a causa dei cambiamenti climatici.
Eppure, invertire la rotta si può.
“Non solo i governi, ma anche consumatori, imprese e comunità possono fare la differenza, affinchè si possa giungere ad una migliore gestione delle risorse idriche”, sostiene il Prof. Arjen Y. Hoekstra, inventore dell’indicatore Impronta Idrica e direttore scientifico del Water Footprint Network.
Un nuovo studio relativo al potenziale di risparmio idrico dell’UE dimostra che la quantità di acqua utilizzata in Europa potrebbe essere tagliata addirittura del 40% grazie a nuove tecnologie per il risparmio idrico nell’industria e nella produzione manifatturiera, a migliori tecniche di irrigazione e, chiaramente, alla riduzione degli sprechi domestici.
Secondo la relazione, l’acqua utilizzata a fini personali potrebbe essere quasi dimezzata, senza rinunciare a niente ma solo eliminando gli sprechi.
Le bottiglie di plastica consumano moltissima energia
L’acqua imbottigliata consuma energia nelle fasi di produzione, commercializzazione e riciclaggio delle bottiglie in plastica
Potremmo quindi fare la doccia anziché il bagno e ridurre il tempo trascorso sotto il getto d’acqua, non lasciare il rubinetto aperto quando laviamo i denti o i piatti, controllare eventuali perdite dalle tubature, quando è possibile preferire il ciclo economico della lavatrice o, ancora, quando prepariamo il tè, mettiamo a bollire soltanto la quantità di acqua necessaria.
Fondamentale è poi scegliere coscientemente i nostri acquisti: pensare all’intero ciclo di vita dei prodotti che compriamo significa essere consapevoli della quantità totale di acqua necessaria per produrli, utilizzarli e smaltirli. Sarebbe dunque opportuno prediligere prodotti a ridotto impatto ambientale, frenare il nostro consumo di acqua in bottiglia e modificare la nostra dieta limitando i cibi che necessitano di grandi quantità d’acqua per essere prodotti o trasportati, come la carne e gli alimenti elaborati.
Combinate tra loro ed estese al maggior numero di persone possibile, tali strategie possono condurre ad una gestione migliore, e soprattutto più equa, di questa risorsa vitale. Perché se l’acqua è un nostro diritto, non abusarne è, oggi più che mai, un nostro dovere.
di Alessandra Profilio
26 gennaio 2009
Intel testa un datacenter alimentato da fotovoltaico

Energia dal fotovoltaico e datacenter non sembrano andare molto d’accordo: i secondi succhiano quantità enormi di energia che gli attuali impianti solari sembrano non essere in grado di fornire.
Intel però ci prova lo stesso e sperimenta una “stringa” fotovoltaica in grado di fornire 10 Kwp ai datacenter di Rio Rancho in New Mexico, una goccia dei fabbisogni energetici ma che serviranno per farsi un idea su come organizzare il prossimo futuro energetico.
Anche Sun con il progetto Blackbox, “scatole magiche,” cioè un datacenter, il D20,racchiuso in un container e completo di 240 macchine,che richiedono il 40% in meno di energia oltre ad essere completamente riciclabili, ha provato a rendersi autonoma, ma con scarsi risultati. Infatti al CeBit del maggio 2008 a Sidney, Sun presentò il Sun MD, alimentata da circa 200 mq di pannelli solari che si dimostrarono appena sufficienti ad alimentare un rack nella configurazione tipica ad alta densità di un Blackbox.ttualmente c’è un solo datacenter alimentato interamente da 120 pannelli solari ed è AISO (Affordable Internet Services Online) che si trova a Romoland in California, che appunto dichiara di essere autonoma energeticamente (nella foto, presa dalla loro webcam, i pannelli solari), grazie al fotovoltaico al 100% ma anche ad una accorta politica di risparmio e il tutto senza l’aiuto di certificati verdi.
E mentre il Presidente Obama rivede la politica fotovoltaica a stelle e strisce sembra che a non consentire l’espandersi dell’energia proveniente dal sole nelle ITC non siano le tecnologie al silicio bensì i costi dell’energia: tra i 25 e i 30 cent di dollaro a kWh.
by ecoblog.it
24 gennaio 2009
Il podere (piccolo e bello)
.jpg)
Per più di un secolo gli economisti hanno predetto la scomparsa
della piccola azienda agricola (il podere) che condannavano
come “sottosviluppata,
improduttiva e inefficiente”.
Oggi si verifica che, invece di essere una sopravvivenza del
passato
contiene una prospettiva ecologica produttiva ed efficiente
per il futuro.
Il processo in corso di liberalizzazione nel commercio
agricolo internazionale
sta avendo effetti fortemente
negativi ovunque sulle
piccole attività agricole.
Se vale la pena proteggerle, allora, è il
momento giusto per informare gli economisti del mondo ed i politici
sui motivi. Ma vale veramente la pena proteggerle?
Possono
competere con le grandi imprese agricole? Quali sono in termini
economici ed ecologici
i benefici delle piccole attività rurali?
Le ragioni a favore delle piccole attività agricole
In merito alla rinascita della piccola azienda agricola, è importante
sottolineare 3 punti chiave. Il primo: nonostante che i piccoli
contadini siano stati combattuti e cacciati negli ultimi 50 anni
dalle aree rurali di tutto il mondo, ancora insistono. In molte aree
anche degli USA continuano ad essere numerosi.
Nel Terzo Mondo
sono impegnati nella produzione
degli alimenti essenziali. Le
previsioni della loro scomparsa continuano quindi ad essere premature.
Il secondo punto è che la piccola attività agricola non è
così improduttiva o inefficiente come ci vorrebbero far credere
molti teorici. Infatti è evidente che un modello di sviluppo agricolo
basato sulla piccola azienda può produrre più cibo di quello
fondato sulle grandi imprese.
Il terzo punto è che la piccola azienda, il podere, esercita molte
funzioni a beneficio della società della biosfera che vanno ben al
di là della produzione di una particolare derrata. Essa dovrebbe
essere presa in attenta considerazione prima di varare una nuova
serie di misure contro la piccola azienda agricola, come quelle
discusse dal WTO e dai governi che ne fanno parte.
Le virtù della piccola azienda agricola negli USA
Forse con sorpresa il governo degli USA - uno dei più impegnati
nella liberalizzazione dell’agricoltura industriale nel mondo - è
d’accordo con la mia analisi sui pregi della piccola impresa. La
commissione nazionale sulla piccola azienda agricola del ministero
dell’agricoltura americano USDA ha pubblicato nel 1998 una
relazione importante intitolata “II tempo
per agire”. Quello che
l’ USDA in questa relazione definisce “il valore pubblico della piccola
azienda agricola” comprende:
Diversità: la piccola azienda incarna una diversità di forme di
proprietà, modi di coltivazione, paesaggi, cicli biologici, cultura
e tradizioni. Una struttura agricola variegata contribuisce alla
biodiversità, ad un paesaggio rurale diversificato ed esteticamente
piacevole.
Benefici ambientali: una gestione responsabile delle risorse naturali,
suolo, acqua e fauna come si incontra nel 60% delle aziende
agricole americane, costituito da aziende con meno di 70 ettari,
produce notevoli benefici ambientali.
Rafforzamento delle responsabilità comunitarie: una proprietà
terriera decentrata offre un’opportunità
economica più equa per
la popolazione rurale. Ciò può portare a un maggiore senso di
responsabilità personale e di autonomia sulla propria vita. I proprietari
terrieri che per le loro necessità contano sui commerci e
servizi locali hanno anche interesse al benessere della comunità e
dei loro cittadini.
Legame personale al cibo: la maggior parte dei consumatori ha
pochi contatti con l’agricoltura e di conseguenza pochi legami
con la natura e non apprezzano
il ruolo dell’agricoltore. Attraverso
i mercati agricoli e l’agricoltura sostenuta dalla comunità
rurale, i consumatori possono collegarsi a coloro che coltivano i
loro cibi.
Fondamenti economici: in vari stati e regioni degli USA le piccole
aziende agricole sono vitali per l’economia.
Le virtù del piccolo podere nel Terzo Mondo
Un quadro simile si ha anche nel Terzo Mondo dove le politiche
che promuovono le grandi imprese agricole
orientate all’esportazione,
hanno sempre più eroso la vitalità delle piccole attività
rurali. Nelle comunità agricole tradizionali il podere familiare
è strategico per la sostenibilità della produzione agricola. Nella
piccola azienda, le attività produttive, la mobilità del lavoro, i
modelli di consumo, le conoscenze ecologiche e gli interessi comuni
nel mantenere a lungo termine il podere come risorsa, contribuiscono
a renderlo un attività economica stabile
e duratura.
II guadagno a corto termine, che rischia di degradare le risorse
essenziali, colloca sia la famiglia che l’attività agricola a rischio di
collasso. Piccole aziende agricole familiari hanno regolarmente
una produzione più elevata e più dipendente dalla loro terra delle
imprese agricole grandi che operano in ambienti simili. Pratiche
di lavoro intensivo
come la letamazione, l’aratura superficiale, i
terrazzamenti, il compostaggio delle sostanze organiche
e il riciclaggio
dei prodotti vegetali nel processo
produttivo, migliorano
la conservazione e fertilità del suolo.
I piccoli contadini hanno sviluppato, talvolta nell’arco
di
5.000 anni, moltissime tecniche, produzioni e sistemi colturali.
Forse la cosa più importante in un’era di risorse non rinnovabili
in declino, è che i piccoli agricoltori nel Terzo Mondo producano
raccolti
abbondanti con il minimo ricorso a costosi interventi
esterni quali l’uso di pesticidi, di macchine o di semi geneticamente
modificati.
La produttività del piccolo podere
Quante volte ci è stato detto dagli esperti che le grandi imprese
agricole sono più redditizie dei piccoli
poderi o che sono più efficienti?
Eppure i dati attuali, se vengono presi in considerazione,
dimostrano
esattamente il contrario per la produttività: i piccoli
poderi producono molto di più per unità di superficie delle grandi
aziende. E allora perché continuare
la crociata contro i piccoli
poderi? Una ragione
è dovuta al fatto che il metodo convenzionale
usato per misurare la produttività è sbagliato, perché riceviamo
le risposte sbagliate alle nostre domande.
Misure sbagliate
Se dobbiamo valutare in modo imparziale la produttività
media
della piccola azienda e della grande impresa agricola dobbiamo
destituire le “rese” come strumento di misura. La “resa” è la
produzione per unità di superficie di un unico raccolto - per es.,
“tonnellate di mais per ettaro” - ed è la misura basilare usata dagli
economisti per definire la produttività del terreno agrario. Spesso
la resa più alta di un raccolto si ottiene seminandola da sola in
monocoltura. Ma mentre una monocoltura può permettere una
resa notevole di un solo raccolto non produce niente altro di utile
per l’agricoltore. Gli spazi vuoti tra le file - nicchie vuote in termini
ecologici - invitano al moltiplicarsi delle erbe infestanti. La
presenza delle erbacce significa che l’agricoltore deve investire in
lavoro per diserbare o in soldi per i pesticidi. Le grandi imprese
agricole tendono a seminare monocolture
perché sono le più
semplici da gestire con grandi macchine. La piccola attività agricola
d’altro canto tende a preferire raccolti misti, “trasemine”,
in cui gli spazi vuoti non sono occupati da erbacce ma da altri
raccolti. Tendono anche a combinare o ad alternare i raccolti con
i pascoli, con il letame che serve a ristabilire la fertilità al terreno.
Simili sistemi agricoli integrati producono molto di più per unità
di superficie delle monocolture.
Sebbene la resa per unità di superficie di una sola coltura - mais
per es. - può essere inferiore, la produzione
per ettaro, spesso
composta da più di una dozzina di colture diverse, e vari prodotti
animali, può essere molto più alta. Se dobbiamo confrontare la
piccola azienda agricola con la grande impresa dobbiamo usare la
produzione complessiva, invece della resa, come misura più precisa
della produttività. La produzione complessiva è la somma di
tutto quello che produce un piccolo agricoltore: vari cereali,
frutta,
verdure, foraggio, prodotti animali ecc. Con questo metodo
emerge un quadro molto diverso. Esaminando i dati riscontriamo
veramente che le piccole aziende quasi sempre producono di più
per unità di superficie delle grandi. Ciò è ora ampiamente riconosciuto
dagli economisti agrari di tutte le parti politiche come
“relazione inversa tra dimensione dell’attività agricola e produzione”.
Persino gli economisti
dello sviluppo più all’avanguardia
nella Banca Mondiale sono arrivati a questa conclusione al punto
che ora accettano che la ridistribuzione della terra ai piccoli contadini
porta ad una maggiore produzione complessiva.
Le quattro tabelle che accompagnano questo articolo illustrano
solo alcuni dei molti esempi di come la produttività e la dimensione
dell’azienda agricola nel mondo dimostri la relazione
inversa: col crescere dell’azienda
diminuisce la sua produttività
complessiva.
Varie sono le ragioni della maggior produttività della piccola
azienda agricola. Eccone alcune:
Pluralità di raccolti: i piccoli agricoltori mischiano varie
combinazioni sullo stesso terreno, piantano più volte durante
l’anno, e integrano i raccolti col bestiame
e persino con
l’acquacoltura, facendo un uso più intenso dello spazio e del
tempo.
Composizione della produzione: la grande azienda agricola è
orientata verso attività estensive come il pascolo di bovini o le
monocolture estensive di cereali mentre i piccoli agricoltori danno
risalto al lavoro e all’utilizzo intensivo del terreno.
Irrigazione: i piccoli agricoltori sono portati a utilizzare
in modo
più efficiente l’irrigazione.
Qualità del lavoro: Mentre i piccoli poderi generalmente
usano
il lavoro familiare che è personalmente
interessato al successo
dell’attività, la grande azienda
utilizza manodopera a pagamento
relativamente interessata. La piccola azienda spesso dedica più
lavoro per unità di terreno.
L’uso dei mezzi di produzione: la policoltura nella piccola attività
agricola favorisce l’uso di mezzi di produzione autoprodotti quale
letame o compost, mentre la grande impresa usa mezzi comprati
come i concimi chimici.
L’uso delle risorse: le grandi imprese sono meno impegnate nella
buona gestione delle risorse – come i boschi o le risorse d’acqua
– che si combinano con la risorsa terra per produrre di più e meglio.
Efficienza del piccolo podere
Mentre i piccoli poderi sono chiaramente più produttivi
delle
grandi imprese agricole in termini di prodotto, spesso si dice che
la grande impresa è più efficiente. Ma anche questo è falso. La
definizione di “efficienza” più accettata dagli economisti convenzionali
è quella della “produttività
complessiva” - una sorta di
media dell’efficienza nell’utilizzo di tutti i diversi fattori che intervengono
nella produzione compresi la terra, il lavoro, i mezzi
di produzione, il capitale ecc. Tomich ha fornito i dati degli anni
’60,’70 e dei primi anni ’80 che dimostravano
che i piccoli poderi
hanno una produttività complessiva maggiore delle grandi
imprese in zone come l’Africa SubSahariana, l’Asia, il Messico e
la Colombia. Più recentemente la stessa cosa è stata verificata in
Honduras. Nei paesi industrializzati il dato è meno chiaro. L’opinione
della maggioranza probabilmente è che la piccola azienda
è inefficiente perché non usa pienamente le costose attrezzature
meccaniche mentre
le grandi imprese sono anche loro inefficienti
per problemi di amministrazione e di lavoro tipici delle grandi organizzazioni.
Così la più alta efficienza forse si raggiunge in medie
aziende con uno o due operai. In altre parole anche nei paesi “sviluppati”
non c’è modo di vedere che le grandi imprese agricole
siano più efficienti - in pratica possono anche essere abbastanza
inefficienti. Ma c’è molto più da dire dell’importanza economica
dei piccoli poderi se usciamo dalle aziende agricole e ci poniamo
domande sullo sviluppo economico.
Le piccole aziende agricole nello sviluppo economico
Sicuramente più quintali di grano non sono il solo scopo dell’agricoltura;
le risorse agricole devono anche generare ricchezza per
il miglioramento complessivo della vita rurale - che comprende il
miglioramento delle abitazioni, dell’educazione, dei servizi sanitari,
dei trasporti, della diversificazione locale delle attività economiche,
e più opportunità ricreative e culturali.
Negli USA la domanda cruciale è stata posta più dì mezzo
secolo fa: che cosa significa per le comunità e le cittadine rurali
la crescita su larga scala dell’agricoltura industriale? Lo studio di
Walter Goldschmidt divenuto ormai un classico svolto negli anni
’40 nella valle San Joaquin in California ha confrontato le aree
dominate dalle grandi imprese agricole con quelle caratterizzate
ancora dalle piccole attività familiari. Nelle zone rurali dominate
dalle grandi imprese agroindustriali Goldschmidt scoprì che le
città vicine erano morte, la meccanizzazione aveva portato all’occupazione
di meno persone sul posto e la grande proprietà assente
aveva espulso le famiglie rurali. In queste zone agroindustriali il
guadagno ottenuto con l’agricoltura veniva assorbito dalle grandi
città per sostenere altre imprese distanti, mentre prima nei centri
rurali circondati da aziende agricole familiari il guadagno circolava
tra i mercati locali generando lavoro e prosperità per la comunità.
Dove le aziende agricole familiari predominavano c’erano
più affari locali, strade asfaltate e marciapiedi, scuole, parchi,
chiese, circoli e giornali, migliori servizi, più occupazione e partecipazione
civica. Gli studi condotti dopo il libro di Goldschmidt
confermano che le sue scoperte restano vere anche oggi. Se guardiamo
al Terzo Mondo trovi amo che gli stessi benefici si ricavano
solo da un’ economia basata sulla piccola attività agricola. Il Movimento
dei Lavoratori senza Terra (MST) è un’organizzazione
rurale in Brasile che aiuta i lavoratori senza terra ad organizzare
l’occupazione di terre abbandonate appartenenti a ricchi proprietari.
Quando il movimento cominciò, alla metà degli anni ’80, i
sindaci più conservatori si opponevano violentemente all’occupazione
da parte del MST nelle aree circostanti i loro comuni rurali.
Recentemente però il loro comportamento è cambiato. La maggior
parte delle loro città sono economicamente molto depresse
e le occupazioni possono dare una spinta molto necessaria alle
economie locali. Le occupazioni tipiche sono fatte da 1.000-3.000
famiglie che trasformano terreni abbandonati in aziende agricole
produttive. Esse vendono i loro prodotti nei mercati delle piccole
città vicine e si riforniscono dai commercianti locali. I comuni
che hanno insediamenti dell’MST hanno riscontrato una ripresa
economica rispetto agli altri e molti sindaci supplicano ora l’MST
di organizzare occupazioni vicino alle loro città.
È chiaro perciò che lo sviluppo economico regionale e locale
come la vita e prosperità dei comuni rurali trae beneficio da
un’economia basata sulla piccola attività agricola. La domanda
ora deve essere: possiamo ricostruire un’economia basata sulla
piccola attività agricola dove è andata persa, per migliorare lo stato
di benessere dei poveri?
Migliorare il benessere sociale
attraverso la riforma agraria
La storia recente dimostra che la ridistribuzione della terra alle
famiglie rurali che non ne hanno, può essere un modo molto efficace
per migliorare il benessere rurale.
Sobhan ha esaminato i risultati di ogni riforma agraria realizzata
nel Terzo Mondo dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Quando
la terra di buona qualità è stata distribuita ai poveri e il potere
dell’oligarchia rurale è stato spezzato, ne è risultata sempre una
vera e misurabile riduzione della povertà e un miglioramento del
benessere umano.
Paesi come il Giappone, la Corea del Sud, la Cina e Taiwan
sono tutti dei buoni esempi. Invece paesi con riforme che hanno
dato solo terre di bassa qualità ai beneficiari e/o non sono riusciti
ad alterare le strutture di potere rurale che operano contro i poveri
non sono riusciti ad intaccare la povertà. Paesi come il Messico
e le Filippine sono esempi classici di quest’ultimo tipo.
In Brasile l’IBASE, un centro di ricerca economico e sociale, ha
studiato le conseguenze sulle casse dello stato della legalizzazione
del sistema di occupazione delle terre da parte del movimento
MST. Quando i contadini senza terra occupano le terre, obbligano
il governo a legalizzare i loro poderi, questo implica dei costi:
compensazioni al vecchio proprietario, spese legali, crediti per i
nuovi coltivatori ecc. Ciononostante il costo complessivo per lo
Stato di mantenere lo stesso numero di persone in una baraccopoli
- compresi i servizi e le infrastrutture che usano - superano in
un mese il costo annuale della legalizzazione delle terre occupate.
La conclusione da trarre da questi esempi è chiara. La riforma
agraria per creare un’economia della piccola azienda agricola non
fa solo bene allo sviluppo economico locale ma è anche una politica
sociale più efficace del portare i poveri fuori dalle zone rurali,
nelle città che crescono disordinatamente.
Agricoltura ecologica
I benefici della piccola azienda agricola vanno naturalmente al
di là della sfera economica. Mentre la grande impresa industriale
impone una mentalità da terra bruciata sull’amministrazione delle
risorse (nessun albero, né vita animale, solo monocolture che
non finiscono mai) i piccoli contadini riescono ad essere custodi
molto efficienti delle risorse naturali e del suolo. Essi utilizzano
un’ampia gamma di risorse ed hanno un interesse legittimo alla
sostenibilità. Nello stesso tempo i loro sistemi agricoli sono diversi,
e comprendono e preservano nel loro podere una biodiversità
significativa. Come tali le piccole aziende agricole forniscono alla
società in generale preziosi “servizi di ecosistema”.
Negli USA i piccoli agricoltori destinano il 17% delle loro
proprietà ai boschi rispetto al solo 5% delle grandi imprese. La
piccola azienda, rispetto alle grandi destina quasi il doppio della
superficie a pratiche di miglioramento come i raccolti di copertura
e i sovesci. Nel Terzo Mondo i contadini mostrano una
grandissima abilità nel prevenire e invertire il degrado del terreno,
compresa l’erosione del suolo. In molte aree gli agricoltori
tradizionali hanno sviluppato e/o ereditato complessi sistemi di
coltivazione altamente adattati alle condizioni locali. Ciò consente
loro di organizzare sostenibilmente la produzione in ambienti
difficili più rispondenti alle loro necessità di sussistenza senza
dipendere da meccanizzazione, fertilizzanti chimici, pesticidi o
dalle altre tecnologie della scienza agricola moderna, cioè dall’industria
e dall’economia metropolitana. Confrontato con l’abbandono
ecologico di una moderna piantagione per l’esportazione,
il panorama del piccolo podere contiene una miriade di biodiversità:
le zone boscate da cui estrarre cibi selvatici e foglie per le
lettiere degli animali e il compostaggio; il bosco; il podere stesso
con le colture intercalari, l’agricoltura forestale, l’allevamento di
animali di grande e piccola taglia; lo stagno; l’orto, consenta la
loro conservazione di centinaia se non migliaia di specie selvatiche
e coltivate.
Il libero commercio:
nemico della piccola azienda agricola
Se ci interessa la produzione alimentare, i piccoli poderi sono più
produttivi. Se ci interessa l’efficienza, sono più efficienti. Se ci
interessa la povertà, la riforma agraria con lo scopo di creare un
economia basata sulla piccola azienda offre una chiara soluzione.
Se ci interessa la perdita della biodiversità o della sostenibilità
dell’agricoltura, i piccoli poderi offrono una parte fondamentale
della soluzione. Nonostante decenni di politiche contro la piccola
azienda agricola adottate dagli stati, i piccoli contadini sono
rimasti in tanti attaccati alla terra. Ma oggi ci troviamo ad un bivio.
Come mondo siamo pronti a muoverci verso un integrazione
economica globale che minaccia molto di più i piccoli agricoltori
rispetto a quanto avvenuto in precedenza. La liberalizzazione del
commercio e la globalizzazione minaccia gravemente la continuità
della piccola agricoltura. Negli ultimi vent’anni i paesi del Terzo
Mondo sono stati incoraggiati, allettati, minacciati e in genere
spinti a ridurre unilateralmente il livello di protezione offerto ai
loro prodotti interni di cibo, di fronte a competitori stranieri ben
finanziati. Attraverso la partecipazione al GATT, al NAFTA, alla
Banca Mondiale, all’IMF e al WTO essi hanno ridotto o eliminato
le barriere doganali, le quote ed altri ostacoli alle importazioni
illimitate di prodotti alimentari. Le economie del terzo Mondo
sono state inondate dagli alimenti di bassa qualità dei maggiori
paesi esportatori di cereali. Per una quantità di ragioni (sovvenzioni
sia nascoste che aperte, produzioni industriali ecc), questi
alimenti sono spesso messi nei mercati internazionali a prezzi al
disotto dei costi locali di produzione. Ciò abbatte i prezzi che i
coltivatori locali ricevono per i loro prodotti con due effetti collegati.
Primo. Un improvviso calo dei prezzi agricoli può portare i
coltivatori poveri e indebitati a perdere in poco tempo le terre
- semplicemente non possono competere con i prodotti econo174
mici sostenuti dai sussidi delle gigantesche imprese industriali a
monocoltura.
Poi c’è un secondo effetto più sottile. Quando i prezzi dei
raccolti restano bassi a medio termine anche i profitti per ettaro
restano bassi. Ciò significa che il numero minimo di ettari necessari
a sostenere una famiglia sale, contribuendo all’abbandono
dell’agricoltura da parte degli agricoltori più piccoli e poveri - terra
che poi finisce nelle mani dei coltivatori più grandi e ricchi che
possono competere in un mercato di prezzi bassi avendo molta
terra. Essi superano il basso profitto ad ettaro con vaste aree che
permettano complessivamente grandi profitti anche se i profitti
unitari sono bassi.
Il risultato finale dei due meccanismi è l’ulteriore concentrazione
della terra nelle mani di pochi imprenditori. Una penalità
viene pagata per questa concentrazione agraria in termini di produttività,
quando i grandi agricoltori trasformano in monocolture
e meccanizzano le terre e, in termini di ambiente, quando queste
grandi monocolture meccanizzate finiscono per dipendere da sostanze
chimiche. Si perdono posti di lavoro quando le macchine
sostituiscono il lavoro umano e la trazione animale. Le comunità
rurali muoiono quando gli agricoltori migrano nelle città. Le risorse
naturali deteriorano se non c’è più nessuno che se ne prende
cura. Infine la sicurezza alimentare viene minacciata: la produzione
alimentare interna si riduce di fronte a importazioni a basso
prezzo; la terra, una volta utilizzata per rispondere al fabbisogno
alimentare interno, viene usata per produrre raccolti da esportare
in mercati lontani; la gente ora dipende dal denaro - più che dalla
terra - per nutrirsi; e le fluttuazioni dell’occupazione, dei salari e
dei prezzi mondiali di prodotti alimentari possono portare alla
fame milioni di persone.
Ragioni per sperare
Ma fortunatamente c’è un sostegno meno unanime tra le nazioni
del mondo per un programma agricolo di aumento della globalizzazione
guidato dalle grandi imprese USA. Molti paesi hanno raccolto
l’appello del Capitolo 14 dell’Agenda 21, la dichiarazione
promulgata al Summit della Terra nel 1992, per “si faccia una revisione
della politica agricola, alla luce degli aspetti multifunzionali
dell ‘agricoltura, in particolare rispetto alla sicurezza alimentare
e allo sviluppo sostenibile”. Secondo questo punto di vista
l’agricoltura produce non solo beni ma anche modi di vivere, culture,
servizi ecologici ecc. e come tale i prodotti dell’agricoltura
non possono essere trattati nello stesso modo di quelli industriali.
Mentre una scarpa per es. è un bene relativamente semplice il
cui prezzo mondiale si prefissa con l’offerta e la domanda ed un
commercio regolato attraverso tariffe o deregolato togliendole,
i prodotti agricoli si comportano molto diversamente. Il governo
giapponese in un documento preparatorio per i negoziati di
Seattle diceva: “L’agricoltura, non solo produce e fornisce i prodotti
agricoli, ma contribuisce anche alla sicurezza alimentare,
riducendo i rischi causati da eventi inattesi o da una possibile
futura ristrettezza alimentare, aiuta la conservazione del suolo e
dell’ambiente, la creazione di un bel paesaggio e il mantenimento
delle comunità locali attraverso attività produttive in armonia
con l’ambiente naturale”. Tutti questi comparti sono considerati
gli aspetti “multifunzionali” dell’agricoltura... I meccanismi di
mercato da soli non possono portare a un metodo di produzione
agricola che contenga la multifunzionalità dell’agricoltura. Anche
la Norvegia ha sostenuto il concetto di “multifunzionalità” come
giustificazione per uno speciale status dell’agricoltura come ha
fatto entro certi limiti l’Unione Europea e alcuni altri paesi. Più
governi hanno bisogno di appoggiare questo programma. L’aver
ignorato le funzioni multiple dell’agricoltura ha provocato in passato
sofferenze e distruzione ecologica. Già da molto tempo si at176
tende il riconoscimento dei molti contributi che l’agricoltura - in
particolare i piccoli poderi - danno alle società umane e alla biosfera.
Le aziende agricole non sono fabbriche che sfornano jeans
o racchette da tennis e non possiamo lasciare che argomenti miopi
da banali espedienti economici, distruggano l’eredità agricola
mondiale. Tutti noi dobbiamo chiedere a voce alta e con fermezza
che i nostri governi rispettino la multifunzionalità dell’agricoltura
e garantiscano ad ogni paese una vera sovranità alimentare e
rurale facendo un passo indietro dal libero mercato dei prodotti
agricoli. Invece di accrescere le politiche che danneggiano la piccola
agricoltura dobbiamo costruire politiche economiche capaci
di sviluppare le economie delle piccole aziende agricole. Queste
possono comprendere vere riforme agrarie, protezione tariffaria
per alimenti strategici - così che gli agricoltori ottengano prezzi
equi - e il capovolgimento dei pregiudizi nelle politiche di credito,
tecnologie, ricerca, educazione, sussidi, tasse e infrastnitture che
hanno fatto avanzare ingiustamente la grande impresa agricola
a spese di quella piccola. In questo modo potremo colpire alle
radici le cause della povertà, della fame, del declino rurale e del
degrado degli ecosistemi in tutto il mondo.
di Peter Rosset