16 giugno 2007

Il nostro pane quotidiano


Nel mondo alla rovescia dell’industria alimentare – e non solo – gli aromi atificiali sono divenuti naturali. Se facciamo assaggiare una “merendina” ad un bambino di 4 anni ci dirà che è la più grandre prelibatezza del mondo. Il nonno del bambino, che di anni ne ha 77, non riuscirà neppure ad inghiottirla e ci chiederà che cos’è questa schifezza.
I nostri palati adulterati non riconoscono più i gusti autentici, veri, sanguigni, di verdure cresciute pazientemente al sole e polli razzolanti a terra e allevati a granaglie.
Che fare? Rieducare il gusto per rieducare i consumi.

Periodicamente emerge, come dal nulla, una campagna mediatica di vero terrorismo nei confronti di un qualche cibo o categoria di alimenti di grande consumo, sulla base dell’ennesimo scandalo scaturito dalla scoperta di pratiche di preparazione o di utilizzo di sostanze alimentari fraudolente o idiotamente contro natura.
In questi servizi, che i media disseminano nell’etere e sulle pagine dei giornali, è normale imbattersi in toni indignati, accuse ad aziende particolari, inviti al boicottaggio di questo o quel cibo, appelli di associazioni di consumatori per il rispetto della legge.
Tutto quello che invece pare scomparso è il comune umile buon senso e un minimo di memoria storica.
Non intendo dire che tutto il polverone sollevato ogni volta sia semplicemente terrorismo gratuito infondato. Magari lo fosse. Però se si pensa a quello che gli umani (perlomeno in Occidente) hanno accettato ormai da decenni come standard per la loro alimentazione, viene da indignarsi di fronte all’indignazione.
Carne infetta o con residui di ormoni e antibiotici, uova marce riciclate, spaghetti al piombo, metalli pesanti in moltissimi cibi confezionati, latte panna succhi di frutta e altre bevande con coloranti rilasciati dalle confezioni in cui sono impacchettati, zucchero biotech senza calorie di cui non si conoscono nemmeno gli effetti, frutta e verdura trattata con radiazioni e conservanti di dubbia salubrità, additivi vari (alcuni con sospetta azione cancerogena), “aromi naturali” (ricordate Orwell? «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù» ecc. ossia trasponendo nel nostro caso specifico: «Gli aromi chimici sono naturali»), grassi e amidi sinteticamente modificati, acque in bottiglia che starebbero meglio in un vascone di decontaminazione. Tutti questi cibi sono solo la punta emergente di una pratica di preparazione degli alimenti onnipervasiva e che di salutare non ha più nulla. Non si dica però per favore che nessuno ne è al corrente o che nessuno non ne è ormai perfettamente cosciente. Non si gridi allo scandalo. Parlando con i nostri vicini, con gli avventori di un bar, con una qualsiasi persona che incontriamo in un qualsiasi luogo è normale sentire lanciare anatemi al sistema dell’industria alimentare in cui siamo inseriti e che ci “costringe” a consumare veleni tinti e additivati con le sostanze più accattivanti.

Deleghiamo e ci ammaliamo
Tutti lo sanno. Già. Ma pochi agiscono di conseguenza. Meglio lamentarsi e aspettare che qualcun altro risolva il problema. La pratica della delega si è ormai incancrenita a tal punto nel cittadino moderno, che al massimo egli riesce a pensare di fondare una nuova associazione/partito che si prenda cura del problema che gli sta a cuore, cui poi ovviamente delegare il problema stesso.
E poi volete mettere la comodità di fare spesa al supermercato! E il piacere di gustare tutte quelle prelibatezze colorate? Quello degli additivi è un business miliardario. Negli USA si spendono 4 miliardi di dollari l’anno solo per queste sostanze. Certo forse sono un po’ pericolose, del resto è il prezzo che si deve pagare per il progresso.
Un progresso che ha fatto in modo che quattro italiani su dieci abbiano sempre in tasca pillole medicinali per le proprie malattie ormai croniche o quasi. La prescrizioni di medicinali è in costante aumento da anni (5,5% in più nel 2004 rispetto al 2003). Un notevole giro d’affari, e si sa che l’economia che tira aumenta il benessere… di chi?

Non ingurgitare veleni: una scelta possibile
Invece di compiangersi e di rivolgere “accorati appelli” ai politici affinché risolvano la questione (il senso del comico è un aspetto inderogabile della vita), non sarebbe meglio pensare un pochino a come si può andare alla radice del problema?
Esso è nella maggior parte dei casi un problema di perdita di controllo sulla produzione e trasformazione degli alimenti.
Se devo acquistare del pane “elaborato”, come ad esempio quello al sesamo, mi costa supponiamo 3 euro al chilo e mangerò un pane di grano e sesamo cresciuti lungo qualche autostrada, additivati di parecchi “necessari” composti chimici per la lievitazione, grassi animali di dubbia salubrità, coloranti (perché no?), zucchero e qualche altro ingrediente top secret (ma lo sapremo alla prossima crociata mass mediatica).
Se mi compro la farina da qualche agricoltore biologico della mia zona, posso farmi il pane a 0,90-1,00 euro al chilo “additivandolo” di buon sesamo biologico tostato da me direttamente. Sì proprio da me. E se volessi pure farmi lo yogurt (Maurizio Pallante docet), la differenza di costo sarebbe ancora superiore, senza contare che mi “risparmierei” pure additivi come quelli che negli yogurt industriali tengono in sospensione i pezzetti di frutta, combattendo la gravità che tende a trascinarli sul fondo. Sicuramente dei buoni prodotti… E se volessi farmi un piccolo orto, una passata di pomodoro, una marmellata, una crema di nocciole, allevarmi due galline… non oso immaginare il guadagno in salute e denaro.
E solitamente qui l’obiezione è del tipo “ma come faccio a prepararmi in casa tutte queste cose se devo andare a lavorare per vivere?”. Già: lavorare per guadagnare soldi che mi permettono di comprare pane, yogurt e tutto il resto.
L’analisi, in un certo senso molto semplicistica e sicuramente non praticabile in toto, vuole essere un po’ provocatoria. Non se ne può più di geremiadi. In effetti un po’ di riflessione su come stiamo vivendo e su quello che ognuno di noi può fare in prima persona, per evitare i veleni dell’industria alimentare, e non solo, andrebbe fatta. Perlomeno smettiamola di piangerci addosso. Siamo sinceri: siamo davvero “costretti” a ingurgitare veleni? O siamo noi che abbiamo delegato la nostra salute e il nostro bisogno di alimentarci a manager che studiano come rifilarci l’ultima porzione di “arcobalenici” mix cremosi di non so cosa, che sembrano inventati apposta per la distruzione del nostro sistema immunitario?
Suvvia, nessuno invero ci obbliga alle regole dell’alimentazione di plastica. Chiedete ai vostri nonni, quando ancora erano anziani e saggi anziché vecchi e rimbambiti pronti per il ricovero. Luogo quest’ultimo dove ci sono dei menu veramente straordinari. Menu che assaggeremo appena avremo finito il nostro ciclo di decenni di lavoro per la gloria del progresso. Sempre ammesso che il pianeta regga.
Valerio Pignatta

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