24 ottobre 2009

No ai cibi stracotti perchè perdono le loro virtù

Esistono alcuni semplici accorgimenti per sfruttare al meglio le sostanze presenti negli alimenti, in particolare in quelli vegetali. Intanto dovrebbero essere introdotti nella dieta gradualmente e in quantità sempre più sostenute, in modo tale che l’organismo si abitui ad assimilarli. E, come regola generale, vanno poco cotti: solo in questo modo non si distruggono le vitamine e gli enzimi che rinforzano il sistema immunitario, né si compromettono i sapori. Evitando così di esagerare con i condimenti.
Si consiglia di consumare 6 porzioni al giorno di verdura e frutta: tradotto in grammi, significa 250 g di verdure e ortaggi da cuocere, 100 g di insalate con ortaggi freschi, un frutto grande (arancia o mela) oppure 100 g di frutti medi o piccoli (prugne, ciliegie, fragole).E’ possibile raddoppiare le porzioni per esempio mangiando 2 arance o consumando carote o frutta per spuntino, anziché merendine, crackers o caramelle.
Per coprire le 3-4 porzioni prescritte di legumi e cereali, si può scegliere per esempio tra 60 g di pane integrale, 40 g di fiocchi d’avena, 80 g di pasta o riso integrale, 60 g di polenta di semola, 100 g di chicchi di mais freschi, 100-120 g di legumi freschi o surgelati, 35-50 g se secchi.
Spesso per motivi di lavoro si è obbligati a mangiare in mense aziendali, bar e ristoranti dove è molto difficile trovare i cibi proposti dalla nostra dieta.
In mensa conviene scegliere un primo di legumi e un’insalata mista con rucola, pane integrale e frutta fresca.
Al bar ordinate il panino più integrale pregando di farcirlo con pomodoro rosso, una fettina di cipolla e magari una striscia di doppio concentrato di pomodoro. Come bevanda una spremuta fresca di arancia.
A casa bisogna mangiare il più crudo possibile, perché per effetto del calore si perde la vitamina C. Il betacarotene ( presente nelle verdure verdi e arancio) resiste alle brevi cotture al vapore, la carota si gusta cruda. Invece il licopene del pomodoro resiste anche alla cottura, gli anticancro di cereali e legumi non temono il calore.

Articolo a cura della dietista
Mariagnese Torrisi

02 settembre 2009

Un po' d'affetto per soli 20 dollari




SE al mattino appena svegli desiderate che qualcuno vi abbracci ma l'unico calore che ricevete è quello della tazzina del caffè, probabilmente siete in crisi d'astinenza da coccole. Per aiutare i disperati che si trovano in questa situazione due professionisti di New York hanno inventato i "Cuddle Parties" ("feste a base di coccole"), incontri totalmente platonici durante i quali i partecipanti danno e ricevono carezze e baci senza alcun tornaconto sessuale.

Una overdose di tenerezza, ma previo pagamento: partecipare costa tra i 20 e i 40 dollari, pedaggio che in tempi di crisi dovrebbe incoraggiare a cercare un partner fisso con il quale scambiare carezze gratuite a volontà. Ma a New York è forse più facile tirare fuori la carta di credito che un sorriso e lo dimostra il fatto che dal debutto, circa un anno fa, l'iniziativa ha raccolto oltre 700 partecipanti.

L'ondata di "tenerezza a pagamento" si è spostata verso la costa californiana, contagiando gli Stati Uniti da est a ovest con la chimera delle coccole su ordinazione. "E' un'idea carina ma nasconde un sistema fuorviante - spiega la sessuologa Francesca Romana Tiberi - e può avere solo un effetto placebo. Il sollievo è transitorio, un po' come se si prendesse un ansiolitico, e una volta passato il momento ci si sente ancora più soli. Come quando qualcuno paga una prostituta ma le chiede solo di chiacchierare".

Ad ogni incontro partecipano in media una dozzina di persone in pigiama e qualunque tipo di approccio sessuale è proibito, pena l'espulsione istantanea. L'idea di organizzare a New York il primo "Cuddle Party" è venuta a Reid Mihalko e Marcia Baczynski, "sex coach" di 37 anni lui, consulente di coppia 27enne lei: dopo aver osservato le lacrime liberatorie di una cliente che aveva appena ricevuto un massaggio, Reid ha pensato che forse era giunto il momento di vendere, ai cittadini della metropoli con il più alto tasso di solitudine al mondo, anche un po' di contatto fisico.

"Il nostro obiettivo - spiega Marcia - è quello di creare un ambiente rilassato e divertente. Alle nostre feste nessuno si droga, nessuno si spoglia, tutti chiedono il permesso prima di fare una carezza. Ci sono regole precise da rispettare ed è questo che mette tutti a loro agio". Tra le regole d'oro c'è per fortuna anche quella di farsi, prima, una doccia, evitando gli incontri quando non ci si sente in forma smagliante.

Il sito Cuddleparty mostra foto di giovani sorridenti e affettuosi intenti a tenersi per mano e a scambiarsi baci sulle guance. E qualcuno sta già segnando in agenda i prossimi incontri: dal 23 al 25 ottobre a New York, dal 13 al 15 novembre a Seattle, dal 22 al 24 gennaio ad Atlanta e dal 26 al 28 febbraio ad Oakland, in California.
di SARA FICOCELLI

15 agosto 2009

Gli italiano amano il cibo a km 0


Consumatori italiani sempre più attenti ed esigenti sul cibo. In tanti vorrebbero l'etichetta contachilometri".

La qualità (componenti, provenienza, denominazione d'origine) da sola ora non basta più, molto meglio se quello che si mangia è anche eco-sostenibile. Otto italiani su dieci ritengono infatti che le etichette dei prodotti dovrebbero avere una sorta di "contachilometri" che misuri le emissioni di gas ad effetto serra. E' quanto risulta da una analisi della Coldiretti basata sul rapporto Eurobarometro sull'attitudine dei consumatori europei al consumo ecologico.
Gli italiani - sottolinea la Coldiretti - si dimostrano più interessati al "contachilometri" ecologico in etichetta rispetto alla media dei cittadini europei che pur mostrano, con il 72%, una grande sensibilità per rendere obbligatoria questa indicazione del consumo di anidride carbonica (CO2) in etichetta. Ben il 37% dei consumatori italiani ritengono inoltre che la distribuzione commerciale dovrebbe fornire maggiori informazioni sui prodotti sostenibili dal punto di vista ambientale ai quali secondo il 25% dovrebbe essere addirittura dedicato un angolo apposito all'interno dei negozi mentre il 15% ritiene che debbano essere comunque resi più visibili sugli scaffali.
Coldiretti ha quindi avviato una mobilitazione per arrivare all'introduzione dell'obbligo di indicare in etichetta la provenienza di cibi in vendita alla disponibilità di spazi adeguati nella distribuzione commerciale, dove poter acquistare alimenti locali che non devono essere trasportati per lunghe distanze, dai mercati degli agricoltori di campagna amica dove si vendono prodotti locali fino all'inaugurazione del primo circuito a chilometri zero di ristoranti, gelaterie, osterie e snack bar.
L'impatto dei prodotti alimentari sull'ambiente è infatti molto importante per la decisione di acquisto di oltre la metà degli italiani (54%) che gli attribuiscono un valore doppio rispetto alla marca. Sempre secondo la Coldiretti consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia può arrivare ad abbattere solo a tavola fino a 1000 chili di anidride carbonica (CO2) l'anno. E' stato infatti calcolato ad esempio che il vino dall'Australia per giungere sulle tavole italiane deve percorre oltre 16mila chilometri con un consumo di 9,4 chili di petrolio e l'emissione di 29,3 chili di anidride carbonica mentre le prugne dal Cile che devono volare 12mila chilometri con un consumo di 7,1 kg di petrolio che liberano 22 chili di anidride carbonica e la carne argentina viaggia per 11mila bruciando 6,7 chili di petrolio e liberando 20,8 chili di anidride carbonica attraverso il trasporto con mezzi aerei.

30 luglio 2009

Riportare al centro dello sviluppo l'agricoltura e il territorio

Le scelte che vengono fatte senza la cultura della centralità dell’agricoltura, sono quelle di sottrarre terra fertile e boschi alla produzione di cibo, di aria e di paesaggi e sostenere le speculazioni, come quella che mette in atto la decisione di centomila nuove case o la costruzione di centrali nucleari o la perforazione selvaggia dell’Abruzzo e del Molise per la ricerca di petrolio.
Una nave che naviga senza bussola nell’oceano in tempesta.

Quando diciamo che è la carenza culturale che porta a sbagliare tattiche e strategie e ad accusare una crisi economica, che dovrebbe far capire che siamo giunti alla fine di un percorso e che necessita trovare nuove tattiche e nuove strategie per programmare un nuovo sviluppo, questa nostra verità viene confermata dai fatti.
Infatti, la notizia dell’approvazione, da parte dell’attuale Governo, di un piano che prevede finanziamenti per 100 mila case, con Presidente del Consiglio e Ministri che si vantano di questa loro scelta e con l’opposizione che non coglie il nocciolo della questione, dimostra che la cementificazione programmata o abusiva del territorio, comunque selvaggia, non è un problema per la politica, né per la classe dirigente di questo Paese.

Come non è un problema la sottrazione di una fetta grande di terreno agricolo che questa cementificazione comporta, con la conseguenza che il futuro di questo Paese prevede meno cibo, che saremo costretti ad importare; meno vigneti, meno grano, meno ortaggi, meno frutta e meno oliveti, con una perdita secca dell’ esportazione e di immagine del nostro agroalimentare; meno strutture di trasformazione, meno indotto e meno occupati, ma, anche, meno paesaggio e meno ambiente, ciò che vuol dire anche meno turismo. Meno di tante cose vitali ed essenziali per l’immagine e l’economia del nostro Paese che non preoccupa nessuno, visto che all’applauso di chi ha fatto questa scelta ha risposto il silenzio di chi la subisce o non ha avuto modo di parteciparvi.

Una nuova colata di cemento che toglie ad ognuno di noi il respiro e il gusto della nostra identità.
Quella identità espressa dai campi di grano per la rinomata pasta e la famosa pizza; oliveti per il ricco patrimonio di biodiversità e di oli, che nessun altro paese al mondo può vantare; vigne per i nostri straordinari vini, molti dei quali impeccabili testimoni di territori noti in tutto il mondo; prati e pascoli per i nostri allevamenti di animali che danno formaggi e latticini impareggiabili, salumi unici, carni saporite; orti, familiari o a pieno campo, per le nostre verdure e i nostri pomodori che caratterizzano e rendono varia e speciale tanti piatti della nostra cucina; risaie per i nostri risotti, che continuano a caratterizzare i profumi ed i sapori di luoghi e di Regioni, e orgoglio dei veneti e dei milanesi; il tempo che passa lento da una botticella ad un'altra per rendere l’aceto unto di sapori, balsamico, ricco di sospiri, al pari di un vin santo o di un passito e così i frutteti, i nostri boschi e sottoboschi. Noi, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra fantasia e la nostra creatività.

La carenza culturale che ha portato ad escludere l’agricoltura dalle strategie di sviluppo, avviate dopo gli anni ’50, e a rendere questo settore destinatario di risorse che, invece di arricchirlo l’andavano ad impoverirlo, fino ad arrivare alla crisi strutturale in atto, che rischia di spopolare le nostre campagne in modo da renderle, così, libere per le grandi speculazioni e per i nuovi insediamenti che parlano di centrali nucleari, estrazioni di petrolio, depositi di scorie e di ecoballe, grandi digestori
Un paese di rifiuti e di fumi al posto dei profumi delle nostre campagne e dei nostri boschi, che danno ragione a chi ha bisogno di terra per speculare..
C’è chi, invece di entrare nel merito delle questioni oggetto di queste nostre riflessioni, pensa di risolvere la crisi azzerando i chilometri; illudendo i consumatori con l’origine, senza dare ad esso le garanzie della qualità e delle peculiarità organolettiche per appagare la salute e il gusto; mettendosi in contrapposizione con altre categorie, invece di dare ad esse il diritto di svolgere la propria attività e di rafforzare la filiera con il confronto ed il dialogo.
Iniziative che non portano da nessuna parte, ma solo a illudere i produttori ed a far perdere tempo ai coltivatori ed al Paese che, oggi più che mai, hanno bisogno che venga affermata la centralità della nostra agricoltura se si vuole ribaltare una cultura e un modello di sviluppo, che è fallito perché divora le uniche risorse vere che ha, il territorio con la sua storia e la sua cultura, i suoi paesaggi e le sue tradizioni e, soprattutto, con la sua agricoltura e la ruralità. Le prospettive sono quelle di portare a nuovi fallimenti in un arco di tempo più breve del passato.
Avere la consapevolezza di queste risorse e dei valori che esse esprimono, ponendo al centro l’agricoltura, è il solo modo per riprendere il filo del discorso che interessi speculativi e di mercato hanno spezzato.

In questo senso, la necessità di case da dare ai giovani e a quanti la casa non ce l’hanno, avrebbe dovuto portare ad un altro ragionamento: destinare tutte le risorse, oggi messe a disposizione per la costruzione di centomila case, tutte per recuperare le case abbandonate dei piccoli centri in modo da rianimarli e renderli soggetti di quella qualità della vita che i futuri casermoni annullano provocando e diffondendo disagio e criminalità.
Bloccando, così, un processo che porta ad allargare e soffocare le grandi città ed a fare morire la storia e la cultura che i nostri piccoli centri esprimono.
Riportare l’agricoltura al centro del ragionamento e della programmazione economica, politica e sociale, è una necessità, quindi, che non si può più rinviare.

di Pasquale Di Lena

11 luglio 2009

XILITOLO CONTRASTA CARIE NEI DENTI DA LATTE


Stop alla carie nei denti da latte con lo xilitolo. Questo dolcificante, se inserito in uno sciroppo per bambini, può risolvere fino al 70% dei casi di “sindrome da biberon”, cioè quelle carie che attaccano lo smalto dei denti da latte in età infantile, comportando diversi problemi, tra cui la distruzione della dentatura provvisoria.
A scoprire le proprietà anticarie dello sciroppo allo xilitolo è stata la squadra del dott.Peter Milgrom della University of Washington a Seattle (Usa), che lo ha testato su 94 bambini di età compresa tra i 9 e i 15 mesi. Tutti i piccoli erano nativi della Repubblica delle Isole Marshall, paese in cui la sindrome da biberon è un problema medico molto comune.
Gli infanti hanno assunto per un anno lo sciroppo (8 grammi di xilitolo al giorno) e hanno raggiunto una prevenzione dalle carie dei denti da latte pari quasi al 70%. In particolare, aveva sviluppato carie il 24% dei bimbi che aveva assunto due dosi di xilitolo al giorno, il 40% di chi ne prendeva tre e il 52% dei bambini che non assumevano affatto lo xilitolo.
Per il dott.Milgrom e colleghi questo dimostra che questo sostituto del glucosio è efficace nella prevenzione delle carie dei denti da latte.
In realtà quello che è fondamentale è una buona igiene orale e l'attenzione agli alimenti ingeriti: una triplice somministrazione giornaliera di sciroppo allo xilitolo era, infatti, meno efficace di quella duplice.
Lo xilitolo fa parte della famiglia dei dolcificanti e rappresenta un sostituto dello zucchero: ha un basso potere addolcente (0,5-0,6), ma è in grado di prevenire carie e otiti per la sua rilevante attività antibatterica. Normalmente è presente nelle gomme da masticare. Come per altri dolcificanti non bisogna esagerare con le quantità, per non incorrere in spiacevoli effetti indesiderati come, ad esempio, la diarrea (provocata in particolare dal troppo sorbitolo, zucchero contenuto, d'altronde, anche nei clisteri).
I dolcificanti sono sconsigliati, inoltre, a chi soffra di colite e intestino irritabile.
Non sembra del tutto motivata la scelta di una sostituzione permanente dei dolcificanti normocalorici (zucchero, fruttosio ecc.); il dolcificante deve essere cioè considerato una fase di transizione verso una coscienza alimentare che includa una corretta gestione dei cibi dolci.
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by italiasalute

08 luglio 2009

Parte con il piede sbagliato l’olio made in Italy


E’ un po’ come se dei ragazzini decidessero di organizzare una partita a calcio, fissando la data per la prima gara, quindi l’orario, il campo sul quale giocare e poi cosa accade? L’inconveniente. Già, perché al momento opportuno salta tutto. Non si gioca più, la partita è rimandata.

Potrebbe rientrare nella normalità, se non fosse per il fatto che questi ragazzini – non dovendo giocare una partitella come tante altre, giusto per passare il tempo, a scuole chiuse – avrebbero dovuto in realtà partecipare alla prima giornata di un campionato.

Eppure, proprio ricorrendo a una metafora, ciò che è avvenuto con l’Unaprol non è poi così distante. Infatti, in occasione di “TuttoFood” a Milano, durante un convegno che si è tenuto il 10 giugno, era vstato annunciato con tanta solennità una riunione che su sarebbe dovuta svolgere il 18 giugno a Roma presso l’Hotel Quirinale, con una giornata di studio, dalle 10 alle 13,00, per fare il punto sul nuovo regolamento della Commissione Ue, il n.182 del 6 Marzo scorso, e, conseguentemente del Decreto Mipaaf corrispondente.

Un incontro molto importante, visto che sono in gioco le sorti del comparto oleario italiano. Un incontro tutto incentrato sulle norme relative alla commercializzazione degli oli extra vergini e vergini di oliva, circa l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine, norme – va detto per inciso che andranno in vigore dal prossimo primo Luglio. Insomma, mancano solo pochi giorni.

C’è poco da stare sereni. Visto che le aziende dovranno uniformarsi alle nuove direttive ed essere informati in tempo non sarebbe certo una cattiva idea. Oltre alla grande confusione di cui sono vittime i più deboli, coloro che non sopportano con la propria struttura il macigno della burocrazia, è in gioco la stessa onorabilità del Paese. Già, perché si fa un gran can can sull’origine obbligatoria e poi si scopre che si è in ritardo. Mah! Cosa pensare? Si resta allibiti.

Dal primo luglio cambieranno dunque le regole del gioco. E saranno seri problemi per le aziende, visto che a tutt’oggi ancora non si sa nulla e tutto sembra essere campato in aria.

Va premesso – a onor della cronaca - che una precedente riunione dell’11 giugno, quella della Conferenza Stato-Regioni, è andata in fumo. Eppure in quella data si sarebbe dovuto approvare il testo del decreto di attuazione del regolamento. Nulla di fatto, i misteri sul futuro del comparto olio di oliva sono incomprensibili. Anche questa riunione è stata cancellata e rinviata a data da destinarsi. Ed è diventato un effetto domino, nemmeno il 18 giugno ci si è potuti incontrare.

Qualcosa nell’aria si avvertiva. Il Ministro Zaia aveva diffuso la scorsa settimana una dichiarazione piuttosto critica nei confronti di alcune regioni che – badate bene – avrebbero chiesto deroghe alla norma sull’origine dell’olio d’oliva”, relativamente ai piccoli impianti. Insomma, era prevedibile che questa origine obbligatoria partita dall’alto non coinvolgesse la base produttiva. Eppure, sempre dall’alto, ci si è mossi ignorando le ragioni dei produttori, come se fosse ancora credibile che le associazioni di riferimento – quelle che hanno voluto questa origine obbligatoria – fossero effettivamente rappresentanti della volontà dei produttori. Sbagliato, c’è in realtà un profondo iato tra chi produce e chi sul piano teorico rappresenta i produttori.

Con tali imprevisti, i tempi di conseguenza si allungano, ma senza sapere di quanto. Anche perché l’11 giugno si sarebbe dovuta approvare al Senato la normativa comunitaria in questione. Ora, tuttavia, l’approvazione di alcuni emendamenti su alcune parti del provvedimento imporrà inevitabilmente un ulteriore passaggio alla Camera dei deputati e tutto andrà in forse.

Non è affatto certo che il decreto possa essere approvato e pubblicato in tempo utile per essere operativo a decorrere dal primo luglio. E’ comprendibile a questo punto lo stato di confusione in cui versano le aziende. Come dovranno comportarsi? Che cosa dovranno fare, che ne sarà delle loro etichette? Quanto dovranno ancora attendere? Ma, soprattutto, che figure facciamo di fronte agli altri Paesi europei? Non eravamo noi ad aver rotto le scatole per richiedere tale norma? E perché ora non accade ancora nulla? Perché questo ritardo?

In verità, il regolamento comunitario sarebbe di fatto direttamente applicabile. I funzionari della Commissione Europea hanno infatti confermato in una recente riunione a Bruxelles che non vi è alcun bisogno di passare attraverso provvedimenti nazionali di applicazione. Le disposizioni d’altra parte sono chiare, e forse è il caso di dire che meno interviene l’Italia meglio è, altrimenti si complica fino all’inverosimile qualcosa che non richiederebbe alcuna ulteriore precisazione. Un vantaggio per questo ritardo tutto italiano in fondo potrebbe non nuocere, si eviterebbe magari qualche inedita regola vessatoria a carico delle aziende.
by TN

05 luglio 2009

XVI giochi del Mediterraneo: una finale

Le premesse una buona manifestazione c'erano tutte.
Una buona organizzazione,
la zona colpita, anche se perifericamente, dal sisma aquilano di tre mesi fa, una partecipazione di pubblico superiore alle attese e,atleti di livello mondiale con record mondiali. Una Olimpiade del Mediterraneo, dove giovani atleti di 22 paesi si sono misurati in 28 discipline diverse. Bene, qual'è stato la copertura degli eventi?
Disastrosa. Le tre reti nazionali, le reti Mediaset non hanno ,se non in repliche, riproposto dirette su eventi sportivi. Si sono limitati a replicare risultati positivi quando necessario abolendo tutta la trafila della visione o sequenza dell'evento.
Certamente invece, molto interessante, la lettura di notizie bla bla come il calciomercato quale il nulla si sposta dalla squadra A alla squadra B, ma la squadra C ha avuto un interessamento tramite il procuratore D per quello stesso giocatore. Il nulla. Questo, a scapito dei veri Atleti, che per praticare questo sport devono sacrificarsi lavorando anche di più di discipline regine. Uno schiaffo alla pratica del fare, del praticare, del partecipare ad ogni costo contro la tecnica del voyeurismo che vuole solo vedere il nulla, il bla bla bla e il risultato.
Complimenti alla TV di stato che aiuta i guardoni dello sport immaginato, ma non praticato.
Parlando di eventi ho voluto partecipare ad un evento interessante la finale Italia-Turchia di Pallavolo Femminile a Vasto.

Bisogna dire subito che l'Italia si è presentata la formazione migliore. Mancavano alcuni elementi ma, i big erano presenti.
Ma anche le altre nazioni erano al top. La Turchia, detentrice del titolo conquistatato il 2005 in Spagna ad Almeria è l'avversaria di turno.
Italia Turchia una finale mediterranea che poteva essere anche una finale per il titolo europeo, tanto per dire il livello delle squadre in campo.
Mi presento al cancello di ingresso dove mi informano che i 1700 tagliandi per il nuovissimo Palasport di Vasto sono esauriti da due giorni. La partecipazione del pubblico è stata superiore alle attese e, i biglietti della finale, venduti sul sito dei giochi, sono andati subito esauriti. L'Organizzazione di Vasto, dopo un lungo consulto ha ritenuto farci entrare per riempire i posti appoggiati.
Il Palasport ai lati delle tribunette ha dei lunghi corridoi che girano intorno al campo di gioco. Ho trovato posto vicino le telecamere della Rai, e, sono stato fortunato perchè vicino ad una finestra.

Cronaca.
Il primo set le squadre si studiano, cercano battute diverse e, l'italia con buonissima ricezione vince in scioltezza 25-17.
Molto diverso il secondo set dove la Turchia comincia a forzare in battuta e a variare il loro attacco con molti pallonetti e vincenti. La ricezione balbettante, il cambio Secolo/Rinieri e Guiggi/Gioli non cambia l'inerzia del set vinto dalle turche 25-20.
Il terzo set la falsariga del secondo, la ricezione che stenta, palla alta che non passa, i muri in anticipo creano difficoltà alle attaccanti italiane. Alcuni muri punti su Aguero e Piccinini fotografano la situazione del set.Dal lato turco la Darnel n.17 bionda opposta passa da ogni lato e, con qualsiasi soluzione.Il terzo set è vinto dalla Turchia e devo aggiungere meritatamente per 25-18.
Inizio del quarto set Barbolini da una scossa, inserendo nel quartetto iniziale la Gioli e la Rinieri. La squadra ha una nuova fisionomia, una maggiore attenzione sui pallonetti, una difesa più attiva sulle palle vaganti, in poche parole non cade più una palla per terra e il punteggio 25-19 è molto abbondante per la Turchia in quanto gli ultimi punti sono stati tutti regali errori punto dalle schiacciatrici italiane.
Una partita quasi persa, il caldo in un palasport gremito, sensazioni che cominciano a scaldare ( o surriscaldare) tutte le persone che seguono questo evento trasmesso in diretta sul raisport più e poi, cominciano i cori.La speaker, coordina un tifo già scatenato per lo scampato pericolo e la speranza di una vittoria finale.
E, in questa situazione, anche le turche cominciano a barcollare. Se poi la n.17 Darnel (autrice di 31 punti) comincia a sbagliare allora già si intuisce il trionfo. Una fase del quinto set 9-2 dove l'Italia non sbaglia nulla, nessuna palla sprecata, difesa attenta, una buona dose di fortuna e allora sembra fatta ma, con alcuni errori di muro la Turchia rialza la testa, ma è troppo tardi l'Italia va a vincere 15-10 ed è trionfo.

La premiazione, con l'inno di Mameli ringraziano le ragazze di Barbolini, già campionesse del mondo di non aver snobbato l'Olimpiade del Mediterraneo, di non aver snobbato Pescara e, anche noi, nel nostro piccolo vogliamo ringraziarle.
Grazie a Simona Rinieri n.2,
Grazie a Paola Croce n.3,
Grazie a Guiggi Martina n.5,
Grazie a Secolo Manuela n.8,
Grazie a Barazza Jenny n.9,
Grazie a Piccinini Francesca n.12,
Grazie a Eleonora Lo Bianco n.14, Il capitanoo
Grazie a Simona Gioli n.17,
Grazie a Aguero Taismary n.18, con 18 punti realizzati best score.
Un altro grazie a Monica,Giulia e Francesca presenti a Vasto.
Dimenticavo Marco Bracci, temutissimo vice di Barbolini, ma di una presenza "importante".

09 giugno 2009

Il beverone all’olio d’oliva




Una sperimentazione degli scienziati del Istituto di ricerca alimentare a Norwich, in Inghilterra e pubblicata dal British Journal of Nutrition sta ultimando un nuovo prodotto: formato da acqua, olio d'oliva ed uno stabilizzatore usato nella panificazione.

Questa nuova formula aiuterà a conservare il senso di sazietà anche fino a 12 ore dopo aver mangiato.

Ci vorranno dai 5 ai 10 anni perchè si possa vedere questo prodotto miracoloso sui nostri scaffali, ma gli scienziati sono ugualemente soddisfatti: "E' la prima volta che constatiamo un effetto così incisivo - spiega il dottor Martin Wickham - e questa miscela potrebbe essere utilizzata come ingrediente principale in nuovi alimenti, per aumentare la sazietà e l'assorbimento di calorie".

L'ingrediente rivoluzionario, sviluppato dai dottori Martin Wickham e Richard Faulks, è stato individuato con una serie di procedure, tra cui una risonanza magnetica allo stomaco.

In fase di sperimentazione, i ricercatori hanno somministrato ad 11 volontari due tipi di composti: uno con il Tween 60, un tensioattivo polisorbato usato anche in torte e pasticcini ed un altro con lo Span 80, entrambi diluiti con caffè e dadi alimentari.

Analizzando i risultati, gli studiosi si sono poi accorti che il prodotto con il Tween 60 raddoppiava di volume già dopo un ora; questo perché il Tween 60 riesce a mantenere stabile il rapporto tra olio e acqua nello stomaco e quando l'acqua viene separata dall'olio lascia lo stomaco molto più velocemente mentre amalgamata all'olio ci rimane per un periodo più lungo.

Certo l'iter che il farmaco deve sostenere prima di poter essere commercializzato è ancora lungo, ma gli studiosi britannici sono ottimisti sulla sua efficacia e sulla loro capacità di risolvere alcune imperfezioni (come lo stato fisico del composto: per ora è disponibile solo sotto forma di solido quando sarebbe più efficace sotto forma di drink).

“Conservare quello che ingeriamo per periodi più lunghi ci aiuterà a sentirci più sazi e a controllare l'indice di obesitàà in un modo molto più semplice" ha concluso Wickham.
di Graziano Alderighi

02 giugno 2009

Troppo fast food rende i ragazzi stupidi?


Lo studio ha coinvolto 5 500 studenti delle scuole primarie confrontando test attitudinali e abitudini alimentari. Il risultato è a dir poco curioso: i ragazzi che hanno ottenuto i punteggi peggiori nelle prove sono stati quelli che si recano nei fast food a mangiare più di 3 volte la settimana. In sostanza, gli score in lettere e aritmetica sono di circa il 16% inferiori rispetto alla media. La ricerca proviene dalla Vanderbilt University in Tenessee.

Complessivamente i ragazzi hanno totalizzato nei test tra i 58 e i 181 punti, con una media del 141.5. Ma analizzando il segmento di studenti che mangiano al fast food da 4 a 6 volte la settimana, la media del punteggio è più bassa di 7 punti. Se poi il ragazzo mangia hamburger tutti i giorni, il suo punteggio precipita a meno 16. Questo sia nei test matematici che di comprensione di brani.

Kerri Tobin, responsabile dello studio, afferma: «Se scientificamente non ci sono prove significative nelle relazioni tra cibo dei fast food e bassi risultati nei test, statisticamente il dato è inequivocabile. L’ipotesi è che hamburger e compagnia possano causare difficoltà cognitive e di concentrazione, che si rispecchiano nei risultati delle prove sottoposte agli allievi».

Pronta la risposta di un portavoce della Mac Donald’s: «La maggior parte dei nostri clienti si reca da noi 2 o tre volte al mese. Detto questo, la varietà del nostro menu assicura una dieta diversificata e bilanciata».

Detto questo, nelle mense britanniche e nei distributori automatici delle scuole sono già stati banditi i cibi con alte concentrazioni di grassi e zuccheri.
di Luca Bernardini
Fonte:
The Telegraph
Times of India

25 maggio 2009

Olio extra vergine a 1,99 euri ! Dov'è la truffa?

Non c’è più da meravigliarsi se l’olio extra vergine di oliva lo si trova sugli scaffali della grande distribuzione a prezzi stracciati. Addirittura a un euro e 99 centesimi il litro, nei giorni scorsi. Come abbiamo registrato per esempio presso Gs e DìperDì: link esterno
Un euro e 99 centesimi. Meno di un comune olio di seme! Uno scandalo senza precedenti, che va contro ogni etica.
Uno scandalo a cui bisognerà purtroppo abituarsi, finché gli organi istituzionali non prenderanno provvedimenti seri.
Intanto noi non ci siamo fermati alle sole parole di scandalo. Abbiamo voluto scavare a fondo per cercare di capire cosa ci sia dentro la bottiglia di un extra vergine posto in vendita a un euro e 99 centesimi. Per pura curiosità.

Che l’olio extra vergine di oliva sia diventato a tutti gli effetti un prodotto commodity, non giustifica tuttavia un prezzo inferiore ad altri oli vegetali di qualità e grado inferiore. E’ tempo perciò di riflettere sul futuro, se si vorrà mantenere in essere l’olivicoltura italiana.
L’analisi del campione
E così, il campione di olio extra vergine a marchio Natura, acquistato il 9 maggio scorso a Milano, presso il punto vendita DìperDì di corso Vercelli 20, la Redazione di “Teatro Naturale” ha provveduto a inviarlo con ogni cura al team di ricerca coordinato dal professor Giovanni Lercker, del Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell'Università di Bologna (link esterno) affinché svolgesse le analisi qualitative più comuni oltre ad alcune definite di genuinità che sono in fase di valutazione da parte delle commissioni tecniche nazionali ed europee.











Giovanni Lercker

In particolare, come è evidenziato dai dati riportati nella tabella 1, "l'olio in esame presenta parametri di acidità libera, numero di perossidi e indici spettrofotometrici ineccepibili per un olio extra vergine di oliva", come commenta il prof. Lercker, il quale però aggiunge, riferendosi ai dati relativi ai risultati dell'analisi sensoriale nonché a quelli della tabella 2, che, "tuttavia, l'analisi sensoriale effettuata dal nostro panel ha rilevato la presenza del difetto di riscaldo e la quantità (relativamente elevata) di alchil esteri (metil ed etil esteri degli acidi grassi) supera il limite indicato da Mariani et al. (2008) per una sospetta presenza in questo campione di olio sottoposto a deodorazione mild. Anche il contenuto di acqua (scarso) confermerebbe il sospetto (Cerretani et al., 2008)”

Alcune domande
Ma cosa sono gli alchil esteri? Come si formano e quale significato hanno?
Che cosa è una deodorazione mild?
Sono domande a cui ha dato risposta la dottoressa Alessandra Bendini, la quale nel gruppo di ricerca del professor Lercker segue anche le tematiche correlate ai parametri di genuinità.










Alessandra Bendini

"Da circa 40 anni è nota la presenza di esteri metilici ed etilici degli acidi grassi (alchil esteri) all'interno della frazione cerosa degli oli di oliva (Mariani et al., 1986, 1991, 1992 e 2008), i quali si formano come conseguenza di fenomeni fermentativi e degradativi di olive di scarsa qualità (surmature, danneggiate, conservate in condizioni non ideali prima della lavorazione). Tali processi di alterazione delle strutture della drupa producono alcol metilico ed etilico che possono conseguentemente formare alchil esteri.











Questi composti si ritrovano in misura notevolmente superiore negli oli lampanti rispetto agli oli extra vergini di oliva; inoltre, alcuni recenti lavori di ricerca hanno appurato un loro significativo incremento qualora oli vergini che però presentano chiari difetti organolettici (quali ad esempio sentori di avvinato o riscaldo) vengano sottoposti a un trattamento termico blando (in corrente di vapore o azoto ad una temperatura generalmente inferiore a 100°C), noto come “deodorazione mild”, allo scopo di eliminare le molecole volatili in grado di impartire questi odori sgradevoli. E’ noto che una comune frode nel mondo oliandolo è rappresentata dall’illegale miscelazione di oli così trattati con aliquote di olio genuino, per poi commercializzare tali finti extra vergini a basso costo.”

Non esiste un metodo d’analisi ufficiale
Oggi non esiste alcun metodo d’analisi ufficiale per determinare la presenza di olio deodorato perché la deodorazione mild è un processo che non determina la formazione delle molecole indicatrici (traccianti) che comunemente si formano in seguito a raffinazione degli oli (es. steradieni, acidi grassi trans).

Qualche anno fa furono proposti come traccianti le pirofeofitine e gli 1,3-digliceridi il cui contenuto però cresceva con l’invecchiamento dell’olio. Ciò non accade per gli alchil esteri.
Le miscele fraudolente con oli deodorati potrebbero quindi essere in gran parte svelate con analisi mirate (Pérez-Camino et al., 2002; Pérez-Camino et al., 2008; Mariani et al., 2008; Biedermann et al., 2008). Infatti, i dati di sperimentazioni condotte sia da ricercatori spagnoli che italiani su un numero elevato di campioni, dimostrano come il contenuto in alchil esteri e in particolare in esteri etilici risulti più alto negli oli fraudolentemente deodorati rispetto agli oli extra vergini genuini.

I due gruppi di ricerca italiani e spagnoli, in base alla loro esperienza, hanno però proposto limiti diversi, per cui un olio potrebbe risultare non genuino o genuino a seconda che si considerino i limiti degli uni o degli altri:

1. la quantità dell'estere etilico dell'acido oleico (C18:1EE) inferiore a 30 ppm o a 15 ppm per gli oli genuini, rispettivamente secondo il gruppo spagnolo ed italiano;

2. la quantità di alchil esteri totali inferiore a 70 ppm o a 30-40 ppm per gli oli genuini, rispettivamente per i ricercatori spagnoli ed italiani;

3. gli esteri etilici degli acidi grassi (EE) superiori agli esteri metilici (ME) con rapporto EE/ME inferiore a 2 secondo gli spagnoli, il rapporto ME/EE superiore a 0,9 secondo gli italiani.

A tal proposito è bene ricordare che ad oggi il metodo analitico per gli alchil esteri non è stato ancora ufficialmente recepito dagli organismi di controllo. E’ però un metodo raccomandato in via provvisoria dal Coi, il Consiglio oleicolo internazionale.











Altra domanda
Un’altra domanda: dal punto di vista nutrizionale e salutistico un olio extra vergine di oliva posto in vendita a 1,99 euro è un buon olio?
Questa volta è il dottor Lorenzo Cerretani, già noto ai lettori di “Teatro Naturale” a risponderci.










Lorenzo Cerretani

“A mio avviso quando ci si trova di fronte a queste situazioni va fatta una riflessione. E' ribadito dalla letteratura scientifica che l'olio extra vergine di oliva ha delle caratteristiche uniche in termini di stabilità nei confronti dell'ossidazione (più conservabile), in termini di caratteristiche sensoriale (un buon olio extra vergine ha degli odori e sapori unici) nonché in termini salutistici (sono numerosissimi i lavori che dimostrano positive attività nei confronti delle patologie infiammatorie e degenerative). Tutte le funzioni sopra elencate sono attribuibili principalmente alla presenza di antiossidanti di tipo fenolico nell'olio. Il campione in esame ha evidenziato un contenuto in composti fenolici totali molto basso. In teoria un olio extra vergine di oliva che ha un contenuto in composti fenolici quasi nullo risulta più simile a un olio che ha subìto un processo di rettificazione/raffinazione che non a un olio extra vergine di oliva. Di conseguenza, un consiglio per leggere il prodotto al di là dell'indicazione in etichetta è quello di considerare il contenuto in antiossidanti che fortunatamente è anche in parte valutabile sensorialmente: un olio ricco in composti fenolici è sempre amaro e piccante! Un olio di semi raffinato è sempre ‘dolce’ ovvero né amaro né piccante!”

Fin qui il nostro sforzo nel fronteggiare delle politiche commerciali a dir poco discutibili. Ma i soggetti istituzionali dove sono? Cosa fanno? Perché tacciono?
Perché deve essere la Redazione di un giornale a sollevare il problema e non invece un organo istituzionale?
Ma se esiste una legge sul sottocosto, perché non la si fa rispettare?
E perché il mondo della ricerca deve essere lasciato solo? Perché non lo si finanzia? Perché non lo si sostiene?
E soprattutto perché le Istituzioni internazionali non si muovono sollecitamente per opporre una solida difesa dell’olio extra vergine di oliva?

In attesa che le Istituzioni si sveglino, Unaprol compresa, rivolgiamo un sentito grazie per la grande professionalità del team capitanato dal professor Lercker e in particolare un grande ringraziamento va alla sollecitudine del dottor Cerretani, che, nel caso specifico, ha preso molto a cuore il problema che è stato sollevato.
di Luigi Caricato, Alberto Grimelli

18 maggio 2009

Quali alternative, quindi, per lo smaltimento dell’olio fritto?

olio
Come liberarsi dell'olio dopo averlo utilizzato per la frittura?
I dietologi sconsigliano a chi vuole tenersi in forma di assumerne in grandi quantità, eppure l’olio costituisce un ingrediente fondamentale della nostra cucina.

Per condire le nostre pietanze o per friggere patatine e quant’altro, gli italiani consumano annualmente 1.400.000 tonnellate di oli vegetali: circa 600-700 mila tonnellate di olio di oliva ed altrettante di olio di semi.

Date queste cifre, sorge un problema di smaltimento. E non solo di calorie in eccesso.

La maggior parte di noi, infatti, è solita versare nel lavandino della cucina – o in altri scarichi della casa – l’olio utilizzato per friggere, ignorando le ripercussioni di questa nostra abitudine sul Pianeta.

Si è calcolato che, attraverso le reti fognarie, finiscono nell’ambiente ben 800.000 tonnellate di olio fritto.

L’olio da cucina esausto è un rifiuto che, se disperso nell’ambiente, comporta gravi danni:

- nel sottosuolo forma uno strato sottile attorno alle particelle di terra e impedisce alle piante l’assunzione delle sostanze nutritive;

- quando raggiunge pozzi di acqua potabile li rende inutilizzabili: l’olio mescolato all’acqua ne altera il gusto rendendola imbevibile;

- se raggiunge uno specchio d’acqua superficiale, ad esempio un lago o uno stagno, può formare una sottile pellicola impermeabile che impedisce l’ossigenazione e quindi compromette l’esistenza della flora e della fauna;

- disperso in mare forma un velo sottilissimo che impedisce la penetrazione in profondità dei raggi solari con gravi conseguenze per l’ambiente marino.

lavandino
Versare l'olio esausto nel lavandino provoca gravi danni all'ambiente
Peraltro, anche dove esistono impianti fognari adeguati, lo smaltimento di queste enormi quantità di residuo oleoso può pregiudicare il corretto funzionamento dei depuratori.

Come evitare, dunque, questi danni?

La soluzione è quella di recuperare l’olio esausto. Tale pratica, però, coinvolge quasi esclusivamente i grandi utilizzatori come ristoranti, fast food e mense. Il problema riguarda, quindi, prevalentemente i privati.

Tra questi l’abitudine da sradicare è proprio quella di versare l’olio fritto negli scarichi. Quali sono, però, le alternative a questa prassi?

Innanzitutto, dopo averlo fatto raffreddare, l’olio fritto può essere versato in un recipiente che, una volta piena pieno, verrà portato alla più vicina isola ecologica o ad un ristorante in zona da cui poi sarà prelevato per essere riutilizzato. Infatti, se versare l'olio esausto negli scarichi rappresenta una prassi sbagliata, altrettanto dannoso è gettarlo nei cassonetti dell'indifferenziata: qui il recipiente potrebbe rompersi e l'olio dispendersi. Le isole ecologiche, invece, sono aree attrezzate per la raccolta differenziata dei rifiuti, disponibili in molti comuni italiani. A Roma, ad esempio, queste vengono gestite dall'AMA: nel sito dell'azienda è possibile reperire tutte le informazioni in proposito. Ovviamente, recarsi in un'isola ecologica dopo ogni pasto a base di fritto è un'impresa impossibile anche per i più volenterosi! Quello che si potrebbe fare è, però, raccogliere l'olio in un grande recipiente (ad esempio un fustino da 5 litri di detersivo): in tal modo ci dedicheremo all'operazione di smaltimento solo pochissime volte in un anno.

In Italia ad occuparsi del trasporto, dello stoccaggio, del trattamento e del recupero di oli e grassi esausti è il CONOE (Consorzio Obbligatorio Nazionale di raccolta e trattamento oli e grassi vegetali e animali esausti).

olio
Tramite processi di trattamento e riciclo, dall’olio si ottengono svariati prodotti, quali: lubrificanti vegetali per macchine agricole, per biodiesel e glicerina per saponificazione
Il Consorzio è operativo dal 2001 su tutto il territorio italiano grazie all’apporto dei suoi fondatori: associazioni di raccoglitori (ANCO), di rigeneratori (Anirog e Aroe) e di produttori quali Confcommercio, Confartigianato, CNA, Federalberghi, Fipe e Una-Confindustria, cui si è aggiunta di recente anche Coldiretti. Direttamente o tramite le loro associazioni partecipano al Consorzio oltre 120.000 imprese.

Grazie al contributo volontario delle imprese di raccolta e di rigenerazione l’attività del CONOE si è notevolmente sviluppata, raggiungendo una capacità di raccolta e di trattamento del prodotto intorno alle 45.000 tonnellate per anno. In sette anni, dal 2001 al 2008, la capacità di raccolta si è incrementata di quasi il 90%.

Oltre ad evitare i danni ambientali, l’opera di recupero dell’olio esausto, consente notevoli vantaggi economici. Tramite processi di trattamento e riciclo, dall’olio si ottengono infatti svariati prodotti, quali: lubrificanti vegetali per macchine agricole, per biodiesel e glicerina per saponificazione. I saponi, peraltro, possono essere realizzati anche in casa da chiunque sia dotato di buona volontà, rispetto dell’ambiente e desiderio di risparmiare.

di Alessandra Profilio

11 maggio 2009

Il “duro lavoro nell’orto”

gallina
Prendersi cura dell’orto è considerato un lavoro estremamente faticoso e, quindi, da evitare. Ma davvero è così? (Foto di Nicola Savio)

Tra gli “ortolani” esistono vari approcci al lavoro. C’è chi passa la sua giornata con la zappa in mano, chi cerca sollievo dal lavoro attraverso la chimica e chi attraverso una ferrea logica ed organizzazione. In generale, quasi tutti, vi diranno che “l’orto dà lavoro”.

La reazione generale conseguente sarà, nel migliore dei casi, “non ho abbastanza tempo”, nel peggiore, “ma chi me lo fa fare”.

Ma oltre agli aspetti tradizionali che legano il nostro immaginario “agricolo” all’idea di terribili sudate sotto un sole rovente o di piedi congelati in pozze di fango, cosa fa sì che l’orto “dia lavoro” e, quindi, consumi energie (siano esse fisiche, secondo l’approccio biologico, od economiche, approccio chimico)?

Semplice: i nostri sistemi tradizionali di coltivazione non sono ecologici.

Con questo non voglio dire che l’orto tradizionale stia sterminando i delfini o sia la causa dei disastri conseguenti l’affondamento delle petroliere…

Stando alla definizione del vocabolario della lingua italiana Zingarelli (11° edizione), ecologia - /ekolo’dzia/ [ted. Oekologie, comp. del gr. Óikos ‘casa, abitazione’] - è la branca della biologia che studia i rapporti reciproci fra organismi viventi e ambiente circostante e le conseguenze di tali rapporti.

Prendendo spunto dall’ottimo libro di Stefan Buczacki Il Giardino Ecologico (Franco Muzzio editore, 1990), per ecologia si intende “tutto quello che vive, dove e perché”.

Gli esseri umani hanno la tendenza a valutare il comportamento di piante ed animali riferendosi sempre ad una sola specie, la propria, e questo porta di conseguenza ad una serie di malintesi.

La convinzione del “duro lavoro dell’orto” nasce proprio da questi fraintendimenti ed errori e, quindi, da un’inefficienza ed inefficacia di base.
orto
In natura, esistono due tipi principali di ambiente: la foresta e la prateria (Foto di Nicola Savio)

Generalizzando si può dire che in natura, esistono due tipi principali di ambiente: la foresta e la prateria.

Ogni singolo metro quadro di terra strappato dall’uomo a questi due sistemi cercherà di ritornare allo stato naturale con tutte le sue forze e le sue armi che, nel caso del nostro piccolo orticello, saranno perfettamente rappresentate da “infestanti” e parassiti, per contrastare i quali dovremo fare ricorso alle nostre energie. Voi, contro il mondo… un’esperienza da titani!

Toby Hemenwey nel suo Gaia’s Garden descrive approfonditamente i meccanismi che soggiacciono a questa “lotta” e, soprattutto, descrive gli strumenti attraverso cui “arrendersi” ed iniziare a lavorare con la natura piuttosto che contro.

Uno degli esempi più chiari che Hemenwey porta come dimostrazione di “giardino ecologico” è quello della policultura.

Nell’orto tradizionale siamo abituati ad individuare zone specifiche per ogni tipo di coltivazione: creiamo filari di pomodori e campi di insalata seguendo una logica assolutamente “umana”.

Così facendo, però, diamo origine alle nicchie ambientali perfette per il propagarsi di malattie crittogame, parassiti ed erbe infestanti.

Nella policultura, al contrario, le coltivazioni vengono mischiate secondo una logica “naturale” dove non esistono monoculture o “zonizzazioni” nette, a meno che i terreni non siano stati disturbati precedentemente.
Piantine
Nell’orto tradizionale siamo abituati ad individuare zone specifiche per ogni tipo di coltivazione

Uno degli esempi di policultura riportati da Hemenwey consiste nel realizzare un “letto” o “bancale” di 2 mq per ogni adulto che parteciperà dei frutti della policultura.

Due settimane prima dell’ultima gelata si preparano in semenzaio o in serra 10 piantine di cavolo per ogni bancale.

Una settimana dopo l’ultimo gelo si seminano ravanelli, finocchio selvatico, pastinaca, calendula e diverse varietà di lattuga. Quindi, l’intera area viene ricoperta mischiando i semi, ma piantandoli separatamente per evitare che i più pesanti si raccolgano tutti da una parte. I semi vengono disposti in modo che ve ne sia almeno uno ogni 5 cm quadri ed il tutto viene rivestito con un sottile strato di compost e bagnate.

Quattro settimane dopo dovrebbe essere possibile raccogliere i primi ravanelli. Nelle buche rimaste si potrà, a questo punto, trapiantare i cavoli mantenendoli ad una distanza di circa 40 cm.

Giunti alla sesta settimana le lattughe dovrebbero essere abbastanza cresciute da poter essere raccolte (man mano che le diradate le restanti potranno arrivare a completo sviluppo).

Ad inizio estate seminate fagioli nani negli spazi lasciati liberi dalle insalate, a questo punto dovrebbero essere quasi pronti per la raccolta anche i cavoli, seguiti a ruota dai fagioli.

La pastinaca, a sviluppo molto lento, sarà cresciuta all’inizio dell’autunno quando potrete piantare fave ed agli da raccogliersi al ritorno della primavera del prossimo anno.
di Nicola Savio

04 maggio 2009

Un pasto veloce fa male e, ingrassa


Gli anglosassoni lo definiscono come “junk food” e il termine indica in italiano quei cibi veloci da consumarsi, come i panini, che però sono, traducendo alla lettera dall'inglese, “cibi spazzatura”: contengono infatti tantissimi grassi nocivi per la salute e spesso vengono accompagnati da bibite gassate, eccessivamente ricche di zuccheri.
Il risultato è che una veloce pausa pranzo, magari consumata anche in piedi, può tradursi nel sistema più efficace per ingrassare e ingerire sostanze poco salubri.
Gli effetti peggiori si verificano in quelle persone che non solo mangiano cibi grassi, ma li consumano anche in fretta: insomma bando all'accoppiata terribile fast food-junk food.
Uno studio condotto su 1700 studenti dei college americani rivela proprio che mangiare al volo un panino supergrasso, accompagnato da bibite troppo gassate e zuccherine, fa male e fa ingrassare: ben il 35% dei ragazzi e il 42% delle ragazze ha dichiarato di non avere tempo per sedersi a mangiare.
Il problema di pasti troppo rapidi, senza nemmeno avere il tempo di sedersi, è caratteristico ormai della nostra epoca, dove i ritmi sono sempre più forsennati.
Studenti che devono correre da una lezione a un altra all'università, impiegati e professionisti tendono troppo spesso a sottovalutare l'importanza di nutrirsi con calma e con cibi salutari.
La ricerca americana, coordinata dalla dottoressa Dr.ssa Nicole I. Larson, della University of Minnesota di Minneapolis, è stata pubblicata sul “Journal of the American Dietetic Association”.
Dall'indagine emerge chiaramente che chi pranza o cena troppo di fretta è maggiormente portato a consumare “cibi spazzatura”, mentre, al contrario, chi si siede e mangia con calma segue un regime dietetico più sano e bilanciato, con un maggior apporto di frutta e verdura.
"Questi risultati suggeriscono che e' importante prendersi il giusto tempo a pranzo e a cena, e magari mangiare insieme agli amici o ai familiari", dichiara l'autrice della ricerca.
Per la dott.ssa Larson è importante riuscire a ritagliarsi un momento di calma per i pasti, anche in una giornata densa di impegni, per potersi alimentare meglio.
Chi proprio non potesse trovare una mezz'ora per sedersi a mangiare in santa pace, rinunci almeno a cheeseburgers, hot-dogs e altra roba simile, preferendo la frutta, la verdura, i cereali integrali e i latticini magri, che sono tutti cibi assai più salutari dei panini dei fast food.
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by italiasalute

28 aprile 2009

Orti urbani a Milano

Come nasce l’idea di realizzare orti urbani? Come hanno reagito i milanesi, assuefatti a smog ed inquinamento, a questa iniziativa? Quali gli obiettivi da raggiungere? Queste ed altre le domande che abbiamo posto a Claudio Cristofani, architetto e gestore di 130 orti urbani a Milano.


orti
"E' proprio vicino alle peggio città che si devono proporre gli orti urbani, che io preferisco chiamare giardini familiari"
Claudio Cristofani, vivi a Milano e gestisci 130 orti urbani. Com’è possibile?

Milano è una realtà assai vivace sul piano della creatività imprenditoriale e, tutto sommato, questa è nata come attività di impresa che fornisce un servizio “urbanistico”. Forse ciò è possibile anche per il grande numero di persone che costituiscono un immenso bacino di potenziali fruitori, o forse perché Milano come città è un po’ ostile e ci costringe ogni giorno a reinventarci per sopravvivere.

Comunque, per chi trova stimolanti le difficoltà, Milano è un bel campo pratica. Qui si mangia pane e stress. Vivere a Milano e gestire 130 orti urbani è la giusta contraddizione che rende tutto più originale e fonte di gioia. Se è vero che per godere del cibo devi provare la fame, per godere del sole devi provare la pioggia, per godere della salute devi provare la malattia, per godere della gioia che la terra sa dare devi provare l’oppressione dell’asfalto.

Quindi è proprio vicino alle peggio città che si devono proporre gli orti urbani, che io preferisco chiamare giardini familiari. Per il resto, gestire 130, 260, 10.000 orti urbani o giardini familiari è cosa assolutamente praticabile a condizione che siano ben realizzati gli impianti di supporto e che si determini efficacemente un obiettivo condiviso dagli utilizzatori dei giardini stessi.

Inoltre si deve considerare che Milano è una città nella quale la fruizione del verde pubblico, scarso o male collocato e peggio attrezzato, deve essere reinventata. Sul piano personale, essendo io un architetto, credo di avere una certa predisposizione funzionale per tutto ciò che riguarda l’allestimento degli spazi dove svolgere attività umane, compresa la vita all’aria aperta che si realizza negli orti urbani.

Come è nata l’idea di realizzare degli orti urbani e quando?

L’idea, come sempre, è nata per caso, ma sul substrato delle mie “speculazioni” (pensiero che indaga un problema senza alcun dato sperimentale) urbanistiche sul tema delle aree a standard vincolate dai PRG, ma non trasformate dalle competenti autorità in verde fruibile, e normalmente neppure acquisite, ma semplicemente vincolate. Più in generale, l’idea nasce anche dalla mia propensione a “regolamentare” quelle attività umane positive, ma che se vengono svolte in regime di anarchia normativa risultano negative per il disordine oggettivo e la litigiosità delle relazioni.

Il passo dall’osservazione degli orti abusivi (indescrivibili per accumulo di rifiuti e marginalità sociale) alla creazione di orti-giardini regolamentati è abbastanza breve. Ovviamente doveva capitare un evento casuale e cioè che la mia famiglia disponesse di un’area vincolata e che la sola manutenzione in attesa di un improbabile esproprio fosse fonte di perdite economiche.

frutta
Rispetto alla richiesta di qualità organolettica del cibo, connessa alla possibilità di consumo entro tempi molto brevi dal raccolto, la proposta dell’orto urbano è assolutamente gratificante
Che tipo di risposta ha avuto? Hai notato un aumento della richiesta nel tempo?

Per qualche anno ho raddoppiato il numero degli orti, per fare fronte alle nuove richieste, spontanee. Oggi si nota un incremento di richiesta che corrisponde alla diffusione dei temi legati alla qualità del cibo, del tempo libero, del rapporto con la natura. Non mi sembra che, nonostante la crisi economica, si possa riproporre una lettura da “orti di guerra”, grazie al cielo.

Anche se per qualche famiglia o per qualche pensionato può essere interessante il risparmio sugli acquisti. Bisogna osservare che il costo, legato alla necessità di disporre di un’area, attrezzarla e gestire il servizio, riduce abbastanza il beneficio che deriva dalla produzione. Tuttavia, rispetto alla richiesta di qualità organolettica del cibo, connessa alla possibilità di consumo entro tempi molto brevi dal raccolto, la proposta dell’orto urbano è assolutamente gratificante.

Chi è il destinatario ideale di questi orti?

Non si deve pensare ad alcuna categoria come destinataria ideale. Le stesse categorie rappresentate nella società urbana possono essere utenti dell’orto-giardino. Magari con prevalenza per i nuclei familiari che in orari diversi e per diverse funzioni, possono fruire dell’area. Mattina il nonno, per curare lavori al terreno e innaffiare, pomeriggio la mamma con i bambini dopo la scuola, anche per fare i compiti e la merenda all’aperto, ora del the la nonna, perché il sole è meno fastidioso e si può raccogliere con mani esperte, verso il tramonto il papà che dopo il lavoro può finalmente stropicciarsi la camicia e sporcarsi le scarpe per dare l’acqua alle radici delle piante, difendendosi come meglio può dalle zanzare in arrivo.

Non mancano cultori della vita a contatto della natura, amanti del chiacchiericcio pomeridiano, cultori del barbecue, gruppi di giovani che fingono di zappare o di preparare l’esame universitario e tracannano allegramente qualche birretta seduti sull’erba, fino a tarda ora e vigilando sui recinti e gli accessi.

Quanto costa affittarne uno e che servizio offri?

75 mq costano 360 euro/anno, iva compresa. Si ha diritto all’acqua di falda sia come scorta intiepidita in un fusto da 300 litri per ogni orto che come erogazione al rubinetto, negli orari prefissati in base alle stagioni. Ogni orto ha un recinto che può essere costituito da una siepe, oppure da una staccionata in legno, oppure da un sistema misto legno-rete plastificata. Parcheggio interno in zona separata e senza interferenze con gli orti, possibilità di impiantare un gazebo tessile e gli arredi di base per il barbecue, una cassa in legno abbastanza grande per contenere gli attrezzi principali.

Tutto circondato da una corretta quantità di verde percorribile a piedi e di aree di prato per il gioco libero dei bambini.

Qual è il tuo obiettivo per il futuro?

Devo convincere le amministrazioni comunali ad inserire nei Piani Regolatori delle aree di “verde privato” nelle quali si possano realizzare dei veri e propri consorzi di proprietari di orti-giardini, ben regolamentati e gestiti, in prossimità degli abitati, ma anche di aree di verde pubblico di tipo classico.

Per fare ciò sto preparando un progetto di orto-tipo che superi alcuni limiti di allestimento che ho rilevato in quelli realizzati da me a Milano in via Chiodi. In questi casi sarebbe prezioso il recupero delle cascine, anche in attività, per tutte le necessità di assistenza (vangatura meccanica, concimazione, corsi, ostelli per chi volesse fermarsi vicino all’orto nel week end, servizi igienici, piccola ristorazione agrituristica, festicciole, ecc). In alternativa si dovrebbe pensare a dei piccoli edifici di supporto costruiti al centro di ogni consorzio.

orto
In Italia il clima e il territorio sono ovunque favorevoli allo sviluppo di orti urbani
Quale il ruolo degli orti urbani nelle moderne città?

Inimmaginabile. Sul tema conviene visitare il sito dell’Office International du Coin de Terre e des Jardins Familiaux.

Credi che la tua iniziativa sia esportabile in altre città italiane?

In Italia il clima e il territorio sono ovunque favorevoli. Credo che anche nelle realtà meno urbanizzate ci sia un grande numero di persone che non può disporre, nel proprio giardino, di un’area coltivabile e che abitando in condominio vorrebbe trascorrere del tempo all’aperto, senza annoiarsi su una panchina o guardando, inattivo, una partita di bocce.

Qual è la differenza tra la realtà italiana e quella degli altri paesi europei?

Le viste dal satellite sono utilissime per valutare le differenze, dato che la precisione delle riprese è tale da consentire una precisa individuazione delle aree destinate agli orti-giardini, che sono molto frequenti ed estese in Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Austria, Polonia. Meno frequenti in Italia, Spagna, Grecia.

Le modalità con piccole casette di servizio che sono frequenti all’estero non dovrebbero essere riproposte da noi, dato che difficilmente resistiamo agli abusi edilizi. La tipologia che sto studiando consentirebbe una custodia sufficientemente sicura per i propri attrezzi, ombra e anche un buon riparo in caso di maltempo improvviso, senza dovere costituire una “casetta” in ogni orto.

Nota bene. Italia Nostra ha adottato un protocollo con l’Anci per favorire la costruzione di nuove realtà di orti urbani. Credo che i Comuni, in generale, abbiano trascurato il messaggio.

di Daniel Tarozzi

21 aprile 2009

La quantità di olio extra vergine di oliva che assumiamo é sufficiente?





Partendo da questa domanda, nella logica dell’interpretazione di un alimento rispetto allo stato di salute, si aprono considerazioni che possono svelare e sollevare preoccupanti perplessità.
Da molti decenni si parla del rapporto fra stato di salute e olio extravergine di oliva, tanto che sembra essere, ormai, argomento da leggenda metropolitana.
In particolare chi ne ha parlato in modo più diffuso sono stati gli americani.
Noi abbiamo scoperto la cosiddetta dieta mediterranea passando dagli Stati Uniti d’America.

In realtà, che l’acido oleico e in particolar modo quello che otteniamo dalla spremitura delle olive sia un elemento d’importanza fondamentale nella prevenzione della patologia cardiovascolare a conseguenza ischemica si evince da una serie imponente di lavori scientifici di prestigio internazionale.
E’ sufficiente ricordarne alcuni e leggere quello che dicono:

…Acidi grassi diversi oltre gli omega 3 possono interagire con il metabolismo degli eicosanoidi e influenzare la funzione piastrinica. C’è evidenza, per esempio, che diete ricche in acidi grassi insaturi come l’acido Linoleico e Oleico possano ridurre la tendenza alla trombosi rimpiazzando l’acido Arachidonico nei fosfolipidi piastrinici, diminuendo la produzione, in vitro, dei trombossani A2 e l’aggregazione piastrinica. Comunque c’è scarsa evidenza che la funzione piastrinica, in vivo, sia condizionata da queste diete….

…L’acido Oleico è stato dimostrato essere un potente inibitore dell’aggregazione piastrinica PAF indotta e della secrezione di serotonina. Conseguentemente, al fine di capire il meccanismo molecolare di azione dell’acido Oleico sono stati ricercati gli effetti di questo acido grasso libero su molti eventi biochimici associati con l’aggregazione piastrini-ca indotta dal PAF.
… La diminuzione del livello di [32P] PIP e di [32P]PIP2 determinata dall’acido Oleico è stata associata con un’inibizione dell’aggregazione piastrinica indotta dal PAF. Questi risultati suggeriscono che l’inibizione della risposta del PAF da parte dell’acido Oleico possa essere una delle tappe nella trasduzione del segnale…
…Molti rapporti della letteratura suggeriscono che l’olio di oliva può inibire la funzione piastrinica. Questo possibile effetto è d’interesse per due ragioni: può contribuire al ruolo apparentemente anti-aterogenetico dell’olio di oliva e può invalidare l’uso dell’olio di oliva come placebo inerte negli studi sulla funzione piastrinica….

…Dopo la supplementazione con olio di oliva l’aggregazione piastrinica e il rilascio del trombossano A2 erano diminuiti, il contenuto di acido Oleico era aumentato considerevolmente e il contenuto di acido Arachidonico era diminuito significativamente. Questi dati suggeriscono che un eccesso di acido Oleico spiazza l’incorporazione dell’acido Arachidonico nei fosfolipidi piastrinici. …si conclude che la supplementazione di olio di oliva esercita un effetto inibitore su vari aspetti della funzione piastrinica, “un effetto che può ridurre il rischio di patologia cardiaca, sebbene anche l’assunzione di pesce possa esercitare effetto protettivo”….

in questo studio si dimostra che l’effetto dell’ olio d'oliva è riconducibile al suo alto tenore di acido oleico (70-80%). L'assunzione di olio di oliva aumenta i livelli di acido oleico nelle membrane, dove regola la struttura della membrana lipidica per quanto concerne il controllo del segnale mediato delle proteine G- provocando una riduzione della pressione sanguigna ...

…I nostri risultati indicano che i tessuti cardiovascolari del ratto, trattato 2-OHOA (acido idrossi oleico) dimostrano un’attivazione del cAMP in risposta alla attivazione della proteina Gsα, evento che potrebbe essere attribuito ad una maggiore espressione di proteine Gsα. Come risultato di questoeffetto, si osserva una significativa riduzione della pressione sistolica…

…L’uso esclusivo di olio di oliva durante la preparazione dei cibi sembra offrire una rilevante protezione contro la cardiopatia ischemica, nonostante gli aspetti clinici, lo stile di vita e le altre caratteristiche dei partecipanti…



Ricordiamo anche quelli più storici:

… Nel 1985, Mattson e Grundy , dell'Università di Dallas, hanno riferito che l'olio d'oliva ha ridotto il colesterolo sierico il colesterolo HDL, che svolge una funzione protettiva, anti-aterogenetica, favorendo l'eliminazione di LDL-colesterolo. Nel 1986, Sirtori et al. (8) hanno dimostrato che oltre al suo effetto sul colesterolo e l’arteriosclerosi, l'olio d'oliva ha anche un effetto preventivo sulla trombosi e l'aggregazione piastrinica. Elevate assunzioni di olio d'oliva non sono nocive, esse riducono i livelli di LDL-colesterolo, ma non quelli di HDL, che possono persino aumentare :Carmena et al., 1996 ; Mata et al., 1992b ; Jacotot et al., 1998 ; Mensink Katan, 1989 ; Carmena et al., 1989 ; Grundy et al., 1986, 1988 ; Mattson e Grundy, 1985 ; Keys, 1970 ...

Sembra che non ci siano dubbi sull’utilità dell’acido oleico.
Recentemente abbiamo dimostrato, Cocchi et al. 2008 , che non solo ridotte quantità di acido oleico sono l’elemento più critico nella classificazione biochimica della cardiopatia ischemica, (risultato ottenuto con l’utilizzazione di una Self Organizing Map) ma che esso è anche comune nella condizione che caratterizza il rapporto fra Depressione e Ischemia .

Già nel 2000, Weyers and Colquhoun riferivano di un miglioramento dello stato depressivo in pazienti con CHD, conseguentemente all’uso di olio di oliva.
Facendo leva su queste forti evidenze, ci siamo posti il problema se vi sia una sufficiente introduzione di olio d’oliva, quindi di acido oleico, nella popolazione italiana.

Per verificare come l’acido oleico possa significativamente modificare la composizione degli acidi grassi piastrinici, elementi decisivi nella genesi di formazione della placca, in modo positivo, e spostare sensibilmente la quantità di acido oleico, anche se non vale per tutti, si è realizzato un esperimento su un rilevante gruppo di maiali. Cocchi et al.

Le modifiche alla composizione degli acidi grassi delle piastrine si ottenevano per un apporto pari a circa 20 grammi di acido oleico, in una dieta con il 25% di grassi totali, quindi corrispondente alla percentuale auspicata per l’uomo.
Se consideriamo le caratteristiche da sempre descritte per il maiale come modello di aterosclerosi e, quindi, la similitudine con l’uomo, dobbiamo dedurre che bisognerebbe introdurre quantità di acido oleico e, quindi, di olio extra vergine di oliva, almeno doppie rispetto agli attuali consumi.
Per asserire ciò, abbiamo fatto semplici considerazioni sui dati che si riferiscono ai consumi di olio di oliva.
Abbiamo chiesto all’Ismea un chiarimento sugli acquisti per regione, e l’Ente ci ha fornito la seguente tabella:




Sulla base dei dati forniti e tenendo conto che il valore, derivato dalla tabella, deve essere incrementato del 40%, poiché dal dato di acquisto rimangono escluse quantità pari a circa il 40%, possiamo considerare che il consumo dell’olio extra vergine d’oliva, per ogni italiano vale mediamente per circa 11,76 grammi di acido oleico il giorno. Forse un poco meno se teniamo conto che molto è anche impiegato per la frittura e, quindi, non possiamo calcolarlo per pari quantità nel consumo a crudo. Non è difficile comprendere come tale quantità sia assai modesta.
Come appare, inoltre, evidente dai numeri, la notevole differenza fra nord e sud conferma che l’utilizzo dell’olio di oliva andrebbe fortemente promosso nelle regioni del nord.

Quest’osservazione non può prescindere dalla constatazione che l’attuale modello alimentare non consente grandi consumi di quest’alimento.
E’ sufficiente ricordare che il pasto veloce fuori di casa, spesso costituito da un panino, rende difficile un consumo di olio extra vergine di oliva nelle quantità ipotizzate e auspicate.
Forse le abitudini alimentari delle zone rurali sono ancora in grado di fronteggiare il problema, anche se si può pensare che esse sia sempre più orientate verso un progressivo allontanamento dalla tradizione.

Direbbe Ancel Keys, anche oggi, che il modello della dieta mediterranea è ancora strumento di salute, riferedosi al consumo di olio extra vergine di oliva?
Stando ai numeri probabilmente no.
Quest’argomento va anche considerato sotto l’aspetto tecnologico.

Non tutti gli oli provenienti dalla lavorazione delle olive hanno la stessa composizione.

Il Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi) prevede che il contenuto di acido oleico, in tali oli, possa oscillare dal 55% fino all’83% del totale degli acidi grassi totali .

Il regolamento della Comunità Europea non indica la quantità di acido oleico negli oli da olive, limitandosi a indicare le specifiche di molti altri parametri di composizione utili alla rivelazione di frodi, ma impone la distinzione commerciale fra i vari prodotti ottenuti dalla lavorazione delle olive. Fra questi ultimi gli oli extra vergini sono quelli che devono possedere le caratteristiche di qualità migliori. Il contenuto di acido oleico è sempre stato considerato con la migliore qualità dell’olio extra vergine di oliva, ma a causa della migliore stabilità dell’olio in conservazione, dovuta alla scarsa reattività dell’acido oleico rispetto agli acidi grassi polinsaturi.

Il Food and Drug Administration (Fda) statunitense ha scritto che il consumo di 23 g di olio da olive ogni giorno (circa due cucchiai), aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari. Questa importante affermazione della Fda, struttura di riferimento mondiale per gli aspetti biochimici-biologici degli alimenti, fa riferimento all’elevato contenuto di acido oleico che gli oli da olive presentano.

Oggi sono disponibili altre fonti oleaginose a elevato contenuto di acido oleico, quali il cartamo, il girasole e anche il canola (nuova denominazione di colza a bassissimo contenuto di acido erucico), per cui se fosse per l’acido oleico anche queste altre fonti sarebbero ottimali allo scopo. In realtà, la fama di prodotto salutistico che l’olio, prodotto dalla lavorazione delle olive, si è guadagnato negli anni, è più verosimilmente riconducibile alla contemporanea presenza di componenti “minori” che questi oli contengono, quando non siano raffinati, come devono essere per legge gli oli ottenuti da tutte altre oleaginose.

Fra i componenti minori sono da ricordare i biofenoli, che sono costituiti da fenoli e polifenoli a spiccata attività antiossidante e antiradicalica, alcuni alcoli triterpenici, i fitosteroli, lo squalene e i tocoferoli. Questi ultimi sono considerati importanti poiché svolgono attività vitaminica (vit. E), ma anche per la loro capacità di favorire l’assimilazione da parte del nostro organismo degli acidi grassi polinsaturi (1 mg consente l’assimilazione di 1 g di acidi grassi polinsaturi).

La riscoperta delle attività salutistiche dovute a molti dei componenti minori contenuti negli oli da olive, ha scavato un solco enorme fra le proprietà nutrizionali degli oli alimentari. Infatti, gli oli da semi, sottoposti a raffinazione per la loro commercializzazione, hanno perduto molti componenti minori e non presentano più le proprietà salutistiche che potevano avere le corrispondenti matrici oleaginose.

La tecnologia di trasformazione delle olive è in grado di influenzare la qualità e le caratteristiche organolettiche dell’olio prodotto e questo non è sempre noto agli operatori della filiera (produttori delle olive e frantoiani) poiché molte delle conoscenze scientifiche a riguardo sono particolarmente nuove. L’olio contenuto nell’oliva è racchiuso in minuscole gocce (10-30 micrometri) all’interno di vacuoli con pareti polisaccaridiche: le goccioline d’olio, durante la lavorazione sono liberate in frangitura e messe a contatto con tutti gli altri componenti dell’olva in fase di gramolazione della pasta ottenuta. È proprio con il contatto olio-pasta, prolungato per ingrossare le piccole gocce in modo da farle poi uscire dalla pasta nella fase di separazione, che avviene l’accorpamento di tutte i componenti minori che si sciolgono nell’olio o in esso si emulsionano. Pertanto tempi e temperature di lavorazione possono condizionare il risultato, a parità delle caratteristiche delle olive di partenza, in modo da fornire prodotti anche molto differenti. Inoltre, nello stesso contatto olio-pasta le attività enzimatiche presenti sono capaci di formare i profumi del futuro olio con una serie di step biochimici che in parte però possono ridurre la capacità antiossidante dei componenti biofenolici e la loro azione salutistica. Pertanto, le scelte che si faranno in fase di lavorazione delle olive dovranno tenere conto di questi effetti tecnologici.

Le cultivar di olivo coltivate sul territorio nazionale è noto che siano diverse centinaia e questo porta a numerosissimi oli che hanno una composizione molto differente, pur tutti di ottime caratteristiche qualitative. In particolare, la ricchezza in antiossidanti (biofenoli, soprattutto) incide molto sul risultato tecnologico per l’olio prodotto, in termini di profumi, sapori, stabilità alla conservazione e proprietà salutistiche.

Anche se sono state acquisite molte conoscenze scientifiche della produzione delle olive e della tecnologia di trasformazione, rimangono ancora molti interrogativi che vanno risolti per migliorare la qualità, soprattutto quella salutistica, degli oli provenienti dalla lavorazione delle olive.
Si può concludere che le nostre osservazioni, in realtà, corrispondono a quelle del Fda e che non sarà mai sufficientemente ben speso il denaro e il tempo impiegati per sostenere i consumi degli alimenti tipici in generale e dell’olio extra vergine di oliva a produzione locale.

di Giovanni Lercker, Massimo Cocchi

18 aprile 2009

Petrolio e terremoti



Oggi i funerali delle vittime. Fra i fiori, la gente a lutto, la distesa immensa di parallelepipedi marroni, spicca la tenerezza di quella bara bianca, piccola piccola, con i manici dorati, appoggiata sulla pancia di legno di quella che pochi giorni fa era la sua mamma.

Sono ad un meeting a Washington DC, ne ho parlato l'anno scorso. Quest' anno e' piu' o meno la stessa cosa, solo che ogni cinque minuti corro su Prima da noi, sul Corriere, per vedere le immagini, per partecipare in qualche modo al dolore comune.

Non ho sentito le parole dei governanti o del funerale, e non ho visto la televisione perche' non ne ho avuto il tempo. Probabilmente saranno state dette tante belle cose sulla vita, sulla morte, sul dover vivere bene ogni giorno in modo da essere preparati al viaggio finale quando questo verra'. C'e' un che di vero in tutto questo: nessuno quando sara' il nostro momento ed e' percio' che occorre non avere rimorsi ed essere felici tutti i giorni. Per me questo si condensa non nel vivere la vita spericolata di Vasco Rossi, ma nel sapere che ogni giorno abbiamo fatto qualcosa di utile, anche se piccola, per il resto dell'umanita'.

Ci sono due atteggiamenti nei casi di tragedie cosi grandi: uno e' quello di rassegnarsi alla volonta' divina, o del caso, o della fatalita'. L'altro e' di capire perche' quasi trecento persone sono morte in un terremoto che nemmeno arrivava al livello sei della scala Richter. E questo non per fare inutili polemiche, ma solo per cercare di imparare qualcosa, cosicche' queste lacrime non siano invano.

L'Abruzzo e' un territorio sismico. Come per le falde acquifere, le estrazioni di petrolio e di gas, scavando a cinque, sei chilometri sotto la crosta terrestre alterano le conformazioni del sottosuolo in modo inaspettato. Questo e' un fatto inconfutabile che nemmeno i petrolieri possono
contrastare.
M. Luisa D'Orsogna

15 aprile 2009

Milano: un contadino in città

La frattura tra città e campagna è definitiva? Oppure c'è ancora un modo per ricucire il rapporto con la propria terra anche vivendo in contesti urbani? Vivere in un quartiere popolare di Milano un pezzetto di autoproduzione in armonia con il mondo contadino è allo stesso tempo un gesto rivoluzionario e conservatore che permette di ribellarsi al mondo delle merci e riscoprire la sapienza dei nostri nonni.

bicicletta
Anche in città può essere comodo e piacevole muoversi in bici
Sabato pomeriggio, ore 18:00, inforco la mia bicicletta e comincio a pedalare in direzione nord. Dopo dieci minuti mi lascio alle spalle gli ultimi scampoli di cemento e lo sguardo si allarga sorvolando i campi fino a scorgere le cime prealpine. Sono fortunato. Oggi ha piovuto, l'aria è tersa e in cielo c'è qualche nube. La presenza delle nuvole è segno che oggi in questa pianura, che è tra i quattro posti più inquinati del mondo, il cielo è un po' più pulito. Solitamente l'inquinamento impedisce alle nubi di formarsi e dona a Milano quel tipico cielo grigio uniforme.

Mentre le pedalate sembrano alimentare anche i miei pensieri, giungo al bivio per Bollate. Ancora cinque minuti e sarò alla cascina. Nelle borse sistemate a cavallo della ruota posteriore ci sono sei bottiglie di vetro. Le uso ormai da un paio di anni per trasportare il latte che l'azienda agricola “Furia” mi vende alla spina, direttamente senza intermediari. Sono sempre le stesse, lavate e riusate qualche centinaio di volte. Due anni di rifiuti evitati. Ecco, dopo la curva c'è il sottopasso e poi sono arrivato.

Lego la bici alla cancellata: siamo ancora troppo vicini a Milano, meglio non fidarsi. Il mio velocipede si trova sotto una bandiera gialla della Coldiretti che sembra indicare un presidio di “resistenza contadina” al globale che avanza. A quando, mi chiedo, il latte fresco cinese? Entro nella casetta di legno che i signori Fortini hanno costruito per metterci i distributori automatici di latte crudo alla spina. Fino all'anno scorso avevano un solo distributore. Adesso ne hanno due e quando vengo a prendere il latte c'è sempre qualche altro cliente prima di me.

latte
L'azienda agricola “Furia” vende latte alla spina, direttamente, senza intermediari
Aspetto il mio turno, poi la figlia della signora Fortini mi aiuta a riempire le mie bottiglie. Scambiamo come sempre qualche chiacchiera. Lei si lamenta del fatto che i fratelli la lasciano sempre da sola e che spesso non ce la fa a servire i clienti. Bene, penso, il popolo che beve latte sano, economico e ecologico si ingrossa sempre di più! Poi penso alla panna del latte non pastorizzato che sto acquistando, guardo la mia pancia e penso che lo stesso popolo ingrassa sempre di più!

Già che ci sono compro anche delle uova fresche di giornata. Sono di dimensione e colore diverso e mi chiedo come facciano al supermercato a vendere uova tutte perfettamente uguali. Per ridurre i costi e aumentare i profitti avranno standardizzato anche i culi delle galline?

Riparto per tornare a casa. Venti minuti e sono in cortile a legare di nuovo la bici alla rastrelliera. Questa volta niente bandiere. Il tessuto urbano non resiste al globale che avanza, anzi, vengo raggiunto dalla palla della bimba sudamericana che gioca da sola in cortile. Penso alla sua famiglia sradicata dalla propria terra e catapultata in qualche impresa di pulizia a fare uno di quei lavori “che gli italiani non vogliono più fare”. Forse perchè precarizzati, sfruttati e sottopagati?

Bando ai cattivi pensieri. Sono contento e sorrido alla inconsapevole bimba. Anche oggi ho risparmiato i soldi della palestra, che qui a Milano si chiama “Fitness club”, costa “un botto” e richiede fisico ed abbigliamento adeguati nonchè una certa predisposizione ad ingurgitare acqua colorata “per reintegrare i sali minerali”.

Sono le 19:00, metto su la pentola, e verso quattro dei sei litri di latte che ho comprato e accendo il fuoco. D'estate ho circa cinque minuti di tempo prima che il latte raggiunga i trentasette gradi. Ne approfitto per mettermi comodo e bere un po' di succo di mela fatto in casa che ci hanno regalato alcuni amici di Trento. Scambio qualche parola con Emanuela che sta finendo di cucire una gonna. Il gatto che sonnecchia, come sempre sul divano, apre un occhio per scrutarci quasi come per assicurarsi che tutto vada bene, poi subito lo richiude. Ritorno alla pentola, controllo la temperatura del latte con il termometro ad alcool: ci siamo. Verso il caglio e dò una mescolata.

farina
La farina, invece, è quella di Maurizio, uno straordinario contadino “colto”
Ho circa venti minuti per la formazione della cagliata. Sistemo sulla spianatoia farina, zucchero, uova fresche, il barattolo del sale e l'ingrediente segreto: lo strutto che ha fatto mia madre regalandomene un vasetto. La farina, invece, è quella di Maurizio, uno straordinario contadino “colto” con i tratti somatici e i capelli biondi e lunghi di uno svedese, che ha fondato più di vent'anni fa una cooperativa agricola biologica tra Cremona e Mantova e ora rifornisce i Gruppi d'Acquisto come quello di cui facciamo parte. La pastafrolla ha bisogno di essere impastata poco, così, quando la cagliata è pronta per essere spezzata, è pronto anche il panetto che da lì a poco si trasformerà in biscotti di varie forme e in una base per una crostata.

Lascio riposare il panetto di pastafrolla e torno alla pentola con il latte, che ora ha la consistenza di un budino. Rompo la cagliata con una frusta da cucina, con un colino la separo dal siero e la verso nelle fuscelle. In un paio di formette più piccole aggiungo del peperoncino per fare dei tomini più sfiziosi. Lascio sgocciolare il formaggio fresco nelle fuscelle e torno alla mia pastafrolla.

Taglio via un pezzo dal panetto, lo stendo, ritaglio i biscotti che posiziono in una teglia imburrata e con la parte restante ci faccio la base della crostata che preparo con la marmellata fatta in casa regalatami da un giovane e simpaticissino assessore di un paesino in provincia di Bologna. Anche lui, convinto autoproduttore, per qualche anno ha vissuto in un casolare senza riscaldamento sul Muggello. Guarnisco la crostata con delle fette di mela. Utilizzo una delle mele acquistate tramite gruppo d'acquisto da una cooperativa di giovani contadini biologici di Novara che ha recuperato diverse varietà destinate all'estinzione dall'agricoltura industrializzata e votata alla monocoltura. Tra queste c'è anche una straordinaria varietà di mele di origini celtiche.

soldi
L'autoproduzione consente di risparmiare tempo e denaro. Il guadagno è in termini di qualità del cibo.
Quando impasto il mio pane fatto in casa, quando rompo la cagliata per autoprodurmi del formaggio fresco, sento che nelle mie mani rivive il saper fare di mio nonno fornaio e di mia nonna contadina. È come se ristabilissi un contatto con loro saltando a pie' pari la generazione dei miei genitori. Quella degli anni sessanta, del boom economico e delle merci a buon mercato per tutti. Anche la mia compagna quando cuce recupera il saper fare della nonna sarta saltando la generazione delle nostre mamme, assidue frequentatrici di saldi di fine stagione. In fondo, non ci vuole molto.

Per autoprodurre parte del nostro cibo impieghiamo meno di un pomeriggio passato in un centro commerciale e spendiamo un terzo dei soldi necessari per comprare merci analoghe di peggiore qualità.

Sono da poco passate le 20:00, inforno i prodotti che serviranno per la prima colazione di una settimana intera e passo all'impasto del pane. Stasera sono pigro. Userò l'impastatrice elettrica al posto delle braccia e il lievito di birra al posto di quello naturale: ci verso circa mezzo litro d'acqua tiepida, il lievito di birra preventivamente sciolto in una parte dell'acqua, la farina e, in alto, distante dal lievito altrimenti blocca la fermentazione, un po' di sale. Avvio la macchina e mi riposo un po'. Nel frattempo Emanuela, ha finito di cucire la cerniera alla gonna, ha preparato la cena e ha messo mezzo litro di latte nella yogurtiera con un po' di yogurt tenuto da parte dalla precedente “produzione”. Durante la notte qualche milione di fermenti lattici lavorerà per noi e a colazione nei prossimi giorni avremo anche dell'ottimo yogurt sano, economico ed ecologico.

Prima di sedermi a tavola tiro fuori dal forno biscotti e crostata. La casa si è riempita del profumo della pastafrolla fatta con lo strutto e la ricetta di mamma. Dopo cena tiro fuori l'impasto del pane dalla macchina e lo metto a riposare in una grande ciotola coperta da uno straccio umido. Lo cuocerò domattina, con calma, in modo che possa lievitare bene.

È ancora presto ed è una bella sera d'estate. Usciamo a bere una birra con degli amici. Come fanno tanti altri milanesi il sabato sera.

di Massimo De Maio