28 aprile 2009

Orti urbani a Milano

Come nasce l’idea di realizzare orti urbani? Come hanno reagito i milanesi, assuefatti a smog ed inquinamento, a questa iniziativa? Quali gli obiettivi da raggiungere? Queste ed altre le domande che abbiamo posto a Claudio Cristofani, architetto e gestore di 130 orti urbani a Milano.


orti
"E' proprio vicino alle peggio città che si devono proporre gli orti urbani, che io preferisco chiamare giardini familiari"
Claudio Cristofani, vivi a Milano e gestisci 130 orti urbani. Com’è possibile?

Milano è una realtà assai vivace sul piano della creatività imprenditoriale e, tutto sommato, questa è nata come attività di impresa che fornisce un servizio “urbanistico”. Forse ciò è possibile anche per il grande numero di persone che costituiscono un immenso bacino di potenziali fruitori, o forse perché Milano come città è un po’ ostile e ci costringe ogni giorno a reinventarci per sopravvivere.

Comunque, per chi trova stimolanti le difficoltà, Milano è un bel campo pratica. Qui si mangia pane e stress. Vivere a Milano e gestire 130 orti urbani è la giusta contraddizione che rende tutto più originale e fonte di gioia. Se è vero che per godere del cibo devi provare la fame, per godere del sole devi provare la pioggia, per godere della salute devi provare la malattia, per godere della gioia che la terra sa dare devi provare l’oppressione dell’asfalto.

Quindi è proprio vicino alle peggio città che si devono proporre gli orti urbani, che io preferisco chiamare giardini familiari. Per il resto, gestire 130, 260, 10.000 orti urbani o giardini familiari è cosa assolutamente praticabile a condizione che siano ben realizzati gli impianti di supporto e che si determini efficacemente un obiettivo condiviso dagli utilizzatori dei giardini stessi.

Inoltre si deve considerare che Milano è una città nella quale la fruizione del verde pubblico, scarso o male collocato e peggio attrezzato, deve essere reinventata. Sul piano personale, essendo io un architetto, credo di avere una certa predisposizione funzionale per tutto ciò che riguarda l’allestimento degli spazi dove svolgere attività umane, compresa la vita all’aria aperta che si realizza negli orti urbani.

Come è nata l’idea di realizzare degli orti urbani e quando?

L’idea, come sempre, è nata per caso, ma sul substrato delle mie “speculazioni” (pensiero che indaga un problema senza alcun dato sperimentale) urbanistiche sul tema delle aree a standard vincolate dai PRG, ma non trasformate dalle competenti autorità in verde fruibile, e normalmente neppure acquisite, ma semplicemente vincolate. Più in generale, l’idea nasce anche dalla mia propensione a “regolamentare” quelle attività umane positive, ma che se vengono svolte in regime di anarchia normativa risultano negative per il disordine oggettivo e la litigiosità delle relazioni.

Il passo dall’osservazione degli orti abusivi (indescrivibili per accumulo di rifiuti e marginalità sociale) alla creazione di orti-giardini regolamentati è abbastanza breve. Ovviamente doveva capitare un evento casuale e cioè che la mia famiglia disponesse di un’area vincolata e che la sola manutenzione in attesa di un improbabile esproprio fosse fonte di perdite economiche.

frutta
Rispetto alla richiesta di qualità organolettica del cibo, connessa alla possibilità di consumo entro tempi molto brevi dal raccolto, la proposta dell’orto urbano è assolutamente gratificante
Che tipo di risposta ha avuto? Hai notato un aumento della richiesta nel tempo?

Per qualche anno ho raddoppiato il numero degli orti, per fare fronte alle nuove richieste, spontanee. Oggi si nota un incremento di richiesta che corrisponde alla diffusione dei temi legati alla qualità del cibo, del tempo libero, del rapporto con la natura. Non mi sembra che, nonostante la crisi economica, si possa riproporre una lettura da “orti di guerra”, grazie al cielo.

Anche se per qualche famiglia o per qualche pensionato può essere interessante il risparmio sugli acquisti. Bisogna osservare che il costo, legato alla necessità di disporre di un’area, attrezzarla e gestire il servizio, riduce abbastanza il beneficio che deriva dalla produzione. Tuttavia, rispetto alla richiesta di qualità organolettica del cibo, connessa alla possibilità di consumo entro tempi molto brevi dal raccolto, la proposta dell’orto urbano è assolutamente gratificante.

Chi è il destinatario ideale di questi orti?

Non si deve pensare ad alcuna categoria come destinataria ideale. Le stesse categorie rappresentate nella società urbana possono essere utenti dell’orto-giardino. Magari con prevalenza per i nuclei familiari che in orari diversi e per diverse funzioni, possono fruire dell’area. Mattina il nonno, per curare lavori al terreno e innaffiare, pomeriggio la mamma con i bambini dopo la scuola, anche per fare i compiti e la merenda all’aperto, ora del the la nonna, perché il sole è meno fastidioso e si può raccogliere con mani esperte, verso il tramonto il papà che dopo il lavoro può finalmente stropicciarsi la camicia e sporcarsi le scarpe per dare l’acqua alle radici delle piante, difendendosi come meglio può dalle zanzare in arrivo.

Non mancano cultori della vita a contatto della natura, amanti del chiacchiericcio pomeridiano, cultori del barbecue, gruppi di giovani che fingono di zappare o di preparare l’esame universitario e tracannano allegramente qualche birretta seduti sull’erba, fino a tarda ora e vigilando sui recinti e gli accessi.

Quanto costa affittarne uno e che servizio offri?

75 mq costano 360 euro/anno, iva compresa. Si ha diritto all’acqua di falda sia come scorta intiepidita in un fusto da 300 litri per ogni orto che come erogazione al rubinetto, negli orari prefissati in base alle stagioni. Ogni orto ha un recinto che può essere costituito da una siepe, oppure da una staccionata in legno, oppure da un sistema misto legno-rete plastificata. Parcheggio interno in zona separata e senza interferenze con gli orti, possibilità di impiantare un gazebo tessile e gli arredi di base per il barbecue, una cassa in legno abbastanza grande per contenere gli attrezzi principali.

Tutto circondato da una corretta quantità di verde percorribile a piedi e di aree di prato per il gioco libero dei bambini.

Qual è il tuo obiettivo per il futuro?

Devo convincere le amministrazioni comunali ad inserire nei Piani Regolatori delle aree di “verde privato” nelle quali si possano realizzare dei veri e propri consorzi di proprietari di orti-giardini, ben regolamentati e gestiti, in prossimità degli abitati, ma anche di aree di verde pubblico di tipo classico.

Per fare ciò sto preparando un progetto di orto-tipo che superi alcuni limiti di allestimento che ho rilevato in quelli realizzati da me a Milano in via Chiodi. In questi casi sarebbe prezioso il recupero delle cascine, anche in attività, per tutte le necessità di assistenza (vangatura meccanica, concimazione, corsi, ostelli per chi volesse fermarsi vicino all’orto nel week end, servizi igienici, piccola ristorazione agrituristica, festicciole, ecc). In alternativa si dovrebbe pensare a dei piccoli edifici di supporto costruiti al centro di ogni consorzio.

orto
In Italia il clima e il territorio sono ovunque favorevoli allo sviluppo di orti urbani
Quale il ruolo degli orti urbani nelle moderne città?

Inimmaginabile. Sul tema conviene visitare il sito dell’Office International du Coin de Terre e des Jardins Familiaux.

Credi che la tua iniziativa sia esportabile in altre città italiane?

In Italia il clima e il territorio sono ovunque favorevoli. Credo che anche nelle realtà meno urbanizzate ci sia un grande numero di persone che non può disporre, nel proprio giardino, di un’area coltivabile e che abitando in condominio vorrebbe trascorrere del tempo all’aperto, senza annoiarsi su una panchina o guardando, inattivo, una partita di bocce.

Qual è la differenza tra la realtà italiana e quella degli altri paesi europei?

Le viste dal satellite sono utilissime per valutare le differenze, dato che la precisione delle riprese è tale da consentire una precisa individuazione delle aree destinate agli orti-giardini, che sono molto frequenti ed estese in Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Austria, Polonia. Meno frequenti in Italia, Spagna, Grecia.

Le modalità con piccole casette di servizio che sono frequenti all’estero non dovrebbero essere riproposte da noi, dato che difficilmente resistiamo agli abusi edilizi. La tipologia che sto studiando consentirebbe una custodia sufficientemente sicura per i propri attrezzi, ombra e anche un buon riparo in caso di maltempo improvviso, senza dovere costituire una “casetta” in ogni orto.

Nota bene. Italia Nostra ha adottato un protocollo con l’Anci per favorire la costruzione di nuove realtà di orti urbani. Credo che i Comuni, in generale, abbiano trascurato il messaggio.

di Daniel Tarozzi

21 aprile 2009

La quantità di olio extra vergine di oliva che assumiamo é sufficiente?





Partendo da questa domanda, nella logica dell’interpretazione di un alimento rispetto allo stato di salute, si aprono considerazioni che possono svelare e sollevare preoccupanti perplessità.
Da molti decenni si parla del rapporto fra stato di salute e olio extravergine di oliva, tanto che sembra essere, ormai, argomento da leggenda metropolitana.
In particolare chi ne ha parlato in modo più diffuso sono stati gli americani.
Noi abbiamo scoperto la cosiddetta dieta mediterranea passando dagli Stati Uniti d’America.

In realtà, che l’acido oleico e in particolar modo quello che otteniamo dalla spremitura delle olive sia un elemento d’importanza fondamentale nella prevenzione della patologia cardiovascolare a conseguenza ischemica si evince da una serie imponente di lavori scientifici di prestigio internazionale.
E’ sufficiente ricordarne alcuni e leggere quello che dicono:

…Acidi grassi diversi oltre gli omega 3 possono interagire con il metabolismo degli eicosanoidi e influenzare la funzione piastrinica. C’è evidenza, per esempio, che diete ricche in acidi grassi insaturi come l’acido Linoleico e Oleico possano ridurre la tendenza alla trombosi rimpiazzando l’acido Arachidonico nei fosfolipidi piastrinici, diminuendo la produzione, in vitro, dei trombossani A2 e l’aggregazione piastrinica. Comunque c’è scarsa evidenza che la funzione piastrinica, in vivo, sia condizionata da queste diete….

…L’acido Oleico è stato dimostrato essere un potente inibitore dell’aggregazione piastrinica PAF indotta e della secrezione di serotonina. Conseguentemente, al fine di capire il meccanismo molecolare di azione dell’acido Oleico sono stati ricercati gli effetti di questo acido grasso libero su molti eventi biochimici associati con l’aggregazione piastrini-ca indotta dal PAF.
… La diminuzione del livello di [32P] PIP e di [32P]PIP2 determinata dall’acido Oleico è stata associata con un’inibizione dell’aggregazione piastrinica indotta dal PAF. Questi risultati suggeriscono che l’inibizione della risposta del PAF da parte dell’acido Oleico possa essere una delle tappe nella trasduzione del segnale…
…Molti rapporti della letteratura suggeriscono che l’olio di oliva può inibire la funzione piastrinica. Questo possibile effetto è d’interesse per due ragioni: può contribuire al ruolo apparentemente anti-aterogenetico dell’olio di oliva e può invalidare l’uso dell’olio di oliva come placebo inerte negli studi sulla funzione piastrinica….

…Dopo la supplementazione con olio di oliva l’aggregazione piastrinica e il rilascio del trombossano A2 erano diminuiti, il contenuto di acido Oleico era aumentato considerevolmente e il contenuto di acido Arachidonico era diminuito significativamente. Questi dati suggeriscono che un eccesso di acido Oleico spiazza l’incorporazione dell’acido Arachidonico nei fosfolipidi piastrinici. …si conclude che la supplementazione di olio di oliva esercita un effetto inibitore su vari aspetti della funzione piastrinica, “un effetto che può ridurre il rischio di patologia cardiaca, sebbene anche l’assunzione di pesce possa esercitare effetto protettivo”….

in questo studio si dimostra che l’effetto dell’ olio d'oliva è riconducibile al suo alto tenore di acido oleico (70-80%). L'assunzione di olio di oliva aumenta i livelli di acido oleico nelle membrane, dove regola la struttura della membrana lipidica per quanto concerne il controllo del segnale mediato delle proteine G- provocando una riduzione della pressione sanguigna ...

…I nostri risultati indicano che i tessuti cardiovascolari del ratto, trattato 2-OHOA (acido idrossi oleico) dimostrano un’attivazione del cAMP in risposta alla attivazione della proteina Gsα, evento che potrebbe essere attribuito ad una maggiore espressione di proteine Gsα. Come risultato di questoeffetto, si osserva una significativa riduzione della pressione sistolica…

…L’uso esclusivo di olio di oliva durante la preparazione dei cibi sembra offrire una rilevante protezione contro la cardiopatia ischemica, nonostante gli aspetti clinici, lo stile di vita e le altre caratteristiche dei partecipanti…



Ricordiamo anche quelli più storici:

… Nel 1985, Mattson e Grundy , dell'Università di Dallas, hanno riferito che l'olio d'oliva ha ridotto il colesterolo sierico il colesterolo HDL, che svolge una funzione protettiva, anti-aterogenetica, favorendo l'eliminazione di LDL-colesterolo. Nel 1986, Sirtori et al. (8) hanno dimostrato che oltre al suo effetto sul colesterolo e l’arteriosclerosi, l'olio d'oliva ha anche un effetto preventivo sulla trombosi e l'aggregazione piastrinica. Elevate assunzioni di olio d'oliva non sono nocive, esse riducono i livelli di LDL-colesterolo, ma non quelli di HDL, che possono persino aumentare :Carmena et al., 1996 ; Mata et al., 1992b ; Jacotot et al., 1998 ; Mensink Katan, 1989 ; Carmena et al., 1989 ; Grundy et al., 1986, 1988 ; Mattson e Grundy, 1985 ; Keys, 1970 ...

Sembra che non ci siano dubbi sull’utilità dell’acido oleico.
Recentemente abbiamo dimostrato, Cocchi et al. 2008 , che non solo ridotte quantità di acido oleico sono l’elemento più critico nella classificazione biochimica della cardiopatia ischemica, (risultato ottenuto con l’utilizzazione di una Self Organizing Map) ma che esso è anche comune nella condizione che caratterizza il rapporto fra Depressione e Ischemia .

Già nel 2000, Weyers and Colquhoun riferivano di un miglioramento dello stato depressivo in pazienti con CHD, conseguentemente all’uso di olio di oliva.
Facendo leva su queste forti evidenze, ci siamo posti il problema se vi sia una sufficiente introduzione di olio d’oliva, quindi di acido oleico, nella popolazione italiana.

Per verificare come l’acido oleico possa significativamente modificare la composizione degli acidi grassi piastrinici, elementi decisivi nella genesi di formazione della placca, in modo positivo, e spostare sensibilmente la quantità di acido oleico, anche se non vale per tutti, si è realizzato un esperimento su un rilevante gruppo di maiali. Cocchi et al.

Le modifiche alla composizione degli acidi grassi delle piastrine si ottenevano per un apporto pari a circa 20 grammi di acido oleico, in una dieta con il 25% di grassi totali, quindi corrispondente alla percentuale auspicata per l’uomo.
Se consideriamo le caratteristiche da sempre descritte per il maiale come modello di aterosclerosi e, quindi, la similitudine con l’uomo, dobbiamo dedurre che bisognerebbe introdurre quantità di acido oleico e, quindi, di olio extra vergine di oliva, almeno doppie rispetto agli attuali consumi.
Per asserire ciò, abbiamo fatto semplici considerazioni sui dati che si riferiscono ai consumi di olio di oliva.
Abbiamo chiesto all’Ismea un chiarimento sugli acquisti per regione, e l’Ente ci ha fornito la seguente tabella:




Sulla base dei dati forniti e tenendo conto che il valore, derivato dalla tabella, deve essere incrementato del 40%, poiché dal dato di acquisto rimangono escluse quantità pari a circa il 40%, possiamo considerare che il consumo dell’olio extra vergine d’oliva, per ogni italiano vale mediamente per circa 11,76 grammi di acido oleico il giorno. Forse un poco meno se teniamo conto che molto è anche impiegato per la frittura e, quindi, non possiamo calcolarlo per pari quantità nel consumo a crudo. Non è difficile comprendere come tale quantità sia assai modesta.
Come appare, inoltre, evidente dai numeri, la notevole differenza fra nord e sud conferma che l’utilizzo dell’olio di oliva andrebbe fortemente promosso nelle regioni del nord.

Quest’osservazione non può prescindere dalla constatazione che l’attuale modello alimentare non consente grandi consumi di quest’alimento.
E’ sufficiente ricordare che il pasto veloce fuori di casa, spesso costituito da un panino, rende difficile un consumo di olio extra vergine di oliva nelle quantità ipotizzate e auspicate.
Forse le abitudini alimentari delle zone rurali sono ancora in grado di fronteggiare il problema, anche se si può pensare che esse sia sempre più orientate verso un progressivo allontanamento dalla tradizione.

Direbbe Ancel Keys, anche oggi, che il modello della dieta mediterranea è ancora strumento di salute, riferedosi al consumo di olio extra vergine di oliva?
Stando ai numeri probabilmente no.
Quest’argomento va anche considerato sotto l’aspetto tecnologico.

Non tutti gli oli provenienti dalla lavorazione delle olive hanno la stessa composizione.

Il Consiglio Oleicolo Internazionale (Coi) prevede che il contenuto di acido oleico, in tali oli, possa oscillare dal 55% fino all’83% del totale degli acidi grassi totali .

Il regolamento della Comunità Europea non indica la quantità di acido oleico negli oli da olive, limitandosi a indicare le specifiche di molti altri parametri di composizione utili alla rivelazione di frodi, ma impone la distinzione commerciale fra i vari prodotti ottenuti dalla lavorazione delle olive. Fra questi ultimi gli oli extra vergini sono quelli che devono possedere le caratteristiche di qualità migliori. Il contenuto di acido oleico è sempre stato considerato con la migliore qualità dell’olio extra vergine di oliva, ma a causa della migliore stabilità dell’olio in conservazione, dovuta alla scarsa reattività dell’acido oleico rispetto agli acidi grassi polinsaturi.

Il Food and Drug Administration (Fda) statunitense ha scritto che il consumo di 23 g di olio da olive ogni giorno (circa due cucchiai), aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari. Questa importante affermazione della Fda, struttura di riferimento mondiale per gli aspetti biochimici-biologici degli alimenti, fa riferimento all’elevato contenuto di acido oleico che gli oli da olive presentano.

Oggi sono disponibili altre fonti oleaginose a elevato contenuto di acido oleico, quali il cartamo, il girasole e anche il canola (nuova denominazione di colza a bassissimo contenuto di acido erucico), per cui se fosse per l’acido oleico anche queste altre fonti sarebbero ottimali allo scopo. In realtà, la fama di prodotto salutistico che l’olio, prodotto dalla lavorazione delle olive, si è guadagnato negli anni, è più verosimilmente riconducibile alla contemporanea presenza di componenti “minori” che questi oli contengono, quando non siano raffinati, come devono essere per legge gli oli ottenuti da tutte altre oleaginose.

Fra i componenti minori sono da ricordare i biofenoli, che sono costituiti da fenoli e polifenoli a spiccata attività antiossidante e antiradicalica, alcuni alcoli triterpenici, i fitosteroli, lo squalene e i tocoferoli. Questi ultimi sono considerati importanti poiché svolgono attività vitaminica (vit. E), ma anche per la loro capacità di favorire l’assimilazione da parte del nostro organismo degli acidi grassi polinsaturi (1 mg consente l’assimilazione di 1 g di acidi grassi polinsaturi).

La riscoperta delle attività salutistiche dovute a molti dei componenti minori contenuti negli oli da olive, ha scavato un solco enorme fra le proprietà nutrizionali degli oli alimentari. Infatti, gli oli da semi, sottoposti a raffinazione per la loro commercializzazione, hanno perduto molti componenti minori e non presentano più le proprietà salutistiche che potevano avere le corrispondenti matrici oleaginose.

La tecnologia di trasformazione delle olive è in grado di influenzare la qualità e le caratteristiche organolettiche dell’olio prodotto e questo non è sempre noto agli operatori della filiera (produttori delle olive e frantoiani) poiché molte delle conoscenze scientifiche a riguardo sono particolarmente nuove. L’olio contenuto nell’oliva è racchiuso in minuscole gocce (10-30 micrometri) all’interno di vacuoli con pareti polisaccaridiche: le goccioline d’olio, durante la lavorazione sono liberate in frangitura e messe a contatto con tutti gli altri componenti dell’olva in fase di gramolazione della pasta ottenuta. È proprio con il contatto olio-pasta, prolungato per ingrossare le piccole gocce in modo da farle poi uscire dalla pasta nella fase di separazione, che avviene l’accorpamento di tutte i componenti minori che si sciolgono nell’olio o in esso si emulsionano. Pertanto tempi e temperature di lavorazione possono condizionare il risultato, a parità delle caratteristiche delle olive di partenza, in modo da fornire prodotti anche molto differenti. Inoltre, nello stesso contatto olio-pasta le attività enzimatiche presenti sono capaci di formare i profumi del futuro olio con una serie di step biochimici che in parte però possono ridurre la capacità antiossidante dei componenti biofenolici e la loro azione salutistica. Pertanto, le scelte che si faranno in fase di lavorazione delle olive dovranno tenere conto di questi effetti tecnologici.

Le cultivar di olivo coltivate sul territorio nazionale è noto che siano diverse centinaia e questo porta a numerosissimi oli che hanno una composizione molto differente, pur tutti di ottime caratteristiche qualitative. In particolare, la ricchezza in antiossidanti (biofenoli, soprattutto) incide molto sul risultato tecnologico per l’olio prodotto, in termini di profumi, sapori, stabilità alla conservazione e proprietà salutistiche.

Anche se sono state acquisite molte conoscenze scientifiche della produzione delle olive e della tecnologia di trasformazione, rimangono ancora molti interrogativi che vanno risolti per migliorare la qualità, soprattutto quella salutistica, degli oli provenienti dalla lavorazione delle olive.
Si può concludere che le nostre osservazioni, in realtà, corrispondono a quelle del Fda e che non sarà mai sufficientemente ben speso il denaro e il tempo impiegati per sostenere i consumi degli alimenti tipici in generale e dell’olio extra vergine di oliva a produzione locale.

di Giovanni Lercker, Massimo Cocchi

18 aprile 2009

Petrolio e terremoti



Oggi i funerali delle vittime. Fra i fiori, la gente a lutto, la distesa immensa di parallelepipedi marroni, spicca la tenerezza di quella bara bianca, piccola piccola, con i manici dorati, appoggiata sulla pancia di legno di quella che pochi giorni fa era la sua mamma.

Sono ad un meeting a Washington DC, ne ho parlato l'anno scorso. Quest' anno e' piu' o meno la stessa cosa, solo che ogni cinque minuti corro su Prima da noi, sul Corriere, per vedere le immagini, per partecipare in qualche modo al dolore comune.

Non ho sentito le parole dei governanti o del funerale, e non ho visto la televisione perche' non ne ho avuto il tempo. Probabilmente saranno state dette tante belle cose sulla vita, sulla morte, sul dover vivere bene ogni giorno in modo da essere preparati al viaggio finale quando questo verra'. C'e' un che di vero in tutto questo: nessuno quando sara' il nostro momento ed e' percio' che occorre non avere rimorsi ed essere felici tutti i giorni. Per me questo si condensa non nel vivere la vita spericolata di Vasco Rossi, ma nel sapere che ogni giorno abbiamo fatto qualcosa di utile, anche se piccola, per il resto dell'umanita'.

Ci sono due atteggiamenti nei casi di tragedie cosi grandi: uno e' quello di rassegnarsi alla volonta' divina, o del caso, o della fatalita'. L'altro e' di capire perche' quasi trecento persone sono morte in un terremoto che nemmeno arrivava al livello sei della scala Richter. E questo non per fare inutili polemiche, ma solo per cercare di imparare qualcosa, cosicche' queste lacrime non siano invano.

L'Abruzzo e' un territorio sismico. Come per le falde acquifere, le estrazioni di petrolio e di gas, scavando a cinque, sei chilometri sotto la crosta terrestre alterano le conformazioni del sottosuolo in modo inaspettato. Questo e' un fatto inconfutabile che nemmeno i petrolieri possono
contrastare.
M. Luisa D'Orsogna

15 aprile 2009

Milano: un contadino in città

La frattura tra città e campagna è definitiva? Oppure c'è ancora un modo per ricucire il rapporto con la propria terra anche vivendo in contesti urbani? Vivere in un quartiere popolare di Milano un pezzetto di autoproduzione in armonia con il mondo contadino è allo stesso tempo un gesto rivoluzionario e conservatore che permette di ribellarsi al mondo delle merci e riscoprire la sapienza dei nostri nonni.

bicicletta
Anche in città può essere comodo e piacevole muoversi in bici
Sabato pomeriggio, ore 18:00, inforco la mia bicicletta e comincio a pedalare in direzione nord. Dopo dieci minuti mi lascio alle spalle gli ultimi scampoli di cemento e lo sguardo si allarga sorvolando i campi fino a scorgere le cime prealpine. Sono fortunato. Oggi ha piovuto, l'aria è tersa e in cielo c'è qualche nube. La presenza delle nuvole è segno che oggi in questa pianura, che è tra i quattro posti più inquinati del mondo, il cielo è un po' più pulito. Solitamente l'inquinamento impedisce alle nubi di formarsi e dona a Milano quel tipico cielo grigio uniforme.

Mentre le pedalate sembrano alimentare anche i miei pensieri, giungo al bivio per Bollate. Ancora cinque minuti e sarò alla cascina. Nelle borse sistemate a cavallo della ruota posteriore ci sono sei bottiglie di vetro. Le uso ormai da un paio di anni per trasportare il latte che l'azienda agricola “Furia” mi vende alla spina, direttamente senza intermediari. Sono sempre le stesse, lavate e riusate qualche centinaio di volte. Due anni di rifiuti evitati. Ecco, dopo la curva c'è il sottopasso e poi sono arrivato.

Lego la bici alla cancellata: siamo ancora troppo vicini a Milano, meglio non fidarsi. Il mio velocipede si trova sotto una bandiera gialla della Coldiretti che sembra indicare un presidio di “resistenza contadina” al globale che avanza. A quando, mi chiedo, il latte fresco cinese? Entro nella casetta di legno che i signori Fortini hanno costruito per metterci i distributori automatici di latte crudo alla spina. Fino all'anno scorso avevano un solo distributore. Adesso ne hanno due e quando vengo a prendere il latte c'è sempre qualche altro cliente prima di me.

latte
L'azienda agricola “Furia” vende latte alla spina, direttamente, senza intermediari
Aspetto il mio turno, poi la figlia della signora Fortini mi aiuta a riempire le mie bottiglie. Scambiamo come sempre qualche chiacchiera. Lei si lamenta del fatto che i fratelli la lasciano sempre da sola e che spesso non ce la fa a servire i clienti. Bene, penso, il popolo che beve latte sano, economico e ecologico si ingrossa sempre di più! Poi penso alla panna del latte non pastorizzato che sto acquistando, guardo la mia pancia e penso che lo stesso popolo ingrassa sempre di più!

Già che ci sono compro anche delle uova fresche di giornata. Sono di dimensione e colore diverso e mi chiedo come facciano al supermercato a vendere uova tutte perfettamente uguali. Per ridurre i costi e aumentare i profitti avranno standardizzato anche i culi delle galline?

Riparto per tornare a casa. Venti minuti e sono in cortile a legare di nuovo la bici alla rastrelliera. Questa volta niente bandiere. Il tessuto urbano non resiste al globale che avanza, anzi, vengo raggiunto dalla palla della bimba sudamericana che gioca da sola in cortile. Penso alla sua famiglia sradicata dalla propria terra e catapultata in qualche impresa di pulizia a fare uno di quei lavori “che gli italiani non vogliono più fare”. Forse perchè precarizzati, sfruttati e sottopagati?

Bando ai cattivi pensieri. Sono contento e sorrido alla inconsapevole bimba. Anche oggi ho risparmiato i soldi della palestra, che qui a Milano si chiama “Fitness club”, costa “un botto” e richiede fisico ed abbigliamento adeguati nonchè una certa predisposizione ad ingurgitare acqua colorata “per reintegrare i sali minerali”.

Sono le 19:00, metto su la pentola, e verso quattro dei sei litri di latte che ho comprato e accendo il fuoco. D'estate ho circa cinque minuti di tempo prima che il latte raggiunga i trentasette gradi. Ne approfitto per mettermi comodo e bere un po' di succo di mela fatto in casa che ci hanno regalato alcuni amici di Trento. Scambio qualche parola con Emanuela che sta finendo di cucire una gonna. Il gatto che sonnecchia, come sempre sul divano, apre un occhio per scrutarci quasi come per assicurarsi che tutto vada bene, poi subito lo richiude. Ritorno alla pentola, controllo la temperatura del latte con il termometro ad alcool: ci siamo. Verso il caglio e dò una mescolata.

farina
La farina, invece, è quella di Maurizio, uno straordinario contadino “colto”
Ho circa venti minuti per la formazione della cagliata. Sistemo sulla spianatoia farina, zucchero, uova fresche, il barattolo del sale e l'ingrediente segreto: lo strutto che ha fatto mia madre regalandomene un vasetto. La farina, invece, è quella di Maurizio, uno straordinario contadino “colto” con i tratti somatici e i capelli biondi e lunghi di uno svedese, che ha fondato più di vent'anni fa una cooperativa agricola biologica tra Cremona e Mantova e ora rifornisce i Gruppi d'Acquisto come quello di cui facciamo parte. La pastafrolla ha bisogno di essere impastata poco, così, quando la cagliata è pronta per essere spezzata, è pronto anche il panetto che da lì a poco si trasformerà in biscotti di varie forme e in una base per una crostata.

Lascio riposare il panetto di pastafrolla e torno alla pentola con il latte, che ora ha la consistenza di un budino. Rompo la cagliata con una frusta da cucina, con un colino la separo dal siero e la verso nelle fuscelle. In un paio di formette più piccole aggiungo del peperoncino per fare dei tomini più sfiziosi. Lascio sgocciolare il formaggio fresco nelle fuscelle e torno alla mia pastafrolla.

Taglio via un pezzo dal panetto, lo stendo, ritaglio i biscotti che posiziono in una teglia imburrata e con la parte restante ci faccio la base della crostata che preparo con la marmellata fatta in casa regalatami da un giovane e simpaticissino assessore di un paesino in provincia di Bologna. Anche lui, convinto autoproduttore, per qualche anno ha vissuto in un casolare senza riscaldamento sul Muggello. Guarnisco la crostata con delle fette di mela. Utilizzo una delle mele acquistate tramite gruppo d'acquisto da una cooperativa di giovani contadini biologici di Novara che ha recuperato diverse varietà destinate all'estinzione dall'agricoltura industrializzata e votata alla monocoltura. Tra queste c'è anche una straordinaria varietà di mele di origini celtiche.

soldi
L'autoproduzione consente di risparmiare tempo e denaro. Il guadagno è in termini di qualità del cibo.
Quando impasto il mio pane fatto in casa, quando rompo la cagliata per autoprodurmi del formaggio fresco, sento che nelle mie mani rivive il saper fare di mio nonno fornaio e di mia nonna contadina. È come se ristabilissi un contatto con loro saltando a pie' pari la generazione dei miei genitori. Quella degli anni sessanta, del boom economico e delle merci a buon mercato per tutti. Anche la mia compagna quando cuce recupera il saper fare della nonna sarta saltando la generazione delle nostre mamme, assidue frequentatrici di saldi di fine stagione. In fondo, non ci vuole molto.

Per autoprodurre parte del nostro cibo impieghiamo meno di un pomeriggio passato in un centro commerciale e spendiamo un terzo dei soldi necessari per comprare merci analoghe di peggiore qualità.

Sono da poco passate le 20:00, inforno i prodotti che serviranno per la prima colazione di una settimana intera e passo all'impasto del pane. Stasera sono pigro. Userò l'impastatrice elettrica al posto delle braccia e il lievito di birra al posto di quello naturale: ci verso circa mezzo litro d'acqua tiepida, il lievito di birra preventivamente sciolto in una parte dell'acqua, la farina e, in alto, distante dal lievito altrimenti blocca la fermentazione, un po' di sale. Avvio la macchina e mi riposo un po'. Nel frattempo Emanuela, ha finito di cucire la cerniera alla gonna, ha preparato la cena e ha messo mezzo litro di latte nella yogurtiera con un po' di yogurt tenuto da parte dalla precedente “produzione”. Durante la notte qualche milione di fermenti lattici lavorerà per noi e a colazione nei prossimi giorni avremo anche dell'ottimo yogurt sano, economico ed ecologico.

Prima di sedermi a tavola tiro fuori dal forno biscotti e crostata. La casa si è riempita del profumo della pastafrolla fatta con lo strutto e la ricetta di mamma. Dopo cena tiro fuori l'impasto del pane dalla macchina e lo metto a riposare in una grande ciotola coperta da uno straccio umido. Lo cuocerò domattina, con calma, in modo che possa lievitare bene.

È ancora presto ed è una bella sera d'estate. Usciamo a bere una birra con degli amici. Come fanno tanti altri milanesi il sabato sera.

di Massimo De Maio

08 aprile 2009

Le tre piante essenziali che assicurano aria pulita in casa e in ufficio




Diciassette anni fa Kamal Meattle scoprì che l’aria di Nuova Delhi iniziava ad ucciderlo, provocando affaticamento dei polmoni e allergie. Per questo iniziò a studiare quali piante potessero provvedere a fornire all’essere umano la giusta quantità di aria pulita, almeno in casa propria.
La risposta sono l’Areca (Chrysalidocarpus lutscens), la Lingua di suocera (Sansevieria trifasciata) e il Potos (Epipremnum aureum). L’Areca, ribattezzata Pianta del soggiorno è quella che pulisce l’aria durante le ore di luce, mentre la Lingua di suocera - la pianta della camera da letto - fa il lavoro di notte, trasformando Co2 in O2. Sei o sette Lingua di suocera, alte fino alla cintola, e 4 Areca ben cresciute, coprono il fabbisogno di una persona. A completare il lavoro delle prime due ci pensa La Specialista, il Potos, che filtra l’aria, ripulendola dalla formaldeide.
Kamal Meattle ha condotto studi e ricerche su queste piante per quindici anni presso il Paharpur Business Centre, un edificio occupato da 300 persone, che contiene 1200 esemplari di queste piante, che fanno il lavoro di pulizia e rendono l’aria dell’edifico tra le più pulite al mondo. Gli studi hanno dimostrato che dopo 10 ore trascorse nell’edificio, le condizioni di salute dell’individuo saranno migliori che all’entrata.
Come soluzione casalinga per avere sempre aria fresca non è male, soprattutto per chi vive in città con alti livelli d’inquinamento. Che ne dite? Avete mai sentito parlare di queste piante o di altre che fanno lo stesso lavoro di depuratrici dell’aria?
Diciassette anni fa Kamal Meattle scoprì che l’aria di Nuova Delhi iniziava ad ucciderlo, provocando affaticamento dei polmoni e allergie. Per questo iniziò a studiare quali piante potessero provvedere a fornire all’essere umano la giusta quantità di aria pulita, almeno in casa propria.
La risposta sono l’Areca (Chrysalidocarpus lutscens), la Lingua di suocera (Sansevieria trifasciata) e il Potos (Epipremnum aureum). L’Areca, ribattezzata Pianta del soggiorno è quella che pulisce l’aria durante le ore di luce, mentre la Lingua di suocera - la pianta della camera da letto - fa il lavoro di notte, trasformando Co2 in O2. Sei o sette Lingua di suocera, alte fino alla cintola, e 4 Areca ben cresciute, coprono il fabbisogno di una persona. A completare il lavoro delle prime due ci pensa La Specialista, il Potos, che filtra l’aria, ripulendola dalla formaldeide.
Kamal Meattle ha condotto studi e ricerche su queste piante per quindici anni presso il Paharpur Business Centre, un edificio occupato da 300 persone, che contiene 1200 esemplari di queste piante, che fanno il lavoro di pulizia e rendono l’aria dell’edifico tra le più pulite al mondo. Gli studi hanno dimostrato che dopo 10 ore trascorse nell’edificio, le condizioni di salute dell’individuo saranno migliori che all’entrata.
Come soluzione casalinga per avere sempre aria fresca non è male, soprattutto per chi vive in città con alti livelli d’inquinamento. Che ne dite? Avete mai sentito parlare di queste piante o di altre che fanno lo stesso lavoro di depuratrici dell’aria?
by da missunderstanding