05 giugno 2008

Localismo. La rinascita del particulare


Sembra bello a dirsi, ma la realtà è molto diversa. Più che di "localismo" potremmo parlare di univocità dei prodotti alimentari. Passata la sbornia dell'oggetto clonabile in tutte le sfacettature adesso si ritorna al prodotto locale, un unico del suo genere. Cavalcare la tigre del localismo non aiuta l'agricoltura ad uscire dal tunnel dell'autosostentamento e, Petrini, che tiene la fune della Tigre, fa un restyling del marketing alimentare.

È normale che in una fase storica caratterizzata dalla globalizzazione emergano con forza idee di senso diametralmente opposto. Le storture generate dai processi di mondializzazione non possono che dare vita a reazioni più o meno "arrabbiate", le quali spesso tendono ad arroccarsi in un’idealizzazione della dimensione locale, utilizzandola come strumento di difesa nei confronti di pericoli che vengono da lontano, e generalmente basandosi su un qualche principio di chiusura verso l’esterno da parte di determinati territori, regioni o comunità.

La parola "localismo" evoca questi scenari: una chiusura, una barricata - anche ideologica - contro la globalizzazione e il diverso che ci insidia, una contrapposizione culturale atta più a preservare e difendere che a costruire.
È per questo che è difficile connotare il termine in maniera positiva pur considerando che, nel mondo d’oggi, il recupero della dimensione locale è una cosa dalla quale non si può più prescindere. È dunque forse meglio utilizzare un’altra parola chiave: "locale", che a differenza di "localismo" ci parla di una dimensione concreta, di uno spazio reale in cui agire e attuare delle idee innovative e virtuose.
È chiaro che non porre attenzione a temi come la salute del Terra e degli ecosistemi, alle iniquità generate da sistemi distributivi ed economici su scala planetaria o a crisi energetiche e alimentari che ormai ci coinvolgono tutti significa commettere un errore madornale. Rinunciare a una visione più ampia per concentrarsi sul proprio ombelico non è soltanto egoista, ma ci catapulta fuori dal mondo. Un mondo in cui se è vero che la globalizzazione, intesa come processo principalmente economico, ha creato un mare di problemi, è altrettanto vero che da un punto di vista più "spirituale" ci ha aperto gli occhi sul nostro far parte di un’unica comunità terrestre, che si trova a condividere un unico destino semplicemente in quanto abitante lo stesso pianeta.

L’importanza del patrimonio identitario dei popoli non è un valore negativo. La propria storia, la memoria, le tradizioni e la porzione di pianeta che ci tocca amministrare - e che prima di noi hanno amministrato i nostri avi - parlano per noi, ci rendono essere umani.
La grande scommessa di questa fase storica sarà dunque quella di riuscire ad avere una visione centrata sulla dimensione locale, che sappia però conciliarsi con la maggiore apertura possibile nei confronti della nostra comunità terrestre. Si tratta di riuscire a spogliare il locale da tutte quelle connotazioni di eccessivo conservatorismo e chiusura per farne un vero elemento di modernità, anzi, di post-modernità, per andare oltre le ideologie che hanno provato a guidarci sin qui.
Di fronte al mutamento climatico e al disastro ambientale, alla crescente scarsità di cibo e allo spopolamento delle campagne, a processi come la finanziarizzazione delle commodity alimentari o la privatizzazione di beni comuni come l’acqua, l’unico modo per rendere partecipi le persone, per liberarle da un senso di estraniamento legato a processi che sembrano irrimediabilmente più grandi di loro, è quello di ridare dignità e forza alle economie locali.
Il locale diventa uno spazio creativo e costruttivo, in cui l’identità, la memoria e le tradizioni esercitano forze di liberazione da stili di vita insostenibili, imposti da logiche consumistiche e da un’economia liberista sfrenata.

Tutto ciò però, s’è detto, non deve dare vita a forme di chiusura ma anzi, deve far sua una logica in cui alla competitività si sostituisce la cooperazione, per costruire delle nuove frontiere di bene comune. L’identità infatti nasce dallo scambio, dal confronto tra diversità e solo in un funzione della diversità essa si esprime. L’interrelazione e l’interdipendenza non devono venire meno, proprio come avviene nelle società contadine che praticano regole di buon vicinato.
Qualsiasi forma di economia locale che escluda scambio e apertura è destinata alla regressione, qualsiasi identità, tradizione o memoria che non si confronti con le altre è destinata a morire.
Parlare di mero localismo induce a cadere nell’errore di considerare nuove forme di autarchia o di nostalgia per il ritorno a un passato in cui il confine tra l’autosufficienza e la povertà è davvero troppo labile. È dunque meglio proporre un processo che badi sì al locale, ma soprattutto alla ricostruzione di moderne economie locali in tutto il mondo.
Ricostruzione è un’altra parola chiave: se per esempio pensiamo all’agricoltura, il settore più delicato e strategico in un periodo in cui si prospettano gravissime crisi ambientali, energetiche e alimentari, abbiamo a che fare piuttosto con un processo di ri-localizzazione. Ridare dignità al lavoro contadino, invogliare a un ritorno nelle campagne o non al loro abbandono, rendere il mondo rurale un luogo in cui è piacevole vivere e non mancano i servizi, mantenere vive le tradizioni, i saperi contadini, la capacità di produrre in sintonia con il proprio ambiente, senza sprechi o sovrasfruttamento delle risorse.

Il locale è lo spazio in cui far convergere i bisogni di un mondo in crisi con la riaffermazione dell’individuo e della sua appartenenza a una comunità viva e produttiva. In cui realizzare una vera democrazia partecipativa e dare un contributo alla produzione e al commercio sostenibili, alla razionalizzazione della produzione e del consumo di energia, in cui sentirsi qualcuno e non aver paura del diverso. Tutto questo è da ricostruire, perché c’era ma è stato travolto dall’omologazione della globalizzazione economica.
È quindi importante partire dal passato, dalla storia e dalla memoria locale per superare addirittura la modernità e diventare vera avanguardia di un mondo che sia sano e amico dell’uomo, che non traballi più sotto i colpi di un produttivismo esagerato e irrispettoso della natura, che renda giustizia anche all’uomo stesso.
Non buttiamo via identità e tradizioni, ma non facciamone neanche una bandiera per nuove contrapposizioni tra gli uomini e tra uomo e natura. Utilizziamole per sapere chi siamo, che cosa abbiamo da dire e per fare frutto sul terreno in cui siamo cresciuti. Mettiamo a disposizione le più moderne tecnologie e risorse perché le economie locali funzionino e non restino isolate, ma piuttosto possano proliferare in Rete, capaci di comunicare e di scambiare tra di loro come mai è avvenuto in passato.

Dire che è necessario un ritorno al locale, alle economie locali, è come dire che c’è bisogno di un ritorno al valore della diversità, il più grande elemento creativo che sia mai esistito. Ce lo insegna la Natura del resto: dove c’è tanta biodiversità è la Natura stessa che pone rimedio alle crisi, che trova al suo interno le soluzioni per propagare la vita e l’abbondanza. Le società umane ormai dovrebbero aver imparato la lezione: senza la diversità di culture, tradizioni, modi di coltivare e preparare il cibo, di trarre energia dalle risorse naturali in modo assennato faremo del male al nostro stesso habitat, ma più di tutto a noi stessi.
Nella dimensione locale impariamo a gestire bene e con cura la porzione di mondo che ci è affidata, ma più di tutto esprimiamo la nostra diversità, in cooperazione con un numero enorme di altre diversità: diamo il nostro contributo fondamentale perché il mondo resti un posto meraviglioso in cui vivere.

di Carlo Petrini

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